Varie, 14 ottobre 2002
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Wilson Bob
• Waco (Stati Uniti) 4 ottobre 1941. Regista • «Artefice di kolossal teatrali sofisticati e visionari. E anche pittore, architetto, scenografo, videomaker, autore di allestimenti lirici e di roventi musical rock. […] ”Pensando al senso del mio lavoro, mi vedo come il sindaco di una grande città, che deve capire e indirizzare le tendenze dell´epoca in cui vive. Naturalmente io non sono solo questo. Se rifletto sul mio modo di costruire gli spettacoli, penso soprattutto ad Antonioni, coi suoi orizzonti infiniti, e alla tecnologia visionaria di Spielberg”» (Leonetta Bentivoglio, ”la Repubblica” 16/7/2003). «Crea spettacoli da ascoltare con gli occhi, è autore di una scrittura che ha per caratteri la luce, diffonde nello spazio il lirismo dei movimenti, plasma scenari di musica seriale, adotta drammaturgie coreografiche, ridisegna da decenni la comunicazione multimediale. il teatrante texano che da Oltreoceano ha impresso un’astrazione geometrica e una visionarietà modulare all’universo compulsivo o rarefatto del nuovo teatro transnazionale, brevettando una sintesi di derive e percezioni che sono alla base d’una poetica atonale, d’una commedia umana riletta col fascino della storyboard, con un relativismo sempre formalmente ineccepibile, sempre impalpabile, sempre imperscrutabile e vitreo. […] Il teatro wilsoniano è anche una mostra d’arte moderna di umanesimi elettrici, e lui è un ingegnere delle tragedie silenziose o virtuali a cavallo tra secondo e terzo millennio» (r.d.g., ”la Repubblica” 15/9/2001). «’Il mio è un teatro rigoroso ma libero: bisogna avere delle regole per poterle infrangere. Non va visto in maniera intellettuale. Siamo artisti, non filosofi e nemmeno insegnanti. Non c’è niente da spiegare. Uno spettacolo è un’esperienza diversa per ogni persona, a una condizione: bisogna avere la mente libera da pregiudizi. Come quando si entra in un museo e si guardano le opere di Picasso, Matisse, gli affreschi del quindicesimo secolo, ognuno vive le emozioni che suscitano”. I suoi detrattori lo accusano di essere troppo attento alla forma. ”Non piaccio agli anglofoni, ma non mi turbano le loro critiche violentissime. Sarebbe una perdita di tempo”. In trent’anni di carriera ha diretto classici, testi contemporanei, opere liriche, persino una sfilata dell’amico Armani. ”Quante critiche mi sono piovute addosso, eppure non riesco a vederci niente di male. Anche uno stilista è un artista, per creare un abito ci vuole inventiva, fantasia, genio. Cosa manca ancora alla mia carriera? Vorrei tanto imparare a fare ceramiche, e non sto scherzando”» (Sandra Cesarale, ”Corriere della Sera” 13/10/2002). «Nel mio teatro non ci sono ruoli femminili e maschili. Non è un teatro naturalista, è molto formale, ha una specie di distanza. Nel ”90 il mio King Lear era Marianne Hoppe, attrice tedesca perfetta per il Re; io stesso in Amleto ho interpretato tutti i personaggi, Ofelia compresa. E davanti a uno spettacolo di ”kabuki” o di ”no”, non penso mai al fatto che l´attore sia sempre un uomo» (Laura Putti, ”la Repubblica” 5/2/2004). «[...] Dopo trent’anni che faccio teatro continuo ad avere problemi con il pubblico americano: non capiscono cosa sia il mio lavoro. Non è teatro, dicono, non è danza, non sanno cosa pensare. Con i francesi, gli italiani, i tedeschi è più facile intendersi [...] L’armonia artistica la puoi trovare in una forchetta, in un vestito, in una parola, un’immagine. L’importante è non precludersi nessuna strada [...]» (Stefania Ulivi, ”Sette” n. 47/1998).