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 2002  ottobre 21 Lunedì calendario

SANGUINETI

SANGUINETI Edoardo Genova 9 dicembre 1930, Genova 18 maggio 2010. Poeta • «Autentico poeta dell’oltranza, continua a testimoniare da quasi mezzo secolo le possibilità di un’intelligenza letteraria tanto acuminata quanto autocritica; e ad imporsi come una delle voci poetiche più beffarde e risonanti del secondo Novecento italiano» (Stefano Giovanardi, ”la Repubblica” 21/10/2002) • «Cavaliere di Gran Croce e Corona d’Oro per la poesia in Macedonia, è anche Faraone Poetico dell’Istituto Patafisico di Milano, nonché - così la biografia - Satrapo Trascendentale. Titoli che parodiano il filone ludico-ironico delle sue bizzarrie linguistiche: le poesie di Laborintus (1956), Triperuno (1964), Bisbidis (1987), o saggi come Ghirigori e Scribilli. Vena risalente all’antologia dei ”Novissimi”, 1961. Da lì sbocciò il Gruppo 63: scrittori, poeti, studiosi d’estetica (c’era pure Umberto Eco), a caccia di nuove forme espressive. Sanguineti non era ancora accademico di Letteratura (in ruolo dal 1968 al 2000, nelle università di Torino, Salerno e Genova, la sua città). In un dibattito del 1965, con Calvino, Citati e Fortini (secondo il quale l’ideologia del Gruppo 63 coincideva con quella del consenso), Sanguineti spiegava: ”La nuova letteratura non vuole più sentirsi dogliosa per poteri fittizi che ha smarrito e dei quali non sente alcuna nostalgia” [...] ”Fui lungimirante quando proposi il titolo di Novissimi per la nostra antologia poetica (con Balestrini, Giuliani, Pagliarani e Porta). Da un lato, c’era l’idea di essere estremi, in tono vagamente apocalittico, come antipoesia rispetto al gusto dell’epoca; dall’altro, mi sembrava l’ultimo movimento possibile, rispetto a una certa condizione culturale [...] Pur con qualche goffaggine nei casi meno insigni, il gruppo produsse un risveglio cui non si sotrasse neanche Calvino, il quale cambiò pure lui modalità di scrittura. Fu una cosa contagiosa, i cui esiti mi sembrano ancora validi [...] Sostenevo che compito del critico è non di ”missione’ ma di ”dimissione’. Il problema non è stabilire ciò che è bello o ciò che è poesia, quanto di farsi storici: uscire fuori dalla categoria giudicante dei critici, verso un’interpretazione storica concreta. La ”missione’, insomma, è di dare le dimissioni da critico ”puro’” [...] S’è collaudato in responsabilità istituzionali: consigliere al Comune di Genova, nel 1976; deputato (1979-1983), indipendente nelle liste del Pci. [...] ”Per me era un impegno significativo, in circostanze di rischio per le istituzioni repubblicane, negli anni del terrorismo. Ma i miei compiti di militante li ho svolti molto più nel lavoro culturale che partecipando alle istituzioni politiche. Non si può fare tutto nella vita. O ci si dedica alla politica, o si cerca, da intellettuali, di sviluppare la propria azione sul terreno culturale”» (Pietro M. Trivelli, ”Il Messaggero” 16/7/2003). «Non si può dire certo che, parlando di impegno e letteratura, con Edoardo Sanguineti ci troviamo su una strada periferica. Perché su quella via Sanguineti ha cominciato nel ”65 (con un libro intitolato Ideologia e linguaggio) e da allora tutto quel che scrive, poesia narrativa critica, converge a illuminare questo nesso. Anzi questa ”unità dialettica”, per usare le sue parole. Premessa teorica, ma neanche tanto teorica: ”Al centro – dice – c’è l’idea che ogni comunicazione umana anche non verbale ha sempre un contenuto ideologico: non c’è che politica a questo mondo, nel senso complesso della parola, che comporta una visione dell’uomo come animale sociale”. Dunque, il rapporto politica-letteratura è, per Sanguineti, un rapporto più che simbiotico: ”Qualunque scrittore, lo voglia o no, è militante”. A maggior ragione uno scrittore d’avanguardia, come [...] Sanguineti: ”L’avanguardia è sempre mossa da una tensione anarchica, in senso anche politico. rifiuto dei principi e fine dei modelli, inaccettabilità, rivolta contro lo stato presente della cultura, della società, della storia”. Questo fu il Gruppo 63, di cui Sanguineti è stato il caposcuola non solo teorico: ”Certo, l’avanguardia non comporta esiti diagnostici compatti. Brecht e Pound, che si possono dire scrittori d’avanguardia, finirono per impegnarsi politicamente in senso opposto pur partendo da una critica del presente”. Pure il Gruppo 63 aveva componenti diversissime. ”Eravamo legati dall’essere contro più che da affermazioni comuni: eravamo in dissenso con la tradizione ermetica, con il neorealismo... Ma questo dissenso non aveva risposte omogenee o convergenti”. Il gruppo infatti si ”suicidò” ben presto, con il ”68 e con l’emergenza della politica: ”Ognuno andò per conto proprio. Io ero materialista storico e