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 2002  ottobre 31 Giovedì calendario

Si fa mandare le pagine bianche dei suoi autori preferiti («Vi prego di spedirmi il prossimo foglio su cui state per scrivere») e poi le appende con criterio: «Ho usato un legno intarsiato e molto mascolino per la pagina di Susan Sontag, lacca nera elegante e snob per la carta a quadretti di Paul Auster, ciliegio antico e solidissimo per Isaac Singer»

Si fa mandare le pagine bianche dei suoi autori preferiti («Vi prego di spedirmi il prossimo foglio su cui state per scrivere») e poi le appende con criterio: «Ho usato un legno intarsiato e molto mascolino per la pagina di Susan Sontag, lacca nera elegante e snob per la carta a quadretti di Paul Auster, ciliegio antico e solidissimo per Isaac Singer». Jonathan Safran Foer, 25 anni, ebreo americano, prima di scrivere "Ogni cosa è illuminata" faceva il centralinista di una casa editrice. Sul suo successo ha una teoria: «E’ come nelle famiglie in cui il figlio, che nessuno pensava si sarebbe sposato, finalmente porta a casa una ragazza. Anche se è grassottella non ci si bada: sono tutti troppo contenti. Ecco, io mi sento come la ragazza grassottella». Dice di ispirarsi «a certa letteratura ebraica, quella del realismo magico di Bruno Schulz e Franz Kafka, e anche in certa misura di Isaac Babel e Isaac Singer», di sentirsi «molto europeo», mentre degli scrittori Usa «Ellen Dewitt è l’unico nome che mi viene in mente». Protagonista del romanzo il suo omonimo: «Se non ci fossi io nel libro, mi sentirei come un artigiano o un professore universitario impegnato a costruire qualcosa un po’ artificiale. Invece così mi sembra di fare qualcosa di molto umano». Ritiene che gli ebrei «devono fare affidamento su di essa più di altri, perché nel loro passato mancano così tante cose: interi paesi, villaggi, parenti, persino sogni. Ma questo non significa che gli ebrei abbiano un monopolio sulla memoria: anzi, nel libro prendo continuamente in giro l’idea del popolo eletto, o superiore agli altri». La sua ironia non è piaciuta a tutti: «Sono convinto che ci siano ebrei di un’altra generazione che odiano il mio libro, per esempio per la quantità di riferimenti sessuali che contiene, da cui si evince che il sesso è un’altra delle mie ossessioni. Ci penso in continuazione, cosa che credo mi inserisca direttamente nella tradizione della grande letteratura ebraica». Ma sull’Olocausto non scherza come Benigni: «Ho visto il suo film e non mi è piaciuto, ma non perché dissacra l’Olocausto: penso che la sua operazione fosse legittima, però non mi ha emozionato né divertito. Il mio libro è ironico fino a un certo punto: quando poi si parla di Olocausto diventa molto serio». La narrazione in sè non gli interessa: «L’importante per me non è raccontare, bensì raccontare di nuovo sentimenti che sono sempre gli stessi: l’amore, la paura, la felicità». E dopo il successo? «Scrivo peggio (...) e perdo molto tempo a cercare un appartamento da comprare a Brooklyn: essere l’autore del momento non significa potersi permettere una casa a Manhattan».