23 settembre 2002
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Muscetta Carlo
• . Nato ad Avellino il 22 agosto 1912, morto ad Acitrezza (Catania) il 22 marzo 2004. Storico della Letteratura. "Ci sono nomi capitali della letteratura italiana ed europea che non possono essere evocati senza ricordare gli studi di Muscetta. Il Belli e il De Sanctis sopra tutti, e Dante Boccaccio Petrarca e Leopardi, Parini e Monti e Padula, Baudelaire e Quinet, Gramsci e Dorso e Tommaso Fiore, e Umberto Saba. Cui va aggiunta una vasta e combattiva attività editoriale, per Einaudi, Feltrinelli, Laterza" (’la Repubblica” 22/8/2002). "Allevato culturalmente all´ombra di Benedetto Croce, appassionato del suo conterraneo irpino Francesco De Sanctis, fervido gramsciano, ha dato vita a una produzione scientifica di tutto rispetto e di mole ponderosa: basti pensare alla monumentale Letteratura italiana - Storia e testi, da lui diretta e pubblicata dalla Laterza, agli assidui studi desanctisiani, agli scritti su Giuseppe Gioachino Belli, alla collaborazione alla serie dei classici italiani di Sansoni. Ha curato le opere di numerosi scrittori, dal Petrarca al Boccaccio, dall´Ariosto al Tasso, da Leopardi a Manzoni, da Foscolo a Monti, fino ai contemporanei come Umberto Saba. Era anche traduttore, soprattutto dal francese: giovanissimo, nel ’35, aveva pubblicato Le rivoluzioni d´Italia di Edgar Quinet; molti anni più tardi si sarebbe misurato con Molière e Baudelaire. Precoce, infaticabile, eclettico assertore di uno ”storicismo integrale”, Muscetta dava a questa definizione un senso attivistico, quasi un obbligo a impegnarsi nell´attualità. ”Il mio linguaggio”, affermava, ”è proprio di chi prende partito. Più o meno apertamente, ho sempre parteggiato”. E´ come dire che in lui, poco professorale per indole, la funzione dello studioso si mescolava con quella dell´intellettuale ”militante” (anche se non sempre era la seconda componente a prevalere). Piccolo, tondo, ammiccante come un folletto scespiriano, traeva dalla propria natura fantasiosa un´irrequietezza che si riverberava sia nello stile di scrittore che negli atteggiamenti pubblici: ”uno strano miscuglio di umanista e di intrigante meridionale” lo giudicò Giaime Pintor conoscendolo a Trieste, in occasione dei Littoriali del 1939, ma poi, lavorando accanto a lui per la Einaudi, lo stesso Pintor imparò ad apprezzare l´amico ”don Carlo”: così lo chiamava. Figlio di un commerciante in ”generi coloniali”, ancora adolescente stabilì un rispettoso rapporto con Croce, cui si rivolgeva spesso ricevendone risposte scritte. Ma, anche a causa del culto che professava al meridionalista Guido Dorso, anche lui avellinese, si spinse ben presto su posizioni più radicali di quelle liberal-crociane: fu il partito d´Azione la sua prima casa politica. Dopo la laurea a Firenze, l´insegnamento nei licei lo portò a Molfetta, Bisceglie, Bari, Pescara. A Roma conobbe Alicata, Trombadori, Lombardo Radice già in odore di comunismo. Con Alicata, pubblicò un´antologia di letture per gli studenti medi, Avventure e scoperte. Era il 1941. Aveva intanto cominciato a frequentare i giovani antifascisti della casa editrice Einaudi: oltre a Pintor, Franco Antonicelli, Cesare Pavese, Leone Ginzburg. Collaborava, contemporaneamente, alla rivista Primato di Bottai. Quando, fra il ’40 e il 41, Muscetta diede vita, con Alicata, Trombadori e Giuliano Briganti al periodico La Ruota, il regime fascista si avviava al crollo. In anni assai più tardi Sandro Pertini, ogni qualvolta incontrava il critico irpino, lo ricordava seduto su un bugliolo a Regina Coeli in atto di declamare ottave dell´Orlando furioso: intratteneva così i suoi compagni detenuti della cella 339. Vi era stato rinchiuso nel novembre del 1943. Con lui furono presi vari altri militanti azionisti, fra i quali Leone Ginzburg e Manlio Rossi Doria, redattori dell´Italia libera, il quotidiano clandestino del partito, animato, fin dalla fondazione, dallo stesso Muscetta (proprio di lui in veste di giornalista, Carlo Levi avrebbe disegnato nell´Orologio un profilo ammirato). Ginzburg sarebbe morto in carcere nel febbraio del ’44. Gli altri scamparono per un soffio alla strage delle Fosse Ardeatine, cui sarebbe stato dedicato un successivo numero dell´avventuroso quotidiano azionista. Organo, d´altronde, d´un partito non meno avventuroso, che all´atto dello scioglimento, nel 1946, non aveva ancora scelto - secondo il motto celebre d´un suo dirigente - il proprio ruolo nel futuro del Paese: ”Un grande partito democratico, o una piccola eresia socialista?”