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 2002  settembre 21 Sabato calendario

Hayes Bob

• Jacksonville (Stati Uniti) 20 dicembre 1942, Jacksonville (Stati Uniti) 18 settembre 2002. Sprinter • «La storia del mondo, e anche quella dell’atletica, non si fa con i ”se”, ma se fosse venuto al mondo una ventina di anni dopo, le sue gambe possenti avrebbero macinato dollari e non soltanto fatica. Ma era nato nel ’42, in piena Guerra, e nel ’64, quando vinse l’oro di Tokio scavando solchi profondi nella pista in terra rossa dello stadio Olimpico, gli atleti erano atleti e basta, non le star superpagate e coccolate di oggi. Si buttò dunque nello sport professionistico - football Usa, Dallas Cowboys - e in quel campo guadagnò bene per garantirsi un’esistenza tranquilla e comoda, ma non felice. Raccolse record anche con il pallone ovale, perché aveva gambe veloci (lo chiamavano ”Bullet”, proiettile) e un coraggio da leone. Pagò volentieri il dazio che la disciplina impone (schiena a pezzi e qualche costola rotta), ma ripensando alla sua atletica gli restò sempre dentro il condivisibile rimpianto di esser nato nell’epoca sbagliata. [...] Di lui si ricorderanno poco le corse come wide-receiver, moltissimo le volate sulle corsie di una pista. Ballò una sola estate, anno 1964, ma che estate! Uno che se ne intende, il professor Carlo Vittori, memoria storica dell’atletica, dice che il suo podio ideale dei 100 prevede al primo posto, medaglia d’oro, proprio Bob Hayes, seguìto dalla coppia Jesse Owens-Bobby Joe Morrow e da Valery Borzov. ”Hayes era potenza pura - spiega il Professore -. Uno che sprigionava velocità dal primo all’ultimo metro, pur non avendo, a causa della struttura fisica, una partenza sempre felice. Ondeggiava nei primi appoggi, ma quando inseriva la marcia alta diventava imprendibile”. Vittori ne è certo: ”Il suo 10 netti a Tokio, e soprattutto quella sensazionale prestazione in staffetta che qualcuno misurò in 8”6, restano a mio parere gli ultimi lampi credibili nei 100 metri. Dopo, tra soldi e doping, tutto è andato a catafascio”. Cinquantanove anni sono pochi per morire, ma possono essere troppi per vivere: aveva da tempo buttato la sua vita nell’angolo delle cose sporche. Càpita: un po’ di steroidi per rinforzare i muscoli, un po’ di polvere bianca per reggere lo stress, l’ingresso in un giro dal quale poi non si riesce a venir via. Si fece dieci mesi di galera per spaccio, ma era l’alcol la sua dannazione: ”Da cinque generazioni è un problema di famiglia” disse un giorno”» (Claudio Colombo, ”Corriere della Sera” 20/9/2002). «Dio, se correva veloce. Lo chiamavano ”Il Proiettile”. E sotto i piedi aveva fango, acqua, terra, non le belle piste levigate di oggi. Andatevi a rivedere la sua gara a Tokyo, Giochi del 1964: Bob Hayes, prima corsia, stropicciata dalla partenza dei marciatori, fango che schizza, lui che si accende e si lascia tutti dietro, nonostante gli avessero prestato la scarpa sinistra, perché il pugile Joe Frazier per sbaglio si era presa la sua. Un gigante vero, non i topoloni costruiti di adesso. Cento metri da razzo potente: 10” netti. Hayes a 21 anni diventa l’uomo più veloce del mondo, vince due medaglie d’oro, in America lo portano in trionfo, ha vendicato la sconfitta patita dal loro sprint quattro anni prima a Roma per mano del tedesco Hary. I cronometristi giapponesi che non si fidano della rilevazione svizzera decidono di prendere anche loro il tempo della staffetta: Bob corre la sua frazione lanciata in 8”89. Un