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 2002  ottobre 14 Lunedì calendario

CITARISTI Severino Villongo (Bergamo) 16 settembre 1921, Bergamo 10 febbraio 2006. Politico • «[

CITARISTI Severino Villongo (Bergamo) 16 settembre 1921, Bergamo 10 febbraio 2006. Politico • «[...] un martire della partitocrazia, un politico probo pluricondannato per corruzione e infine - o soprattutto - un uomo che ha pagato al posto di tanti altri, più potenti e fortunati di lui. Classe 1921, figlio di uno scalpellino di Villongo, provincia di Bergamo, primo di nove figli, l’infanzia povera come ne L’albero degli zoccoli; poi professore al liceo, democristiano fervente, giornalista, senatore per più legislature, fondatore e proprietario della casa editrice ”Minerva Italica”. E qui la sua biografia poteva fermarsi, in pace. Ma il grande pubblico si accorse dell’esistenza di Citaristi nel peggiore dei modi e dei momenti, quando cominciò l’incendio della Prima Repubblica e lui si ritrovava seduto sulla poltrona più incandescente che allora ci fosse, quella di segretario amministrativo della Dc. In pratica il collettore di tutte le tangenti, colui che sovrintendeva alla più scontata illegalità di quel tempo. Era il 1992 e questo schivo parlamentare sembrò subito un capro espiatorio quasi perfetto. Il ”quasi” si spiega con il fatto che mai Citaristi ha accettato di esserlo, né mai - e questo gli fa ancora più onore - si è sottratto al suo destino: ”No, guardi, la colpa è solo mia, gli altri non mi hanno scaricato addosso nulla - ripeteva in questi anni con un filo di voce - Sono io che ho trasgredito la legge. Non dovevo, tutto qui. Sarei dovuto andare via, ma non ho avuto il coraggio di farlo”. In queste difficili interviste, sul divano buono di casa, gli stava sempre vicina e protettiva la moglie Rosa. Fu Ciriaco De Mita, nel 1986 e quindi all’apice del suo settennato di segreteria, a porre nelle efficienti mani del povero Citaristi la cassa del partitone, peraltro divenuto sempre meno bianco. Il senatore accettò con qualche incongruo entusiasmo: dopo tutto era anche un posto di vero potere. Ma a piazza del Gesù - ché all’Eur non ci voleva mai andare nessuno - non si occupò per la verità solo di mazzette. Citaristi sfoltì dolcemente il personale (da 800 a 500), ridusse di parecchio il parco macchine e vendette la tipografia del Popolo. In un modo o nell’altro, nel 1991 era riuscito a rimettere in sesto - incredibile a dirsi - il bilancio della Dc. Poi quasi di colpo: la catastrofe. E dispiace [...] mantenere Citaristi inchiodato a quella stagione, da lui stesso peraltro ricordata senza reticenze in una lunga conversazione con Enzo Carra, Il Caso Citaristi, Sellerio, 1999. Ma certo, allorché cominciarono a fioccare gli avvisi di garanzia, toccò proprio a lui la triste condizione di recordman in quella bizzarra hit parade. All’inizio provò a resistere, per impegno di servizio e palese mancanza di successori: ”Chi è quel matto - disse - che vuol venire al mio posto?”. Al ventunesimo avviso, nel marzo del 1993, gettò la spugna e si dimise, gesto accolto dalla direzione con un applauso di gratitudine. A dicembre gli avvisi erano già 64. Alla fine non sapeva più nemmeno lui quanti gliene erano arrivati addosso: 74, secondo i più recenti calcoli giornalistici, da parte di 9 procure, con 7 richieste di arresto, 154 imputazioni, per un totale di 128 miliardi di vecchie lire incassate in forma di tangenti. Eppure, nessuno più di Citaristi trangugiò fino in fondo l’amaro calice della sua condanna. Finì agli arresti domiciliari, dove lo raggiunsero i più vari messaggi di solidarietà, dal capo dello Stato Scalfaro fino a Rifondazione comunista. Nel frattempo si era ammalato e, inseguito dalla giustizia e dai dolori, nel 1998 aveva perso una figlia e un nipotino in un incidente aereo. In quell’occasione, per quello che conta, ebbe un biglietto da Antonio Di Pietro. C’era scritto, anche: ”Lei mi è stato d´esempio”» (Filippo Ceccarelli, ”la Repubblica” 11/2/2006). «Per un paradosso senza fine, Severino Citaristi era un uomo per bene nell’opinione di alleati, avversari, amici e nemici. A Bruno Vespa raccontò di essere stato definito ”persona integerrima” persino da uno dei giudici che, dal 1992 [...] lo hanno condannato decine di volte per un totale di trent’anni, nove mesi e dieci giorni di reclusione. Più circa quattro milioni di euro di multa. [...] Era stato Ciriaco