Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  agosto 21 Lunedì calendario

Luigi Tenco
Luigi Tenco

Luigi Tenco nasce alle 14 del 21 marzo 1938 a Cassine, in provincia di Alessandria. Viene alla luce in casa, in corso Garibaldi 10, da Teresa Zoccola, vedova di Giuseppe Tenco, trovato morto nella stalla il 21 settembre 1937, ucciso, forse ubriaco, dal calcio di una mucca alla tempia durante la mungitura: non fu eseguita autopsia, nonostante le richieste di un parente. I congiunti che avevano denunciato la morte al podestà di Maranzana, dichiararono essere avvenuta alle due del 21 settembre, ma s’erano presentati all’autorità solo alle 17.30 del giorno successivo.

Biografia di Luigi Tenco

Luigi Tenco nasce alle 14 del 21 marzo 1938 a Cassine, in provincia di Alessandria. Viene alla luce in casa, in corso Garibaldi 10, da Teresa Zoccola, vedova di Giuseppe Tenco, trovato morto nella stalla il 21 settembre 1937, ucciso, forse ubriaco, dal calcio di una mucca alla tempia durante la mungitura: non fu eseguita autopsia, nonostante le richieste di un parente. I congiunti che avevano denunciato la morte al podestà di Maranzana, dichiararono essere avvenuta alle due del 21 settembre, ma s’erano presentati all’autorità solo alle 17.30 del giorno successivo.

I primi anni felici

• I primi anni di Tenco trascorrono tra Cassine, Ricaldone e Maranzana. La famiglia è composta da: mamma Teresa (che gestisce una pensione), molto bella, spesso oggetto di pettegolezzi tra paesani; lo zio Giovanni, fratello di Teresa e capo della famiglia, commerciante in vini; un altro fratello di Teresa, disabile; i nonni molto anziani; un fratellino più grande di nove anni, di nome Valentino, tenuto in collegio a Varazze. Gli Zoccola, benestanti, possiedono una fornace. A Ricaldone vivono in una casa bianca, a tre piani, con cortile e pergola di vite, una stalla e la rimessa per il barroccio.

Tenco, un figlio illegittimo

• A un certo punto Luigi Tenco scopre di essere un figlio illegittimo. Glielo dice un adulto del paese. Il vero padre era, ai tempi dell’incontro con Teresa, uno studente di dieci anni più giovane. Saputo della nascita del bambino, aveva più volte chiesto di riconoscerlo, ottenendo l’ostinato rifiuto dei genitori di lei. Sposerà un’altra donna e non avrà altri figli. Teresa ammette tutto, anche davanti al suocero, che disereda il bambino. Anni dopo Luigi Tenco scrive in una lettera: «Ci sono cose di cui non riesco a parlare nemmeno con te che sei la persona che più amo al mondo. Mio padre! Io ero un bambino felice, sereno, fiducioso, amavo il mondo dei grandi ma un giorno qualcuno, una persona adulta!, mi ha detto che io non ero il figlio di mio padre, di quel padre che pure non avevo conosciuto. Insomma ero un bâtard e portavo un cognome che non mi apparteneva. Capisci vero? Fu come se il mondo mi crollasse addosso: mi sentii tradito, odiavo tutto e tutti, divenni diffidente, chiuso, scontroso, “cattivo”. Ma ero soltanto un bambino infelice!».

La bottiglieria dei Tenco

• Nel 1948 la famiglia si trasferisce a Genova, in una villetta di Nervi di proprietà di Giovanni Zoccola. Teresa apre un commercio di vini aiutata dal figlio Valentino, che nel frattempo ha dovuto abbandonare gli studi per dare una mano. La bottiglieria, che vende soprattutto vini piemontesi, si chiama Enos e sorge in via Rimassa. Talvolta anche Luigi Tenco dà una mano nella vineria, ma si sente a disagio (scrive in una lettera alla direttrice di Marie Claire il 21 luglio 1960: «... è comunque vero che, per quanto mi è possibile, aiuto mio fratello nel suo lavoro di “grossista in vini” – o “commerciante di vini all’ingrosso”. Ora, poiché il termine vinaio è sinonimo di oste, almeno nel linguaggio parlato, e all’idea di oste si associa generalmente quella di una bettola più o meno maleodorante, il chiamare “vinaio” senza ulteriori chiarimenti chi è grossista in vini è come definire Lauro un barcaiolo o Marzotto un pecoraio o, peggio ancora, il direttore di un giornale un tipografo»).

