16 ottobre 2002
BARONE
Francesco. Nato a Torino il 21 settembre 1923, morto a Viareggio (Lucca) il 27 dicembre 2001. Uno dei più autorevoli storici e filosofi della scienza italiani. «Aveva insegnato da ultimo filosofia teoretica nell’università di Pisa. Inizialmente aveva studiato il neokantismo di Nicolai Hartmann, maturando uno spiccato interesse per i rapporti tra sapere scientifico e sapere filosofico. La riflessione critica sulla scienza divenne per lui una componente essenziale della filosofia intesa come riflessione trascendentale su tutte le attività dell’ uomo. La prima fondamentale monografia in cui mostrò la fruttuosità di tale prospettiva fu Il neopositivismo logico (Edizioni di Filosofia 1953, ampliata per Laterza nel 1977 e nel 1986) che rimane a tutt’oggi la più completa esposizione del movimento. Altrettanto importante è l’opera in cui indagò a fondo la distinzione tra logica formale, cioè scienza, e logica trascendentale, cioè filosofia, criticando la loro separazione ed esclusione reciproca (Logica formale e logica trascendentale, Edizioni di Filosofia, 19571965). In tale contesto tradusse gli Scritti di logica di Leibniz (Zanichelli, 1968), curò le Opere di Copernico (Utet 1979), e giunse al convincimento che il trascendentale non dovesse più essere concepito come insieme chiuso di forme immutabili e apriori del conoscere, alla maniera di Kant, bensì come spontaneità di sistemi categoriali storicamente contingenti. Affonda le radici in questa sua concezione, prima ancora che nell’assimilazione del linguistic turn che stava avvenendo nella filosofia angloamericana, l’attenzione che accordò al linguaggio e alla sua analisi. Tuttavia, a differenza di Carnap, egli non si serve dell’analisi linguistica ai fini di una sommaria liquidazione dei problemi tradizionali della filosofia, bensì per penetrarli a fondo e capirli in connessione con la contingenza e la finitudine della mente umana (Immagini filosofiche della scienza, Laterza 1983). Di qui il suo interesse per il fallibilismo popperiano, nella convinzione che i problemi filosofici non siano dati all’uomo perché li risolva, ma perché li viva. [...] Uno dei maestri più discreti, ma non per questo meno incisivi e convincenti della filosofia italiana del secondo Novecento» (Franco Volpi, ”la Repubblica” 29/12/2001).