Varie, 9 ottobre 2002
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Kolitz Zvi
• Alytus (Lituania) 14 dicembre 1919, New York (Stati Uniti) 6 ottobre 2002 • «Quando sentì leggere a Radio Berlino Libera il testo di un ”documento ritrovato in una bottiglia fra le macerie del ghetto di Varsavia”, Thomas Mann definì quelle pagine ”scrittura sacra”, ”documento umano e religioso sconvolgente”. Era il 1955: sette anni dopo, il filosofo Emanuel Levinas sostenne che quell’’autore anonimo” aveva scritto qualcosa di ”bello e vero come solo la finzione può esserlo”. Di finzione, infatti, si trattava e l’autore non era anonimo: si chiamava Zvi Kolitz [...] Viveva da decenni a New York occupandosi di film e commedie musicali; ma la sua vita resterà legata alla vicenda surreale di quel racconto - Yossl Rakover si rivolge a Dio (Adelphi, 1997), recentemente portato in scena da Moni Ovadia - che fu scambiato per realtà, tradotto in più lingue e arricchito da mani diverse fino a diventare leggenda. Come in una storia di Borges. Nel 1946, l’ebreo lituano Kolitz, fervente sionista e militante dell’Irgun durante la lotta per la nascita di Israele, era a Buenos Aires per il Congresso sionistico mondiale quando un editore gli chiese di scrivere qualcosa per una rivista locale in lingua yiddish. In quegli anni, dal cuore dell’Europa affioravano numerosi i messaggi dall’Olocausto, redatti su fogli di fortuna. E Kolitz scrisse il suo: il corpo a corpo con Dio di un ebreo vicino alla morte, dopo essere insorto contro i nazisti nel ghetto di Varsavia (1943). Il grido di Yossl Rakover rasenta la bestemmia (’Di chi sei il Dio? Il Dio degli assassini?”), si converte in esultanza al pensiero che quello biblico è ”Dio della vendetta”, per sciogliersi alla fine nell’atto di fede ”Mi puoi torturare a morte ma io crederò sempre in Te”. E’ come un salmo moderno sul Male assoluto e la sua compatibilità con Yaveh. Lo scritto, però, sfuggì presto al suo autore. Uno sconosciuto lo spedì dall’Argentina a una rivista yiddish di Tel Aviv, definendolo ”testamento proveniente dal ghetto di Varsavia”. Senza titolo, autore, né l’indicazione ”racconto”. Così, quel testo straordinario prese le vie del mondo come autentico: con vari ritocchi entrò nelle antologie, fu letto nelle sinagoghe, divenne la bibbia dei Gush Emunin, i coloni israeliani più radicali. Quando lo seppe, Zvi Kolitz ne rivendicò la paternità, ma fu preso a insulti. Per alcuni, ammettere che Rakover era finzione sarebbe stato un delitto: di questo passo, si disse, anche Auschwitz diventerà un’invenzione. Il giallo fu chiarito quando un gesuita argentino trovò una copia sbiadita della rivista yiddish del ’46 dove il testo era stampato a firma Zvi Kolitz. L’originale, invece, andò distrutto nel ’94 in un sanguinoso attentato neonazista contro la sinagoga di Buenos Aires. E Kolitz poté commentare che quei fogli ”erano finiti realmente sotto un mucchio di pietre carbonizzate e ossa umane”, come nel racconto di Varsavia. Un nuovo, tragico capitolo dell’andirivieni di Yossl Rakover tra finzione e realtà» (Cesare Medail, ”Corriere della Sera” 8/10/2002).