Varie, 7 ottobre 2002
TREVI
TREVI Emanuele Roma 7 gennaio 1964. Scrittore. Critico letterario. Tra i fondatori della casa editrice Fazi. Ha curato molte edizioni di classici francesci e italiani. Nel 1994 ha pubblicato una Lettera sulla critica, Istruzioni sull’uso del lupoe, in seguito, un saggio sulle virttù morali, Musica distante. Collabora alle pagine culturali dell’’Avvenire” (’liberal”, 20/1/2000) • «[...] era conosciuto come il più brillante critico letterario della giovane generazione. Era colto, intelligente, fantasioso, e amava perdutamente la menzogna. Ora, i critici letterari non dovrebbero amare la menzogna, ma la verità: la menzogna, come diceva Esiodo, è una qualità che le Muse donano agli scrittori. Per obbedire ad Esiodo, Trevi è diventato scrittore: Senza verso (Laterza 2004) e L’onda del porto (Laterza, pagg. 166, euro 14) sono tra i pochissimi libri belli e singolari che la letteratura italiana ci abbia offerto negli ultimi anni. difficile dire cosa siano questi libri. Non sono racconti, né romanzi, né saggi, né poesie, né diari, sebbene qualche volta assomiglino a un racconto, o a un saggio, o a una poesia, o a un diario. Lo stile è ricco e complesso: pieno di echi, intrichi, rapporti e suggestioni. Trevi è diventato bravissimo in un’arte difficile: quella di perdere il filo. Lo troviamo sempre dove il lettore non l’aspetta, o dove egli stesso non si aspetta di giungere, come se volesse beffarsi di quella persona molteplice e inesistente che portava il nome di Emanuele Trevi. [...] dovremmo chiamare Senza verso e L’onda del porto ”divagazioni” o ”variazioni” - variazioni e divagazioni che si biforcano e si moltiplicano in sempre nuove divagazioni e variazioni. Ma, quando abbiamo finito di leggerle, ci accorgiamo che esse sono compatte come la stoffa meglio tessuta. In Senza verso, Trevi ama discendere negli abissi: i cunicoli, le catacombe, le grotte, i labirinti, le necropoli, le fondamenta, che vivono sotto la superficie delle cose. Il suo luogo ideale è San Clemente, la più straordinaria chiesa di Roma, dove il viaggiatore discende, passo dopo passo, in luoghi sempre più arcaici. Ha appena visto affreschi del quindicesimo secolo; e si ritrova nel profondo Medioevo, poi nell’età dei Padri, quindi nei tempi di Mitra. Infine raggiunge un fiume sotterraneo, che ascolta correre tra le rocce, e lo fa accedere alla verità delle origini: l’Eden e l’Ade, che per Trevi sono lo stesso luogo. Questo Eden-Ade ha il suo eroe: Pietro Tripodo, un poeta romano, al quale Trevi dedica un bellissimo ritratto, così pieno di affetto, che alla fine anche noi amiamo quest’uomo che non abbiamo mai conosciuto. Pietro Tripodo era incapace di vivere: non sapeva cosa fosse la vita: la pseudo-esistenza di ogni giorno era per lui un seguito atroce di difficoltà, impossibilità, irresolutezze, incertezze, catastrofi. Qualsiasi gesto - anche quello semplicissimo di imbucare una lettera - lo portava tra divinità ostili. [...] Nel mondo di Emanuele Trevi, esistono gli dèi: come in quello di Giorgio Manganelli, al quale, in questi libri, Trevi assomiglia. Chi sono questi dèi sconosciuti? Dèi delle tenebre? Dèi paranoici? Dèi vendicativi? Dèi buoni? Quest’ultima ipotesi sembra esclusa, sebbene non si possa escludere nessuna ipotesi intorno agli dèi. Oppure sono dèi-oggetti, che perseguitano e aggrediscono Trevi, mentre distruggono sé stessi. Ecco che le chiavi si spezzano girando nella serratura: le marmitte rugginose si staccano dalle automobili: i carburatori si ingolfano: le penne spandono emorragie di inchiostro: i frigoriferi perdono acqua: le chiusure-lampo si inceppano: le lampadine si fulminano: i gabinetti si intasano: le caldaie non scaldano; le piccole luci rosse dell’allarme si accendono. Forse questi oggetti sono le apparenze visibili di un solo dio: quello della Rottura, del Guasto e della Catastrofe. Davanti a queste divinità mostruose, Trevi è solo, e non può che espiare, ammesso che sia possibile. Così si accusa, addossandosi ogni colpa: lui è il solo grande peccatore, il solo responsabile. La sua vita non ha forma: la sua mente non sa immaginare: essa conosce soltanto il peso: è straniera: i rapporti tra le cose le sfuggono: non ama: non è che assenza e desolazione: non riesce ad aderire all’attimo, che forse potrebbe garantirle la felicità. Noi siamo sul punto di credere Trevi, quando ci accorgiamo che possiede tutte le qualità che nega di possedere. La sua mente è ricca di immaginazione: insegue tutti i rapporti tra le cose: la sua condizione di estraneo è un’attesa della grazia. Egli è candido, leggero e innocente, come i bambini indiani che sta per incontrare. Quando Trevi raggiunge le coste meridionali dell’India, qualche mese dopo lo Tsunami, L’onda del porto diventa un libro lieve e divertente, come i due bambini indiani che lo accompagnano, lo deridono e lo amano come un padre stravagante. Se abita in tutti i luoghi e in nessun luogo, non è indifferente alle cose: come quella di Kafka, la sua onnipresenza-assenza è una forma di amore universale. Vive nell’illusione come se fosse la pienezza - perché l’illusione è la pienezza. Procede da un’immagine di sé stesso ad un’altra, e poi ancora ad un’altra immagine, senza smettere mai. Alla fine, si perde in un io che è un sovra-io, in uno spazio che è un sovraspazio, in un tempo che è un sovratempo. Si dissolve: fino a quando le ali del suo spirito sono silenziose e fruscianti, come quelle di cinque farfalle viola che attraversano la foresta» (Pietro Citati, ”la Repubblica” 12/1/2006).