Rossana, il primo amore di Tenco

• Luigi Tenco trascorre il tempo libero nella piazzetta di via Cecchi. Tra i primi amici c’è Sandro, figlio della portinaia nel suo palazzo, poi diventa inseparabile di Sergio Bacigalupo, figlio di Manlio portiere del Genoa. La mamma lo affida alla maestra Sandra Novelli, che gli impartisce le prime ripetizioni. Presso casa sua vive per lunghi periodi e lì comincia a suonare il pianoforte, mostrandosi appassionato e lesto nell’apprendere. Il primo amore è per una bambina di nome Rossana. Le spedisce delle rose con il biglietto: «A te che come le più belle cose sei nata in primavera».

La Jelly Roll Morton Boys Jazz Band

• Al ginnasio all’Andrea Doria, Luigi Tenco coltiva ancora la passione per la musica e, nel soppalco della bottiglieria di famiglia, impara a suonare un clarino, facendosi accompagnare al banjo da Bruno Lauzi. Con questi mette su il suo primo complesso, chiamato Jelly Roll Morton Boys Jazz Band (a proposito di Lauzi scrive sul diario: «Non sa suonare, ma è pieno di soldi e porta il banjo»). Con loro ci sono Danilo Degipo alla batteria, Alfredo Gerard alla chitarra e Paolo Carrera come tuttofare. Brani più suonati: Sweet Georgia Brown e Route 66 di Nat King Cole, e Savoy Blues di Kid Ory. Lascia il ginnasio dopo un anno e s’iscrive al liceo scientifico. Si diploma, in anticipo e con voti brillanti, il 29 luglio 1956, presentandosi come privatista al Convitto Nazionale.

Ah! Come è effervescente la magnesia di S. Pellegrino

• Tra il 1956 e il 1958 Luigi Tenco al sax alto fa parte del Modern Jazz Group, composto da Fabrizio De André (chitarra), Attilio Oliva (sax baritono), Alberto Cameli (sax tenore), Mario De Sanctis (piano), Carlo Casabona (contrabbasso), Corrado Galletto (batteria). Nel 1958 insieme Gino Paoli (chitarra, ma pare che ai tempi non conoscesse un accordo) e Nicola Grassi (batteria) forma un gruppo chiamato I diavoli del rock. La canzone che apriva le loro esibizioni era stata composta da loro. Il testo: «Ah! Come è effervescente la magnesia di S. Pellegrino, alla sera e al mattino te ne prendi un cucchiaino… defecatio mattutina mingitioque vespertina juvat tamquam! Juvat tamquam! Juvat tamquam moedicina! Ah! Come è effervescente la magnesia di S. Pellegrino, alla sera e al mattino un cucchiaino ti darà…papparapapparapà felici – bum! (colpo di grancassa, ndr) – taaaà!».

Tre facoltà, tre esami

• Intanto Tenco si è iscritto alla facoltà di Ingegneria: sostiene l’esame di Disegno I (20/30), fallisce per due volte Geometria analitica con Eugenio Giuseppe Togliatti, fratello di Palmiro Togliatti. Si iscrive a Scienze politiche e dà due esami: a giugno del 1960 Geografia politica ed economica (24/30), a luglio 1961 Sociologia (24/30). Dopo, nessun esame. Nello stesso periodo prende la tessera del Psi.