tempo eccezionale, anche oggi. Altro che Superman. ”Quella volta sono proprio andato veloce”, ricordava. [...] Era, al contrario di molti atleti di oggi, uno che si era sprecato in tutto. Un grande, fisicamente possente, uno che era nato da una famiglia di schiavi, uno che il pugno ai bianchi lo aveva dato ”dentro”, senza aspettare il ’68. Apparteneva alla generazione di corri, ragazzo, corri. ”A Tokyo seduta accanto a Jesse Owens e a sua moglie c’era mia madre, quando vinsi le lacrime le bagnarono il viso. Vedere Owens, che per me era come un padre, accanto a mia madre mi fece sentire fiero. L’imperatore mi mise la medaglia al collo, l’inno suonò, in quel momento realizzai che stavo rappresentando tutte le persone del mio paese. Sì, anche i bigotti, anche quelli che tu non vorresti rappresentare, ma se lo fai scendi al loro livello”. Era passato al football, alla Nfl, dieci anni con la maglia dei Dallas Cowboys più un altro con San Francisco, perché con l’atletica non poteva mantenersi. Era un tuono anche lì, con la palla ovale: sono ancora suoi 15 record della squadra, tra cui 71 touchdown, ma risalgono a quel periodo i suoi primi guai con la droga. Unica persona al mondo ad aver vinto una medaglia ai Giochi e un SuperBowl. Anche se lui ripeteva che all’indomani del record di Tokyo non si sarebbe mai messo la divisa da football se solo avesse avuto la possibilità di vivere con lo sprint. ”Non è piacevole farsi picchiare dai bestioni, ma a quei tempi avevo pochi vantaggi, mi allenavo sulla terra, non avevo menù particolari”. Si era ritirato dallo sport nel 1976. Era nella Hall of Fame dell’atletica, ma non in quella del football, e a lui dispiaceva molto questa discriminazione. Anche se era stato un imprendibile, anche se con la sua velocità aveva rivoluzionato la tecnica del passaggio, anche se contro di lui le squadre avevano dovuto per la prima volta introdurre la difesa a zona. Capiva che al di là dei suoi sbagli, c’era la volontà di punire la sua vita da nero dannato, ma pieno di talento. ”Molte cose nella mia vita sono andate fuori controllo, ma penso che nel museo dei più famosi io comunque dovrei starci”. Quando il presidente degli Usa, Lyndon Johnson, aveva chiamato in Florida Jake Gaither, il coach di football di Bob, per dirgli di non consumare troppo Hayes in vista delle Olimpiadi, questi gli aveva ribadito: ”Ma Signor Presidente, Bob è un giocatore di football che per caso è anche l’uomo più veloce del mondo”. In America l’atletica contava poco e un proiettile come Hayes era fatto per andare in meta. Ha vissuto da vero sprinter, si è bevuto in fretta la vita e gli avversari. Ultimamente girava in carrozzella, reso più fragile da una polmonite, pareva un vecchio di un altro secolo, invece aveva solo 59 anni. E´ stato veloce anche nel farsi male: il fegato e i reni se li era rovinati con l’alcol e con la droga. Non era un segreto: ”Vengo da una famiglia che ha avuto quel problema, dietro di me ho cinque generazioni di alcolisti, mi hanno dato per morto un sacco di volte, sono stato così male che il mio cuore andava a 12 battiti al minuto invece che a 98”. Era anche stato arrestato per spaccio di cocaina e condannato, era uscito per un condono dopo dieci mesi di prigione, nell’80. ”Non sono perfetto, posso solo dire che intendo migliorare, perché nessuno ti può promettere il futuro”. Nel presente era fallito anche il suo secondo matrimonio, non era stato capace di trovare un lavoro e di mantenere i cinque figli, entrava e usciva spesso dai centri