Varie, 7 ottobre 2002
Tags : Wislawa Szymborska
SZYMBORSKA Wislawa Cracovia (Polonia) 2 luglio 1923. Poetessa. Premio Nobel per la letteratura 1996 • «Nel discorso che fece a Stoccolma, nel 1996, quando le fu consegnato il Nobel della letteratura, Wislawa Szymborska disse che ”il poeta odierno è scettico e diffidente anche - e soprattutto - nei confronti di se stesso
SZYMBORSKA Wislawa Cracovia (Polonia) 2 luglio 1923. Poetessa. Premio Nobel per la letteratura 1996 • «Nel discorso che fece a Stoccolma, nel 1996, quando le fu consegnato il Nobel della letteratura, Wislawa Szymborska disse che ”il poeta odierno è scettico e diffidente anche - e soprattutto - nei confronti di se stesso. Malvolentieri dichiara in pubblico di essere poeta, quasi se ne vergognasse un po’”. [...] Per lei scrivere in versi significa avere consapevolezza di una forma che ha al suo interno possibilità di culmine, in cui l’andamento pacato e ragionativi si curva all’improvviso ”in un’immagine o in un paradosso che apre una verità profonda che appartiene a tutti”.[...] La poesia della Szymborska, che ha il dono di una piana limpidezza e di un’ingannevole semplicità, di un’ironia che non è solo sapienza stilistica, ma ”percezione della fragilità”, rivela una natura intellettuale e filosofica: ”Un signor Cogito - ha scritto Mario Andrea Rigoni - la governa”, ricavando dagli argomenti più ovvi connessioni analogie e metamorfosi sorprendenti. Il suo è un patire il mondo, appassionandosene, affascinati da una complessità impenetrabile, come dinnanzi all’esistenza e al suo misterioso fluire, ”un fiume scintillante/ che dall’oscurità nasce e nell’oscurità scompare”. Senza capirlo del tutto, amandolo senza possederlo, stupendosi senza stupirsi fino in fondo. ”Il poeta deve di continuo ripetere a se stesso: ’non so’”. Appena scrive, lo invade il dubbio, dice ancora la Szymborska. Con l’esperienza (il sentimento) dello stupore, eterno è il suo viaggio di ricerca scrutando l’abisso del nostro cuore in un lento procedere verso (e dentro) noi, in un cammino impervio di conoscenza di sé e del mondo. lieve tenace esaltante apprensione (anche, ma non solo, amorosa: Appello allo Yeti contiene alcuni tra i più luminosi versi d’amore scritti dalla Szymborska) che ha come oggetto la realtà, l’avventura del viverla,la possibilità o l’impossibilità di afferrarla, possederla conoscerla: ”i miei segni particolari/ sono l’estasi e la disperazione”. Partendo da dati anche autobiografici (gli spezzoni di vita quotidiana che si addensano nella arguzia metafisica e nella densità gnomica e talora minimalista della Szymborska) si scava in se stessi, si va giù come un minatore, si può trovare una zona dell’io che è di tutti, che era in tutti, che solo dormiva. Si passa dall’io al noi, così come Milocz dice che accade nella poesia polacca del secolo scorso, assai antinovecentesca da questo punto di vista: il massimo di narcisismo possibile porta al paradosso di ritrovare gli altri. Come un cuore oscuro in cui - se non scendi, se persisti nello sguardo distaccato dall’alto della conoscenza, senza esserne toccato, all’insegna del più radicale risparmio emotivo - la salute e il sapere rimangono un miraggio: ”Chi non conosce l’amore felice/ dica pure che in nessun luogo esiste l’amore felice./ Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire”» (Renato Minore, ”Il Messaggero” 1/5/2005). «Naviga sette leghe più in alto di tanta poesia novecentesca. Ne è [...] perfettamente consapevole e amministra il suo dono con grande parsimonia: dopotutto la poesia non è un mestiere come un altro, non si esercita a orario, arriva quando vuole. [...] tradotta in moltissimi paesi. Lei comincia a raccontare con una certa emozione che Brodskij, il grande poeta russo esule in America, un altro Nobel, aveva tradotto alcune sue poesie. Ricorda di essere andata a Venezia sulla tomba di Brodskij. ”C´è un quadernetto dove chi