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 2002  settembre 21 Sabato calendario

Mutis Alvaro

• Bogotà (Colombia) 22 settembre 1923. Scrittore e poeta. «Ha creato Maqroll il Gabbiere, il marinaio che cerca coste odierne ma indifferentemente approda nel porto dell’antica Bisanzio. Vive in Messico. Profondo conoscitore dei classici greci e latini, fonte d’ispirazione per Fabrizio De André (Smisurata preghiera attinge direttamente alla sua opera), parla di terre calde e umide, di fiumi torrenziali, di Natura selvaggia, dei mari d’America e d’Europa. Ma anche di béttole solitarie dove si coniuga il verbo aspettare. La sua poetica - alta, raffinata, immaginifica, elegantemente pessimista - sta tutta, volendo, nei versi citati qui sopra. L’esilio come condizione maieutica, psicologica e fisica, sottile, dolorosa, in qualche modo carezzevole; la fuga, senza mai cesure, dell’immaginazione; il dolore intimo e persistente dell’anima latino-americana; il potere del paesaggio; la lezione dell’antichità» (Rita Sala, “Il Messaggero” 20/8/2002). « “È un poeta della specie più rara: ricco senza ostentazione e senza spreco. Ha la necessità di dire tutto e la coscienza che niente può essere detto. Ama la Parola, si dispera davanti ad essa, la odia: estremismi da poeta. Ama il lusso e insieme l’essenzialità, ha passioni contraddittorie che però, fra loro, non si elidono, e sono quelle cui ogni poeta deve le sue cose migliori. Lusso, e — si sa — ‘ordine e bellezza’ significano, in lui, parsimonia espressiva”. Questo è il suo ritratto poetico firmato da Octavio Paz. […] È davvero un artista in bilico fra eccesso e ascesi, l’innamorato dei classici latini, di Proust e di Stevenson che l’Europa associa a Maqroll el Gaviero e ai suoi paesaggi dell’immaginario, ma va ben oltre tutto questo. Uno che, soprattutto, nasce e rimane poeta. Di lui conosciamo raccolte come La balanza, Los elementos del desastre, Los trabajos perdidos, Un homenaje y siete nocturnos. E amiamo l’eterna attesa di un nuovo libro di poesie, Carminae contra gentiles, più volte annunciato ma destinato a mai essere completato e quindi edito. […] “La poesia cominciata con l’Uomo, lo ha accompagnato fin qui e gli starà accanto nell’ultimo giorno. Poi gli sopravviverà. La Poesia è la voce intima e assoluta della creatura umana, la più vera, la più nobile. In ogni tempo ha rappresentato il meglio di quanto l’Uomo, interagendo con l’universo e con se stesso, abbia saputo esprimere […] Omero non c’è più, l’aedo cieco che cantava di corte in corte l’epopea di un popolo, all’origine del pensiero occidentale. Ma i poeti esistono. Persino la poesia epica esiste ancora. Pensiamo a Pablo Neruda, a Salvatore Quasimodo, a Mario Luzi... Leggendo una poesia di Luzi si riceve quella speranza, forse anche quel po’ di fede nell’Uomo, che sono paragonabili ai doni di cui ci riempie la grande poesia epica […] I poeti che consiglio? Catullo, Orazio. Con le loro misure e dismisure, la ricerca dell’equilibrio, il soffio primaverile, l’amore, il dolore, il senso morale. E un filosofo-poeta: Epicuro. Con la sua utopia di un tempo ultimo da trascorrere fra pochi amici in una grande casa, di fronte al mare... Epicuro o il Piacere inteso come misura, discussione, godimento della natura e dell’intelletto, apprezzando il cibo e i suoi sapori, la bellezza fisica e morale, il gioco controllato delle passioni. Ma quegli amici — attenzione — scegliamoli fra la gente comune, fra i buoni diavoli sani e allegri che ci circondano nella normalità quotidiana. Stiamo lontani dagli intellettuali e dai filosofi, la loro pretesa di essere i vettori del pensiero e del destino umani è assolutamente abusiva […] La Poesia, oggi, è il buon selvaggio di Rousseau, colui che vive, in totale semplicità e senza alcuna malizia, la Natura e gli esseri umani […] In un mondo che distrugge la Natura, inquina l’aria, rade al suolo le foreste e annuncia — l’hanno fatto gli americani poco tempo fa — di possedere una bomba capace di polverizzare qualsiasi cosa nel raggio di chilometri, solo il silenzio ha un valore reale. Il silenzio che annuncia la Poesia. Per vivere, per mantenermi, io ho sempre fatto lavori che andavano al di là della letteratura; scrivere romanzi, saggi o articoli non è mai stata, per me, una necessità. Della poesia, al contrario, ho sempre avuto bisogno. Come dei libri. Eppure assisto, oggi, alla gran cospirazione dell’umanità contro il libro. Arriveremo in breve all’ultimo falò, si bruceranno i libri come nella biblioteca di Alessandria o sulla piazza fiorentina dove predicava Savonarola. Vedremo il peggio. Le nuove tecnologie hanno gli strumenti per cancellare dal pianeta i poeti e la loro parola scritta. Resterà il silenzio. In esso, l’immortalità della Poesia […] Saremo cancellati. Gli uomini non abiteranno il pianeta di domani. Dopo le bombe, dopo i roghi e la follia, la Terra sarà popolata dalle acque, dalle piante e dagli animali, i buoni animali scampati alle guerre perché lo meritano più degli uomini. La Poesia aleggerà come vento sopra questa nuova pace, sull’innocenza sopravvissuta. E forse, nel tempo, fra ere ed ere, l’Uomo potrà rinascere. Lungo il filo insistente, ininterrotto, fortissimo che chiamiamo, con il nome antico, Poesia”» (Rita Sala, “Il Messaggero” 20/3/2003).