Varie, 14 ottobre 2002
KERTESZ
KERTSZ Imre Budapest (Ungheria) 9 novembre 1929. Scrittore. Premio Nobel per la Letteratura 2002 • «Un uomo che ride e chiacchiera, paziente e simpatico, di buon carattere, lo dicono tutti. Fu deportato a 15 anni ad Auschwitz e fu liberato a Buchenwald nel 1945. Essere senza destino, il libro che impiegò dieci anni a scrivere e che nessuno gli pubblicò fino al 1975, anche se è un romanzo, è il racconto di quella esperienza e del modo in cui l’affrontò, come un adolescente che non conosce le coordinate dell’orrore e dunque l’attraversa misurandolo, senza retorica e sentimentalismi, cercando di adeguarsi per sopravvivere: ”La cosa più importante è lavarsi, altrettanto importante è suddividere la razione con parsimonia - non sapendo se ne seguirà un’altra oppure no...; durante l´appello o quando si marcia in colonna l’unico luogo sicuro è sempre e soltanto il centro; durante la distribuzione della minestra non si cerchi di stare davanti...”. Guarda con occhio lucido, registra, capisce che ”l’importante è non lasciarsi andare”, non diventare ”musulmani”, quelli di cui parlava anche Primo Levi, quelle ”cornacchie infreddolite” che si chiedono se valga ancora la pena. La sua è la cronaca di un viaggio ”banale” verso la catastrofe, una cronaca vissuta incontrando minuto per minuto la novità e superandola anche se la morte gli respira continuamente addosso con febbri e infezioni. Niente è scontato, anzi, il suo fare esperienza ci comunica una sorta di strana suspense: il lettore conosce la storia e la dimensione dei campi di sterminio, l’io narrante no. Giorgio Pressburger, lo scrittore ormai italiano ma nato in Ungheria, ebreo, e uscito di lì a 19 anni, nel ”56 - fu uno dei bambini salvati da Giorgio Perlasca sulla rampa del treno per Auschwitz nel ”44 - definisce Kertész, che conosce bene, un genio, ”geniale perché totalmente libero, geniale perché capace di rappresentare lucidamente una realtà irrapresentabile se non dentro di sé, geniale dove non usa nessuna pietà, perché non c’è pietà che possa lenire”. Totalmente libero. In effetti Imre Kertész sembra non aver mai cercato l’approvazione degli altri. Dopo la guerra, nel ”48, iniziò a fare il giornalista, ma il suo giornale, ”Vilagossag” divenne un giornale di partito e lui, nel ”51, fu licenziato. Non tentò di ”riabilitarsi”: si mise a scrivere testi per commedie leggere da una parte, per campare, e a tradurre Nietzsche, Freud, Canetti, Wittgenstein, dall’altra. L’Ungheria, anche dopo la fine del comunismo, non l’ha mai amato: lo conosce, lo ritiene bravo, ma non lo considera. Dove ha avuto veramente successo è stato in Germania e in Francia. E lui, del resto, non ama l’Ungheria così com’è: a suo parere non si è mai confrontata con il suo passato, non si è mai assunta responsabilità per la Shoah che deportò in pochi mesi circa 400mila ebrei ungheresi. Il socialismo, ha detto, voleva indicare come colpevoli solo i tedeschi, ”una schematizzazione che si conosce bene anche nei paesi occidentali”, ha detto in un’intervista: il totalitarismo comunista del resto viene visto responsabile di uno straneamento, di una violenza del tutto paragonabili a quelli del nazismo, ”a tal punto, che il processo di adattamento che ho descritto nel libro, quello in cui si perde via via il rapporto con l’esistenza, è marcato dal presente dell’epoca in cui il romanzo è stato scritto”» (Susanna Nirenstein, ”la Repubblica” 11/10/2002). «Era stato un caso, ma anche un segnale, che Imre Kertész fosse a Berlino quando seppe […] di aver vinto il premio Nobel. Deve alle traduzioni in tedesco, e ai giornali tedeschi, se il suo primo romanzo, Essere senza Destino, è diventato noto nel mondo. Ma alla Germania Kertész deve anche il suo ”tema”, l’oggetto sempre uguale e sempre variato di tutti i suoi libri: Auschwitz. In Essere senza Destino (Feltrinelli) è un ragazzo che guarda negli abissi