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 2017  ottobre 23 Lunedì calendario

La Guerra di Libia

• La popolazione totale della Tripolitania, escluso il Fezzan, è di 523.716 abitanti, di cui 14 mila ebrei e qualche centinaio di cristiani. Ci sono 330 mila sedentari, 115 mila seminomadi e 80 mila nomadi. Gli stranieri non sono più di 5 mila. [Del Boca/2]

• Il territorio libico è governato dal 1835 dai sultani di Costantinopoli. A Tripoli il capo è Hassuna Qaramli Pascià (la sua famiglia ha governato la Libia per 124 anni), a Tarhuna regna Ahmed el-Mraied, il caimacam (sottoprefetto) di Fasato è Mohamed Fekini e gli Ofella sono capitanati da Abd en-Nebi Belcher. [Del Boca/2]

• Giacomo De Martino, capo gabinetto al ministero degli Affari Esteri in visita a Tripoli: «Abbiamo attraversato tutto l’altipiano cirenaico dove non vidi un’opera di sola di civiltà: non un fabbricato pubblico che non sia o una casupola di terra o una semplice baracca (...), non un ospedale, non un medico, non un pozzo oltre a quelli romani». [Del Boca/2]

• La Gran Bretagna si è installata in Egitto, a Cipro e a Malta, mentre la Francia, dopo avere conquistato l’Algeria e la Tunisia, si sta impadronendo del Marocco. [CdS, 24/11/2005]

I francesi a Fez

• Con la scusa di una rivolta contro il sultano del Marocco, i francesi occupano Fez.

I tedeschi ad Agadir

• I tedeschi, in risposta all’occupazione francese di Fez (21 maggio 1911), spediscono ad Agadir la cannoniera Panther.

La missione di Agadir

• Gli inglesi chiedono ai tedeschi spiegazioni sulla missione di Agadir (1 luglio 1911).

La lettera di San Giuliano a Giolitti

• «Dal complesso della situazione internazionale e di quella locale in Tripolitania, io oggi sono indotto a ritenere “probabile” che, tra pochi mesi, l’Italia possa essere “costretta” a compiere la spedizione militare in Tripolitania. È necessario, in tutto l’indirizzo della nostra politica, di tenere conto di questa “probabilità”, pur dovendosi, a mio avviso, “cercare di evitarla”. Alcuni dei mezzi occorrenti per evitarla, come lo dimostrerò in seguito, hanno al medesimo tempo per iscopo e per effetto di agevolarne il successo, qualora essa diventi necessaria. La ragione per la quale io credo preferibile di evitare la spedizione in Tripolitania è la probabilità (probabilità, “non” certezza) che il colpo, che il successo di tale spedizione darebbe al prestigio dell’Impero d’Ottomano, spinga all’azione contro di esso i popoli balcanici, entro e fuori l’Impero, oggi più che mai irritati contro il pazzesco regime centralista giovane-turco, ed affretti una crisi, che potrebbe determinare e quasi costringere l’Austria ad agire nei Balcani». Ne potrebbe quindi derivare una tensione, una guerra fra Austria e Italia. E però c’erano buoni motivi per tentarla, l’impresa in Libia: «1. La Francia adempie lealmente l’accordo del 1902 (30 giugno 1902), ma oggi, non avendo ancora tunisificato il Marocco, ha interesse ad adempierlo. Tale interesse della Francia verrà meno quando avrà tunisificato il Marocco, cioè quando la parte dell’accordo franco-italiano favorevole alla Francia avrà già esaurito il proprio fine e resterà da applicare solo la parte di esso favorevole all’Italia; 2. È fuori di dubbio che la tunisificazione del Marocco, che sarà probabilmente il risultato delle attuali trattative franco-tedesche, modificherebbe a nostro danno l’equilibrio del Mediterraneo».
San Giuliano aggiungeva che la soluzione della questione di Tripoli avrebbe avvantaggiato l’Italia sia nei negoziati per il rinnovo della Triplice (20 maggio 1882, 20 febbraio 1887, 6 maggio 1891, 28 giugno 1902), sia nei negoziati sui compensi, determinati da eventuali mutamenti della situazione nei Balcani e nell’Adriatico, perché avrebbe evitato che proprio l’occupazione della Tripolitania potesse essere proposta dagli alleati come compenso per l’Italia. Osservava inoltre che la situazione internazionale non presentava in quel momento ostacoli gravi all’occupazione della Tripolitania, mentre poteva presentarne in avvenire, e che il governo turco aveva gravi difficoltà militari in varie parti dell’Impero, che avrebbe potuto superare entro due o tre anni. San Giuliano affermava quindi che probabilmente l’impresa di Tripoli poteva essere «imposta al Governo (il Ministero attuale od un altro) dall’opinione pubblica italiana» sia perché l’occupazione del Marocco da parte della Francia poteva impressionare sfavorevolmente l’opinione pubblica; sia perché sarebbe continuata l’ostilità del governo turco agli interessi italiani, che offendeva l’amor proprio nazionale; sia «perché è vivo e diffuso in Italia il sentimento, per quanto infondato, che la politica estera del Governo è troppo remissiva e che gli interessi e la dignità dell’Italia non sono abbastanza rispettati; ed è vivo e generale il bisogno che l’energia nazionale si affermi vigorosamente in qualche modo»; sia «perché ogni piccolo incidente tripolino o italo-turco è ad arte ingigantito dalla stampa per diversi moventi, tra cui il denaro e l’intrigo del Banco di Roma, interessato ad affrettare l’occupazione italiana della Tripolitania». Consigliava poi di occupare subito Tripoli e Bengasi e di trovare poi la forma giuridica più conveniente dal punto di vista finanziario e militare all’esercizio della sovranità italiana in Libia. Candeloro7 giudica queste valutazioni esatte, specie nella parte in cui attribuisce al «denaro e agli intrighi della Banca di Roma» l’espandersi attraverso la stampa dello spirito espansionista: «Lo spirito nazionalista era largamente diffuso anche tra i liberali delle varie gradazioni e tra i cattolici per l’illusione di trovare uno sbocco all’emigrazione e per ottenere un miglioramento delle condizioni del proletariato mediante uno sviluppo della borghesia». C’era quindi il sostegno dei sindacalisti rivoluzionari, dei socialisti, dei repubblicani e dei radicali, tanto più forte di fronte all’indebolimento del pacifismo democratico e dell’internazionalismo socialista. Per non contare «l’azione di gruppi industriali interessati alle forniture militari, alle costruzioni navali e alla conquista di nuovi mercati, di gruppi bancari interessati ad investimenti nel Levante e in Libia e di gruppi agrari conservatori e clerico-moderati». [Candeloro7]

Lettera aperta

• Sulla Stampa, esce una lettera aperta a Giolitti di Giuseppe Bevione: «Eccellenza, dicono che voi non sentite la politica estera…». [vedi meridiano 481]

Il Banco di Roma

• San Giuliano comunica a Giolitti che si è diffusa la voce di trattative del Banco di Roma con una società di banchieri austro-tedeschi per la cessione degli affari in Tripolitania. Vuole evitare che la cosa avvenga: «Più volte il Pacelli ha fatto questa minaccia, ma io non credo che la tradurrà in atto finché serberà la speranza che l’Italia occupi la Tripolitania o che il Banco di Roma venga altrimenti compensato delle perdite che soffre in Tripolitania». Bisognerà intervenire anche perché i turchi non prendono sul serio le minacce italiane.
 
