Varie, 28 ottobre 2002
SOLERI
SOLERI Ferruccio Firenze 6 novembre 1929. Attore • «Cinquant’anni in qualunque lavoro sono un caso raro. Vissuti ad altissimo livello e in un mondo così incostante e problematico come il teatro, sono veramente rari. Cinquant’anni passati quasi tutti a interpretare un personaggio solo, sono un record davvero unico. Li ha [...] Ferruccio Soleri, il grande Arlecchino del Piccolo Teatro e l’ha fatto naturalmente in palcoscenico, con una replica del capolavoro di Goldoni (e di Strehler, ormai) con cui si identifica da decenni [...] ”quando ho debuttato ero ancora studente all’Accademia [...] Era una particina, dicevo una battuta o poco più. Era una commedia contemporanea, Le donne dell’uomo di Gennaro Pistilli, che non ha avuto molte riprese; ma la compagnia era buona, stavo con Paola Borboni, con Giancarlo Sbragia, la regia era di Orazio Costa [...] Una volta, credo al terzo anno, mi chiamò Arlecchino e poco dopo mi diede quella parte in un saggio che facemmo. Io protestai, gli dissi che ero toscano, non sapevo il dialetto veneziano e non conoscevo la maschera. Lui mi disse di imparare il dialetto da Gastone Moschin, che era allora mio compagno d’Accademia e poi mi assicurò che su Arlecchino sarebbe venuto ad aiutarmi Marcello Moretti, il primo Arlecchino di Strehler, che aveva fatto un lavoro meraviglioso. Moretti fu bloccato a Milano dalla prove del Piccolo, e arrivò solo alla generale. Io lo avvicinai e gli chiesi come gli sembravo. Lui mi disse che il mio Arlecchino era assai diverso dal suo, ma non vedeva errori da correggere. Fui deluso, pensai che gli ero sembrato tanto sbagliato da non voler perdere tempo con me. E invece no, ne parlò a Strehler che dopo un po’ mi chiamò al Piccolo e finii per affiancarlo [...] La prima volta fu nel 1961, in una tournée in America, perché le regole imponevano che ci fossero i sostituti perché recitavamo senza soste. Poi nel 1963 Moretti morì, e io dovetti prendere il suo posto [...] avevo un po´ paura. Chiesi anche a Strehler di cambiare di non essere confinato in quella parte. E lui mi disse che volentieri mi avrebbe fatto lavorare altrove, quando non c’era da replicare il Servitore di due padroni. Di fatto, dato che lo spettacolo si replicava quasi a ogni stagione, le possibilità erano poche. Ma ho capito che noi attori dobbiamo lavorare per il teatro e per il pubblico e dato che ho sempre avuto i riconoscimenti che potevo desiderare, sono stato felice di continuare [...]» (Ugo Volli, ”la Repubblica” 14/1/2005). «[...] Senza la maschera gattesca e il costume variopinto di Arlecchino è un signore minuto e gentile, capace di portare con ardimento e grazia i suoi anni. [...] ”Tu sei Arlecchino, mi disse fin dal primo anno di Accademia il mio maestro, Orazio Costa. Mi ribellai. Ma come? Un fiorentino come me, che non ha mai messo piede a Venezia? Al saggio del secondo anno mi fece fare Arlecchino ne La figlia ubbidiente di Goldoni. Marcello Moretti, primo Arlecchino di Strehler, commentò laconico: vai bene, anche se io lo faccio tutto diverso. Però dovevo piacergli, visto che nel 1960, quando il Piccolo partì per una tournée in America, mi volle come sostituto. Presi il suo ruolo per la prima volta al City Center di New York: quando in sala annunciarono che sarei stato io a recitare, e non Mister Moretti, s’alzò un brusìo di disappunto di duemila voci. Noi attori stavamo in fila dietro il sipario, nella posizione di partenza del balletto iniziale, col braccio in alto. Il mio però si abbassò per la fifa. Ricordo l’urlo di Paolo Grassi dalle quinte: ’Perdio Soleri, su quel braccio!’ Per la paura non mi riuscì di udire l’esplosione degli applausi dopo il primo atto”. [...] ”Moretti? Grande attore e pessimo maestro. Non amava svelare i suoi segreti. Come i comici della commedia dell’arte, che nel Cinque-Seicento chiedevano di essere seppelliti con lo zibaldone su cui appuntavano trucchi e improvvisazioni, per non trasmetterli ai giovani. Il mio Arlecchino non è una creatura di Moretti, ma di Strehler, è a lui che devo tutto. Un paio d’anni dopo la scomparsa di Moretti, avvenuta nel 1961, Giorgio mi disse: e ora, caro Arlecchino, si ricomincia daccapo” [...] ”Fu un percorso lungo e difficile. C’era, per esempio, il problema della maschera. Come avere una statua sul viso: niente espressione, tutto si affida al corpo. Non fai ridere, mi diceva Strehler in prova, durissimo, gettandomi nel panico. Bisognava dunque cercare nei gesti e nella voce. Cominciai a studiare davanti allo specchio, capendo che la maschera spingeva a interiorizzare quello che avrebbe dovuto sentire il corpo. Poi compresi di avere un vantaggio: guardavo il mondo dal buco della serratura, gli altri non vedevano le mie emozioni. La fisicità del ruolo l’ho conquistata in gran parte da solo: portavo a Strehler la mia abilità acrobatica, la mia gioventù, il mio temperamento. E lui mi stimolava alla ricerca di movimenti e ritmi. Ma la voce di Arlecchino, con quel suo timbro ora grasso, ora intubato, ora gracchiante, è stato Strehler a costruirmela” [...] ”Gassman, attore di parola e non di gesto, non sarebbe mai potuto essere Arlecchino. Come Laurence Olivier, che venne in camerino, dopo il nostro debutto all´Old Vic di Londra, per dirmi: quanto vorrei essere lei! Benigni come fisicità ce la farebbe, ma nel carattere somiglia più a Scapino, è troppo furbo per essere Arlecchino. Forse sarebbe andato bene Danny Kaye, che mi confidò di sognare di farlo in inglese” [...] ”Com’era Strehler con gli attori? Così esigente da torturarli. Quanti ne ha fatti piangere! Non si accontentava mai, neppure di se stesso. Ecco perché dell’Arlecchino fece dieci edizioni: voleva trovare sempre qualcosa in più. Ma anche per questo era lui il più grande: secondo me il suo genio resta insuperato. Parlo del teatro, non della vita. Non so come abbiano fatto le sue donne a sopportarlo. Nel privato era invadente, soffocante. E detestava sentirsi dire la verità. Quando faceva l’attore, per esempio, certe cose di lui non mi piacevano. Ma come reagiva male se glielo dicevo! Ci fu un periodo in cui gli feci da assitente per Il ratto del serraglio alla Scala, e in pratica convivevamo: la sera, finito il lavoro, avrebbe voluto che parlassimo ancora a cena, ma io scappavo inventando pretesti. Mi mancava il respiro” [...] ”In teatro cosa conta di più? Fare cento ruoli o comunicare davvero col pubblico? Quello dell’Arlecchino è uno scambio unico e intenso, che vitalizza il ruolo e me stesso. Un giorno Strehler mi disse: Ferruccio, io non capisco: possibile che tu invecchi e il tuo Arlecchino continua a ringiovanire?”» (Leonetta Bentivoglio, ”la Repubblica” 26/10/2002).