lo sono rimasto, amavo poco il sessantottismo, lo vivevo come un movimento anticomunista, che voleva liquidare i sindacati e il partito comunista. Mi pareva l’aggressione di giovani piccolo-borghesi che poi infatti sarebbero finiti tra terrorismo e berlusconismo. Così cominciai a dialogare con il Pci”. Iscritto? ”Non sono mai stato iscritto a niente salvo l’anagrafe. Ho militato in maniera anche molto istituzionale, ma per brevi periodi. Feci sempre le campagne elettorali. Acquisii una buona fama come uomo di comizio oltre che di dibattito. Direi che da allora ho fatto tanti comizi quante lezioni universitarie”. Sanguineti non volle più saperne del partito quando Occhetto decretò la morte del Pci e portò a battesimo il Pds: ”In quel momento il partito diventava un partito d’opinione e non più di classe, abbandonava il principio del comunismo e cessava di presentarsi come interprete del proletariato”. [...] Che cosa apprezzava in Togliatti? ”In una democrazia fondata sulla Costituzione, non mostrò mai nessuna indulgenza verso i massimalisti astratti, sapeva bene che non era più un momento rivoluzionario ma una fase di cortine di ferro e di guerra fredda. C’era in lui l’idea di una sorta di compromesso storico, lo stesso da cui nacque la Resistenza e la Repubblica”. Ci furono intellettuali italiani che abbandonarono sin dal ”56. Calvino, per esempio: ”Sottrarsi mi pareva molto egoistico e limitato: la storia è durissima, non puoi illuderti che mettendoti alla finestra hai finito di impegnarti. Successe quel che accadde con Vittorini, di cui ho molta stima e simpatia: appena ruppe con Togliatti corse a collaborare con La Stampa. Tutti abbiamo il nostro ”io’ da coccolare, ma ci sono molti modi più efficaci e divertenti che levare il dito contro la storia. [...] Anche in un grande ”goliarda” come Umberto Eco, partito dalla neoavanguardia, rimane l’impegno? ”Quando lo conobbi, nel collegio universitario di Torino, era responsabile regionale di Azione cattolica. Queste radici in lui non si sono mai perse del tutto, nonostante il notevole impegno a laicizzarsi e a impegnarsi politicamente. Nel ”68 si candidò nel Psiup, ma negli ultimi tempi mi sembra diventato più prudente”. La fase della semiotica applicata ai mezzi di comunicazione aveva una dichiarata intenzione demistificante e quindi contestativa. ”Si è molto equivocato su questo. L’’ttenzione di Barthes ai miti d’oggi era sì fortemente contestativa. In Eco c’era invece una evidente simpatia e fascinazione per i mass media. Tutto ciò non mi impedisce di consentire con lui su tante cose. L’unica polemica con lui fu a proposito del Pendolo di Foucault”. Può sembrare curioso che un intellettuale come Sanguineti, che vive nel nesso impegno-letteratura, non si sia ritrovato al fianco di Pasolini. Ma in realtà si tratta di due temperamenti antitetici: ”Pasolini detestava la civiltà dei consumi per nostalgia verso il mondo preborghese: secondo me cercare la borgata o gli inni friulani era una fuga. C’è un anticapitalismo reazionario: il Papa o un monarchico possono benissimo essere disgustati dalla globalizzazione. Il fatto, secondo me, è che le contraddizioni del capitalismo esplodono proprio con la globalizzazione perché il capitalismo non è più in grado di gestire il mondo se non attraverso conflitti bruti. [...] nel dopoguerra si stabilì un’egemonia culturale del Pci: ma se l’è meritata. L’Italia del dopoguerra era un Paese clerical-rurale e il Pci seppe elaborare una coscienza di classe collettiva: un lavoro gigantesco, la cui seduzione su molti intellettuali era irresistibile. [...] Si possono tirar fuori centinaia di scrittori dimenticati, ma non si riesce a scalzare l’opera di democrazia svolta dal Pci, anche se oggi Marx lo leggono solo i capitalisti [...] Quello di Olivetti era solo una forma di capitalismo più avveduto, più sensibile e non di pura rapina. Fortini era un anticomunista viscerale, checché ne dicesse, era un moralista alquanto immorale. Volponi, certo, era un uomo di sinistra. Ma contesto il fatto che l’Olivetti fosse un covo di rivoluzionari. A Olivetti, scherzando, si potrebbe rivolgere quella battuta di Fracchia: ”Com’è umano lei...’. Personalmente non avrei mai lavorato per Olivetti solo perché era meglio di Valletta. Tutto sommato, al peggio non c’è limite [...] Non si può rimanere niente a vita. Io posso essere stato stalinista o filocinese. Non si tratta di replicarsi o mantenersi immobili. Negli anni 50 ho scritto Laborintus. Era giusto per quegli anni lì. Così come Capriccio italiano era un libro degli anni 60. Ma ho già detto che il mio difetto è l’ostinazione: sono rimasto freudiano, materialista storico, avanguardista perché per il momento non ho trovato niente di meglio”» (Paolo Di Stefano, ”Corriere della Sera” 31/8/2005).