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 2002  settembre 21 Sabato calendario

Peterson Dan

• Evanston (Stati Uniti) 9 gennaio 1936. Allenatore di pallacanestro. In Italia dal ’73, è diventato un punto di riferimento per il basket nazionale vincendo tutto con la Virtus Bologna (una Coppa Italia, uno scudetto) e l’Olimpia Milano (quattro scudetti, due Coppe Italia, una Coppa Campioni, una Korac). Ritiro nel 1987, di nuovo in panchina, a Milano, dal gennaio 2011 • «[...] Quando arrivai alla Virtus Bologna, nel ’73 [...] l quotidiano Stadio, saputo del mio ingaggio, titolò “Dan chi?”. Potete immaginare com’era il clima a Bologna quando iniziammo il campionato con 3 sconfitte. Prima della quarta gara, il Carlino scrisse: “Peterson si gioca la panchina”. L’avvocato Porelli, il mio g.m., disse: “Coach, non è vero. Dietro di te c’è il cemento armato”. [...] ho fatto la fatica che fa qualsiasi persona in un Paese nuovo: ho cercato di applicare i miei metodi, senza andare contro la cultura sportiva e la mentalità italiane. In Cile, prima che venissi in Italia, ho avuto una grande lezione su questo dal presidente della Federazione, Guillermo Rodriguez. A dire poco, rompevo a tutti con la mia fretta.Mi disse: “Gringo, sai qual è il problema? Qui siamo abituati ad andare a dieci all’ora, tu sei abituato ai 100 all’ora. Adesso andiamo a 50, e non è contento nessuno”. [...]» (“La Gazzetta dello Sport” 30/10/2005) • «[...] nell’87 lasciò e non c´è ricascato più. [...] “[...] Lasciai perché era dura, non ho più cambiato idea. L’ultimo no? La nazionale. Quell’estate dell´87 me la offrirono. Mi chiama il segretario Ceccotti e so che il presidente Vinci, piuttosto che sulla panchina azzurra, mi vedrebbe sotto un tram. Va così. Lei verrebbe? Okay. A 180 milioni? Okay. E lascerebbe tv, pubblicità e tutto il resto? Risposi: no, amici, voi non mi offrite la nazionale, voi volete che dica no [...] me la ricordo bene Milano-Roma dell’83: anche perché la persi. Tredicimila spettatori qua, tredicimila là: ed è ancora record. Gli incassi, la tv, i giornali, le polemiche tra me e Bianchini. Sì, fu un pezzo di storia. E non per caso, dopo, gli azzurri vinsero gli Europei, la Lega di De Michelis strappò un contratto di 50 miliardi per 5 anni alla Rai. Che non aveva le tecnologie odierne, ma uno come Aldo Giordani che sapeva rendere un evento grande, unico [...]”» (Walter Fuochi, “la Repubblica” 6/10/2005) • «Mio padre era poliziotto, mamma designer di moda e maestra elementare. Il mio sangue è 50% irlandese e per un centoventottesimo Cherokee, per un... piccolo sbaglio di un mio antenato nel 1803. Un avo, di origini norvegesi (il cognome era Pedersen) era taglialegna del Wisconsin, mio nonno era pugile dilettante, conobbe mia nonna difendendola da due ceffi su un tram. La mia famiglia divenne protestante per colpa di un prete cattolico che pretese, come pagamento per la messa funebre di mia bisnonna, l’unico bene della famiglia: la capra che produceva il latte per i bambini [...] Presi la prima laurea a Northwestern, la seconda a Michigan. Suonavo saltuariamente la chitarra al Club Jubilee di Chicago per 25 dollari a serata. Iniziai a giocare a basket da bambino, anche se ero 10 volte più bravo a baseball. Persi la prima vera partita 4-3, sbagliando il libero del pareggio. E tutti se la presero con me... Jack Burmester mi tagliò dalla squadra del liceo ma mi disse che sarei stato un bravo allenatore [...] Debuttai come allenatore alla Lincoln High School, con una squadra di straordinari talenti che poi fecero fortuna nel college e nei professionisti, basket e football. Pensavo che tutto fosse facile, credevo di essere John Wooden! Non mi ispiravo alla Nba o alla Ncaa, a quei tempi era il basket scolastico a dettare legge dalle nostre parti. Il mio mito era Thomas Merrill, detto Duster, coach di Pinckneyville High, maestro dell’attacco controllato. Fu il primo nell’Illinois ad adottare il tiro in sospensione. Era la perfezione. Poi divenni vice al McKendree College di Lebanon, sotto James Oldfield, un genio. Mi definì “schiavo della semplicità” per la mia mania di semplificare tutto. Leggevo decine di libri. Un giorno mi disse: “In quei volumi c’è qualcosa in cui credi?”