Varie, 8 ottobre 2002
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Lula InacioDaSilva
• Garanhuns (Brasile) 27 ottobre 1945. Politico. Ex presidente del Brasile (2002-2010) • «È difficile trovare in circolazione un leader così temprato dalle avversità, fin da quel giorno del 1956 in cui, decenne, arrivò a San Paolo nel cassone d’un camion, dopo due settimane di viaggio, insieme alla madre e ad una famiglia sterminata che più tardi festeggiò il suo ingresso in una scuola per tornitori “come se fossi stato accolto alla Sorbona”» (Guido Rampoldi, “la Repubblica” 5/10/2002) • «Ha affidato il coordinamento dei ministeri economici a un medico che ha subito escluso terapie “sperimentali, eterodosse”; e la Banca centrale all’ex presidente della Bank Boston, cui ha garantito che sarà autonomo per legge, privilegio mai ottenuto dai predecessori. Ma agli affamati ha promesso tre pasti al giorno, ai poveri il raddoppio dei salari minimi da qui al 2007. Da quando s’è insediato, l’unica volta che ha usato in pubblico la parola “sinistra” è stato per dire che non gl’interessa se uno è di destra o di sinistra, purché si rimbocchi le maniche e aiuti il Brasile. Ma sta annunciando all’America latina che è finita l’egemonia Usa nell’emisfero sud. […] È “un democristiano inconsapevole”, come sostiene lo scettico Chico de Oliveira, sociologo dell’università di San Paolo e vent’anni fa tra i fondatori del Pt? Oppure un leader troppo originale per essere compreso secondo gli schemi politici europei, come dice dalla sua favela Giulio Lancellotti, prete di quel cristianesimo sociale sudamericano che ha influito su Lula ben più delle ideologie occidentali? Qualunque cosa sia, finora piace immensamente. In Brasile è popolare come mai nessun presidente, con un gradimento che viaggia tra il 75 e il 90 per cento. In Argentina è così ammirato che se si presentasse alle presidenziali vincerebbe pure quelle, perché laggiù ha un consenso doppio del candidato meno sgradito. L’America latina delusa dall’ultra-liberismo guarda a lui come al Mosè che condurrà alla terra promessa. Gli basta annunciare un grandioso progetto Fame Zero per essere eletto a modello da alcuni governi del continente. E quando poi aggiunge che lo finanzierà con i 700 milioni di dollari in origine destinati a riequipaggiare i Mirage dell’aviazione brasiliana, in Brasile diventa il Padre dei poveri, in Europa un campione del pacifismo, in Centroamerica il candidato più idoneo al premio Nobel. A indagare si scopre che il governo ancora non sa esattamente quanti poveri sia in grado di sfamare, con quali metodi (distribuire contanti o buoni giornalieri per 17 euro a famiglia?) e soprattutto con quali soldi, perché in realtà il Tesoro non dispone dei 700 milioni di dollari “risparmiati” sui Mirage: era previsto di reperirli con un prestito internazionale. Eppure la Lula di miele continua. Neppure la stampa scettica cede al sospetto che le sue siano le promesse mirabolanti di cui sono generosi tutti i presidenti sudamericani all’inizio del mandato. Lui appare diverso. Quando entra in una favela e dice: “La miseria ferisce il sentimento più alto, la dignità”, non parla per sentito dire. Quando si commuove davanti ad un bambino incontrato in una catapecchia, s’intuisce che si sta specchiando nella propria infanzia. E’, intensamente, il suo vissuto: “la maturità della sofferenza”, nella definizione di padre Lancellotti. E per questo è convinzione generale che muoverà davvero guerra a ciò che odia per esperienza diretta: la fame, la miseria, i narcotraficantes padroni delle favelas, e la corruzione che tiene tutto questo. […] In Brasile questa navigazione fuori dalle mappe disorienta la sinistra del Pt, cui la rotta Porto Alegre-Davos pare ambigua. Ci si comincia a chiedere se Lula sia davvero “di sinistra”. “Non lo è mai stato, né mai l’ho sentito definirsi tale”, testimonia de Oliveira. Nel mondo delle ideologie e della idee astratte, racconta, Lula è sempre stato a disagio. Semmai ha respirato cattolicesimo sociale a pieni polmoni, pur non essendo mai un militante. Così non sorprende – come ricorda Albino Castro, direttore della tv Gazeta – che Lula visse con grande intensità l’incontro col papa, cui fu introdotto dalla Conferenza episcopale brasiliana; mentre assai più freddo fu l’incontro con Berlinguer: “Non parlavano la stessa lingua, quella di Lula era estranea alle categorie della sinistra marxista”. Oggi a non capire Lula è la sinistra brasiliana di estrazione borghese, laica