Varie, 11 ottobre 2002
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Foster Norman
• Manchester (Gran Bretagna) 1 giugno 1935. Architetto • « il rappresentante più significativo di una corrente importante (soprannominata in gergo ”high tech”) dell’ultimo trentennio del secolo, corrente che ha l’ambizione di rappresentare simbolicamente in architettura una coincidenza definitiva tra architettura e tecnologia. Di più la tecnologia è qui contenuto e principale finalità degli sforzi espressivi dell’architettura, con un notevole scarto rispetto alla tradizione della disciplina, anche nella forma che ha assunto con le avanguardie e con l’adesione all’epoca della meccanizzazione. Anzi è proprio con il tramonto dell’era della meccanizzazione durante la quale le tecniche industriali avrebbero dovuto essere messe illusoriamente al servizio della costruzione di una società senza classi, che la tecnologia assume il ruolo di finalità della pratica artistica dell’architettura. Questo avviene contraddittoriamente proprio quando l’architettura non si presenta più, come lo fu al tempo del gotico, come miracolo tecnico e quindi il suo contenuto tecnologico è sovente metaforico e stilistico, tentativo di conferma della bontà comunque del progresso tecnico. L’ideologia di questo punto di vista sull’architettura è che la tecnologia è l’unica salvezza futura risolutrice dei contrasti del mondo, ideologia assai diffusa anche se non priva di ingenuità o quanto meno di deduttività raccorciate [...] Foster è certamente il miglior rappresentante di questa corrente di pensiero che opera un po’ in tutto il mondo con grande successo. Le sue idee sono certamente state influenzate dall’interpretazione tecnologica che del modernismo ha dato Buckminster Fuller, un’interessante figura di ingegnere inventore morto nel 1983, con cui Foster ha collaborato per una decina d’an’ni. Bisogna dire che, abbandonate le idee di Fuller di climatizzare il mondo (ed anche quella più indiretta dell’estensione infinita del nodo strutturale che gli viene dall’insegnamento di Konrad Wacksman), il decennio degli anni Ottanta è per l’architettura di Foster decisamente il più felice: con il grattacielo dell’Hong Kong and Shanghai Bank che lo rese famoso in tutto il mondo e la bellissima struttura dell’aeroporto di Stansted. In questi due lavori l’invenzione tecnica sembra avere uno specifico valore di mezzo per la costituzione dello spazio architettonico anziché assumere quello dello scopo in sé. Naturalmente bisognerebbe citare alcuni altri lavori di quegli anni come il progetto (non costruito) per la BBC Radio o il piccolo calibratissimo intervento alla Royal Academy of Arts, o ancora i Riverside Apartments, tutti lavori in cui il dettaglio è trattato con estrema finezza (Foster è anche un ottimo designer) e con la discrezione necessaria. Assai meno convincenti sono i progetti degli edifici alti degli anni successivi: dalla Century Tower di Tokyo al progetto della Millennium Tower o quella del Dubai o il progetto per la torre del Swiss Re Headquarters. Si potrebbe dire in generale che nei progetti recenti vi è una continua oscillazione tra l’invenzione di una forma strutturale ed una carrozzeria che copre in modo indipendente dalle tipologie contenute e ricostruisce un’unità formale del tutto esterna come nel caso del progetto del centro culturale del Dubai o del London Authority Headquarters o ancora del Music Center di Gateshead. In questi progetti anche Foster sembra cedere ai suggerimenti fascinosi del computer ed alle forme di moda che ne derivano. Molto meglio il Viaduct Millan che il Millennium Bridge, molto meglio il Grand Stand Newbury Raccourse che il grossolano Albino Wharf Development. L’unità dell’ opera non si raggiunge sommando sofisticatissimi dettagli dentro ad involucri continui che vogliono essere consumati da una sola immagine mediatica, meglio quando il sistema messo in atto mette in vita la sua non chiusura formale, si presenta come principio e come metodo. Resta da dire di due lavori molto speciali, mettendo da parte i casi di disegno urbano per i quali Foster non sembra nutrire particolare interesse: il lavoro del Reichstag e quello della sistemazione della grande corte del British Museum. Del primo non si può non rimanere sconcertati, pur nella brillante soluzione di questa idea per contrario: fare (anzi ricostruire) una cupola per mezzo della sua negazione. Del secondo lavoro, una volta accettata l’idea piuttosto bizzarra di circondare con un’ellisse la rotonda della Reading Room, si deve dire che si tratta di un lavoro condotto in modo impeccabile in ogni dettaglio» (Vittorio Gregotti, ”la Repubblica” 17/9/2001). Vedi anche: Riccardo Chiaberge, ”Sette” n. 15/1999.