. L´eresia, Muscetta ritenne d´averla trovata altrove. Il 5 marzo del 1947 era già iscritto al Pci. Ma quando, dieci giorni più tardi, Togliatti illustrò in Parlamento la decisione del suo partito di votare per quell´articolo 7 che inseriva i Patti Lateranensi nella Costituzione, Muscetta cominciò a soffrire. Nei dieci anni successivi, pur fra incensi bruciati in lode della Russia e di Stalin e grandi e forse troppo arcigne difese, in letteratura, del realismo e del neorealismo, le sofferenze gli si acuirono. Si trattava, sono sue parole, di ”quelle ingoiature di rospi in cui erano messe a dura prova le virtù digestive del buon militante”. Muscetta ne deglutì tanti. Qualcuno però, magari piccolo, lo fece ingurgitare anche al partito. Come quando, direttore con Gastone Manacorda della rivista Società, pubblicò una clamorosa stroncatura del romanzo Metello di Vasco Pratolini, caro a Togliatti. Il capo del Pci lo rimproverò. Non sarebbe stata l´ultima volta. La volta successiva fu quando, dopo i fatti d´Ungheria dell´ottobre 1956, un gruppo d´intellettuali comunisti redasse un documento di protesta: la famosa ”lettera dei 101”. Vi aveva messo mano, con pochi altri, Muscetta. E a lui il leader del Pci inviò un biglietto amaro e ammonitore. Lo si può leggere in un volume di memorie muscettiane intitolato L´erranza (1992). Togliatti accusava i firmatari di essere dei militanti capaci di osservare la disciplina ”solo quando le cose vanno bene”. Li chiama ”i compagni del vento in poppa”. E concludeva: ”Ora, e per un po´ di tempo, il vento in poppa non lo avremo”. Per Muscetta, comunque, l´esperienza comunista era conclusa. Si dimise dal Pci nel luglio 1957. Comunista o ex, Muscetta è stato sempre uno spirito caustico. Un polemista vivace e ingegnoso, a volte insolente. Certe sue stoccate restano degne di ricordo. Porta la sua firma, ad esempio, la più fiorita raccolta di malignità che sia possibile leggere contro Curzio Malaparte. Resta impresso il modo brusco e apparentemente cinico che adoperò per troncare sul nascere ogni pettegolezzo politico sul suicidio del suo vecchio amico Cesare Pavese: ”Essendosi dimesso dalla vita”, scrisse, ”egli si è dimesso anche dal partito comunista”. Non meno tagliente un giudizio su Vittorini, quando apparve (ma era solo un pretesto) una sua prefazione a un Goldoni edito da Einaudi. ”Fa della politica senza saperlo”, lo attaccò Muscetta, ”così come ha fatto il comunista senza saperlo e ora fa il liberale senza saperlo. E andrà a messa: sempre senza saperlo. Così”. Contro Il Mondo di Pannunzio si abbandonò a un ingiusto furore: ”Altro che liberali, questo sono gesuiti con la lobbia!”. La sua dipendenza ideologica dal Pci non era, però, assoluta. A mitigarla interveniva l´allergia di Muscetta per una certa retorica praticata dai comunisti in materia di arte e letteratura. Una volta, in una lettera a Vie Nuove, vituperò Antonello Trombadori perché praticava ”una concezione estetica” che, ”non ostante la fraseologia di partito in cui si ammanta, è esattamente quella che aveva l´oscurantista Cesare Cantù, per il quale esistevano dei contenuti buoni o cattivi esteticamente”. Accusò di decadentismo - quasi fosse una colpa - Giacomo Debenedetti, celebre critico dell´Unità. Con spirito epigrammatico avrebbe poi bersagliato Franco Fortini, battezzandolo ”Doctor Disgelicus”, perché troppo fiducioso nel disgelo culturale in epoca kruscioviana. E avrebbe apostrofato ruvidamente Pasolini, "poeta di vita, apostolo doppio delle borgate romane, Pietro e Paolo...". Eccessivo, settario? Certo. Ma taluni dati di temperamento hanno anche i loro risvolti positivi, e ne vengono soverchiati. Muscetta non si camuffava. Nell´atto stesso di aderire al Pci aveva fatto capire, scrivendolo sull´Unità, che non se la sentiva di "rinunciare a certi abiti culturali con la stessa disinvoltura con cui si dismette un abito logoro". E sarebbe apparso credibile, più tardi, dichiarando: ”Il dissenso ideologico di rado mi ha impedito di riconoscere le doti specifiche di un lavoro d´arte”. Si può capire, comunque, che un personaggio così abbia attraversato una