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 2002  ottobre 21 Lunedì calendario

Olivieri Aldo

• San Michele Extra (Verona) 2 ottobre 1910, Lido di Camaiore (Lucca) 5 aprile 2001. Calciatore. Portiere: giocò con Verona (1930-33), Padova (1933-36), Lucchese (1936-38), Torino (1938-42) e Brescia (1942-43). In nazionale - 24 presenze - vinse il Mondiale ’38. Da allenatore guidò Torino, Verona, Lucchese, Juve, Inter, Viareggio e Casertana • «Dopo la vittoria nei mondiali del 1938, Mussolini convocò gli azzurri e presolo da parte gli disse: ”Con le sue parate ha salvato l’Italia nella partita contro la Norvegia”. ”Sì Eccellenza, nelle altre ci hanno pensato i compagni” rispose il portiere. E alla fine dal Duce arrivò un premio di 12mila lire. [...] Era arrivato tardi al grande calcio. Prima il Verona in B, poi il Padova, e quando esordì in nazionale nel 1936, contro la Germania, giocava ancora nella Lucchese. ”Mi ritrovai da Lucca all’Olympiastadion, davanti a ottantamila spettatori” ricordava anni più tardi, guardando le sue grandi mani, il fisico forte e asciutto fino alla lunga vecchiaia, quando passava per il suo bar di Viareggio. Era stato un precursore nella preparazione: appassionato di ginnastica, faceva anche salto in lungo e con gli ostacoli. Dotato di grande agilità di elevazione, riusciva a toccare la traversa con la spalla. Tra i suoi soprannomi c’era anche quello di ”gatto magico”. Aveva movenze da ballerino, un Nijnski dell’area di rigore. Nel 1938 andò al Torino ed era già il titolare della nazionale. Era un uomo schivo e modesto, non capiva come mai Pozzo lo avesse preferito a Ceresoli, che aveva parato il rigore nell’inferno di Highbury nel ’34. In maglia azzurra giocò 24 partite, con una sola sconfitta, un 2-5 contro la Germania quando si sperimentò il blocco del Genoa. ”Eravamo a una decina di gradi sottozero, mi specchiavo nel ghiaccio delle pozzanghere, avevo le ginocchia gonfie”. Durante la guerra chiuse la carriera nel Brescia. Nel 1942 un bombardamento distrusse il Cinema Italia, che aveva comprato a Verona con i suoi risparmi di giocatore. Nel dopoguerra iniziò la carriera di allenatore. ”Un giorno venne la chiamata dell’avvocato Agnelli, allora presidente della società. Mi offrirono 100mila lire in più delle 700mila che mi pagava l’Udinese”. Aveva portato i friulani in due anni dalla C alla A, facendo rattoppare gli scarpini vecchi e ingaggiando un massaggiatore che aveva un paio di Giri d’Italia alle spalle. Ma alla Juventus non si trovò bene, e poi forse gli fecero pesare il campionato del ’54, perso per un punto dietro all’Inter. Raccontava senza amarezza: ”Hansen e Boniperti sbagliarono due rigori nelle ultime tre partite, due 0-0 che potevano essere vittorie”. Si sarebbe trovato meglio all’Inter, dove andava con i giocatori a vedere le corse di cavalli. Chiuse la carriera alla Casertana, il giorno del suo sessantesimo compleanno, il 2 ottobre del 1970. Ma la sua fama è stata inferiore alla sue qualità» (Corrado Sannucci, ”la Repubblica” 6/4/2001). «’Ragno nero”, lo chiamavano; e ”Ragno nero” avremmo poi ribattezzato Fabio Cudicini, sul filo di una ideale staffetta che, scavalcando le epoche e gli stili, riunisce e sublima il talento, i gesti, le emozioni. Gianni Brera l’ha cantato così: ”Una piovra, un funambolo, un gatto dalle sette vite, un kamikaze con il paracadute, è Ercolino Sempreinpiedi”. [...] Il suo era un calcio che ci piace definire romantico, scortato dal fascismo, illustrato da delicate minuzie: la posta, in ritiro, la distribuiva Vittorio Pozzo in persona, fra un saluto romano e una respinta di pugni. Non apparteneva alla scuola dei portieri ”inglesi”, modello Combi e Zoff. Gli piaceva vellicare la platea, alla Castellini. Si trasfigurava tra i pali, non nella vita di tutti i giorni. Fuori, era normale, e normali erano i suoi racconti di parate che la ricerca dell’enfasi trasferiva sul piano delle imprese: ma ce ne fu una, contro la Norvegia, che ha resistito alla retorica e rimane, assolutamente, memorabile. Quando frughiamo negli scaffali della memoria, c’è sempre il rischio di dilatare i vincenti a eroi omerici. Con lui non si corre questo pericolo. Al limite, si può cadere nell’eccesso opposto, in un improvviso ”vuoto” d’aria. Nel 1996, la giunta comunale di Verona evitò solo in extremis di dedicargli un piccolo stadio cittadino: ”indimenticabile gloria dello sport”, senza dubbio, ma con il piccolo particolare che era ancora vivo e vegeto. [...] Quando era a Padova, subì un grave incidente (frattura del cranio). Non ha mai avuto paura: né di essere giudicato, né di giudicare gli altri. Ha solo sfiorato Internet, continuerà a ”vivere” per quello che ha fatto, e per come l’ha fatto. Non è poco» (Roberto Beccantini, ”La Stampa” 6/4/2001).