e cosmopolita, europea per cultura e per origine familiare. Cos’è in termini politici un eclettismo che mette insieme ortodossia finanziaria e slancio verso i poveri? Per adesso è un metodo, anche quello scritto nella storia di Lula: capo di un partito-confederazione che assomma cristiani di base, sindacalisti d’incerta cultura politica e i marxisti anti-sovietici di Porto Alegre, ha sviluppato una fortissima tendenza ad armonizzare culture non omogenee (de Oliveira lo chiama il Grande armonizzatore). E un pragmatismo estremo. Quando la sinistra del Pt si ribellò all’alleanza elettorale con il suo attuale vicepresidente, un industriale capo di un partitino conservatore, lui troncò così la discussione: è la quarta elezione cui mi presento, e a costo di allearmi col diavolo, stavolta vincerò. Con lo stesso eclettismo pragmatico ha formato il governo. Alla sinistra di Porto Alegre i ministeri “sociali”, come Ecologia, Aree Urbane, Riforma agraria; ai suoi uomini i ministeri economici. Questi ultimi non parlano più di Keynes, Stiglitz e del New Deal roosveltiano, assai citati in campagna elettorale. La sinistra tenterà di difendere almeno l’idea stiglitziana per la quale le Banche centrali devono dipendere dalla politica, una ricetta che nel mondo latino spesso ha condotto all’iper-inflazione, ma probabilmente dovrà cedere. Lula poteva essere più audace? Ha ereditato un’economia così indebitata e malmessa –ricorda Luis Gonzaga Belluzzo, economista dell’università di Campinas – che non poteva permettersi di mettere in allarme i mercati. Assecondarli ha funzionato: […] il rischio-Paese s’è dimezzato, il dollaro è caduto. Candidato all’insolvenza, il Brasile pare ora in grado addirittura di superare largamente l’obiettivo imposto dal Fondo Monetario, un avanzo di bilancio del 3,75%. Ma a patto che la congiuntura internazionale aiuti. Quando gli proponevano la promozione d’un ufficiale valoroso, Napoleone domandava: ma è fortunato? Lula avrà munizioni per vincere la sua guerra alla miseria solo se l’avventura americana in Iraq non deprimerà a lungo l’economia mondiale, e per riflesso automatico l’export brasiliano. Se quel disastro fosse evitato, l’aumento delle esportazioni e alcune riforme strutturali potrebbero liberare capitali, soprattutto quelli succhiati dallo Stato per pagare il debito interno, per finanziare i progetti sociali e la costruzione di infrastrutture, creando lavoro. Ma il Grande armonizzatore dovrà presto misurarsi col fatto che governare è anche scontentare. Appena un suo ministro ha annunciato l’intenzione di riformare la previdenza, grossomodo sul modello italiano del ’95, il presidente della Corte suprema è insorto a nome dei funzionari pubblici (6 volte la pensione di un dipendente del settore privato), dei militari (15 volte), e soprattutto dei magistrati (20 volte). Resistenze anche maggiori attendono Lula quando porrà mano alla questione strategica, lo Stato di diritto. Si tratta di riformare una magistratura in parte collusa, e soprattutto polizie altamente corrotte (unificandole: qualcosa che perfino in Italia pare impossibile). La battaglia decisiva nella guerra alla miseria si combatterà nelle favelas. Solo a San Paolo superano per abitanti una città come Torino, e per risanarle occorreranno 18 anni e 2 miliardi di dollari, calcola la prefettura. Ma il governo comincerà almeno a legalizzare la proprietà di casupole e terreni. Il suo formidabile ufficio-immagine ha ricondotto questo progetto alla teoria dell’economista peruviano Hernando de Soto, per il quale il capitalismo può decollare solo se ai poveri vengono riconosciuti formalmente i diritti di proprietà extralegali (come nel caso di chi occupi un terreno, migliorandolo, o una casetta in una favela). A leggere il testo di de Soto, El misterio del capital, si scopre che negli Usa questo processo occupò quasi l’intero Ottocento. Fu più rapido in Svizzera: ma le amene valli dolomitiche non sembrano paragonabili agli inferni brasiliani, dove un estraneo che vi si aggiri senza il permesso dei capifamafia non ha probabilità alte di uscirne vivo. Dunque le favelas non entreranno mai nel circuito del capitalismo legale fin quando lo Stato non muoverà un attacco frontale ai narcotraficantes e ai loro mini-eserciti. Questa intenzione traspare nel progetto-sicurezza elaborato dal centro-studi di Lula. Il giorno in cui fosse messa in pratica il Grande armonizzatore mostrerebbe un volto meno amabile» (Guido Rampoldi, “la Repubblica” 21/1/2003).