Varie, 18 ottobre 2002
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BECK (Beck Hansen) Los Angeles (Stati Uniti) 8 luglio 1970. Cantante. Autore • «Il “perdente” più famoso del rock alternativo: milioni di dischi venduti, una star negli States, soprattutto nella natìa Los Angeles
BECK (Beck Hansen) Los Angeles (Stati Uniti) 8 luglio 1970. Cantante. Autore • «Il “perdente” più famoso del rock alternativo: milioni di dischi venduti, una star negli States, soprattutto nella natìa Los Angeles. Sono passati più di dieci anni da quando cantava Loser: “Sono un perdente baby, perché non mi uccidi?”. Da allora il cantautore ha vinto tre Grammy, ha scritto brani anche per Marianne Faithfull e ha anche duettato con lei. Le poesie e i collage del giovane Beck hanno accompagnato le opere del nonno Al Hansen, uno degli artisti di punta di Fluxus, fra i grandi movimenti delle avanguardie del secondo dopoguerra. Wim Wenders ha voluto fargli cantare un blues nel suo film L’anima di un uomo. […] “La musica rispecchia il mio mondo e non sono mai stato un privilegiato: sono cresciuto in un ghetto nero e non ascoltavo certo il grunge dei Nirvana o il metal. Mi sono sempre piaciute le forme d’arte che danno voce alla vita in modo diverso, non codificato. Può darsi che nelle mie inquietudini si ritrovino in tanti, non lo faccio certo apposta […] Le persone avvertono sempre la necessità di metterti in un gabbiotto, ma io sfuggo a qualsiasi definizione […] Sono schivo per difendermi dal fanatismo del mondo. Per questo amo l’Italia, quando posso vado a riposarmi vicino ad Arezzo. Mi piace la qualità della vita, il paesaggio, la gente. In quel paesino anche la pioggia ha un suono particolare. Un posto così è unico al mondo”» (Sandra Cesarale, “Corriere della Sera” 5/8/2003) • «Sembra un pulcino bagnato, così esile nel suo biondo aspetto dimesso, la pelle rosa che antipatizza con il sole, gli occhi distratti. Invece è Beck [...] cantautore americano cresciuto fra Texas e California, poco mainstream e molto eclettico, amato da generazioni sparute di affezionati alla musica con le idee; ha un passato bohemien di vagabondaggi e concertini per chitarra in pub notturni a New York: insomma un Tom Waits analcolico, e meno passionale. Nel 1993 poi, una piccola etichetta pubblica poche copie di Loser e si comincia a parlare del suo talento nel mescolare i generi più disparati; segue carriera sempre più rispettata, con il successo mondiale Odelay del ’96 e un’infilata di altri dischi sempre innovativi. [...] Lui dice di esser nato vecchio: “Amavo e amo i ’20 e i ’30, ma ho sempre pensato che dovevo abbracciare il mio tempo con tutte le sue possibilità. In realtà sono sempre stato con un piede di qui e uno di là. Il progresso è quel che è, bisogna sfruttarlo, ma dal passato viene la buona scrittura”. [...] ha comunque sempre scritto musica controcorrente... “La mia è un’isola. Ai tempi del nu metal e dei Limp Bizkit io facevo il folk: seguo il mio istinto creativo, e poi ci vuole varietà nel mondo”. [...]» (Marinella Venegoni, “La Stampa” 21/6/2005) • «Se c’è un disco che traccia il confine tra il vecchio e il nuovo Rock questo è indubbiamente il suo Mellow Gold (1994). Non semplicemente un album importante, ma davvero un fondamentale. Preceduto dal singolo Loser che definisce con compiutezza l’attitudine “slacker” (scazzata) della “Generazione X” raccontata da Douglas Coupland, Mellow Gold è un vero e proprio sunto dell’etica e dell’estetica postmoderna in musica. Dentro c’è la filosofia del cut-up burroughsiano a modificare in chiave personale e con una differente consapevolezza l’idea più nuova della musica nera: la “sampladelia” dell’hip hop. E poi l’estetica low-fi che, sulla base della lezione waitsiana, in questo periodo diventa vera e propria scuola. […] E in tanta densità l’ascolto è pure più che piacevole» (Dizionario del Pop-Rock – Guida critica ai dischi degli ultimi cinquant’anni, a cura di Enzo Gentile & Alberto Tonti, Baldini&Castoldi 1999).