• Ernesto Pacelli, fondatore e presidente del Banco di Roma, consigliere finanziario di Leone XIII e Pio X. Ha trattato lui, per conto di Leone XIII, i compensi da riconoscere al Vaticano per il fallimento del Banco Romano. Aveva fatto da prestanome per molte proprietà della Chiesa che sarebbero altrimenti finite agli italiani. Molto attivo nella creazione di giornali cattolici.

La Guerra di Libia

• «Secondo i turchi e molti arabi, il Banco di Roma è un organismo creato e sovvenzionato dal governo italiano per preparare l’occupazione della Tripolitania e non per fare operazioni bancarie e diffondere l’influenza italiana. La prima prova è che il Banco cerca di invadere, impadronirsi, sostituirsi a tutte le iniziative, a tutte le imprese, a tutti gli affari. La sua attività è stata diretta a distruggere il piccolo commercio, le piccole imprese, fossero esse di arabi o di italiani» Rapporto di Enrico Insabato, funzionario di polizia, a Giolitti (era anche il suo confidente).

• «La Tripolitania è una regione mineraria. Vi si trova dello zolfo, del ferro, del carbone e delle saline. Queste miniere non sono state sfruttate della autorità ottomane che non accordavano ad esse alcun interresse, ma ne concessero lo sfruttamento ai privati» (Mohamed Fekini). [Del Boca/2]

Il Congresso della Lega democratica

• I cattolici riuniti a Firenze per il congresso della Lega democratica approvano un ordine del giorno di Giuseppe Donati (collaboratore de La Voce) in cui si proclama inopportuno l’espansionismo coloniale e si richiama l’attenzione sui problemi del Paese, in particolare quelli del Mezzogiorno.

A novembre la Libia

• Giolitti e San Giuliano hanno deciso di intervenire in Libia il prossimo novembre.

La spedizione italiana in Libia

• San Giuliano propone di anticipare l’impresa in Libia a ottobre: l’opinione pubblica sarà ancora preoccupata per le intese franco-tedesche (vedi 4 novembre 1911), «agire prima che i governi austriaco e tedesco lo sappiano è cosa tanto necessaria per noi, quanto a mio parere gradita a loro». Si vuole soprattutto impedire che gli austriaci o i tedeschi tentino una mediazione. «Si deve ricordare che la Germania, rappresentata a Costantinopoli da un abilissimo diplomatico, il barone Marschall, esercita sull’Impero turco una grande influenza economica e politica e non desidera che esso sia indebolito, se non addirittura messo in crisi, dalla spedizione italiana in Libia».

• I giornali sono in genere favorevoli alla guerra contro la Libia: Giuseppe Bevione sulla Stampa, Andrea Torre sul Corriere della Sera, ecc. La Libia, secondo costoro, è piena di ricchezze minerarie, cioè zolfo e fosfati, e ha grandi, potenziali risorse agricole, il sottosuolo è pieno di acqua, ecc. Contrastano queste idee Salvemini, Einaudi, Edoardo Giretti. Forte sostegno all’impresa anche dalla stampa cattolica. «Il trust che fa capo a Giovanni Grosoli presenta la guerra come una nuova crociata contro gli infedeli» [Candeloro7]. Sulla posizione dei cattolici (vedi anche 9 settembre 1911). I socialisti sono spaccati: Bissolati, Bonomi, Podrecca «sono intimamente favorevoli all’impresa libica», apertamente favorevoli Olivetti, De Felice, Labriola. Turati è nettamente contrario. [ibidem]

«I giornalisti sono un inconveniente grave»

• Rimpatrio di 150 italiani che vivevano a Tripoli.

• Telegramma di Di San Giuliano a Giolitti: «La Divisione di stato Maggiore mi ha fatto presente che occorrerebbe prendere una decisione circa i corrispondenti di giornali che certamente domanderanno di accompagnare la spedizione. Certo dal punto di vista del successo delle operazioni militari, che è il più importante, la presenza di giornalisti è un inconveniente grave».

L’ultimatum turco

• Il re è a San Rossore. Giolitti gli chiede per telegrafo se può mandare l’ultimatum al governo turco. Il re dà subito il suo consenso: «Mi associo suo modo di vedere e di agire come meglio nell’interesse del paese».

• Sono sulle acque di Tripoli gli incrociatori Pisa e Amalfi.

Libia, indetto lo sciopero contro la guerra

• Il Gran Visir Hakki pascià convoca De Martino e gli domanda per quale ragione deve entrare in conflitto con un paese che tanto ama.

• I socialisti riuniti a Bologna proclamano uno sciopero generale contro la guerra per il 27. Raccomandano però ai lavoratori di «essere disciplinati e di non oltrepassare i limiti di un giorno per non rafforzare “le correnti militaresche e la reazione”» [Candeloro7].

L’ultimatum alla Turchia

• Riunione del Consiglio dei ministri. Si decide di inviare alla Turchia l’ultimatum e una nota alle potenze europee, in cui sta scritto: «Il Governo commetterebbe una colpa gravissima ed irreparabile verso gli interessi politici ed economici del paese se non agisse in modo da risolvere la questione di Tripoli in una maniera consona ai vitali interessi dell’Italia nel Mediterraneo».

• Forzando con astuzia il blocco italiano, entra nel porto il piroscafo Derna con un carico di orzo, munizioni e fucili Mauser. Questo fatto fa cambiare idea a Galli sui rapporti di non-inimicizia tra turchi e arabi. Subito invia un telegramma a Roma. [Del Boca/1]

Il dislocamento delle truppe in Libia

• A Costantinopoli tentativo di mediazione dell’ambasciatore tedesco Marschall von Bieberstein.

• A scaglioni la flotta italiana salpa verso le coste libiche. Le divisioni comandate da Aubry si muovono verso la Cirenaica, per far fronte alla paventata minaccia turca.

Sciopero contro la guerra

• Lo sciopero dei lavoratori contro la guerra è riuscito solo in parte.

L’ultimatum alla Turchia viene respinto

• Il testo dell’ultimatum italiano raggiunge De Martino alle 2 del mattino, nonostante le poste turche abbiano cercato di boicottarlo. Alle 14.30 l’incaricato d’affari lo consegna al Gran Visir, a Istanbul. La Turchia ha 24 ore per decidere. Il documento «non conteneva che vaghe lagnanze, nessuna delle quali poteva costituire un casus belli». L’ultimatum viene respinto.