Tenco sotto contratto con Ricordi

• Nel 1959 ottiene un contratto con la casa discografica Ricordi e si trasferisce a Milano. Con lo pseudonimo di Gigi Mai esordisce nel complesso I Cavalieri insieme a Gianfranco Reverberi e Enzo Jannacci. Tra il 1959 e il 1960 suona utilizzando anche altri falsi nomi: Dick Ventuno e Gordon Cliff (suggerito da Lauzi in onore di Gordon Clifford autore di Down by the Cliff, brano che era piaciuto a entrambi). In una lettera a Nanni Ricordi (8 agosto 1960): «Mi rivolgo a Lei pregandola di scusare il disturbo che Le arreco onde essere compreso nel mio desiderio di non comparire su alcun disco con il mio nome anagrafico. Essendo io iscritto alla facoltà di Scienze politiche da due anni e, ciò che più importa, a un partito politico (che non nascondo essere il Psi), è troppo evidente che la mia passione per la musica non deve assumere aspetto professionale. Quanto al nome suggerisco di stampare il disco (Quando, ndr) con la dicitura “anonimo”, cosa che non credo mancherebbe di colpire il pubblico interessato».

Alla pensione del Corso con Paoli, Endrigo, Mina e altri

• A Milano, Tenco e Piero Ciampi abitano in casa di Gianfranco Reverberi. Suona in tutti i dischi dove è necessario un sax e percepisce uno stipendio da orchestrale. Poi si trasferisce alla Pensione del Corso, al civico 1 dell’omonima Galleria. Nella stessa pensione vanno ad abitare Ciampi, Paoli, Endrigo, Mina, Lauzi, Reverberi, Tacchini, Sandrini ecc. Si esibisce spesso nel locale Santa Tecla, nel centro di Milano.

La prima tournée di Tenco

• La prima tournée di Tenco è in Germania con Gaber, Celentano, Tomelleri e Reverberi. Si agita sul palco imitando Celentano tanto che il pubblico lo scambia per l’altro. L’impresario scappa con gli incassi.

Tenco si mette con la Sandrelli e Paoli gli toglie il saluto

• L’8 marzo 1961 esce il 45 giri della canzone Quando. Siccome l’ha firmata con lo pseudonimo di Dick Ventuno, c’è Fabrizio De André che va in giro a dire di averla scritta lui. Quando Tenco gli chiede perché, De André risponde: «Per rimorchiare le ragazze». Nello stesso anno Tenco e Gino Paoli, fino a quel momento amici, smettono di parlarsi. La causa è la quindicenne Stefania Sandrelli, nuovo amore di Paoli, già sposato con Anna che è compagna di scuola e amica di Tenco. Per dimostrargli che non era la donna adatta, Tenco corteggia la ragazza e riesce a conquistarla. Poi racconta tutto a Paoli, che gli toglie il saluto.

Tenco al cinema

• Nel 1962 Nanni Ricordi presenta Luigi Tenco al regista Luciano Salce che cerca per il suo nuovo film (La cuccagna) un attore per impersonare un uomo ribelle e contestatario. Tenco, per fare colpo, trascorre la notte precedente al provino senza dormire. Si presenta con la barba lunga: viene scelto. La sua presenza totale, in un film di un’ora e mezzo, supera di poco i venti minuti. Nella colonna sonora un brano di De André e due canzoni da lui portate al successo ma composte da Salce e Morricone (Quello che conta e Tra tanta gente). A fine anno si propone come protagonista del film La ragazza di Bube, ma gli viene preferito George Chakiris. Tenco ci rimane male ed è convinto che per quella parte sarebbe stato meglio un volto più «langarolo».

Tenco e il suo amore segreto

• Da gennaio del 1964 Luigi Tenco intrattiene una corrispondenza d’amore con Valeria, ventiduenne, studentessa universitaria a Roma. La incontra a Milano casualmente e due giorni dopo le scrive la prima di moltissime lettere in cui le racconta progetti e desideri. Spesso va a trovarla a Roma ma di questo amore non parla con nessuno.

