Varie, 4 ottobre 2002
SQUILLANTE
SQUILLANTE Renato Napoli 15 aprile 1925. Ex magistrato. Capo dei giudici preliminari romani, fu travolto dall’inchiesta sulle sentenze Sme e Imi-Sir. Nel 2006 fu assolto in Cassazione • «[...] Per i pubblici ministeri milanesi Ilda Boccassini e Gherardo Colombo, Squillante era colpevole di corruzione, anche se non aveva mai venduto una delle sue sentenze: la sua corruzione stava nell’essersi messo al servizio di imputati ed avvocati dalla mazzetta facile, facendo da sponsor dei loro affari nel palazzo di giustizia di Roma. Per questo, per il suo ruolo nell’affare Imi-Sir e per i suoi rapporti con Cesare Previti, Squillante era stato condannato in appello a cinque anni di carcere. [...]» (Luca Fazzo, ”la Repubblica” 21/4/2006) • «Ilda Boccassini, di accuse e sospetti, gliene butta in faccia già abbastanza. Come mai Felice Rovelli lo chiamava così spesso proprio nel periodo in cui si andava definendo la sentenza che gli avrebbe fatto avere mille miliardi e come mai tante telefonate con Gaetano Caltagirone che guarda caso era sposato con la figlia del vecchio Rovelli e come mai aveva tutti quei soldi sui conti svizzeri e perché i suoi figli cercarono di farli sparire portandoli via in due enormi valigie? Manco fa finire le domande, don Renato. E si catapulta impaziente sulle risposte, mescola all’impazzata congiuntivi e condizionali, si avvita in subordinate e sub-subordinate, si intorcola, perde il filo, lo ripiglia, lo riperde, frana: ”Scusi, Presidente, non mi ricordo più la domanda”. E come gliela rifanno riparte zigzagando a testa bassa fino a che il presidente lo interrompe nello sdiluviante monologo e chiede con la sua vocina educata: ”Scusi, dottor Squillante: può tornare a quanto le è stato chiesto?”. Iiiiihhh! Preside’, facile parlare, stando là con quella toga che un tempo portava pure lui quando lo ”invitavano a far lezione alla Georgetown University” e lo facevano ”parlare pure alla Carnegie Hall!” e gli ”presentavano pure Sophia Loren”. Mica facile spiegare la sua posizione. Logico che sia ”’nu poc’ nervoso” e che gli scappi anche un ”checcazzo!”. Che racconti di aver visto Rita Rovelli una volta sola tantissimi anni fa ”a Capri, a casa del padre e forse la vidi in fasce o lattante o piccolissima o non ancora nata”. Ricorda quando andava in Svizzera e il funzionario della banca gli mostrava gli estratti conto e poi ”li infilava nella macchinetta che trita la carta e la riduce in pezzetti”. E spiega che, per carità, mai avrebbe immaginato che quella banca, ma guarda un po’ che coincidenza, appartenesse proprio a Nino Rovelli. E dice che sì, si rende conto che non è facile spiegare come mai aveva tutti quei miliardi sui conti esteri ma lui può spiegare tutto. Facile non è sicuramente. Dice il ritaglio di un’intervista al figlio Mariano che certo non lui era ricco di famiglia: ”Nonno aveva 11 figli e a Napoli durante la guerra vivevano nella miseria”. Dicono le sue deposizioni che mai si è sognato di fare una cosa gravissima come giocare in borsa mentre era alla Consob. Dice una notizia Ansa che nel 1981 un magistrato del suo livello guadagnava 20.739.000 lire lorde l’anno. Tema: se oggi dice che nel 1981 aveva in Svizzera ”circa 3 miliardi di allora” (oltre 9 in lire 2001), come se li era fatti? Ma no, risponde, mica erano tutti soldi suoi. Gli avevano dato soldi da esportare i suoceri ”che tenevano un’oreficeria a Napoli molto redditizia” e poi suo cognato che ”aveva una pellicceria ma trattava pure gioielli e anche diamanti” e poi ancora la famiglia di sua moglie che ”aveva quattro fratelli”. Tutta gente alla quale si sarebbero poi aggiunti i figli giornalisti Fabio che stava a Mosca e allora quelli di Mosca venivano pagati in Svizzera e Mariano che ”da inviato della Rai mandava soldi dall’Africa” e poi i consuoceri che ”s’erano arricchiti con le banane”. Per non parlare dell’appartamento che lui aveva venduto ”proprio davanti al Pantheon” per 420 milioni ”di cui 220 incassati in nero”. O di quella volta che un nipote aveva deciso di andare a vivere a Londra e ”allora gli procurammo una provvidenza per aprire un ”pubbe’”. Insomma, si sa come sono le famiglie. Per la moglie, lui, stravedeva: invece di regalarle due orecchini, pensò d’aprirle un sontuoso conto svizzero. Perché non gliel’aveva detto? Era una sorpresa, presidente: ”Ciò che proprio mi dispiace è che hanno sofferto i miei figli, mia moglie, mia nuora...”. Per questo, tante volte, ha ”meditato sul suicidio”. Meno male che gli è passata. Ma è stata dura. Scusi dottore, gli chiedono, come mai ”non teneva una sola carta che provasse questo giro di soldi dei parenti?”. ”Presidente: sapevano che ero onesto”» (Gian Antonio Stella, ”Corriere della Sera” 4/10/2002).