• Gaetano Salvemini lancia questo attacco: «Anche ammessa l’ipotesi che il Banco di Roma sia andato a Tripoli d’intesa col governo italiano, questo non vuol dire che debbano essere gli amministratori del Banco di Roma e il Corriere d’Italia ad indicare il come e il quando di una conquista militare al governo italiano. Il quale può avere sottomano oggi elementi di giudizio che lo consigliano nell’interesse della nazione a modificare la politica che credeva buona in quel momento in cui autorizzava il Banco di Roma ad andare a Tripoli». [Del Boca/1]

• La nave Hercules, fatta partire da Galli alla volta di Siracusa, trasporta altri 500 membri della colonia italiana.

La città di Tripoli

• «Tripoli si è mutata profondamente: non è più la città rumorosa e gaia…» (Diario di Giuseppe Bevione, inviato della Stampa) [Leggi tutto l’articolo]

La città di Tripoli

Tripoli si è mutata profondamente: non è più la città rumorosa e gaia che lasciai qualche mese fa: s’è fatta taciturna e cupa: la guerra che la minaccia sembra che sia già scoppiata e finita, sembra che il saccheggio che l’impaurasi è già compiuto. Silenzio, costrizione, concentrazione ovunque. Gli arabi non gesticolano più: questa razza che ha sollevato alla maggiore potenza espressiva la mimica, questa gente che ha necessità e l’istinto del gesto e della voce alta,ora sussurra appena ed ha cessato di sottolineare colle mani la parola. Questi arabi non sembrano atterriti: sono troppo affezionati alla compostezza ed alla dignità degli atteggiamenti per dimostrare un sentimento così disordinato come la paura; ma sono evidentemente colpiti e turbati da qualche cosa di profondo e inaspettato; questo qualche cosa sono le nostre dodici navi che hanno passeggiato oggi per quattro ore in processione solenne, con tutte le bandiere al vento, davanti alla rada di Tripoli.
Un mutamento è nell’aria. Anche i mendicanti stracciati che si inginocchiano davanti alle porte invocando Allah, grande e misericordioso, se ne sono accorti. Ciò che anche agli arabi più fini sembrava impossibile, sta avvenend i cristiani si preparano a cacciare i turchi; nessuno lo impedirà; Allah lo vuole!
Dopo pranzo ho fatto una passeggiata sulla marina. Il crepuscolo è breve e la notte incomincia presto a Tripoli in questa stagione. La strada buia è piena di gente; i caffè sono invasi, e le ringhiere che difendono la passeggiata in faccia al mare sono premute da una fila ininterrotta di arabi e di turchi. Tutti guardano lontano, sul mare oscuro, dietro le scogliere, dove scintillano miriadi di lumi; guardano e poi parlano sottovoce, con quella espressione di serietà immobile, che non ci avevano mostrato mai, guardando le nostre navi che si congregavano per la ronda notturna intorno a Tripoli.
Sono entrato in tempo nella città che ci è necessaria. Da oggi incomincia il blocco di fatto della Tripolitania. Se l’Adria invece che stamane fosse giunto domani, avrei trovato il porto chiuso e non avrei assistito alle ultime ore di Tripoli ottomana.
Mi seggo con quattro amici a un tavolo di un caffè turco, in fondo alla Marina. Siamo noi cinque soli europei tra questa moltitudine mussulmana. Ci guardano furtivamente, con un senso di rispetto e di curiosità negli occhi; poi riprendono i loro discorsi a voce bassa ed a capo chino,come congiurati. Non una parola di minaccia, non una molestia.
Sorbiamo il buon caffè dalla tazza minuscola e osserviamo il volto nuovo intenso di questa prima notte tripolina. Sembra una notte di città assediata. Pattuglioni passano ogni quarto d’ora, senza levare rumore, con un passo quasi impercettibile; sono i richiamati arabi perduti nelle grosseuniformi di lana, i piedi immersi nelle larghe pantofole tripoline di pelle del Sudan. Camminano disordinati; uno ha la cartucciera, e tre no; ciascuno porta la baionetta come gli talenta. Un cavaliere sopra un bel sauro giunge al trotto, gridando: «Barra!» alla folla per aprirsi una strada. Viene dal castello; ha un plico suggellato in mano; lo porta al telegrafo. Passa una fila di cammelli con le reti di sparto vuote, pendenti dalla groppa lanosa, accompagnati ciascuno da un cammelliere e da un soldato: vanno alla caserma, che è di fronte al castello per caricare i fucili e le munizioni sbarcate dal Derma, e che partiranno stanotte per l’interno.
Mezzanotte. I turchi non si vedono. Non so dove siano. Dieci o dodici funzionari col fez in capo prendono il caffè vicino a noi,e parlano sommessamente, senza guardarci. Gli ufficiali, la primavera passata, riempivano alla sera tutti i caffè della marina; ora non se ne vede uno. I pochi turchi con cui si viene a contatto sono di una cortesia infinita, eccessiva. Alla dogana, al lazzaretto, al telegrafo mi hanno trattato con riguardo enorme. I bagagli sono passati senza visita. Il lazzaretto, sebbene l’Italia sia infetta... per Tripoli, non ha voluto da me che due lire; il telegrafo ha accettato il mio primo telegramma sulla grandiosa dimostrazione navale di oggi senza la più lieve difficoltà.
Affacciandomi allo sportello domandai all’impiegato: «C’è censura?»
Ed egli mi rispose, quasi offeso: «Mais non! qui vous a dit ça?. ..».
L’ottimo funzionario sembrava ignorare che l’Italia ha presentato al suo Governo un ultimatum che scade a mezzanotte. Vedremo se questi telegrammi giungeranno a destinazione, se la pretesa assenza di censura telegrafica non è un eccellente sistema per mungerci notizie e denaro.
Alle 10 rientriamo nell’albergo: esso è contiguo al consolato d’Italia e intercomunicante con quella grande via di transito che è la terrazza sulle città arabe. L’albergo è strettamente sorvegliato da pattuglie di soldati e da gendarmi. L’albergo è requisito per noi giornalisti, che siamo una dozzina precisa. La notizia dell’ultimatum, che abbiamo appresa ad ora tarda della serata dal console, ci obbliga a discutere la situazione. Saliamo sulla terrazza ed ordiniamo dello champagne.
La squadra conversa col telegrafo, a luce; il faro della piccola collina ci getta ad intervalli una occhiata fuggitiva. La città è silenziosa; i minareti alzano le punte aguzze contro le stelle; agli orli confusi della città l’oasi coi suoi palmizi si confonde in una sola massa oscura.
Al campanile vicino della chiesa cattolica batte la mezzanotte; i dodici colpi piovono sui nostri capi, pure nel grande silenzio, lasciando un lungo brivido sonoro nell’aria. È un momento solenne. Alziamo i bicchieri alla vittoria dell’esercito e dell’armata, con gravità insolita. In questo momento le nostre navi spengono i lumi: poiché luci fioche sui pennoni più alti dicono che la squadra oscurata vigila su noi.