Tenco: «Ho l’impressione di essere arrivato a una svolta»

• Nel 1965 Luigi Tenco passa alla casa discografica Rca. Scrive in una lettera (datata 13 ottobre): «Mi rendo conto che l’industria della canzone sta cambiando e mi aspetto molto da questo passaggio… ho l’impressione di essere arrivato a una svolta, ma non so ancora di preciso che cosa ci troverò dietro. Mi rendo conto che la Rca è una casa discografica con precisi criteri economici e mi rendo anche conto che ogni cantante che vi approda ha un preciso valore commerciale. Ma quello che io cerco, quello di cui ho urgente bisogno non è tanto, o solo, il successo, un riscontro economico, io non voglio, non posso commercializzare le mie canzoni, ma un riconoscimento, quello cui aspira qualsiasi essere umano quando fa qualcosa in cui crede». Si trasferisce a vivere a Roma.

Tenco al militare

• Nel 1965, dopo vari rinvii per motivi di studio, Luigi Tenco è obbligato a fare il servizio militare. È nella divisione di fanteria “Lupi di Toscana” a Scandicci e si dichiara più volte antimilitarista davanti ai commilitoni. Termina il Car, poi ottiene diverse licenze per una forma di ipertiroidismo: per questa patologia viene congedato il 10 marzo del 1966.

Luigi Tenco fissato per le armi

• Luigi Tenco è un accanito giocatore di poker amante dell’azzardo; ha il complesso delle braccia corte e del collo taurino. Spesso ha relazioni con donne sposate e in più di un’occasione ruba le fidanzate degli amici. Ha paura dei tuoni e del buio (dorme spesso con la luce accesa). Inventore di una speciale radio per sub; all’università aveva stupito un docente presentando una soluzione personale per un difficile teorema; intenzionato ad allestire nella propria abitazione uno studio di registrazione per mandare i suoi lavori finiti alla casa discografica. Ama i gatti, ma alleva solo cani. Una battuta che ama ripetere agli amici: «Sono fuori di me e sto in pensiero perché non mi vedo rientrare». Si definisce ironicamente «mandrogn» (Mandrogne è un paese in provincia di Alessandria famoso per gli allevatori di mucche). Ha la mania delle armi: possiede un fucile e tre pistole (una carabina Beretta 22 modello Olimpia, un revolver Arminius calibro 22, una Dwp P08-Luger calibro 7.65 Parabellum, una Walter Ppk). Enzo Jannacci lo ricorda, in giro per Milano, portarsi sempre dietro qualche libro di Pavese e una rivoltella.

Lo spleen

• «Burlone e incline allo spleen, vocato allo sfottò ma non ad esserne bersaglio». [Cesare Romana, il Giornale 23/1/1997]

Tenco: soldi e droga

• Nel 1966, solo di diritti Siae, Luigi Tenco guadagna sei milioni di lire a semestre. In quel periodo, incuriosito dal libro Le porte della percezione di Aldous Huxley, inizia ad assumere Lsd e mescalina, pur non diventandone dipendente. Per tenere a bada la paura del palcoscenico, invece, si affida a metredina (composta da aspirina e Coca Cola, o aspirina e alcol) e alle compresse di psicofarmaci (Pronox). Di se stesso diceva: «Ho la paga di un sergente e i vizi di un generale».

