Varie, 16 ottobre 2002
Tags : Rik Van Steenbergen
VanSteenbergen Rik
• Arendok (Belgio) 9 settembre 1924, 15 maggio 2003. Ciclista, professionista dal 1943 al 1966. Grandissimo sprinter dalla progressione impressionante, ha iniziato a correre nel ”39. Dopo 52 vittorie nelle giovanili, al debutto tra i professionisti (’43) ha vinto 15 gare. Tre volte campione del mondo: a Copenaghen (’ 49 e ”56) e Waregem (’57), ha vinto due volte il Fiandre (’44 e ”46) e due Freccia-Vallone (’49 e ”58), una Parigi- Roubaix (’48), una Milano-Sanremo (’54). Nel Giro d’Italia del – 51 ha chiuso al 2 ˚ posto battuto da Magni di 1’46’’. Ha vinto 40 Sei Giorni e in totale da pro ha ottenuto 270 vittorie. «Van Steenbergen, in fiammingo, vuol dire uomo di pietra. Era un atleta-monumento, che sarebbe stato buono per tutti gli sport. Meriti fisici eccezionali. Aveva l’aspetto di un magnifico mezzofondista strappato all’atletica leggera: è stato Rik I, The boss o più semplicemente ”le Grand”. Nel ciclismo c’erano i soldi: nell’atletica, le ”svanziche” erano rare. Ciclismo, dunque, e pochissimo tempo in mezzo, per andarsele a prendere. Addetto nella manifattura tabacchi, garzone di macelleria ad Anversa, il suo esordio è segnato dai titoli di ”Campione nazionale dei professionisti strada, inseguimento e omnium”. Era il 1943: i tedeschi avevano occupato il Belgio. Vince il Giro delle Fiandre, nel ”44: lo rivince nel ”46. Liberazione. Nel ”48 si impone nella Roubaix, a 43 orari. Dopo avere intascato la Freccia Vallone nel ”49, a Copenaghen, è campione del mondo. Ha battuto Kubler e Coppi. Coppi ha fatto il diavolo a quattro per isolarsi in avanti con Kubler e per non farsi acchiappare. Ero giovane e amico di Fausto e mi sarei messo a piangere vedendo Rik, magnifico e perfido come strattonato da un elastico, stendere nell’ordine Kubler e Coppi. Brera si era commosso. Il percorso non concedeva non dico uno ”zampellotto” ma neppure una ruga. Il Gianni scrisse allora che ”le aquile (Coppi) non scendono sulle aie”. Lo scatto di Rik, bisogna ammetterlo, non era solamente la progressione di un kilometrista ma un cambio di marcia violento, incomparabile, una frustata. Le Alpi, i Pirenei li scollinava, all’opposto, spesso disunendosi: un anno (il ”51) volle, per Girardengo, correre il Giro con il massimo impegno. Alle Dolomiti non gli era rimasto che un gregario, Giacchero. Ebbene, finì secondo: lo batté soltanto un grande Magni, di 1’50’’. Una sei giorni, ci confidò, gli rendeva più che un Giro. ”Non valeva la pena di faticare tanto, ad issare su per le erte il mio rispettabile ”gabarit’ (m. 1,86 per 80 chilogrammi)!”. Ancora ammirai Van Steenbergen vittorioso di una Roubaix, nei confronti di Coppi. L’uno contro l’altro armato erano entrambi esausti. Ancora due ”mondiali” conquistati. Uno in Belgio con un’enorme folla che aveva travolto i recinti e accerchiato il podio. C’era il re Baldovino pallido pallido, ma il re, anzi l’imperatore, era lui, ”le Grand” di Arendonk. Vinceva ”sei giorni” e kermesse e classiche (l’ultima a 34 anni). Aveva consegnato un sontuoso lascito ai figlioli. Smise. Le ”Manon” dei velodromi non gli avevano fatto girare la testa. La sei giorni conclusiva, la corse con Lykke, suo genero. Aveva 40 anni. Infine, un declino verticale incredibile, inevitabile. L’alcol lo aveva devastato. Evitava ogni contatto. Era irriconoscibile» (Mario Fossati, ”la Repubblica” 17/5/2003). «Io non mi ritengo uno sprinter, io ero un cacciatore di classiche e avrei potuto vincere anche le grandi corse a tappe. Il Giro del ”51, ad esempio. Quella rosa doveva essere mia […] Ho perso perché non avevo squadra e l’ho perso in discesa. Nella tappa che arrivava a Bolzano c’era il traguardo in fondo a una discesa di 20 chilometri. Io avevo ancora 1’30’’ di vantaggio e sentivo di avere il Giro in tasca. Pioveva e Fiorenzo prese rischi pazzeschi. Ricordo che ai lati della strada c’era una balaustra e Magni strisciò contro quella balaustra per 20 metri. Io frenai convinto che Fiorenzo sarebbe caduto. Dopo una curva non lo vidi più e all’arrivo era maglia rosa. Magni aveva un coraggio pazzesco. Era un grande discesista, forse il più grande di sempre. […] Non amavo il Tour. Non mi piaceva perché si dormiva nelle baracche e si mangiava male. Nel 1949 fui costretto a correrlo per poter disputare il Mondiale di Copenaghen, che ho poi vinto. La federciclo belga mi aveva bandito dalla nazionale perché sosteneva che avessi venduto il Mondiale ”46, quello vinto da Knecht a Zurigo. Bugia enorme. Nella mia carriera non ho mai venduto una grande corsa. Nel ”49 mi proposero una via d’uscita: se avessi corso il Tour e vinto tappe mi avrebbero iscritto al Mondiale. Vinsi a Tolosa e Parigi e conquistai la mia prima maglia iridata […] Sono stato amico di Bartali, ho dormito a casa sua. Ma ho avuto un ottimo rapporto anche con Coppi. Bartali era più tenace e più veloce, ma Coppi è stato il più grande. Bartali era la forza. Coppi la classe. Bartali parlava, parlava... Mi raccontava tutto. Coppi parlava poco, ma con me si confidava. Mi raccontò della Dama Bianca molto prima che il fatto diventasse pubblico[…] Con Cipollini abbiamo molto in comune: l’altezza, la velocità e la passione per le donne […] Ho corso in bici fino a 42 anni ed ho vinto oltre mille corse. Certo, sono stato un po’ playboy, ma facevo attenzione. Non sono mai andato con donne prima di una corsa. Semmai dopo. Ricordo la notte finale della Sei Giorni di Berlino ”62. Fuori dai camerini c’erano sempre ragazze bellissime che aspettavano. Era un po’ la tradizione. Quella sera erano 13 e mandai il mio gregario a dire di aspettare, che le avrei incontrate tutte. Le migliori Sei Giorni per le donne erano Zurigo e Copenaghen, la più difficile Parigi […] Miguel Poblet è stato il mio più grande avversario nelle volate. Sì Miguel più di Van Looy: era più scaltro ed era fulminante negli ultimi metri» (p. ber., ”La Gazzetta dello Sport” 16/10/2002).