3 ottobre 2002
SANSONE
Giovanni. 52 anni (3/10/2002). Imprenditore edile, costituitosi il 19 settembre 2002 dopo 7 anni di latitanza, «ha sulle spalle un condanna definitiva per associazione di stampo mafioso (12 anni) e un ergastolo in primo grado per la guerra tra cosche degli anni Ottanta. [...] Non è un semplice manovale sebbene abbia dato ”il suo contributo alla vittoria militare dello schieramento dei corleonesi”, secondo la definizione fornita dal pm Marcello Musso che per lui ha chiesto e ottenuto il carcere a vita. E’ un ”professionista”. Dicono che sia bravo a sbrigare gli affari delicati, tanto da essere indicato dai pentiti Giovanni Brusca e Gioacchino La Barbera come uno dei responsabili della ”squadra delle pulizie” di Cosa nostra, che il 15 gennaio del ’93 ripulì la casa e la stanza blindata di Totò Riina subito dopo aver appreso la notizia della cattura dell’illustre inquilino del comprensorio di via Bernini da parte dei carabinieri del Ros. Il suo è un lungo curriculum. Tra l’altro, è il genero del pentito Salvatore Cancemi e il cugino dei tre fratelli Sansone, uno solo dei quali è stato assolto dall’accusa di aver favorito la latitanza di Riina, nonché fratello di Pino Sansone nel cui maneggio fu trovato nel 2002 un telecomando ossidato (una reliquia) del tutto simile a quelli usati per le stragi del ’92. A questa storia, però, ora vanno aggiunte due appendici. Uno: l’orario che sceglie per consegnarsi davanti alla porta carraia del nuovo carcere di Palermo anticipa di poco la conferenza stampa della procura di Palermo nel corso della quale diventa di pubblico dominio la collaborazione di Antonino Giuffrè, il braccio destro di Bernardo Provenzano. Due: dopo 10 giorni in cui i giornali dedicano gli solo poche righe, ci pensa il prefetto Mario Mori a porre un interrogativo alla commissione parlamentare Antimafia: ”Bisogna decifrare, capire perché Sansone si è consegnato”, ha detto il leggendario colonnello Mori che nel ’93 portò il Ros sulle tracce di Totò Riina fino a farlo catturare. La sua consegna, dunque, può avere molte spiegazioni. Quella minimale, sostenuta anche da alcuni pm di Palermo che forse vogliono coprire eventuali sviluppi, parla di una mossa difensiva in vista del processo di appello previsto, però, tra molti mesi. Quella più problematica, invece, evidenzia un fuggiasco che ha sentito puzza di bruciato oppure che vuole dimostrare di essere estraneo a quello che potrebbe accadere in un prossimo futuro. Di pentimento, sulla scia della collaborazione di Giuffrè, nessuno parla. Resta il capitolo della cattura di Riina. Vale la pena rileggere il verbale d’udienza (Firenze, 11 gennaio ’98) con le dichiarazioni spontanee rese da Giovanni Brusca che accusò il Ros: ”Sotto sotto, siamo stati pilotati dai carabinieri. Di Maggio (il pentito che indicò i luoghi, ndr) aveva fatto un patto per farlo arrestare in mezzo alla strada e per non fare individuare la casa. Chi lo voleva prendere poteva anche farlo mentre dormiva, con un blitz”. E’ infatti ancora un mistero la mancata perquisizione immediata del rifugio di via Bernini e l’imprenditore che si è consegnato il 19 settembre quella storia dovrebbe conoscerla bene. Ancora dalle dichiarazioni di Brusca, che ricostruì le ore successive all’arresto: ”Chiamai Giovanni Sansone. Ci vedemmo verso l’1 o le 2 del pomeriggio in un negozio e gli chiesi se era possibile fare uscire (dalla casa) la moglie e i figli di Riina che poi furono consegnati a Gioè e a La Barbera e portati alla stazione e da qui, in taxi, a Corleone... Poi Giovanni Sansone mi raccontò che avevano tolto (dalla casa) anche i più piccoli indizi... Tutto quanto era stato bruciato, la casa imbiancata, tolti anche i capelli dei bambini. E così noi ci chiedemmo: perché fanno questa pagliacciata? Visto che lo sapevano già dove era la casa”» (Dino Martirano, ”Corriere della Sera” 3/10/2002).