Gian Luigi Beccaria, "La Stampa" 26/10/2002, 26 ottobre 2002
«Il Piemonte è stato una tappa importante delle parole venute di Francia e da questa regione di frontiera diffuse in tutta la penisola
«Il Piemonte è stato una tappa importante delle parole venute di Francia e da questa regione di frontiera diffuse in tutta la penisola. Molte si sono fermate qui, e ancora sopravvivono nel dialetto. Dovrei farne un lunghissimo elenco. Mi limito a piluccarne qualcuna: flan, tirabusson (cavatappi), ridò (tenda), agreman (favore), batsuá (piede di maiale fritto) ("calze di seta", alla lettera), cadó (regalo), testa d’arabích (balordo, bizzarro), fagnán (pigro); mia nonna diceva ancora digurdí (furbo), o nuanssa (gradazione di colore). Sfogliando il Vocabolario alessandrino del Prelli trovo un caussett a zur, dal fr. a jour, le calze traforate. Per vie piemontesi è passato nel primo Ottocento seracco, il blocco di ghiaccio originato dal frantumarsi della superficie di un ghiacciaio a causa del sollevamento del fondo o a causa dell’incontro con un altro ghiacciaio. La parola (savoiarda) si diffonde da noi con riferimento al Monte Bianco e ai suoi giganteschi seracchi, dal fr. serac, a sua volta dalla forma savoiarda serac, nome di un formaggio bianco, compatto. Di francesismi ce ne sono tanti, nella nostra lingua, di antichi e di moderni. Molti si riferiscono al modo di comportarsi. Per esempio gaffe, che penetra in italiano nel primo Novecento (dal fr. gaffe gancio: in fr. gaffer significa alla lettera afferrare con la gaffa, con il mezzo marinaro). Dal francese pure quel R.S.V.P. che troviamo spesso nei biglietti d’invito. Abbrevia un "repondez s’il vous plait", si prega di rispondere. Lo trovate per l’appunto nei biglietti di invito a cerimonia o presentazione, e per la quale occorre confermare. Perché si usa il francese? Perché il francese è sempre stata la lingua delle buone maniere. Di francesismi ce ne sono di antichi e di moderni. Risale ai Seicento "petardo", nel senso di bomba rudimentale che si metteva dentro una porta delle mura o nelle mura stesse per abbatterle. Nel primo Novecento ha poi preso il significato moderno di bombetta di carta da far esplodere durante le feste. Deriva dal fr. pétard, a sua volta da "pet": il petardo scoppia appunto con fragore, come un peto. Il suffisso -ardo non è di grande diffusione. di origine germanica, e non porta con sé un significato positivo, salvo che nei nomi che designano appartenenza ad un luogo, ad una regione (savoiardo, nizzardo, ecc.). Negli altri (non sono molti per la verità) questo suffisso ha valenza peggiorativa: testardo, codardo, dinamitardo, patriottardo... ormai uno di quei suffissi che diciamo "fossili": non è più produttivo, non interviene più a formare neologismi, come molti altri che invece sono al momento attivissimi» (Gian Luigi Beccaria).