«Italia e Turchia sono in stato di guerra»

• L’agenzia Stefani dirama questo comunicato ufficiale: «Non avendo il Governo ottomano accolte le domande contenute nell’ultimatum italiano, l’Italia e la Turchia sono da oggi, 29 settembre 1911, alle ore 14.30, in stato di guerra».

• La Luigi di Savoia riceve l’ordine di non compiere alcun atto di guerra per rispetta gli interessi di Austria, Russia e Grecia. Ma alle 14.00 le siluranti di Luigi di Savoia, comandata del generale Biscaretti, sparano i primi colpi di cannone contro due unità turche che stanno uscendo dal porto di Prevesa, soggetta ai turchi. Dura la protesta di Vienna. Manca ancora mezz’ora allo scadere dell’ultimatum, nessuno ancora sa se sarà dichiarata guerra e quale sarà la risposta della Turchia.

Dal diario di Bevione

• «Ci siamo svegliati presto…» (Diario di Giuseppe Bevione, inviato della Stampa) [Leggi tutto l’articolo]

Dal diario di Bevione

Ci siamo svegliati presto. La giornata si annuncia piena di eventi. Scaduto l’ultimatum, con una risposta negativa della Turchia, l’apertura delle ostilità non deve tardare. Sappiamo tutti noi, che siamo giunti ieri dall’Italia, che il Corpo di occupazione non è ancora pronto che la spedizione non potrà partire dall’Italia fino al sette o all’otto di ottobre. Ma qualche fatto nuovo deve essere accaduto, perché si siano fatti precipitare gli avvenimenti così. Che cosa è questo fatto nuovo? E si almanacca, si congettura, si avanzano ipotesi, si radunano i magri elementi di fatto, che sono a nostra disposizione; si cerca di far combaciare le notizie che ci appaiono fondate, per ritrovare i nessi invisibili, per saldare alla catena logica i troppi anelli mancanti, per giungere infine a qualche conclusione plausibile, che legittimi gli avvenimenti, che vediamo svolgersi sotto i nostri occhi, di cui non comprendiamo il valore, la portata, lo scopo. Questo facciamo, in questa dolce, calda mattina, nelle terrazza abbaglianti del Consolato, scrutando l’orizzonte col cannocchiale.
Incomincia l’acerbo e delizioso lavoro del corrispondente di guerra, segregato presso una parte belligerante, struggente e inebriante opera fra di Sisifo e di Penelope, inseguimento disperato di una verità, che par sempre a portata di mano, e non si raggiunge mai; infaticabile tessitura di una tela sottile e ingegnosa, condannata inesorabilmente alla distruzione immediata.
Che cosa si farà oggi? Vedremo il bombardamento? Parrebbe di sì. L’ultimatum, che non sorte effetto, determina l’inizio immediato delle ostilità; dunque, oggi si bombarderà. Si puntano i binocoli sulle navi, che fumano, immote, al confine del mare e del cielo. Sono quattro; tre uguali, grandi, con due ciminiere e un solo albero, altissimo, in mezzo; e una più piccola, snella, veloce. Le navi gemelle sono: la Varese, la Garibaldi, e la Ferruccio.
Scambio nel cortile del Consolato qualche parola col viceconsole Galli, un piccolo fiorentino, scarno, pallido, un po’ curvo di spalle, di una intelligenza acutissima, e di una energia formidabile; un ventinovenne che si rivela un tipo consolare di primissimo ordine, nella più difficile e grave congiura che si sia offerta fino ad oggi ad un console d’Italia.
Turbato, ansante, entra, e si avvicina a noi il prefetto apostolico, con la gran barba castana, fluente, sul saio francescano. Si china all’orecchio del console, e gli mormora poche parole. Il console ringrazia e fugge per le scale; riappare sul loggiato, si getta alla scaletta di legno, che porta alla terrazza. Un lampo mi traversa il cervello il frate ha a disposizione la più alta vedetta di Tripoli, il campanile; da quel campanile deve avere scorto qualche novità seria. Rincorro il prefetto apostolico, lo trattengo sulla porta del Consolato, gli domando che ha visto dalla cima del campanile. Egli cerca di schermirsi, insisto, mi risponde:
«Una torpediniera italiana entra in porto in questo momento.»
Corro anche io sul terrazzo. Il Garibaldino, con bandiera bianca sull’albero, gira gli scogli, fulmineo, con una manovra spettacolosa, che deve aver sbalordito i vecchi naviganti della Marina. Il cacciatorpediniere non può venire che ad annunciare la scadenza dell’ultimatum,e il principio delle ostilità. Ora si comprende perché il console ieri spingeva i pochi rimasti a imbarcarsi sull’Adria, e dava al piroscafo l’ordine di partenza immediata.
Il Garibaldino entra con bandiera bianca. Dunque, siamo entrati in ostilità.
Tripoli è la città fatta apposta per gli spettacoli collettivi. Le sue terrazze sono una platea ideale, grande come la città intiera, quando qualche cosa di notevole avviene sul mare. La notizia si diffonde in un folgore dalla fortezza spagnuola al gran mercato, e tutta la popolazione di Tripoli si solleva dalle strade sulle terrazze, come obbedisse ad una legge di levitazione. Migliaia di sguardi si concentrano su quello scafo affusolato, che è andato a gettare l’ancora presso la pacifica cannoniera turca. Poi, seguono le evoluzioni lente delle 4 navi, che si sono avvicinate per sorvegliare più da vicino il cacciatorpediniere e proteggerlo in caso di bisogno. Il cielo è velato da una bruma leggera, il mare è lievemente mosso. Una barca si stacca dal cacciatorpediniere e si avvicina alla cannoniera turca.
