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 2002  ottobre 16 Mercoledì calendario

CHIAMPARINO Sergio

CHIAMPARINO Sergio Moncalieri (Torino) 1 settembre 1948. Politico. Ex sindaco di Torino (2001-2011). Ex deputato Ds • «[...] un passato da funzionario sindacale e ricercatore a Bruxelles [...] Nel 2001 solo l’improvvisa morte del candidato a sindaco del centrosinistra torinese, Domenico Carpanini, aveva portato via l’onorevole Chiamparino da Montecitorio per mandarlo a Palazzo civico. Da una posizione defilata si conta di meno ma si può sperimentare di più. Così il sindaco ha ricominciato a tessere quello che è sempre stato il suo chiodo fisso: la crescita di quell’area riformista che oggi preferisce definire “area di governo”. Un’idea tanto radicata da spingerlo a proporre nella città operaia un sindaco professore del Politecnico per contrapporlo a Diego Novelli, il primo sindaco comunista di Torino dal dopoguerra. Era il 1992 e l’esperimento, a costo di una profonda divisione nella sinistra della città, ebbe successo: Valentino Castellani battè Novelli al ballottaggio e divenne primo cittadino. [...]» (Paolo Griseri, “la Repubblica” 9/12/2005). «Fassino nell’84 pensava a me come uno dei possibili successori alla segreteria provinciale. Poi ci fu il referendum sulla scala mobile... [...] Io e pochi altri eravamo risolutamente contrari. Un pugno di compagni che pensavano alla concertazione come unica strada nei rapporti con gli industriali. Non ci fu storia, naturalmente. Entrai in crisi, chiesi a Fassino di allontanarmi dal cuore del partito: finii alla segreteria del gruppo comunista a Bruxelles. Mi servì a guarire [...] Fui tra i primi a condividere la svolta della Bolognina, ricordo come adesso una drammatica assemblea alla sezione Garibaldi: c’era gente che piangeva. In quei mesi provai tristezza nel vedere un pezzo della nostra storia che se ne andava. Ma non ho mai avuto rimpianti. A Torino ero stato tra i primi a parlare di socialdemocrazia, quando la parola era bandita. E ho conservato tanti amici tra chi non ha condiviso il cambiamento. Con Occhetto mi vedo spesso alla Camera, credo di essere tra i pochi a scambiare qualche battuta con lui. Anche con Veltroni parliamo spesso. Con D’Alema meno, è più freddo o forse solo più timido» (Giampiero Paviolo, “La Stampa” 6/3/2001). «Era arrivato nel Pci lasciando un posto da ricercatore a Scienze Politiche. Si occupava di econometria, statistica applicata all’economia. Ma all’Università, dove era approdato con un diploma da ragioniere, già era il leader della sezione studentesca, e come tale firmò l’iscrizione del giovane Meluzzi che tanti anni dopo gliele avrebbe suonate nel collegio di Mirafiori. [....] Non gli si attribuiscono vizi importanti: rari sigari, acqua naturale a tavola, passeggiate in montagna, romanzi e tanto cinema, il tempo per dividere la vita con la moglie Anna, conosciuta all’Università e sposata nel 1978, con Tommaso”» (“La Stampa” 6/3/2001). «[...] “[...] ho un passato estremista [...] Mio nonno lo chiamavano Barba Lenin, zio Lenin, per distinguerlo dalle sue tre sorelle beghine, anche se non era bolscevico ma socialista. Del Pci erano mia madre e mio padre, operaio alla Fnet, una fabbrica di estratti tannici. Io avevo simpatie più a sinistra: il mito dei Quaderni Rossi e di Panzieri, che era morto nel ’63 e di cui conoscevo bene la figlia Susanna e il genero Massimo Negarville, nipote del sindaco comunista Celeste; il fascino di Mario Tronti, Toni Negri, Alberto Asor Rosa e delle sorelle Garavini; l’esplosione della lotta, quando ai cancelli di Mirafiori arrivarono Scalzone e Piperno. La strategia era l’entrismo. Con Cesare Vaciago, che oggi dirige il comitato organizzatore delle Olimpiadi, scegliemmo il partito più debole, in cui pensavamo di contare di più, il Psiup”. Nel ’71 la conversione al riformismo e l’ingresso nel Pci; subito su posizioni “di destra”. “Il giovane più brillante era Giuliano Ferrara. Segretario della Fgci era Fassino. Ogni sera alla birreria Mazzini, l’unica aperta fino a tardi. La battaglia dell’80 alla Fiat l’abbiamo fatta insieme, e abbiamo condiviso le stesse perplessità. Ero con lui quando Berlinguer fu indotto a promettere l’aiuto del partito in caso di occupazione, e capimmo che avevamo imboccato una strada senza ritorno. La notte Piero faceva i volantini e io li portavo ai cancelli di Mirafiori. La sera dell’accordo il titolo scelto da Fassino era ‘doloroso ma necessario’. Portai il pacco al compagno Gino della porta 17, quella delle Presse. Mi disse, in dialetto: questi volantini te li distribuisci tu”. Incombeva un’altra sconfitta: il referendum sulla scala mobile. “Piero era diventato segretario del Pci torinese e io avevo preso il suo posto come responsabile delle fabbriche. Segretario della Cgil era Bertinotti: già allora guardava tutti dall’alto in basso ed era ostile all’idea dello sviluppo fuori dalla fabbrica, del terziario. Fui l’unico, insieme con Antonio Carta, a votare contro il referendum. Poi lasciai il partito per il sindacato”. Sostenitore della svolta di Occhetto, alle amministrative nel ’93 Chiamparino inventa la candidatura Castellani contro Rifondazione che vuole il ritorno di Diego Novelli, detto Crisantemo per il suo vitalismo [...]» (Aldo Cazzullo, “Corriere della Sera” 10/2/2006).