di disintossicazione, a pagare la retta erano i suoi ex compagni di squadra di Dallas. Nelle cerimonie si faceva a meno di lui, un po’ perché era penoso vedere com’era conciato e molto perché per lo sport non era un buon esempio. Per il resto ad occuparsi di lui, a Jacksonville, in Florida, era la sua vecchia madre. Ma se la storia dei centro metri è stata bella, rabbiosa e rapida, lo si deve molto a lui. stato con Owens, Morrow, Borzov e Tommie Smith uno sprinter vero e importante, per il fisico straripante e per l’ingenuità con cui ha corso veloce verso tutti quelli che credeva traguardi» (Emanuela Audisio, ”la Repubblica” 20/9/2002). «Venivano chiamati marziani in quegli anni gli americani dell’atletica, perché in confronto gli altri sembravano pigmei. Hayes aveva avuto un esordio folgorante a 18 anni e 5 mesi, nel ’61, quando già eguagliava il record delle 100 yarde (m. 91,44) con 9’’3. Poi su quella distanza nella primavera successiva andava a sparare un 9’’ netti che la giuria non omologava perché il tempo era incredibile, i cronometristi tutti di razza scura come lui, e poteva sembrare un regalo. Quando sbarcò per la prima volta in Europa, lo stadio White City tutto legno e romanticismo, nel cuore di Londra, scricchiolava per la folla pigiata sulle gradinate. C’eravamo anche noi, sei giornalisti italiani erano andati alla scoperta del Marziano che un paio di mesi prima, a Walnut, con 9’’9 era diventato il primo uomo al mondo a scendere nei 100 sotto la barriera allora insuperabile, si diceva, dei 10’’ netti. Quel giorno lo stadio fece un ”ooooh” di meraviglia, quando Hayes uscì dai blocchi. Leggero come una piuma, zampate da tigre: era alto un po’ meno di 1,90, sugli 85 chili, quindi forte e muscolato, dava però l’impressione di essere un fuscello tanto sapeva tradurre la potenza in grazia e velocità. Era la scioccante risposta all’Europa, che ai Giochi di Roma ’60 aveva osato introdursi nel territorio Usa dello sprint mandando a vincere Armin Hary, tedesco, nei 100 e Livio Berruti nei 200. Proprio Berruti oggi ricorda il giorno in cui incontrò il marziano alle Olimpiadi di Tokyo ’64: ”Soltanto in staffetta, perché lui faceva i 100 e io i 200. In quella finale lo vidi fare una cosa incredibile, partì in ultima frazione con 4 metri di ritardo sul francese Delecour, uno dei più bravi d’allora, e al traguardo ne aveva 4 di vantaggio”. I giapponesi, che usavano quelle Olimpiadi anche per riconquistare un primato di prestigio nell’elettronica, attraverso rilevamenti speciali cronometrarono quei suoi 100 lanciati in 8’’89, pari a una velocità di 40,494. Allora si faticava in bici, a toccare quelle medie... E le sue leve chiedevano spinta alla terra rossa, non alle superfici magiche e levigate di oggi. Proprio la terra rossa gli tolse la soddisfazione di diventare un mito, perché disputò la finale dei 100 sotto un nubifragio, e pure in prima corsia, quella più rovinata dal mezzofondo. Diede due metri di distacco al cubano Figuerola e al canadese Jerome, venne cronometrato in un 10’’06 elettrico che rapportato a oggi, in condizioni diverse e superficie diversa, sarebbe un tempo fuori dall’immaginazione. ”Il più grande di tutti i tempi”, scrisse allora Robert Parientè, giornalista francese de ”L’Equipe” e santone dell’atletica. Ma allora chi si dedicava all’atletica doveva accontentarsi della gloria, non c’erano i meeting miliardari e gli sponsor a gonfiare il portafoglio (né gli anabolizzanti a gonfiare i muscoli...)» (Gianno Romeo, ”La Stampa” 20/9/2002).