Varie, 21 settembre 2002
VANGI
VANGI Giuliano Barberino del Mugello (Firenze) 13 marzo 1931. Scultore • «Sono legato molto ai problemi dell’uomo, alle sue angosce, ai suoi dolori e, ovviamente, alle sue speranze. E sono affascinato dalla struttura del corpo umano. Mi interessano le mani, la testa, il busto, ogni aspetto della nostra fisicità […] La tradizione è importantissima. Veniamo tutti da lì. Da ragazzo mi piacevano gli egiziani. Poi mi sono appassionato alle grandi lezioni della scultura greca, del Rinascimento, del Barocco... Ma la lotta dell’artista è quella della ricerca. Se un artista non ricerca, è tempo forse che faccia qualche bella passeggiata... La ricerca è la ragion stessa della creatività. Insomma, bisogna avere la forza di dimenticare la tradizione. Altrimenti non si va avanti […] Sono molto legato a La scala del cielo. Si trova con altre due installazioni, Stratificazioni e L’uomo del canneto, al museo di Mishima. L’ho realizzata su un doppio livello, uno che emerge sul suolo e l’altro sotterraneo. Ho enfatizzato l’impatto della luce e sottolineato l’azione del tempo sulla materia. Insomma, è stata un’opera complessa che ha richiesto l’impegno di qualche anno. Ha, a mio avviso, molti significati. Quando si sale, la scala è ripida ma si vede il cielo e sembra di entrare in uno spazio astratto, che comunica un’intensa spiritualità […] In Giappone vengo accolto come un capo di Stato... […] Mi ha trasmesso soprattutto il rispetto per la natura. Noi italiani la violentiamo mentre loro sono più umili. Dimostrano un’incredibile sensibilità. Non piantano neanche un chiodo nel legno e legano le travi con le liane... E’ una grande lezione. I giardini zen, con la loro aura di mistero, mi hanno affascinato. La sofferenza dell’uomo mi colpisce sempre ma quella che noi diamo alla natura mi addolora. Ho cinque nipotini e mi domando: che Terra, che mondo gli lasciamo?... Tutto questo mi angoscia. C’è un aspetto sacro nella natura che dovrebbe indurci a rispettarla. Con le mie opere spero di suscitare questo sentimento» (Massimo Di Forti, ”Il Messaggero” 19/9/2002).