Un nostro ufficiale va a fare visita al comandante della cannoniera; poi la barca si dirige alla banchina, l’ufficiale scende a terra, e col primo dragomanno, che gli è andato incontro, viene al consolato. Il console lo stava aspettando. Dopo poche parole esce con lui e lo conduce al castello. Quando ritornano apprendiamo lo scopo della visita. Il comando della divisione manda a notificare al governatore la scadenza dell’ultimatum e l’imminente inizio dello stato di ostilità.
Una circolare è diramata dal console alle 11.30 a tutti i consoli esteri per una comunicazione analoga; scadenza dell’ultimatum ed inizio alle 14 dello stato di ostilità.
L’effetto della comparsa del Garibaldino e della visita del console e dell’ufficiale al vicegovernatore è inenarrabile. In pochi secondi si diffonde per tutta la città la notizia che alle 14 comincia il bombardamento. Le botteghe si chiudono; gli stranieri si riversano nei loro consolati, che alzano la loro più grande bandiera. Il consolato di Francia batte il record, con un velario immenso.
Il consolato d’Italia in un’ora è rigurgitante. Oltre agli italiani affluiscono molti ebrei e molti maltesi. C’è anche un israelita, suddito francese, che inveisce contro il suo console ed invoca la protezione italiana. Egli grida:
«Sono sempre stato suddito della Francia, e non ci ho mai guadagnato nulla. Viva l’Italia!»
Il bello è che costui fu italofobo, e dette denari al Guzman, quando costui comparve la prima volta dopo l’espulsione. Qualcuno vorrebbe buttarlo fuori, ma egli ha moglie e figli, e piange... Si è generosi e gli si dà asilo.
Via via che si avvicinano le ore 14, nella città cresce il terrore. Anche gli arabi della marina sono sbigottiti. Solo i turchi restano calmi, impassibili. Sotto la terrazza del Banco di Roma v’è un posto di polizia. I poliziotti sene stanno seduti conversando e fumando, come nei tempi normali: neppure gli ebrei che fuggono verso il porto, colle masserizie indispensabili sulle spalle, fanno volgere loro il capo. È impossibile che questi turchi non credano che l’Italia faccia sul serio!
Il brusio delle strade aumenta di continuo, si fa clamore, urlo, pianto. Vedo dalla terrazza uno che chiude la porta piangendo. Frotte di donne arabe passano veloci, con la loro bella andatura ondeggiante, tenendo il barracano meno stretto sugli inquieti volti dorati, mostrando le unghie colorite di penna e tutti e due gli occhi orlati di bistro.
Nel consolato italiano l’entusiasmo è grande quanto la confusione. Si grida:
«Viva l’Italia! viva il console!»
La cerimonia dell’abbassamento della bandiera desta una commozione profonda. Tutti si scoprono il capo, reverenti, come se si celebrasse un rito. Ma la sorpresa è viva e gradita quando si vede salire al posto suo la bandiera della Germania. Nessuno se lo aspettava, e si applaudì lungamente. A me parve di sentire in quel momento lo spirito di Francesco Crispi, rassegnato dal lungo cruccio, soddisfatto e premiato infine dalla realtà.
Dopo pochi momenti un frate laico, con una audacia esicurezza da acrobata, si arrampica per il parafulmine del campanile e va a piantare lassù una grande bandiera germanica. Nell’altra punta vicina alla croce, le monache dell’ospedale alzano invece la bandiera della convenzione di Ginevra, la Croce rossa in campo bianco.
Il console sembra ora liberato di un peso enorme. È ilare, gaio, vivace; dice che il Garibaldino è ancora in rada per prendere chi vuole partire; esorta vivamente ad imbarcarsi tutti coloro che non hanno ragioni particolari per restare, specialmente le donne e i fanciulli. Una buona cinquantina di persone si decide ad andarsene,con sollievo di tutti.
Finalmente ecco che battono le ore due all’orologio del campanile; ma il primo colpo non parte. Si aspetta con fede; poi con ansia; poi con disperazione. Nulla viene. Le navi stanno mute, immote al loro posto. Che cosa sia avvenuto non sappiamo. L’incomprensibile ci ossessiona ancora. Cala il tramonto e l’ultima forza, che ci faceva aspettare ancora con speranza, cade.
Il Governo fa affiggere un telegramma concepito su per giù così: «il Governo italiano ha presentato alla Sublime Porta una irricevibile domanda di cessione della Tripolitania. Mentre il Governo discute su questa proposta, deciso a salvaguardare i sacrosanti diritti dell’Impero, S.M. il Sultano invita i suoi sudditi a mantenere l’ordine e la calma e a rispettare gli stranieri».
Questo telegramma non è di buon augurio. Una grossa pattuglia di soldati monta la guardia tutta la notte al consolato ed al nostro albergo. Dopo le 10 nessun italiano può uscire per le strade.