La passione per Dalida

• Nell’agosto del 1966 Luigi Tenco conosce la cantante Dalida, nome d’arte di Jolanda Gigliotti: 33 anni, nata in Egitto ma di origini calabre, già ricca e famosa. Dieci anni prima, con la fascia di miss Egitto, s’era trasferita a Parigi dove aveva intrapreso la carriera di cantante. A Roma per incidere Pensiamoci ogni sera: «Appena posso scappo al bar, dove capita l’occasione che mi presentino Luigi. Lo vedo e resto come colpita da un lampo paralizzante. (…) La stretta di mano di Luigi equivale a una scossa elettrica. Divampa subito la passione. Entro in quel fiume di emozioni alla stregua di un ruscello che non può sfociare altrove. Sono irresistibilmente attratta da lui. Insieme facciamo passeggiate romantiche mano nella mano. Andiamo al cinema o in qualche pizzeria oppure tiriamo tardi in casa di Miranda Martino il cui uomo è Lavagetto, ligure come Tenco. E proprio li io e la Martino esortiamo Luigi a essere un artista meno intransigente. “Bisogna sempre scendere un po’ a compromessi nell’ambiente in cui si lavora e dove si vuole trovare fortuna”, gli ripetiamo. Ma a queste parole, di colpo svanisce la sua allegria. “Ah, io dovrei cercare nuovi rapporti con la società? Ma neanche per sogno! Mica sono una donna di spettacolo come voi”». Dalida è sempre più innamorata: «Mi sento completamente alla deriva, in balia di un sognatore imprendibile. Mi regala il ricordo più bello: una notte non bada a percorrere 600 chilometri in macchina per veder spuntare l’alba assieme a me. Il nostro rapporto è incatenante. Chi ci conosce bene dice che sembriamo gli unici amanti su questa terra». [Gianni Melli, Oggi gennaio 1987]

Dalida e Tenco insieme anche a San Remo

• Nell’autunno del 1966 il direttore artistico della Rca, Ennio Melis, insieme a un altro funzionario della casa discografica, Mario Cantini, vanno a Parigi per raggiungere Dalida: inaspettatamente si trovano davanti Luigi Tenco che scende le scale di casa portandola in braccio per via di una frattura alla caviglia. Tenco dice di voler partecipare al Festival di Sanremo. Nei giorni successivi, al rientro a Roma, fa sentire al discografico Ciao amore ciao (un verso: «Andare via lontano – cercare un altro mondo – dire addio al cortile – andarsene sognando – e poi mille strade – grigie come il fumo – in un mondo di luci – sentirsi nessuno»). Dalida è entusiasta, accetta di cantare con lui a Sanremo, quelli della Rca cercano di farlo desistere, inutilmente.

Tenco: « Sono solo un uomo, e non tra i migliori»

• Luigi Tenco e Dalida sono inseparabili, ma lui continua a scrivere a Valeria, che aspetta un figlio da lui, e le chiede di sposarlo. La ragazza vuole almeno laurearsi e lascia in sospeso la questione. Tre giorni dopo la proposta di matrimonio Valeria incontra Tenco e Dalida a cena in un ristorante romano: non vuole più sapere niente di lui. Tenco cerca di rimediare, le scrive delle lettere. Dapprima è furioso: «Pensi proprio che potrà finire qui? C’è quel figlio mio che tu ti sei portata via. Hai intenzione di allevarlo da sola, infischiandotene di me, e di impedirmi magari di vederlo, come se io non avessi alcun diritto su di lui? Scordatelo. Io non lo permetterò mai, come non permetterò che possa portare un cognome che non gli appartiene» (6 novembre 1966). Valeria però viene investita da un’auto e perde il bambino. Nelle lettere successive Tenco cambia tono: «Amore mio, Adriana ha promesso di farti avere questa lettera: ti prego, leggila, mi è costato scriverla, ammettere la mia stupidità, la mia presunzione, le mie debolezze, la mia ingenuità. Sono solo un uomo, e non tra i migliori, se mi sono lasciato trascinare in questa situazione assurda e non ho la forza e la volontà di uscirne, perché se lo tentassi ne sarei distrutto, comunque. Io ho sbagliato tutto nella mia vita, l’unica cosa giusta, pulita sei stata tu e a te non voglio e non posso rinunciare. Ti ho detto mille volte ti amo, ma non ti ho mai detto scusami (è una parola che non vuoi sentire!) per i miei tanti difetti, per non aver la forza di uscire da questo ambiente ipocrita, falso, spietato in cui domina il compromesso. Perché sono una nullità. Mi hanno promesso il “paradiso”: mi sento sull’orlo di un baratro. Come ho potuto arrivarci! Accidenti a te, perché non hai avuto fiducia in me, perché non mi hai detto di sì. È tutta colpa mia: io ho permesso a quella donna di costruire tutta questa storia, mi sono prestato al suo gioco, perché da idiota io lo credevo solo un gioco. Tenco e Dalida, la coppia vincente del prossimo festival. Che notizia golosa per i giornalisti! Io ho permesso agli altri di ricamarci sopra (ma se mi conoscessero veramente, come potrebbero crederci?). E poi, poi, quando tu te ne sei andata ho pensato di poter fare l’amore con lei, per punirti, per ferirti come tu stai ferendo me. No! Non ha funzionato. Ho tentato in tutti i modi, ho passato delle notti intere (aspetta un attimo!) a bere, a cercare di farle capire chi sono, cosa voglio, e poi... ho finito col parlarle di te, di quanto ti amo. Che gran casino, vero! Certo, lei si è dimostrata molto “comprensiva”, ma mi ha detto che ormai dovevamo portare avanti questa “assurda” faccenda agli occhi degli altri. È una donna viziata, nevrotica, ignorante, che rifiuta l’idea di una sconfitta, professionale o sentimentale che sia. E ora non so più come uscirne. Tesoro mio, qualunque cosa tu possa sentire o leggere, credimi, abbi fiducia in me. Ti prego, ora basta: torna, ho bisogno di te: non ti chiederò nulla, non voglio sapere nulla. Ti amo tanto e ti voglio disperatamente».