carriera accademica non sempre facile. Nel descriverla, parafrasava un verso di Montale: ”Spesso il male di cattedra ho incontrato”. A Roma, a Catania, a Parigi, di nuovo a Roma, l´itinerario dell´ "italianista´´ Muscetta è stato vario e agitato, impigliandosi nel Sessantotto e vivendolo dalla parte dei contestatori - si considerava, infatti, un perenne ”arcistudente” - e, quasi a fine carriera, nella protesta del ’77, ”miserrima replica” di quella del decennio precedente. Più di recente, quando andavi a trovarlo poco prima che la senescenza lo bloccasse, Muscetta aveva sempre pronto un epigramma da farti ascoltare. Era un ex comunista di genere anarcoide, laico-protestatario. Aveva bollato in versi il compromesso storico, voluto da quel segretario del Pci che egli ribattezzò ”Berlinpace”. Ironizzava su Luciano Lama e il suo cognome: ”Una vera jattura. - E´ fuori del fodero, - senza punta, né taglio, - e senza impugnatura”. Ma neppure l´Occhetto dei tardi anni Ottanta gli andava bene: lo trovava burocratico, ”consociativo” e troppo legato all´ultimo Togliatti, quello di Yalta. ”Un giovane papale - fa la guardia al Memoriale - Memoriale e Occhetto, - comunista prefetto”. Nel declamare questi suoi scherzi il sornione Muscetta, che si autodefiniva ”gatto lupesco”, sogghignava compiaciuto per propria ”verve bouffonne”. E la sua non era una risata da vegliardo" (Nello Ajello, ”la Repubblica” 23/3/2004). "Basta sfogliare un qualunque dizionario della letteratura italiana per trovare Carlo Muscetta consegnato al lettore in poche, esaustive righe, che lo descrivono come ”critico storicista e marxista (è stato direttore di Società ), che ha dedicato i suoi studi più importanti a De Sanctis, Boccaccio, Belli”. Parli poi con chi lo ha conosciuto a quei tempi, e l’immagine che ti viene consegnata è quella d’un uomo di potere in ambito culturale e ideologico ben preciso. [...] ”Mus”, per dirla col nomignolo affibbiatogli da Cesare Pavese. Stando almeno a quanto questi gli scrive il 13 agosto 1943: ”Caro Mus, sento che le tue mene lupesche vanno a tutto vapore, e che soffiando di qua e di là domini e atterrisci la sede romana. Vergognati”. Parole affettuose, quelle di Pavese. Non disgiunte da un divertito celiare; come quando, in risposta a una lettera elogiativa di Muscetta sul suo romanzo Il compagno, tuttora conservata all’Archivio Einaudi, il romanziere scherzava su questi ”entusiasti che non mi fanno mai recensioni”, mentre ”quelli che me le fanno sono sempre i cacadubbi”. E le lettere di Pavese sono importantissime proprio perché svelano un volto meno noto oggi di Muscetta, rispetto a quello consegnato soprattutto agli ambiti sopra ricordati e, ancor più, alla Letteratura Italiana Laterza. Storia e testi, impresa che lo ha visto come direttore tra il 1972 e il 1980. Ed è il volto dell’organizzatore di cultura. In un ambito di grande fervore, come quello della nascente casa editrice Einaudi per la quale cura l’Ortis di Foscolo (1942), Memorie e pensieri d’amore di Leopardi (1943), le Opere di Guido Dorso (1949-50), prima di intraprendere l’allestimento della vasta crestomazia poetica del Parnaso italiano (sempre per Einaudi) e, soprattutto, la meritoria curatela delle Opere di quel Francesco De Sanctis al cui insegnamento si rifaceva, sia pur con la successiva correzione della lezione crociana nella lettura di Luigi Russo e quindi di quella gramsciana. Ed è da De Sanctis che Muscetta eredita quelle nozioni di storicismo e realismo che divengono centrali nei suoi studi. Chi voglia davvero capire il Muscetta di quegli anni (che sono poi quelli della sua definitiva formazione) non può non rifarsi alle raccolte (significative sin dai titoli) Letteratura militante (1953) e Realismo e controrealismo (1958), definitivamente approdati nel 1976 al volume Realismo, neorealismo, controrealismo . Saggi che dicono della sua ricerca di un modello autonomo di realismo, affrontata con spirito vivace e polemico, muovendosi tra rivalutazioni di autori minori regionali (Misasi, Padula, Nieri), e prese di posizioni nette, anche all’interno dello stesso vertice culturale del Pci. Come quando nel 1955 scoppia la polemica a proposito del Metello di Pratolini: che vede Muscetta e Società contrapposti a Salinari e Il Contemporaneo: quest’ultimo schierato in difesa del romanzo, nel quale vedeva prendere corpo un