De Mita a chiedergli [...] di dedicarsi alla tesoreria della Democrazia cristiana. Citaristi, doroteo silenzioso e ubbidiente, si mise a lavoro. Cioè, si mise a raccattare tangenti. Nelle classifiche che si compilavano durante i furori di Mani pulite, Citaristi figurava sempre in testa a quella degli avvisi di garanzia. I cronisti calcolarono, con qualche raccapriccio, l’ammontare delle mazzette confessate dal senatore: cento miliardi di lire. Roba che oggi un Gianni Consorte intasca in un colpo solo. Eppure, nonostante le graduatorie, le indignazioni e le ironie, Citaristi non perse la reputazione. Nemmeno in un luogo di libertinaggio lessicale come lo stadio dell’Atalanta, peraltro all’epoca stracolmo di contestatori arrabbiati e leghisti, Citaristi si guadagnò un solo insulto. Anzi, lo si salutava con rispetto e gli si faceva strada, perché raggiungesse agevolmente la poltroncina. Lui, infatti, stava girando per i tribunali d’Italia a dire due cose: ho preso quattrini per il partito, perché me lo chiedeva il partito e perché senza quattrini i partiti non campano; non ho preso un quattrino per me, perché campo benissimo con quelli che ho. E quelli che aveva non gli erano infatti sufficienti per comprarsi l’appartamento medievale in Città Alta, o sulle colline disseminate di ville patrizie; gli erano bastati giusto per comprarsi casa a Longuelo, quartiere periferico e borghese di Bergamo. Una di quelle case della borghesia per bene, appunto, dove entrando si ha sempre l’impressione che, per non rovinarlo, nessuno usi il salotto. Non possedeva più neanche la ”Minerva italica”, casa editrice specializzata in testi scolastici che aveva fondato negli anni Cinquanta e della quale andava orgoglioso. Poi c’era la questione della scalogna. S’era ammalato subito, dopo le prime inchieste. Ma soprattutto, quando la salute stava cominciando a migliorare, e certe inflessibilità giustizialiste ad ammorbidirsi, nel 1998 perse una figlia e un nipote in un incidente aereo in Colombia. La figlia si chiamava Silvia, e aveva trentasei anni; il nipote si chiamava Michele, e ne aveva dieci. Citaristi disse quello che dicono quasi tutti i genitori in momenti simili: ”sopravvivvere ai propri figli è una mostruosità”. Disse di tenersi su con la fede in Dio. Ma sembrò vacillare quando due mesi fa uscì C’è posta per Dio, una raccolta di lettere al Padreterno edita da Piemme. Citaristi scrisse: ”Caro Dio, sento il bisogno di tornare ai tempi della fanciullezza, quando ciecamente credevamo a quanto la Chiesa ci insegnava”.
Come tanti, patì fisicamente il crollo della Prima repubblica. Il tumore lo prese ai polmoni e poi allo stomaco in anni in cui i suoi colleghi non reggevano. Il tesoriere del Partito socialista, Vincenzo Balzamo, cedette a un infarto il 2 gennaio del 1992. Il tesoriere dell’ex Partito comunista, Marcello Stefanini, cedette a un ictus il 29 dicembre 1994. Quantomeno, assieme alla franchezza nei rapporti con i pubblici ministeri, la malattia gli evitò reclusioni più pesanti dei soli otto giorni trascorsi agli arresti domiciliari. Colse l’occasione per ritirarsi. Mai più politica, se non in salotto, coi vecchi amici e con la decina di giornali che leggeva quotidianamente. Per il resto, si dedicava alla messa la domenica mattina e al calcio la domenica pomeriggio. Accompagnava la moglie dai parenti oppure al supermercato. Rispondeva malvolentieri al telefono e se lo faceva, coglieva l’occasione per invitare a chiudere con Tangentopoli: ”Non per me, che sono vecchio, ma per il futuro dell’Italia”. Passeggiava in montagna. L’ultima volta è caduto e s’è rotto un braccio, e non s’è più rimesso in sesto» (Mattia Feltri, ”La Stampa” 11/2/2006). «C’era il marcio nella Prima Repubblica, non è che mancasse. Ma uno degli uomini che ha accumulato più condanne penali per i finanziamenti illegali a un partito, anzi al partito architrave della Prima Repubblica, la Democrazia cristiana, era l’esatto contrario di un gaglioffo, di un gran malfattore. Montanaro, schivo, asciutto nel fisico e nel modo di comportarsi, Severino Citaristi [...] si lascia dietro una scia di ricordi altrui che non corrispondono affatto al suo ruolo di imputato o di reo nell’immensa quantità di processi subiti. Di avvisi di garanzia ne ricevette 74. Di condanne, svariate: per oltre una ventina di anni di carcere, 16 dei quali con sentenza definitiva. Ma in tutti gli angoli di Montecitorio e nei