• Nello stesso periodo Luigi Tenco rilascia un’intervista a Herbert Pagani. Su Radio Montecarlo. [Leggi qui l’intervista]

Tenco: «Mettetevi in culo quelle trombette!»

• Il 31 dicembre 1966, scritturato per il veglione di fine anno alla casina Valadier a Roma, Luigi Tenco si incaponisce a cantare Ti ricorderai di me, in contrasto con l’atmosfera di allegria generale. A metà serata un’altra pretesa: per continuare a cantare esige immediatamente il suo cachet (devono fare una colletta per soddisfarlo). Poi, non ottenendo l’attenzione del pubblico, si alza dal pianoforte e strilla: «Mettetevi in culo quelle trombette!».

Una lettera per Valeria

• Il 16 gennaio 1967 Luigi Tenco scrive una lettera a Valeria: «Mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace... a volte sono ingiusto, egoista, arrogante. Penso ai miei problemi e non sempre mi rendo conto di ciò che hai passato e stai passando. Potrai perdonarmi amore mio? Il fatto è che io, io non vorrei mai che tu ti allontanassi da me; quando questo succede mi sento così spaventato e solo come se tutta la solitudine del mondo mi pesasse sulle spalle. Sarà l’ultima volta! Al diavolo anche Sanremo, vada come vada, a questo punto non me ne frega più niente: voglio che passi, che finisca, voglio uscire da questo gran casino in cui mi sono infilato. Prometto: ti ascolterò tesi e tesine, parleremo di Dna, deficit idrico, zea mays e... di noi soprattutto. Appena avrai discusso la tesi faremo una cosa che non abbiamo fatto ancora, ce ne andremo per un periodo di tempo, tu ed io da soli. Andremo... in Africa... in Kenia. Guarda nel secondo cassetto della scrivania e comincia a fare qualche programma. Tesoro, avremo i giorni e le notti tutte per noi: potremo parlare, prendere il sole, fare l’amore, dimenticare i problemi che abbiamo vissuto, le angosce, i momenti bui. Potremo riscoprire il senso della vita. Ciao, Luigi. Torna presto: queste mie mani sono piene di carezze per te e io... io non sopporto la tua assenza».

[Leggi i giorni del suicidio di Luigi Tenco]

Fonti: Aldo Fegatelli Colonna, Luigi Tenco. Vita breve e morte di un genio musicale, Milano, Mondadori, 2002; Renzo Parodi, Luigi Tenco, Genova, Tormena Editore, 1997; Mario Luzzatto Fegiz, Corriere della Sera 28/1/1992; Gianni Mura, la Repubblica 23/1/2005.