vuole segna un pensiero”. In Russia non è molto tradotta. ”Non lo sono in genere i polacchi”, conclude, aggiungendo però che la Achmatova tradusse due sue poesie... Eppure la poesia polacca del Novecento non è certo un´esperienza periferica. Tant´è che i Nobel, caso abbastanza raro, sono due: Milosz, che ha avuto il premio nel 1980, e poi, nel ’96, Szymborska. [...] In casa Szymborska si organizzano piccole lotterie dove gli ospiti vincono cravatte, bottigliette mignon di liquore, piccoli oggetti confezionati da lei. Il valore ovviamente è simbolico. [...] ”Il cinema è una grande passione, non il teatro - aggiunge - ma proprio il cinema”. [...] Le sue poesie hanno spesso una forza cinematografica. [...] Il suo regista preferito [...] è quell´inglese famosissimo ... l´autore dell´Arancia meccanica e poi subito ritrova il nome, Kubrick. ”Ma anche Polanski. Credevo che dopo Schindler List fosse difficile realizzare un film su quei temi e invece Il pianista è un film molto emozionante. La macchina riprende spesso le serrature quasi a dare un´idea concreta della reclusione”. [...] La sua capacità di vedere le cose da un punto di vista ironico, toccando spesso il cuore del vivere, come quando scrive che dai sogni ci si sveglia, ma dalla veglia no, come a dire che dalla vita che ci tocca non si può fuggire più di tanto. A lei è toccato d´essere comunista, ha scritto anche una poesia per Stalin. [...] Ha lasciato il partito comunista nel 1966, il che per lei voleva dire passare da un lavoro con uno stipendio in una redazione a collaborazioni precarie. Le sue risposte agli aspiranti scrittori, una piccola posta, tradotta ora anche in italiano, che teneva su una rivista e che è, nel suo genere, un capolavoro. Anche di perfidia. ”Ammetto di averne inventata qualcuna, di lettera, ma molte erano vere. Certe volte gli autori venivano in redazione e volevano picchiarmi”. Ride felice. Fuma con piacere le sue sigarette. Porta bene i suoi ottant´anni. Per vivere, sempre per vivere, ha scritto recensioni che definire stravaganti è poco. Ora riempiono sei volumi e in Polonia hanno molto successo: Adelphi, mi dice Roberto Calasso, presto ne pubblicherà una scelta. Conveniamo che avrebbero fatto la felicità di Giorgio Manganelli. Sono recensioni eccentriche, a manuali di floricoltura, libri di ornitologia, saggi su Ella Fitzgerald, su Disneyland, sulle mummie, sui suoi amati gatti. ” come se in Italia uno scrittore, un poeta, si fosse messo a recensire i manuali Hoepli”, commenta Calasso. la vita, specie nei suoi aspetti pratici, la vita della gente, ad attrarre spesso l´attenzione della Szymborska, ma è anche la storia nel suo respiro astratto e crudele a confronto con la concretezza degli individui e la morte nel suo porsi come ineluttabile destino di cui i vivi si fanno presto una ragione. Ha scritto una poesia leggera e struggente per l´attentato alle due torri gemelle, una "fotografia" in versi che coglie il momento in cui gli uomini si lanciano nel vuoto e cadono. ”Due cose solo posso fare per loro/ descrivere quel volo/ e non aggiungere l´ultima frase”. La cosa più buffa che le è capitata come Nobel. ” accaduto proprio a Stoccolma, in albergo. Mi trovavo in ascensore con un biologo che aveva avuto anche lui il premio ex aequo con un collega per certe ricerche di immunologia. Mi sembrava giusto fargli i complimenti e aggiungere che il suo era davvero un lavoro importante perché portava frutti concreti alla gente, mentre il mio, la poesia, non era nemmeno un mestiere. Mi sarebbe piaciuto, aggiungevo, fare anch´io qualcosa di quel genere. E lui, adesso non mi ricordo il nome, mi ha risposto che se volevo potevo andare nel suo laboratorio in Svizzera a lavorare. Al che avevo ribattuto che però non ero in grado di fare nulla di pratico. Non sarei servita a niente. Beh, aveva risposto, può sempre cominciare lavando i vetri”» (Paolo Mauri, ”la Repubblica” 11/11/2003).