Varie, 28 ottobre 2002
Tags : Shamil Basaev
BASAEV Shamil Dyshni-Vedeno (Russia) 14 gennaio 1965, Ekazhevo 9 luglio 2006 • «Barba nera da profeta, occhio ironico, humour da assassino: quando nel 1995 ha inventato la presa d’ostaggi di massa in diretta, la guerriglia cecena ha acquistato un volto e un eroe
BASAEV Shamil Dyshni-Vedeno (Russia) 14 gennaio 1965, Ekazhevo 9 luglio 2006 • «Barba nera da profeta, occhio ironico, humour da assassino: quando nel 1995 ha inventato la presa d’ostaggi di massa in diretta, la guerriglia cecena ha acquistato un volto e un eroe. La gerarchia del separatismo è stata sconvolta da guerre e faide, altri kamikaze hanno tentato - e continuano a tentare - a emulare le sue gesta, ma lui, invecchiato e azzoppato da una mina russa, rimane il ”terrorista numero uno”. Guerriero spietato, insuperabile stratega e pessimo politico, ma soprattutto abile creatore d’immagine di se stesso, è lui l’autore del mito del guerrigliero ceceno, combattente per la libertà di un piccolo popolo orgoglioso, forte con i nemici e buono con i deboli, un Che Guevara del Caucaso. Intelligente, colto (cita con disinvoltura i classici russi e scrive poesie in russo e ceceno), gentile e ironico, musulmano non fanatico, un po’ brigante romantico, un po’ subcomandante Marcos, ha dato alla guerra quello che le mancava: un simbolo. Fasciato di bandoliere come Rambo, fascia verde sulla fronte, panama kaki a nascondere il cranio completamente calvo, il suo carisma ha fatto dimenticare in breve che si era fatto scudo con malati e donne incinte. Quando occupò l’ospedale di Budionnovsk, nel giugno del 1995, lasciandosi dietro una scia di sangue fucilò subito i poliziotti catturati: ”Ma le donne e i bambini sono sacri - promise - non li toccherò con un dito: ci penserà la gloriosa Armata Rossa”. In effetti, le 68 vittime tra i 500 ostaggi vennero uccise nel maldestro tentativo dei russi di liberarli. In sei giorni di assedio Shamil, sempre calmo e spiritoso, riuscì a piegare il Cremlino: un balbettante premier Cernomyrdin accettò il negoziato e promise la pace in Cecenia. Basaev, incolume, abbandonò Budionnovsk con i suoi uomini come un eroe, commentando ironicamente che, se non gli fossero finiti i soldi per le mance ai posti di blocco della polizia sarebbe arrivato fino a Mosca. La capitale rimane nel cuore del ricercato numero uno della Russia da quando, giovane montanaro senza troppe prospettive (appartiene al clan ”benoj” e porta la maledizione di sangue russo, cioè impuro, nelle vene), era arrivato a Mosca per studiare. Bocciato tre volte agli esami d’ammissione alla facoltà di legge, ha dovuto accontentarsi modestamente di agronomia, ma dopo pochi mesi è stato bocciato. Nel frattempo si era ambientato nella diaspora caucasica commercial-mafiosa: nel buffet dell’università offriva champagne alle ragazze, vestiva alla moda e l’agronomia non gli sembrava più una carriera brillante. Nel 1991, a 25 anni, con l’esplosione dell’indipendentismo, dirotta un aereo e comincia la sua carriera di guerrigliero. Combatte in Cecenia, in Abkhazia, dove forma il suo battaglione personale di tagliagole e si sposa: compie sortite in territorio russo, è dovunque ed è introvabile. Nei suoi rifugi gioca a scacchi e al massacrante videogame Doom, e coltiva il suo sito ”shamilonline”. Si dice che a iniziarlo alla guerriglia sia stato il Gru, lo spionaggio militare russo che lo voleva sua marionetta, e che più tardi avrebbe affinato le sue tattiche nell’Afghanistan di Massud. Quando ha perso le elezioni presidenziali in Cecenia, ha annunciato che si sarebbe ritirato ad allevare api in montagna: pochi mesi dopo entrava in Daghestan a capo di un esercito di guerriglieri. Adorato dai giornalisti e soprattutto dalle giornaliste, il terrorista numero uno parla volentieri dei diritti umani e dei suoi idoli: il Che, de Gaulle e Garibaldi. stato dato per morto ogni mese, ma dopo otto ferite è sempre resuscitato, perfino quando, durante una fuga da Grozny assediata, è incappato in una mina. Fedele alla sua missione mediatica, ha diffuso perfino il filmato dell’amputazione del suo piede» (Anna Zafesova, ”La Stampa” 25/10/2002). Vedi anche: Alex Smailes, ”Sette” n. 40/1999.