Galli sul Castlereagh

• Galli si imbarca sul Castlereagh, piroscafo inglese, con gli ultimi 165 italiani.

Galli parte con gli ultimi 165 italiani

• Galli si imbarca sul Castlereagh, piroscafo inglese, con gli ultimi 165 italiani.

Dal diario di Bevione

• «Stamane all’alba, grandi colpi alla porta mi hanno svegliato…». (Diario di Giuseppe Bevione, inviato della Stampa) [Leggi tutto l’articolo]

Dal diario di Bevione

Stamane all’alba, grandi colpi alla porta mi hanno svegliato una voce grida: «Alzati, fra mezz’ora si parte». Ero a letto da poche ore; non si dorme più in questa strana città oscillante fra la guerra e la pace. Pare di essere in bivacco fra i nemici, e i nemici stanno sotto alle nostre porte, e ci montano la guardia. Quale altra novità è adunque avvenuta stamane perché si debba partire? L’orizzonte scrutato attentamente fra le brume mattutine, non rivela nulla di eccezionale. Appena una nave sonnecchia al largo, le altre sono sparite. Di nuovo non c’è che il vapore inglese, gremito di gente. Il capitano si è arreso alle supplicazioni dei fuggiaschi, che lo pregano a mani giunte, e li ha caricati. E poi c’è la cannoniera turca che si è mossa, e ci volta ora la poppa e fuma seriamente dalle ciminiere, come se volesse partire. Compio il sali e scendi delle terrazze, e mi calo in Consolato. Qui apprendo le novità.
Stamane all’alba è stato affisso alle cantonate un manifesto del Comitato locale «Unione e Progresso», che in sostanza dice che la Turchia vuol vendere la Tripolitania agli italiani, ma che la Tripolitania non lo consentirà mai. Islam alla riscossa! È il primo temuto appello al fanatismo mussulmano.
Alle due è stato consegnato al console un telegramma del Governo, nel quale si annuncia che la Turchia ha risposto negativamente all’ultimatum scadente non a mezzanotte di ieri, ma dodici ore dopo, a mezzogiorno. L’ostilità sono così aperte. A mezzogiorno un ufficiale verrà dalle navi a notificare il blocco della piazza, blocco che durerà tre giorni e finirà col bombardamento. In queste condizioni il console ha deciso la partenza degli italiani in massa. L’ordine consolare raccoglie in pochi minuti tutta la colonia in consolato. Fa una fugace apparizione il console Tielger, concentrato e solenne, che sta, trattando col vicegovernatore, perché sia garantito il nostro tragitto dal consolato alla marina. Le necessarie garanzie sono date, a condizione esplicita che tutti gli italiani che sono in consolato abbandonino Tripoli. Il dottor Tielger impegna la sua parola d’onore. Così, io e qualcun altro, che a tutti i costi volevamo rimanere, che desolavamo all’idea di abbandonare la città nell’ora in cui il cannone avrebbe tuonato, siamo costretti ad aggregarci agli altri e a prepararci a partire. I preparativi sono brevi e angosciosi. Ora amarissima che non vorrò più ritraversare nella mia vita.
Il cortile del consolato è formicolante. Nessuno, tranne il console, può portare bagaglio; e il bagaglio del console è formato da una valigia piena di documenti e da una grossa cassa pesante, piena di sacchetti d’argento il tesoro di guerra del consolato. Dobbiamo imbarcarci sul vapore inglese Caslegarth, che ci porterà fino alle regie navi.
Il piroscafo è già carico dei fuggiaschi ebrei e maltesi, ammessi dal capitano durante la notte: è una vecchia nave mercantile, senza adattamenti pei passeggeri, senza viveri e senza acqua. Il console, che ha occhio a tutto ordina di requisire tutte le bottiglie che sono nel consolato. Due volonterosi le riempiono e ciascuno prende la sua. Qualche dozzina di micche di pane, qualche bottiglia di birra, un po’ di carne spariscono in un momento. I ritardatari sopraggiungono, ansanti. Ci contiamo: siamo 156; ma vi sono parecchi ebrei e vari maltesi: fra gli altri la famiglia Aquilina, proprietaria del nostro albergo, che si è compromessa seriamente di fronte ai turchi parteggiando sempre per noi. La scena è pietosa e bizzarra nello stesso tempo, dolente e nuova, senza termini di confronto: qualcosa come un esodo di emigranti dilettanti, ma accorati di dover emigrare: una fuga di gente che non può piangere e non può ridere, e vorrebbe fare l’una e l’altra cosa insieme. Qualcuno strascina una coperta araba, dai violenti colori; un ebreo dalla barba veneranda, col turbante nero intorno alle chiome d’argento sta accovacciato in un angolo cogli occhi perduti nei suoi pensieri; dei bambini poveri e sporchi ruzzano sulle pietre del lastrico. Il primo cavass del consolato, un vecchio negro, degno di scultura, altissimo e magro, avviluppata la divisa in un barracano immenso, guarda smarrito quel trambusto incomprensibile, e si muove intorno come un automa, incredulo ancora che egli dovrà chiudere per la prima volta la porta del suo consolato, per la prima volta partire dalla sua Africa per il paese della gente bianca.
I negoziati di Tielger durano: l’attesa si prolunga. Per accrescere la confusione e la malinconia della scena, l’acqua, che gli antitripolini dicono che non cade in Tripolitania, piomba a torrenti dal cielo, subitamente oscurato: è un fuggi fuggi generale. Tutti si pigiano sulla scala e sotto il loggiato. Adesso l’esodo incomincia a prendere un colore tragico. Sembra una fuga sotto un flagello, una emigrazione sotto una maledizione.
Improvvisamente romba un cupo colpo lontano; qualcuno crede che sia il tuono: altri, più esperto, dice che è il cannone. Corro sulla terrazza, fisso con il cannocchiale l’orizzonte grigio velato, sotto la pioggia battente.

Turati critica Giolitti

• Turati, a guerra iniziata, nell’editoriale di Critica sociale, ammette di aver commesso un errore di valutazione sul conto di Giolitti, e definisce vergognoso l’ultimatum italiano: «non prevede alcuna alternativa».

• Giolitti, in merito allo scontro navale del 29 settembre 1911: «Aehrenthal, il 1° ottobre, disse al nostro ambasciatore D’Avarna che tali operazioni erano in flagrante contrasto con le nostre promesse di localizzare la guerra nel Mediterraneo». Tuttavia rassicura il re e le potenze europee che non vi sarebbero state altre azioni contro Prevesa o altri porti turchi.

• Al Cairo, Enrico Insabato, denuncia: «Sua Altezza Omar Pascià Toussoun ha inviato a Tripoli viveri e munizioni da guerra». [Del Boca/1]

Nesciat bey abbandona Tripoli

• L’ammiraglio Faravelli tenta un negoziato con Ahmed Bessim bey per la resa della città. Ma il bey non può prendere decisioni senza ordini da Costantinopoli. Tripoli viene abbandonata da Nesciat bey con il grosso della guarnigione. Restano solo gli artiglieri nei forti.

Bombardamento a Tripoli/1

• Dalle 15.30 alle 18.10 Tripoli viene bombardata dalle squadre navali degli ammiragli Faravelli e Borea Ricci. I forti turchi sono demoliti dalla flotta italiana.

• Il fuoco viene aperto contro le fortezze di Tripoli, poi contro i forti di Sultana e Hamidié, le batterie del Faro e quelle del Molo. (La flotta italiana, comprendeva fra corazzate, incrociatori, caccia e naviglio, più di venti navi).

• Per la prima volta Nesciat bey riceve da Costantinopoli l’ordine di resistere dall’interno delle fortificazioni costiere. Nel caso non sia possibile, ripiegare, ma continuando la difesa del paese.

• La Sublime Porta prega Alberto Theodoli di portare a Roma questa proposta di compromesso: 1) l’Italia potrà occupare e amministrare la Libia, conservando però al Sultano la sovranità del paese; 2) versamento, da parte dell’Italia, di 10 milioni di lire turche a titolo di indennizzo. Si tratta di ciò che Giolitti e Di San Giuliano hanno da tempo auspicato: il protettorato.

• Poco prima dell’inizio dei bombardamenti, Fethy bey arriva a Tripoli a bordo di un piroscafo francese. Gli italiani non lo fanno sbarcare.

• Il corpo di spedizione (34mila uomini e 72 cannoni) lascia Napoli e salpa volta di Tripoli. A salutarlo, dalla banchina del porto, il re Vittorio Emanuele III. [Del Boca 1 e 2]

Bombardamento a Tripoli/2

• «Dalla Varese. L’atto irrevocabile è compiuto: le fortezze di Tripoli sono state bombardate dalla flotta italiana, ora il pentimento e la viltà non sono più possibili, non si torna più indietro! Abbiamo compiuto l’atto di possesso sulla Tripolitania: il nostro diritto su questa colonia è stato affermato col cannone» (Diario di Giuseppe Bevione, inviato della Stampa) [Leggi tutto l’articolo]

