Varie, 3 ottobre 2002
FOSSATI
FOSSATI Mario Monza 29 settembre 1922. Giornalista • «Che scriva di campioni issati sopra quattro fatati zoccoli, o di umani dannati a spingere pedivelle, o di Pelle e Oss brianzoli appesi su una voragine, riesce regolarmente ad andare oltre la cronaca, pur mantenendo una precisione di dettaglio da orafo. [...] Come ti ho conosciuto, vecchio Mario, tu stavi alla ”Gazza” che ancora faticava a tornare rosa, per la penuria di carta, subito dopo la guerra. C’eri andato, in Russia, con l’ottavo Fanteria, per uno spintone inflitto a un professore della seconda liceo. Perso lo status di studente, ti avevano subito arruolato. ”Ben ti sta” ti aveva detto un padre esemplare, sindacalista cattolico dei popolari di Sturzo. Ho passato infinite sere, tra una tappa e l’altra del Giro, a sentirti raccontare storie che parevano nuovi capitoli de Il Sergente nella Neve, di Rigoni Stern. Accerchiati nella sacca sul Don per tre mesi, liberati dai tedeschi, ritirati sparandovi addosso con gli alleati rumeni. Ricordo che mi avevi detto come, di quattordici amici dell’osteria Robbiati di Monza, tu fossi l’unico a ritornare. Non è solo fortuna. Ci vogliono anche qualità, per cavarsela. E immaginazione. Una volta che ti chiedevo se ti fossi rifugiato in montagna, nel ’44, mi avevi risposto che il luogo più sicuro, per sfuggire alle retate, ti era parso San Siro. Ma certo, l’ippodromo, avevi confermato. Federico Tesio, il protoallenatore, aveva avuto garanzie che, almeno lì, i tedeschi non avrebbero messo naso, se non per scommettere. In quella zona franca, si incontravano gappisti, partigiani, ricercati. Né mancava il giovane Luchino Visconti, geniale nel dirigere cavalli, non meno di quanto sarebbe stato in seguito con gli attori. Finita la guerra, si erano dischiuse a metà le porte della ”Gazzetta”. Collaborazioni, partite di Serie C. Fino all’arrivo di un tuo coetaneo, che già avevi sfiorato, cercando di intrufolarti tra i paracadutisti: Gianni Brera, giovanissimo direttore. In un mondo di tecnici che non sapevano scrivere, e di retori che ignoravano la tecnica, era penetrato un lampo di intelligenza, e di cultura. Retour de Paris, dove aveva studiato atletica, Brera aveva raccolto attorno a sé gente quale Gigi Gianoli, Giorgio Fattori, Gian Maria Dossena. Ti aveva mandato a studiare ciclismo, e avevi fatto in fretta. Ne avevi conosciuti tanti, e amati tanti. Gente coraggiosa, quei ciclisti, gente capace dell’umanità dei poveri. Tu, che ricco non eri, né mai saresti diventato, ti ci eri felicemente imbrancato. Ti stimavano. Vivevi con loro, rischiavi spesso la pelle con loro, giù dalle discese. Ricordo le mie prime esperienze, con l’autista Pep che piombava sulle curve sterrate in controsterzo, a cento l’ora: ”Ti abituerai - mi avevi sorriso”. ”Certo, a Wimbledon è più tranquillo”. Tra tutti gli eroi della bicicletta, il prediletto non poteva essere che Coppi. Ormai che tutto è consegnato alla storia, si può addirittura dire che, in un Giro ormai destinato a Koblet, dopo un gentlemen agreement, Coppi sarebbe rimasto nel gruppo, se tu non l’avessi provocato, non l’avessi pungolato ad attaccare nuovamente, contro ogni patto, quello svizzero che, sopra i millecinquecento, diveniva simile ad un cicloturista asmatico. Un pezzetto del Giro 1953 è anche tuo, vecchio Mario, anche se, con la tua fanatica onestà calvinista, non cessi di rimproverartelo. ”Non è ancora nato il prete dal quale Fossati accetterà di confessarsi”, mi disse una volta Gino Bartali. Di Coppi, potresti parlare sere e sere. Del magico cortile del massaggiatore cieco e benevolo stregone Cavanna, un luogo che attirò da pellegrino Anquetil, e lo spinse ad esclamare, lui cinefilo: ”Ma questo è il neorealismo!”. Quando il grande Gioan raccolse i materiali per il libro su Coppi, le riunioni si svolgevano in tua compagnia, di fronte ad una muta testimone, una stenografa pavese. Gianni amava dire che quel libro era anche tuo. Era una bella squadra, la nostra del ”Giorno”, nata non troppo a caso nel 1956: naufraghi di un folle settimanale, Sport Giallo, e transfughi, come te, della ”Gazza”. C’erano, con Brera, il nostro dolcissimo capo Pilade Del Buono, e Pico della Mirandola ambulante, Giulio Signori. A loro raccontai una volta che, in una pausa di riposo del Giro, ti avevo acquistato il copione di Ricorda con Rabbia, di John Osborne, il capocorrente dei Giovani Arrabbiati. Passa un giorno, passa l’altro: non accennavi minimamente al testo. Mi chiedevo se l’avessi letto, finché mi decisi a domandartelo. ”Dilettanti”, fu l’ironica risposta. Nel riferire l’aneddoto a Giulio Signori, ne ricevetti in cambio uno non meno indicativo del tuo carattere di Burbero Benefico. Arrivati alle Olimpiadi di Città del Messico eravate stati accolti, alla mensa, da uno studente travestito da cameriere, che aveva invano armeggiato intorno ad una bottiglia di vino, sino a spezzarne il tappo. ”Vogliono le Olimpiadi, e non sanno aprire una bottiglia” avevi digrignato. Il mattino seguente, come per miracolo, la prima colazione era stata servita in perfetta regola, con mirabile rapidità. ”Vedi che migliorano”, aveva osservato Signori. ”E’ per mandarci via prima”, avevi commentato. Ma ci vorrebbe una biografia, anche perché l’autobiografia non la scriveresti, nemmeno te la chiedessero. ”A chi può interessare la vita di un vecchio cronista di sport, uno che avrebbe già dovuto piantarla lì da tempo, uno che presto la pianta davvero”, mi hai detto una sera. Ti prego, vecchio Mario. Continua. Chi leggiamo, sennò?» (Gianni Clerici, ”la Repubblica” 29/9/2002).