nuovo tipo di realismo, e Muscetta teso a sottolineare le carenze ideologiche del romanzo, che in tal modo diveniva ”idillico” ed esprimente ”nulla di più estraneo al socialismo di quest’anima piccolo-borghese” del protagonista. Dove si nota anche il procedere critico di Muscetta: che muove dal piano individuale dell’autore (l’aspetto ideologico, innanzitutto; quindi il risvolto psicologico; infine le considerazioni stilistiche non aliene, come si vede nel caso di Boccaccio, anche dall’attenzione al dato testuale e variantistico), per giungere alla situazione storico-culturale. Un procedere, puranche ”animoso” (come diceva di lui Cecchi), nel quale si sposavano i temi del realismo e dell’umanesimo. Quelli che, nel segno della lezione crociana, lo portavano a cercare nelle opere analizzate ”l’uomo con le sue passioni, con le sue esperienze, con i suoi problemi e i suoi ideali, morali e politici”" (Ermanno Paccagnini, ”Corriere della Sera” 23/3/2004). "Fin dal 1931, a 19 anni, in una lettera a don Benedetto dove la devozione non faceva velo alla rude franchezza, lamentava l’’abisso incolmabile” tra la sua opera di scrittore e la sua vita pratica. Pretendeva cioè che il filosofo, chiuso in una ”intima e cupa solitudine”, si facesse più esplicito maestro di impegno morale. Va dunque registrata in lui la precoce esigenza di confrontarsi con la realtà del suo tempo, di eludere ogni intellettualistica separatezza. Presto si sarebbe affrancato anche dal crocianesimo letterario, sulle linee di un’opzione realistica aperta più avanti alle istanze del marxismo. Oltre agli specifici contributi su Belli e Boccaccio, agli scritti di critica militante su Otto e Novecento, va ricordata la cura dell’opera omnia di De Sanctis pubblicata da Einaudi, la direzione della Storia della letteratura italiana pubblicata da Laterza dove (siamo ormai agli anni 70) il suo storicismo lascia il varco alle nuove, più moderne, applicazioni metodologiche. A uno sguardo retrospettivo, la figura di Muscetta sembra imporsi come quella di un fervido testimone della cultura e della storia del Novecento. Lo troviamo intero nelle pagine di rievocazione e riflessione autobiografica intitolate L’Erranza (per le catanesi Edizioni del Girasole, 1992), scritte con piglio vigoroso, con una nativa, mordace disposizione che non di rado trapassa in malinconia. Ci sono le fatiche e gli affanni del giovane studente e professore che vuole uscire dalle angustie della provincia. C’è la ”dissimulazione onesta” che lo induce a iscriversi al partito fascista per insegnare nella scuola pubblica, sottraendosi alle servitù dell’istituto barese retto dai padri gesuiti. Nel 1939, a Roma, partecipa al concorso che deve promuovere i candidati ai Littoriali di Trieste (i Guf, i Littoriali, sono un passaggio comune a molti della sua generazione, una paradossale scuola di mutuo riconoscimento, di libertà). Là conosce Giaime Pintor che così lo ricorda: ”Si alzò un piccolo individuo grasso che veniva dalla provincia e che nessuno conosceva. Fu un discorso sorprendente per la maturità del tono e la ricchezza dell’informazione”. Nasce tra i due una feconda amicizia che, intorno alla rivista Primato, si allarga ad altri, come Alicata e Trombadori, che diventeranno esponenti dell’antifascismo romano. Nel 1940, dopo un’immersione nell’Azionismo torinese (ma da tempo aveva stretto amicizia con Ginzburg) diventa uno dei ”senatori” romani della Einaudi, fornisce un contributo decisivo per la collana Universale. Nel novembre del ’44 viene catturato con Ginzburg insieme all’intera redazione de L’Italia libera e, assegnato a un campo di lavoro, sfugge miracolosamente alla morte. Dopo la guerra si iscrive al partito comunista, che lascerà nel ’56 dopo un vivace diverbio con Togliatti sui fatti d’Ungheria. Nel lavoro alla Einaudi trasfonde la sua passione politica, non immune da umorale faziosità, che lo oppone talvolta a Pavese e allo stesso Giulio, il principale. Da sospettoso anticlericale, detesta i comunisti cristiani, Felice Balbo è la sua bestia nera. Le pagine autobiografiche di Muscetta sono preziose per ripercorrere quella intensa, controversa stagione, per accostare una galleria di personaggi straordinari, ritratti da una penna icastica che, senza mai deflettere, si ammorbidisce nella distanza della memoria" (Lorenzo Mondo, ”La Stampa” 23/3/2004).