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 2002  settembre 23 Lunedì calendario

ALFIERI

ALFIERI Carmine Saviano (Napoli) 18 febbraio 1943. Camorrista. Pentito. «Era un sanguinario, uno che ordinò decine di omicidi e che mise in piedi la più feroce guerra di camorra che si sia mai combattuta […] ”O ntufato, come lo chiamavano per via di quel faccione sempre torvo e minaccioso, era l’uomo che organizzò la rivolta dei clan campani contro la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo. E che vinse la guerra. Sconfisse il boss di Ottaviano, ne smantellò l’esercito a colpi di agguati e attentati, e poi si impose sugli alleati. E non solo: da quel piccolo paese che è Saviano, riuscì a mettere le mani sui più grossi appalti pubblici dell’intera regione, e sistemò uomini che prendevano ordini da lui, in decine di amministrazioni locali. […] Fu arrestato nel settembre del ”92 dopo dieci anni di latitanza, e di lui Tommaso Buscetta aveva già parlato a Giovanni Falcone come del referente in Campania delle cosche della mafia perdente. Ma lui, ”O ntufato, era un vincente, e durante quei dieci anni di latitanza riuscì a non allontanarsi mai dalla zona di Nola. Quando venne preso, il suo rifugio era una casa di campagna vicina al suo paese con una botola dalla quale uscì accompagnato da un solo guardaspalle. E da perfetto ”padrino” fece i complimenti ai carabinieri e si lasciò portare via. ”Certo, se parlasse lui”, sospirò all’indomani dell’arresto un ufficiale che gli aveva dato la caccia per anni. In quel momento sembrava impossibile, ma dopo pochi mesi di detenzione Carmine Alfieri cominciò a parlare, e parlò per mesi. […] Era il marzo del 1994 quando i giudici della quinta sezione penale del Tribunale di Napoli ricevettero, e allegarono agli atti del processo, una lettera firmata dall’imputato Alfieri Carmine, già detenuto da un anno e mezzo, e da qualche mese entrato a far parte dell’elenco dei collaboratori di giustizia. Con quella lettera Alfieri rendeva pubblico il suo pentimento, ma andava oltre: invitava gli uomini del suo esercito, i luogotenenti e i gregari, a seguirlo nella dissociazione, e spiegava di volere, con la sua scelta di collaborazione ”dare una mano, nel mio piccolo, al nuovo che avanza, e avvicinarmi di più a Dio”. Suscitò stupore e perplessità, quella lettera. […] E però i mesi e gli anni successivi, dimostrarono che non c’era una strategia dietro quell’uscita pubblica così inusuale. Continuò a collaborare, le sue rivelazioni riempirono fascicoli che non basterebbe un intero armadio a tenerli tutti, e decine di processi sono stati istruiti, e molti anche celebrati, sulla base dei riscontri a ciò che raccontò. Perché nessuno più di lui conosceva i segreti più profondi di quasi vent’anni di camorra» (Fulvio Bufi, ”Corriere della Sera” 22/9/2002).