Bombardamento a Tripoli

Dalla Varese. L’atto irrevocabile è compiuto: le fortezze di Tripoli sono state bombardate dalla flotta italiana, ora il pentimento e la viltà non sono più possibili, non si torna più indietro! Abbiamo compiuto l’atto di possesso sulla Tripolitania: il nostro diritto Su questa colonia è stato affermato col cannone.
Narriamo con ordine gli avvenimenti di questa giornata storica.
Il mare grosso tumultuava anche stamane intorno ai fianchi della Varese. Il Bronte ci accostò per completare il rifornimento di combustibile; ma fu respinto, e s’ancorò vicino a noi con le sue assurde travature per lo scarico, che sembrano opere espugnatorie drizzate contro il cielo.
La radiotelegrafia, l’unico capriccioso legame che ci è restato col mondo, ci porta le prime novelle. La stazione ultrapotente di Siracusa ha incominciato a funzionare: è annunciata la partenza da Marsiglia e da Tunisi, di un colonnello addetto all’ambasciata turca a Parigi e di altri ufficiali che vorrebbero giungere stamane a Tripoli col vapore settimanale della Compagnia Tonache. Sembra che stia per arrivare una nave da guerra austriaca, che verrebbe a imbarcare il console...
Il ministro della Marina avverte l’ammiraglio Faravelli che la situazione politica esige si provveda, con la massima sollecitudine, al bombardamento di Tripoli. Ci siamo! Evviva!
Siamo sempre alla fonda. Le altre navi stazionano davanti alla rada: tenui, piccole, diafane nella luce del mattino; tre o quattro piroscafi mercantili, ancor più minuscoli, sono frammisti alla squadra. La presenza delle buone navi pacifiche sembra incomprensibile in quest’alba di guerra. Eppure un altro mercantile ci appare di poppa, visibilissimo, per un ponte di comando bianco come la neve: è il Tafna della Compagnia Tonache, il vapore che deve portare, se non l’ha sbarcato a Gerba, il colonnello turco e i suoi compagni. In pochi minuti ci è vicino; poiché ci vede ancora, finge di non sapere che Tripoli è bloccata e tira dritto. Una cannonata a salve lo arresta. Un tenente di vascello va a fargli una visita, e ritorna dopo una mezz’ora, riferendo che a bordo ci sono quattro turchi (che si dichiarano medici, ma che hanno la fisionomia di militari), alcuni italiani, qualche arabo e due giornalisti francesi del «Temps» e del «Matin», e il console generale di Francia a Tripoli. il console di Francia chiede di essere sbarcato a Tripoli dal vapore su cui si trova, o da una nave da guerra italiana. Si radiotelegrafa all’ammiraglio, che risponde di essere disposto a trasbordare il console su un piroscafo al largo; ma di non poterlo lasciare approdare perché nel pomeriggio, probabilmente, sarà costretto a bombardare le batterie della città. Il console generale, allora, fa dire, coi segnali, dalla sua nave, che ha ordine di sbarcare per raccogliere i suoi connazionali. Se non può, deve ritornare col vapore con cui è venuto. Gli si risponde, coi segnali, che l’azione sta per cominciare e che il Tafna non può più procedere. Conversando col nostro ufficiale, il console dice d’aver letto in un giornale tunisino che la Francia ha inviato a Tripoli, per la protezione dei suoi nazionali, la corazzata Renan; ma fino ad oggi questa corazzata non s’è mostrata.
Una torpediniera entra in rada con bandiera bianca, certamente per intimare la resa. Passa mezzogiorno e non giungono ordini per noi. Intercettiamo, invece, ordini ad altre navi in cui si avverte che l’azione comincerà alle tre. Ci dimenticano? Perché la Varese che ha vinto alla Maddalena tutti i primi premi nelle gare di tiro, che è la più meravigliosa puntatrice di cui la marina italiana possa inorgoglirsi, deve restare inerte sulle ancore, mentre quasi tutte le sue sorelle sfileranno sotto il fuoco dei forti? La cosa sarebbe ingiusta, assurda, cattiva: dal comandante all’ultimo marinaio, tutti si rifiutano di crederlo.
Ma i minuti passano e ordini non ne arrivan0: giunge con una torpediniera un plico dell’ammiraglio che non contiene che disposizioni per le truppe da sbarco. Si notano con occhi trepidi certi movimenti sospetti delle altre navi. Finalmente, le ultime speranze cadono e sottentra l’amara certezza che, oggi, la Varese si limiterà a contemplare il bombardamento di Tripoli.
Il posto di osservazione è meraviglioso un americano, lo pagherebbe qualche migliaio di dollari. A dieci miglia dalla nostra nave s’incurva la costa tripolina: con uno sguardo solo abbracciamo la città; i suoi forti e la flotta che si accinge a smantellarli. Le manovre della squadra sono penose per noi, perché ribadiscono la certezza che la Varese non sarà chiamata al combattimento; ma sono di un interesse appassionante.
Non riesco a divellere gli occhi da quel gruppo di navi che si muovono lentamente, assumendo per passaggi impercettibili la formazione di battaglia. Il cielo è purissimo, vibrante di luce, percorso da un vento furioso: le cose si delineano in questa serenità luminosa, con una nettezza ossessionante, lucide come se fossero chiuse entro un cristallo. Le navi, cupe sul mare schiumoso, Tripoli ammassata, candida e silente, le oasi scure, le coste fulve come la chioma del leone, i forti, i bastioni, le batterie, tutto emerge nella luce meridiana con una chiarezza allucinatoria.
Seguiamo con una tensione febbrile i movimenti delle navi: cerchiamo di prevedere da quell’embrione di tattica quale sarà l’azione. I tre o quattro piroscafi che si cullavano placidamente intorno alla squadra sono mandati molte miglia al largo, dove non imbarazzeranno e non soffriranno. Le navi del nostro tipo, la Garibaldi e la Ferruccio, si allontanano rapidamente ad ovest, fino a diluirsi e sparire nella lontananza. Dove vanno? Apriranno il fuoco o staranno allargo, inerti come noi, fuori del raggio d’azione dei forti, ad attendere la fine del bombardamento? Sembra a tutti che se le navi gemelle saranno condannate, come noi, al silenzio, il nostro disinganno sarà minore: l’ingiustizia non ci sarà più. Ci sarà il risparmio di una divisione omogenea, superflua allo scopo.

