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 2002  settembre 14 Sabato calendario

Il primo incontro di Carmelo Bene e Luisa Viglietti, quando lui aveva 56 anni, lei meno di 30: «Lui era il genio inquieto, io una quieta ragazza napoletana, diplomata all’Accademia di Belle Arti, arrivata a Roma con l’idea di fare la costumista free-lance»

Il primo incontro di Carmelo Bene e Luisa Viglietti, quando lui aveva 56 anni, lei meno di 30: «Lui era il genio inquieto, io una quieta ragazza napoletana, diplomata all’Accademia di Belle Arti, arrivata a Roma con l’idea di fare la costumista free-lance». Si conobbero perché Bene cercava qualcuno che, in due settimane, mettesse insieme i costumi per lo spettacolo che stava preparando (Hamlet Suite). Lei fu sorpresa di non trovare l’uomo «aggressivo e irritabile descritto dalla stampa»: «Mi parlò per tre ore di ciò che voleva per lo spettacolo, con la velocità di una mitragliatrice, ma accettando, paziente, che ogni mezz’ora scappassi in bagno a fare la pipì». Lui cominciò a corteggiarla durante le prove dello spettacolo assieme: «Si appostava dietro gli angoli per saltarmi addosso. Era divertentissimo. Giocava, faceva Pinocchio». Dapprima restia, perché prossima al matrimonio («una di quelle storie dove tutto va bene, ma sotto sotto non va bene niente»), Luisa alla fine cedette: «Carmelo invitò tutta la troupe ad andare con lui al Festival del cinema di Taormina. Tentennai, chiamai il mio fidanzato a Napoli dicendogli della proposta, ma concludendo: ”Vengo a casa”. Lui, infuriato, mi gridò di non volermi più vedere. Così mi presentai da Carmelo: ”Ho lasciato il fidanzato, sto qua”. ”Chi se ne frega!”, sbottò lui e per due giorni fece il prezioso. Poi venne a cercarmi nella mia camera: ”Ti porto nella chiesetta, ti voglio sposare”. Celebrammo nella cappella dell’albergo, in privato». Duri i primi tempi insieme: «Dovevo scardinare le abitudini per adeguarmi a lui che aveva una capacità di lavoro disumana. Anche lui ha dovuto adattarsi a me, al mio accento per esempio. La sua proprietà di linguaggio non ammetteva errori, a una parola sbagliata saltava su. Mi correggeva, ma io non ci badavo. Un giorno sospirò: ”In otto anni non sei riuscita a imparare l’italiano. Hai quasi rovinato il mio”» .