Varie, 28 ottobre 2002
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Goebbels Heiner
• Neustadt (Germania) 17 agosto 1952. Compositore. «Un caso più unico che raro di compositore immune da condizionamenti commerciali, e al tempo stesso capace di vantare un forte dialogo con il grande pubblico. Grazie a questo potere di comunicazione i suoi lavori […] viaggiano per i massimi festival europei. […] “Le esperienze sono state tante, dalla Sogennantes Linksradicales Bläsorchester (cosiddetta banda della sinistra rivoluzionaria) al trio art-rock Cassiber. Solo quando ho lasciato l’attività di performer mi sono dedicato davvero alla composizione. Ho iniziato con tecniche basate sul sampling (montaggio sonoro tramite un campionatore digitale di suoni, ndr) e sui collage di materiali esistenti. Poi, grazie alle collaborazioni con Heiner Müller, che mi ha insegnato come il messaggio non stia solo nel testo, ma anche nella sua struttura, mi sono concentrato sul superamento del rapporto convenzionale tra parole e musica, usando struttura, metrica, sintassi, timbro e inflessioni del testo come dati costitutivi delle partiture” […] “Nella mia giovinezza i Beatles, i Beach Boys, Hendrix e Stevie Wonder sono stati molto più importanti della musica classica e contemporanea. È assai più difficile scrivere musica semplice che complessa. Il problema non è la difficoltà, ma la sostanza”. Nei suoi pezzi ci sono spesso riferimenti alla realtà sociale: in Berlin Q-Damm era inclusa la registrazione di scontri tra la polizia berlinese e dimostranti. […] “Sono giunto alla musica dalla sociologia, e negli anni ’70 ero legato al movimento spontaneista sviluppatosi a Francoforte intorno a Daniel Cohn-Bendit. Ma oggi non credo che la musica possa ’insegnare’ qualcosa. Credo piuttosto che sia abbastanza forte di per sé da farsi tramite di esperienze emotive, razionali e anche sociali”» (Leonetta Bentivoglio, “la Repubblica” 26/10/2002). «[...] Il sostantivo “scompositore” calza a pennello a chi, dagli anni 70 a oggi, sfugge a ogni definizione; a un iconoclasta che rispetta l’opinione altrui, a un primo della classe senza scuola, a un anarchico, lusingato però quando Simon Rattle e i Berliner gli commissionano un pezzo [...] laureato in sociologia, Goebbels frequenta la musica sin da molto giovane. Prima la classica (al conservatorio), poi la pop. Dal 1976 all’81 a Francoforte (dove vive) dirige la Sogennanten Linksradikalen Blasorchester, la Cosiddetta Banda della Sinistra Rivoluzionaria, che suona anche alle manifestazioni politiche, anche in Italia; sempre nel ’76 fino all’88 è nel Goebbels/Harth Duo di improvvisazione jazz; nell’82 forma (con alla batteria Chris Cutler degli Henry Cow) la band di progressive rock Cassiber nella quale resterà 10 anni. Nel frattempo compone musiche per il teatro classico tedesco. Ma alla metà degli anni 80 l’incontro con lo scrittore Heiner Müller renderà più chiara la sua idea di spettacolo. Nell’87 Der mann im fahrstuhl, con testi di Müller, sarà il suo primo “staged concert”: i deliri e le visioni di un uomo bloccato in un ascensore. [...] “Per più di dieci anni ho avuto due professioni completamente separate. Da una parte componevo per il teatro; dall’altra suonavo, per esempio, al Festival Jazz di Imola. L’ambiente del teatro non sapeva del festival jazz e viceversa. Nel 1987, con Der mann im fahrstuhl ho cercato di mettere insieme questi due mondi e di creare una forma d’arte che mi somigliasse [...] Credo che tutti gli elementi presenti in una performance abbiano una propria forza, e abbiano quindi bisogno di una chance per svilupparla. Ma uno non può dominare sull’altro. Se mischi troppo, perdi molte possibilità. Gli elementi evolvono soltanto quando sono separati [...] Quando ho in mente un nuovo spettacolo, cosa che accade circa ogni due anni, arrivo alla prima riunione con i musicisti senza un’idea precisa. Di preciso ho in testa una luce, una temperatura, un sentimento. La musica viene sempre dopo, la mia o quella di altri [...] Bisogna tenere i vari elementi trasparenti, rispettarli, dare loro una possibilità di sviluppare il loro potere, la loro bellezza. Anche quando nella mia musica si sentono due o tre culture differenti se ne vede sempre la trasparenza. Nella creazione io insisto sulle differenze. [...] Detesto che sul palco ci sia qualcuno che abbia una sola funzione. Il compito dell’orchestra non è stare nella buca e commentare quello che accade in scena. Detto questo, non voglio che i miei musicisti entrino in un ruolo che non somigli loro [...] Sono un uomo, sono un tedesco, sono una persona cresciuta con molta musica classica e anche con il pop. Credo che questo sia molto raro perché di solito le due direzioni non si prendono insieme [...] Sono antiautoritario. Quando sento costrizioni reagisco in modo caotico e poco adulto [...] Anche perché non mi interessa solo la musica. Ci sono quattro o cinque campi diversi nei quali sono impegnato a fondo. Per questo credo che tutta la mia vita sia una ricerca di un modo per combinare le separazioni. O per tradurle”» (Laura Putti, “la Repubblica” 11/12/2004).