. Ero giovane, avevo 26 anni, non avevo una mia filosofia. Ma volevo dare spettacolo. Mi spiegò: “Vuoi sapere chi è un allenatore che dà spettacolo? Uno che vede la sua squadra correre 5 volte in contropiede e buttar 5 volte la palla in tribuna e le dice di non smettere di correre”. Cambiò il mio modo di vedere il basket. Poi andai a Michigan State con il grande Forrest Forddy Anderson, prima di passare a Navy sotto il mitico Ben Carnevale, un maestro della serenità. Anche in Italia si ricorda ancora un suo mitico clinic: con lui c’era Jack Ramsay che mi ispirò nella 1-3-1. Devo molto anche a Danny Blaze, coach di baseball e vice di football. Mi insegnò la mentalità giusta per allenare. Gli scrissi spaventato chiedendogli consigli ad inizio carriera. Mi rispose dicendomi di fare amicizia con il custode della palestra. Capii tutto. A Delaware trovai Dave Nelson, inventore della Wing T formation di football, un genio. La sua Wing T, ovvero il concetto di andare dalla parte opposta rispetto allo sviluppo iniziale dell’azione, lo applicai al basket con la diagonale, che dovrebbe contraddistinguermi molto più della famosa L [...] Uno non fa le cose perché vuole essere rivoluzionario. Credo di aver portato in Italia la metodica degli allenamenti, martedì fondamentali di difesa, mercoledì d’attacco, giovedì contropiede, venerdì gioco di squadra. Ho introdotto il gioco L, il pick and roll non solo centrale ma anche laterale, e la 1-3-1. Posso dire di aver “inventato” un solo schema nella mia vita. Anche Helenio Herrera motivava i giocatori con i cartelli in spogliatoio prima di quando l’abbia fatto io, ma i miei erano molto più belli [...] Anche nel mio gergo mi sono ispirato ai grandi commentatori americani. “Mamma butta la pasta” quando una partita ormai era già decisa l’ho preso da “Mamma metti il caffè sulla stufa” di un mitico telecronista dei White Sox. Il gancio cielo l’ha inventato un mio amico del liceo che faceva le telecronache dei Milwaukee Bucks ai tempi di Jabbar. Ho sempre cercato di raccontare anche l’America e non solo la partita come se stessi chiacchierando con chi mi ascolta. Raccontavo aneddoti personali come quelli del pestifero amico delle elementari Richard Street: gli ascoltatori mi scrivevano arrabbiati quando li avevo finiti! [...] Come tutti gli americani che vivono all’estero, ho cambiato la percezione della politica estera del mio Paese rispetto a chi è rimasto a casa. La prima volta che sono sceso dall’aereo in Cile quasi mi stupivo che ci fossero degli uomini con due gambe anche lì. Quando sono andato la prima volta a Mosca nel 1975 mi sentivo in pericolo e in territorio nemico. Mi è bastato parlare col grande Kondrashin per capire che i nostri Paesi erano rivali in politica, economia e con gli eserciti ma che se fossi vissuto nell’Urss avrei trovato un sacco di amici. [...] Sono l’unico ad aver votato repubblicano quando hanno vinto e perso le elezioni e i democratici quando hanno vinto e perso le elezioni. [...]. Non mi piacciono i candidati di oggi, non hanno la statura di un Truman o un Eisenhower. Non parlatemi di Kennedy, è stato una testa di ravanello» (“La Gazzetta dello Sport” 8/1/2006).