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 2002  ottobre 28 Lunedì calendario

Kobzon Iosif

• Chasov Yar (Ucraina) l’11 settembre 1937. «Artista del popolo delle Repubbliche di Cecenia e Inguscetia, ebreo di nascita e di passaporto, fedele devoto della Chiesa ortodossa russa, orgoglioso di aver incontrato e abbracciato sua santità Giovanni Paolo II in Vaticano - come testimonia la foto che ha sulla scrivania -, amico e ammiratore del mafioso Taiwancik arrestato in Italia e sospetto di aver tramato dietro le quinte delle Olimpiadi di Salt Lake City, dove francesi e russi si sono scambiati favori di giurie e spartite le medaglie di pattinaggio [...] L’uomo che fu definito in tanti modi, ma soprattutto il ”Sinatra russo”. Voce a parte, è un pezzo di Storia e il testimonial della transizione: lacrime, romanticismo, sentimentalismo, patriottismo. Un vero patriota, prima dell’Urss, poi - certo - della Russia, ma con quella inclinazione buona, suadente, paterna, rassicurante. Un’icona del socialismo, un santo protettore del comunismo, un businessman della nuova Russia. Quando l’Urss s’è sgonfiata come un castello di carte (dicembre 1991) s’è fatto trovare pronto. La perestrojka non era passata invano e lui aveva colto le opportunità della libertà: la sua mano protettrice era scesa su un business multiforme, edilizia e petrolio, spettacoli e commercio. E naturalmente molta carità associata e organizzata a favore di bambini e di vecchi, orfani e abbandonati, il piccolo popolo emarginato dal vento della Storia. Carità che faceva del bene a senso alternato: a beneficiati, ma anche a benefattori dato che il governo dei neoliberali concedeva totali esenzioni fiscali alle cooperative caritative. Ma attenzione: è stato un vero benefattore. Nel suo ufficio, al quattordicesimo piano dell’hotel Inturist, sulla vecchia via Gorkij, da dove si vedeva la piazza Rossa, c’erano sacchi e sacchi di corrispondenza: il piccolo popolo dell’ex Urss che chiedeva conforto e cui lui rispondeva dopo aver letto commosso le lettere. Nell’ufficio accanto al suo c’era quello di Otari Kvantrishvili, il georgiano, il ”padrino di Mosca”, ucciso da un cecchino all’uscita dalla sauna. Era il 1994. Kobzon, al funerale di Otari quasi si sdraiò sulla bara dell’amico. Ma lui, dalla mattanza mafiosa, s’è sempre tenuto alla larga. Aiutando tutti, rispondendo a tutti. Anche ai ceceni e agli ingusci, a sequestrati e sequestratori, testimone dell’assurda tragedia sospesa nel vuoto di Mosca, sotto un cielo che non è mai benigno» (’La Stampa” 26/10/2002).