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 2002  ottobre 21 Lunedì calendario

Semprun Jorge

• SEMPRÚN Jorge Madrid (Spagna) 10 dicembre 1923, Parigi (Francia) 7 giugno 2011. «Lo spagnolo più famoso di Francia - arrivato a Parigi durante la guerra civile, partigiano, comunista, arrestato dalla Gestapo nel 1943 e inviato a Büchenwald, ma anche ministro della Cultura nel suo paese (dall’88 al 1991)» (Laura Putti, “la Repubblica” 21/10/2002). «Impegno e scrittura. Si potrebbe riassumere così la vita di Jorge Semprun, uno scrittore apprezzato in tutto il mondo, la cui identità profondamente europea si è forgiata nei continui andirivieni tra Spagna e Francia. Nato nel 1923 a Madrid, l’autore del Grande viaggio durante la guerra civile si rifugia con la famiglia a Parigi, dove poi partecipa alla Resistenza antinazista. Arrestato, nel gennaio del 1944 viene deportato a Buchenwald dove resterà fino alla fine del conflitto. Nel dopoguerra milita clandestinamente nel Partito Comunista spagnolo, passando diversi anni in Spagna sotto falso nome. A metà degli anni sessanta, dopo aver rotto con il PCE, torna in Francia e si dedica alla letteratura e al cinema, scrivendo romanzi e sceneggiature per Costa Gavras, Resnais o Losey. La politica però continua ad affascinarlo, tanto che, tra il 1988 e il 1991, torna a Madrid come Ministro della cultura nel governo di Felipe Gonzalez. Dai drammi e dalle battaglie di una vita tanto movimentata Semprun ha poi tratto materia e ispirazione per le sue opere […] “[…] Se […] non fossi stato deportato a Buchenwald, la mia vita politica successiva sarebbe stata probabilmente molto diversa […] Nel campo di concentramento sono entrato in contatto con i comunisti spagnoli. Prima ero semplicemente un giovane francese d’origine spagnola. A Bunchenwald invece ho ritrovato le mie radici, ho ascoltato i racconti dei militanti antifranchisti e sono entrato nella struttura clandestina che operava all’interno del campo. Insomma, durante la deportazione ho ricevuto l’iniziazione alla politica. Così, dopo la liberazione, fu naturale battermi insieme ai comunisti spagnoli contro Franco […] per me la battaglia politica era il solo modo per voltare pagina. Altri, come Primo Levi e Robert Antelme, sono tornati alla vita attraverso la scrittura. Io sono tornato alla vita grazie all’impegno politico. Ero giovane, comunista e pensavo che saremmo riusciti ad abbattere Franco in pochi anni. La politica rappresentava l’avvenire e allontanava la memoria della morte. In quegli anni era più importante agire che scrivere sulla deportazione. Il bisogno della scrittura appartiene agli anni sessanta, quando abbandonai la politica e fui espulso dal Partito Comunista. Fu in quel momento che mi misi a scrivere Il grande viaggio, raccontando per la prima volta l’esperienza della deportazione […] Dopo aver concluso La scrittura o la vita, nel 1994, pensavo che non avrei più scritto su Buchenwald. Pensavo di aver concluso un ciclo. Avevo però dimenticato l’episodio al centro di questo nuovo libro, vale a dire lo scambio d’identità con un giovane moribondo per sfuggire alle ricerche dei nazisti. L’episodio mi è tornato in mente, leggendo una frase delle Troiane di Seneca: post mortem nihil est ipsaque mors nihil, nulla c’è dopo la morte, nulla è la morte stessa. Fu questa l’ultima frase pronunciata dal giovane prima di morire. Quelle parole mi sono rimaste in testa, ma fino a qualche anno fa non sapevo quale fosse la loro origine. Quando per caso le ho ritrovate nel testo di Seneca, ho sentito il bisogno di rievocare quell’episodio. Il che mi ha permesso di raccontare meglio e più in profondità l’esperienza di Buchenwald, le sofferenze, la fame, la promiscuità, ma anche i traffici, la resistenza, l’organizzazione clandestina, le nostre discussioni filosofiche. Insomma, la vita di tutti i giorni con i suoi aspetti drammaticamente picareschi […] Ho fatto studi di filosofia. E il caso ha voluto che gli ultimi due libri che lessi prima di essere deportato fossero La religione nei limiti della semplice ragione, in cui Kant affronta il problema del male radicale, e un saggio di Schelling sul male come costitutivo della libertà umana. Durante la prigionia pensai spesso a quei due libri. Prima di Buchenwald, il problema del male era per me solo una questione teorica fatta di letture e riflessioni filosofiche. Nel campo di concentramento, invece, divenne un problema drammaticamente concreto che vivevo tutti i giorni sulla mia pelle. Quell’esperienza brutale fu una dimostrazione più che convincente della pulsione profonda che spinge l’uomo verso il male. Ne sono convinto ancora oggi, dove c’è l’uomo c’è il male. Non possiamo farci nulla, anche perché non possiamo cambiare la natura umana […] Se non si può cambiare la natura umana, si può però modificare il contesto sociale per evitare che tale pulsione possa esprimersi nella sfera pubblica. Solo così si combattono i nazismi. Bisogna dunque ripartire dalla fratellanza e dalla solidarietà, due valori che ho imparato ad apprezzare proprio a Buchenwald e che in seguito sono sempre stati alla base di tutto il mio impegno politico. A cominciare della militanza antifranchista che racconto in Vent’anni e un giorno […] Le mie esperienze politiche sono indissociabili dal ricordo della giovinezza. Oggi però guardo a quelle battaglie e quegli anni in maniera diversa, sono più critico e meno intransigente. Non subisco più l’accecamento tipico della giovinezza e della militanza politica. Un accecamento che mi faceva detestare Per chi suona la campana di Hemingway, solo perché raccontava le esazioni della sinistra durante la guerra di Spagna […] Quando racconto una storia, non sono capace di essere lineare. Procedo sempre tra mille digressioni, aggiungendo particolari che mi tornano in mente all’improvviso. I ricordi richiamano sempre altri ricordi. Questo è il mio stile. Posso scrivere solo in questo modo […] Tutte le volte che ho tentato di fare un romanzo di pura invenzione, un particolare, una situazione o un personaggio mi ha sempre riportato al passato, a Buchenwald, alla clandestinità, alla politica, ecc. Sono state esperienze troppo intense e troppo drammatiche per essere catalogate e archiviate una volta per sempre. La scrittura, se da un lato placa la memoria, dall´altro però la riaccende […]” […]» (Fabio Gambaro, “la Repubblica” 8/3/2005).