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 2002  ottobre 09 Mercoledì calendario

Lawal Amina

• Nigeria 1971/1972 (non lo sa nemmeno lei). Poverissima e analfabeta, ripudiata dal primo marito (con cui ha avuto due figli) fu denunciata da alcuni uomini del suo villaggio dopo aver concepito una bambina con un uomo scappato appena lei era rimasta incinta. Arrestata dalla polizia islamica, aveva confessato di aver avuto la piccola Wasila fuori dal matrimonio ma senza sapere che la zina (l´adulterio) era diventato un reato punibile con la pena di morte. Condannata alla lapidazione in base alla sharia, la legge islamica, il 25 settembre 2003 fu assolta in appello dal tribunale di Katsina, nel nord della Nigeria (Anais Ginori, ”la Repubblica” 26/9/2003). «’Yahaya, un uomo del villaggio, aveva promesso di sposarmi. Gli ho creduto e siamo stati insieme. Quando sono rimasta incinta è sparito. Qualcuno ha detto la mia storia alla polizia. Sono venuti a casa per dirmi che sarei stata processata. Giuro, fino ad allora, non sapevo cosa fosse la sharia”. [...] Il giorno della condanna, il 18 agosto 2002, molti ”fratelli” musulmani di Funtua sono andati alla Corte, imprecando contro la peccatrice. ” stato un colpo vedere così tanta violenza contro di me”. La sera stessa sono iniziati gli incubi. Amina ha chiesto spiegazioni, ha scoperto cosa fosse la lapidazione. Si è ammalata: tossiva e vomitava sangue. stata ricoverata in un ospedale di Abuja, la capitale. Per qualche settimana è stata messa in un luogo protetto, in modo da evitare che qualche fondamentalista avesse voglia di fare giustizia da solo. [...] Analfabeta come otto donne su dieci in questa regione, è stata data in sposa all’età di dieci anni. ”Poco dopo ho avuto il primo bambino”. Il mondo si è accorto di lei, è diventata un caso mediatico e politico: dall’America è arrivata la Cnn, il presidente del Brasile Cardoso le ha offerto asilo politico, un cittadino canadese ha inviato una proposta di matrimonio. Bill Clinton è venuto in Nigeria per chiedere la sua grazia. Ma qui siamo in un’altra epoca, su un altro pianeta. ”Clinton?” ripete con lo sguardo perso nel vuoto. Apprende che Amnesty International ha già raccolto un milione di firme per salvarla. ”Grazie, non vi conosco, ma grazie”. [...] Amina non conosce neanche Safiya, l’altra adultera condannata alla lapidazione e poi assolta a poche centinaia di chilometri da qui. E non sa di essere diventata, come Safiya, arma di ricatto in mano ai governatori del Nord per chiedere più finanziamenti e potere al governo ”sudista” e cristiano. [...] Al padre di Wasila è bastato giurare la propria innocenza sul Corano per essere rilasciato. Né i qadi, i giudici islamici, hanno mai voluto ricercare un altro colpevole. Come se Amina avesse potuto commettere da sola l’adulterio. ”L’ultima volta che ho visto Yahaya - racconta - era al processo. Non mi ha neanche guardata”. Gli occhi di Amina fissano un punto in terra. Così sono abituate qui le donne che vivono in casa come in una prigione, devono chiedere il permesso al marito persino per farsi curare da un medico. Infibulazione, Aids, violenza domestica: nascere donna significa avere un destino segnato. Una ragazza ogni venti contrae una malattia che i medici chiamano Vvf: a causa delle mutilazioni genetiche e dei rapporti sessuali prematuri si sviluppa una strana forma di incontinenza. E i mariti abbandonano subito queste donne ”sudicie” che finiscono in strada ad elemosinare» (Anais Ginori, ”la Repubblica” 8/10/2002).