della degradazione umana (l’autore fu deportato a Auschwitz a quattordici anni e mezzo e di lì trasferito a Buchenwald dove fu liberato un anno dopo). […]. L’estrema gentilezza di Kertész, il suo calore umano, la sua simpatia sembrano contraddire il pessimismo dello scrittore. ”Tutti me lo dicono” sorride lui. ”Forse nello scrivere uno rovescia gli aspetti più bui dell’esistenza e qualcosa di costruttivo viene fuori […] Per me vivere a Berlino non è più strano che vivere a Budapest. Anzi, almeno la Germania si è confrontata col suo passato. A Budapest sono stato rinchiuso per quarant’anni, senza un passaporto, senza poter uscire, e si capisce che venga la voglia di andare per il mondo […] Io credo che le radici di Auschwitz siano in un ambiente culturale che era europeo e cristiano. Perciò dico che tutta l’Europa è sopravvissuta ad Auschwitz. Ad Auschwitz sono crollati in modo spettacolare i valori europei. L’Olocausto non è un unicum, un infortunio inspiegabile, che è successo senza una storia che l’abbia preceduto e l’abbia seguìto. Se si studia questa pre-storia si capisce che non è un evento inaspettato. Le sue radici sono nel nostro modo di vivere, come le dittature del ventesimo secolo. Nessuno è innocente […] In Occidente si è sviluppato un conformismo dell’Olocausto, un canone, con un corrispondente linguaggio cerimoniale. Un kitsch alla Spielberg. Mi dispiace dirlo ma è così. Lo scrissi in un commento quando vidi La vita è bella di Benigni, dove invece c’è autenticità. Kitsch è tutto ciò che non vuole o non riesce a farci vedere il nesso tra il nostro modo di vita deformato, pubblico e privato, e la possibilità dell’Olocausto”. Nel suo discorso di accettazione del Nobel, […] disse una cosa che fa tremare. Disse: ”Dopo Auschwitz, non è successo nulla che l’abbia contraddetto”. ”Abbiamo aspettato invano una catarsi”. E quale sarebbe potuta essere la catarsi? ”Si può solo immaginare: per esempio che l’Agnello prenda su di sé i mali del mondo. Questa sarebbe una nuova via per la cristianità, una via rivoluzionaria. Ma viene da sorridere quando si vede quanto siano tradizionali le Chiese, certo non ci si può aspettare una catarsi da quella parte. La catarsi avviene quando ci si identifica con la storia. […] vivere a Berlino è interessante anche per questo. il punto in cui Est e Ovest s’incontrano […] Per quarant´anni l’Europa occidentale è vissuta come un bambino viziato, senza responsabilità, le due Potenze nemiche si tenevano a bada, agli europei non restava che fare un po’ di cultura, diventare sempre più ricchi e coltivare dei bei sogni. Come disse Talleyrand, chi non ha vissuto prima della Rivoluzione non sa quanto la vita possa essere dolce. Il collasso dell’Unione Sovietica ha scosso anche l’Europa occidentale. Che, diciamolo, non ha capito subito le proprie responsabilità, come si è visto con la guerra nei Balcani. Gli europei hanno continuato a pensare che i confini dell’Europa fossero in Austria. Invece c’erano anche i Balcani. Solo lentamente è cresciuta la coscienza di una responsabilità europea che andava assunta […] Per gli intellettuali europei l’Europa è come l’antica Grecia, colonizzata da Roma, che faceva la sua parte culturale mentre i romani barbari facevano le guerre […] L’Europa dell´Est ha una storia diversa. In Ungheria la democrazia non c’è mai stata, i rapporti col potere sono sempre stati di sudditanza, mentre la democrazia prima ancora di essere un sistema politico è una cultura. Nell’Europa occidentale la democrazia si è sviluppata da una lunga serie di condizioni, tra le quali per esempio il colonialismo. Senza le colonie non ci sarebbero stati i grandi commerci, i grandi traffici, le grandi assicurazioni, le regole. La democrazia si è sviluppata dal capitalismo. Che certo non è buono, ma meno cattivo del capitalismo di Stato che non lascia nessuna libertà”» (Vanna Vannuccini, ”la Repubblica” 9/3/2005).