corridoi di Palazzo Madama è tuttora difficile trovare qualcuno che ne parli male. Era un uomo di quando esistevano i partiti di massa ed erano vivi i loro sensi di appartenenza e di disciplina, Citaristi. Lo era anche se il suo peso crebbe nella fase finale, la meno rigogliosa, della Prima Repubblica. Nel libro Il caso Citaristi, 1999, Sellerio editore, Enzo Carra dette di lui una definizione efficace: ”Un fil di ferro rivestito di grigio”. Nato nel 1921 a Villongo, in provincia di Bergamo, entrato nel Corpo italiano di Liberazione durante la guerra e nella Dc nel 1947, quel fil di ferro non ancora smagrito venne scelto come segretario amministrativo della Dc nel luglio 1986, durante l’era di Ciriaco De Mita alla guida del partito. L’incarico gli fu assegnato anche se non veniva dalla sinistra interna, bensì dal ceppo doroteo di Filippo Maria Pandolfi. Tre anni dopo, segretario politico diventò Arnaldo Forlani, doroteo che di De Mita era avversario. Citaristi fu confermato. Restò in carica nei primi mesi della segreteria di Mino Martinazzoli, rivale di Forlani, fino al 1993. [...] Era l’ingranaggio di un sistema. Con la rassegnata tenacia che può essere tipica di un cattolico o di un bolscevico, accettò con pazienza le pene che questo comportava quando il sistema crollò. Mentre il suo nome compariva ogni giorno nelle cronache su Tangentopoli, chi scrive ha avuto più occasioni di parlargli a Palazzo Madama. Anche se di motivi ne avrebbe avuti, non era incline allo sfogo. Nel 1994, si fece un periodo agli arresti domiciliari. ”Citaristi è diventato il classico capro espiatorio”, osserva Enzo Carra [...] ”Tutto il discrimine sta nel grado di autonomia tra il segretario del partito e quello amministrativo: una volta che si disse che il segretario politico, prima De Mita e poi Forlani, era incolpevole di ciò che faceva Citaristi, altri gli scaricarono addosso un sacco di cose. Fece il giro d’Italia dei palazzi di Giustizia. Ogni tanto qualcuno, accusato di aver preso soldi, sosteneva di averli presi per lui. ’Non so chi sia’, commentava su alcuni” [...] Reagì da funzionario meticoloso qual era, il già tesoriere della Dc. ”A un certo punto decise di ammettere. Si portava un calepino e ricostruiva. Ma una volta ammesso, Citaristi chiedeva di essere creduto su coloro che aveva conosciuto e su quelli dei quali non sapeva niente”, continua Carra. Nel 1998, cadde un aereo e il fil di ferro perse la figlia Silvia e un nipote. Uno dei dolori peggiori per un uomo di partito che, a differenza di altri, una cosa non perse. La dignità» (Maurizio Caprara, ”Corriere della Sera” 11/2/2006). «Cassiere della Dc prima del crollo, voluto da tutte le correnti per la sua proverbiale onestà, l´imprenditore bergamasco non era mai stato un big della Prima Repubblica, ma alla fine del 1992 diventò il simbolo della ”rivoluzione giudiziaria”: sul suo petto si scaricò una raffica di avvisi giudiziari e di condanne, la sua reputazione risultò minata, anche se chi lo conosce è pronto a giurare sulla definizione di Mino Martinazzoli: ”Severino Citaristi? Un galantuomo”. [...] ”Noi abbiamo avuto coraggio, abbiamo affrontato i processi, nel mio caso tanti processi e abbiamo riconosciuto i nostri errori quando ne abbiamo commessi [...] I giornali in quel periodo non erano teneri. E poi non dimentichiamoci mai la tv [...] Basta ricordarsi cosa dicevano in quel periodo le tv di Berlusconi...[...] Il sottoscritto ha pagato fisicamente e politicamente, altri soltanto politicamente. Altri non hanno pagato per niente [...] Io riconosco gli sbagli compiuti per quanto riguarda il finanziamento del mio partito. Per la corruzione no! Quel reato io non l’ho compiuto e ricordo la dizione con la quale sono stato condannato: ’per aver collaborato con ignoti pubblici ufficiali’. Mai conosciuti questi pubblici ufficiali”» (’La Stampa” 13/10/2002). «De Mita mi propose il ruolo di segretario amministrativo della DemocraziaCristiana: ho accettato con poco entusiasmo. Il compito era non appetibile, d’altronde dal partito ho avuto incarichi e qualche onore, mi sembrava giusto assumere anche qualche onere. Ho accettato finanziamenti in nero, perché gli industriali non si volevano esporre pubblicamente. Senza quei contributi il partito sarebbe morto. E non solo la DC. Se poi chi sapeva, nel mio partito (ma vale per tutti gli altri), ha detto di non sapere, va be’... » (’La Gazzetta dello Sport” 6/8/2003).