Varie, 14 ottobre 2002
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Bauman Zygmunt
• Poznan (Polonia) 19 novembre 1925. Sociologo. Professore emerito alle Università di Leeds e di Varsavia • «Nato da una famiglia di origine ebraica, fuggito in Russia nel 1939, dopo l’invasione tedesca della Polonia, ha combattuto contro i nazisti in un corpo di volontari aggregato all’Armata Rossa. Al termine del secondo conflitto mondiale è poi rientrato in patria e si è laureato in sociologia all’università di Varsavia, dove ha insegnato dal 1954 al 1968. Dopo una breve esperienza a Tel Aviv, nel 1972 è stato assunto dall’università di Leeds, ottenendo la cittadinanza britannica. I suoi libri sono tradotti in Italia dal Mulino (La società dell’incertezza, La società individualizzata, Modernità e Olocausto), da Feltrinelli (La solitudine del cittadino globale) e da Laterza (Dentro la globalizzazione e Modernità liquida). Definito ”il più importante sociologo europeo della seconda metà del Novecento”» (R. Bert., ”Il Messaggero” 6/6/2003) • «Ha la semplicità, l’eleganza nel contatto, dei grandi. E grande lo è, questo signore alto e snello, uno dei maggiori sociologi del secondo Novecento con David Riesman e pochi altri, il cui nome non facile (è polacco di origine) viene immediatamente accostato al termine globalizzazione. La solitudine del cittadino globale uscito da noi nel 2000 è il titolo che forse più ha colpito e si è inciso nella memoria, con quel che di sollecitudine e di pena che sembra contenere. Non è una falsa impressione: è uno studioso della società, ma non freddo, distante, asettico. Le sofferenze degli uomini, le loro umiliazioni sono al centro della sua riflessione e della sua partecipazione. […] ”Non è possibile la neutralità morale in sociologia, chi lo sostiene mente a se stesso”. La sua biografia lo conferma. Fuggito con la famiglia in Urss all’invasione della Polonia nel ”39 in quanto ebrei, là arruolatosi più tardi in un corpo di volontari polacchi per combattere contro i nazisti e finalmente rientrato a Varsavia, il suo sogno era di studiare fisica. Ma davanti alla distruzione della sua terra decise di occuparsi dei ”buchi neri” del Paese e ”del big bang della sua resurrezione”. Come? ”Scelsi la sociologia, convinto che potesse cambiare il mondo”. Col tempo questa fede s’è forse stemperata, ma non persa» (Serena Zoli, ”Corriere della Sera” 13/10/2002) • «[…] La condizione del profugo, del rifugiato, è la chiave esistenziale nella costruzione della sua allegoria scatologica sulle sorti, né magnifiche né progressive, dell’umanità. Riassumiamo. Qualunque produzione genera scarti, e quindi il problema della loro eliminazione. Ma oggi c’è dell’altro: ”La mente moderna è nata insieme all’idea che il mondo si possa cambiare”, dunque modernità significa rifiuto: rifiuto del mondo come è stato, e decisione di cambiarlo. Sul piano della creazione artistica, la modernità è riassunta nella celebre frase di Michelangelo: ”basta prendere un blocco di marmo e togliere tutto il superfluo”, creare significa eliminare ciò che è di troppo. Sul piano dell’economia, ogni progresso tecnico ha sempre causato espulsioni dalle linee di produzione: inutili, via via, i piccoli coltivatori, i minatori, la classe operaia... Problemi locali che trovavano però soluzioni globali. Sul pianeta, dice Bauman, c’è sempre stato spazio per ricollocare la popolazione in eccesso, e proprio questa è stata la spinta del colonialismo. Proletari della Comune di Parigi trasportati in Algeria, galeotti spediti in Australia, europei alla conquista delle nuove frontiere americane […] Ora però, dice Bauman, il mondo è saturo. Non in termini numerici: se l’intera popolazione cinese e indiana si trasferisse negli Stati Uniti, la densità non sarebbe superiore a quella dell’Inghilterra o del Belgio. Il mondo è saturo, in senso più profondo, perché la modernità non è più un privilegio, è invece la condizione universale del genere umano. ”La produzione di rifiuti umani prosegue senza posa e tocca nuove vette, il pianeta resta rapidamente a corto di discariche e di strumenti per il riciclaggio dei rifiuti”. Da un lato, quindi, le migrazioni vanno in senso opposto rispetto all’epoca coloniale: dai paesi poveri arrivano a intasare il mondo ricco divenuto discarica dei rifiuti umani del pianeta, e creano a loro volta scarti psicologici micidiali come la paura dell’immigrato e l’insicurezza di massa. Dall’’altro lato, in tutto il mondo è cambiata la condizione degli espulsi dalla produzione. I quali non sono più ”disoccupati” (termine che indica una sospensione temporanea) bensì ”esuberi”, cioè per sempre inutili perché non producono e soprattutto perché non consumano. ”La destinazione ai rifiuti diviene il potenziale destino di tutti”, è un effetto della flessibilità del lavoro, del precariato dilagante, della fine del welfare. […] Zygmunt Bauman analizza e tritura tutti gli aspetti della modernità ”liquida”, così la chiama. Spiega che le nuove generazioni, proprio perché crescono nel precariato e nell’esubero sempre imminente, provano un disagio sconosciuto alle generazioni precedenti […] Accumula dati e illuminazioni sulla natura usa-e-getta del lavoro (nella Silicon Valley la durata media dell’impiego è otto mesi), dell’informazione (Internet come discarica di scorie informative in eccesso), dei rapporti sentimentali (lo speed dating, i messaggini), dell’intrattenimento televisivo. Accumula, Bauman: come in una discarica. questa l’immagine decisiva. Pensate a una discarica, a una qualunque discarica. Affascina perché è un ammasso casuale di oggetti eterogenei, carcasse di frigorifero, una bambola senza braccia, un materasso sventrato, barili di olii esausti, un bidet mozzato, bucce di pasti altrui, resti di vite altrui... A suo modo, la discarica è un melting pot perfetto, tutto si mescola, tutti si mescolano. E tutti sono ugualmente scarti» (Giovanna Zucconi, ”La Stampa” 13/3/2005).