Le unità che prenderanno parte certa all’azione sono l’Umberto, la Sardegna, la Brin, la Emanuele Filiberto e la Carlo Alberto. Esse sono ancora mescolate, ma si vanno lentamente districando e disponendo nella formazione decisa dall’ammiraglio. Si spartiscono in due gruppi, in due divisioni di appena tre navi ciascuna. La prima è superba di omogeneità e di forza. È formata dalla Re Umberto, dalla Sardegna e dalla Sicilia. La Re Umberto batte la bandiera dell’ammiraglio Borea-Ricci che comanda la divisione, e l’altra divisione è eterogenea, bizzarra, sperequata. Accanto alla Brin, maestosa e augusta, l’Emanuele Filiberto drizza i fumaiuoli troppo alti, e il corpo senza armonia, e la Carlo Alberto profila i fianchi asciutti e sottili di nave mercantile. La Brin porta l’ammiraglio Faravelli, comandante in capo delle forze riunite davanti a Tripoli.
Per seguire perfettamente l’azione mi arrampico sulla coffa più elevata della nave. Entro nella vertiginosa navicella dell’alto parapetto sospesa come un nido all’albero maestro, a 40 metri sul mare. Dentro non c’è posto che per me, un ufficiale e la vedetta.
Il panorama è enorme. Vedo la Tripolitania fino alle ontagne più interne, la Tunisia pallida come una costiera sotto la luna e tanto mare che non discerno dove il suo azzurro si congiunga all’azzurro del cielo. La scena che si prepara è degna di un tale nido di aquile. Il vento a questa altezza corre violento, sfrenato, terribile; fischia fra i sartiami, urla nelle orecchie, arrovescia le ciglia mozza il respiro, confonde e porta via tutti i suoni nel suo informe clamore insensato. La vita comune pare sospesa, lo spirito pare liberato dal corpo, ridotto ad una pura forza di contemplazione vivente fuori delle volontà, fuori del tempo, in comunione fraterna col vento e col mare. Che mare selvaggio oggi impazza ad ogni parte! Il suo azzurro cupo si frastaglia di miriadi di creste, di spuma bianca, maligna, convulsa. Il vento lo plasma come una cera in forme mutevoli e vive, lo solleva in cavalloni che si scatenano ai quattro orizzonti, lo scava in abissi trasparenti, lo spiana per un secondo in verdi radure su cui irrompono migliaia di strie livide, guizzanti come uno sciame di vipere alla tortura.
L’ufficiale mi grida negli orecchi che da dodici giorni la Varese è in queste acque e non ha ancora provata una giornata più cattiva. Gli domando se questo mare grosso può far rinviare il bombardamento. Egli mi risponde di no. Gli domando se è grande lo svantaggio che questo mare infuriato può infliggere ai tiri. Egli mi risponde che il compito delle artiglierie si fa più difficile, ma che i nostri tiratori sono sufficientemente allenati per collocare nel bersaglio le granate anche con un simile mare.
Le tre sono scoccate. Le due divisioni si mettono in movimento. Per comprendere la loro azione, o lettori tenete presente che il frammento di costa che oggi fu tempestato dai nostri cannoni è una linea dritta corrente da levante a ponente, su cui è inserto un uncino formato dalla città di Tripoli. Alla base sinistra occidentale dell’uncino sorgevano la batteria Sultania e due opere di difesa chiamate Fortino B, Fortino C. Nella magnifica carta allestita dallo Stato Maggiore Italiano, la base destra orientale era ed è protetta dalla batteria Hamidiè. Finalmente la punta estrema dell’uncino, che costituisce il molo naturale di Tripoli portava un gruppo continuato di fortificazioni, l’opera del molo, il bastione nord-ovest e la batteria del faro. Orbene, la divisione Brin, comandata dall’ammiraglio Faravelli, si assunse la distruzione delle fortificazioni centrali della punta dell’uncino con la divisione. La Re Umberto, comandata dal contrammiraglio Borea-Ricci, fu incaricata dello smantellamento della batteria Sultania alla sinistra dell’uncino, a ponente di Tripoli. Fino all’ora inoltrata in cui scrivo, non si sa sulla Varese se la Garibaldi e la Ferruccio abbiano combattuto. Se hanno combattuto il proprio compito fu l’’espugnazione della batteria Hamidiè, a levante di Tripoli a destra dell’uncino. Come l’abbiano eseguito, noi non sappiamo. Le due navi erano fuori della nostra vista, le scorsi solo a tratti incerte come vascelli fantasma fra i fumi della divisione Brin.
I forti che oggi furono ridotti al silenzio dalla nostra squadra non erano prodigiosi, ma neppure disprezzabili. L’opera del molo era armata da due cannoni Krupp da 240 e di 5 cannoni lisci da 320-400 millimetri, oltre a 13 cannoni minori e 5 obici. Il forte centrale dell’opera era protetto da una cupola in cemento armato. Il bastione nord-ovest contava un cannone Krupp da 150-170 ed un altro da 190-210 millimetri. La batteria del faro era munita di un cannone Krupp da 210 e di due altri 170 o 190. Questo per le batterie affidate alla divisione Brin.
Il forte Sultania, destinato alla divisione Re Umberto, era il più temuto per un grandioso terrapieno che lo ricopriva e per un armamento considerevole di 5 cannoni Krupp, dei quali due da 190 o 210, e due corti, uno da 150 e l’altro da 240.
Due divisioni si posero in linea di combattimento con la Brin, Carlo Alberto, Emanuele Filiberto, Re Umberto, Sardegna e Sicilia. La prima divisione si dispone parallelamente all’uncino, che è diretto da sud-ovest a nord-est, ad una distanza iniziale di cinque miglia dalla fortificazione. Presa questa posizione, le tre navi quasi non si mossero. Invece la seconda divisione si tenne in lento movimento continuo e defilò ininterrottamente da est ad ovest, e da ovest ad est, stringendo progressivamente le distanze e riservando il fuoco alla fase di ritorno da ovest ad est. L’entrata in azione della divisione Re Umberto fu uno dei più solenni spettacoli che io abbia mai veduto. Le tre corazzate gemelle, con la grande sagoma turrita e le tre ciminiere fumicanti, accompagnate da tre minute torpediniere d’alto mare, si staccarono del punto di riunione della squadra e in ordine di battaglia a cinquecento metri l’una dall’altra discesero a sud-ovest con la prua sull’oasi di Zangur. I tre colossi si avviarono alla loro impresa con una lentezza impressionante. Qualcuno si sarebbe aspettato di vederle portarsi al posto di combattimento alla velocità massima, come per dare un più vivo impeto all’attacco. Invece la Re Umberto, la Sardegna e la Sicilia compiono, nel mare burrascoso e bianco come il Mar del Nord, un arco vastissimo a velocità più che moderata, a cinque o sei miglia all’ora ordinate, tranquille, sicure. Si sarebbe detto che gioivano di quel ritardo sapiente, sospeso sull’agonia delle batterie nemiche. Il forte Sultania era in loro mano, era loro preda. Perché non far durare di più l’ebbrezza della caccia? Le tre navi gigantesche color di abisso, l’una dopo l’altra, come i grani di un rosario di guerra, scorrevano sul mare lentissimamente e si avvicinavano alla terra in modo impercettibile, con le grandi bandiere di combattimento date al vento turbinoso, voltando l’una dopo l’altra le enormi torri dei cannoni da 343 verso il forte rossastro perduto sulle sabbie nude.
La divisione della Re Umberto aveva quasi compiuto il suo largo arco e stava per mettersi in posizione d’attacco quando una lunga vampa uscì dai fianchi della Brin. La nave ammiraglia apriva il fuoco con le torri da 305 e i pezzi da 203 del lato sinistro.
Erano le 15.35. Il vento che ruggiva tra i cordami e le soprastrutture mi prese la prima voce che gridò sui minareti e sulle palme di Tripoli, echeggiando fino alle valli del Gebel, che Tripoli ritornava provincia d’Italia. Non intesi il rombo della prima cannonata, che ruppe la pace, ma ne vidi la distruzione. Il colpo entrò in bersaglio, le granate piombarono sul forte rosso del molo e scoppiarono con una violenza inaudita, generando una fumea densa, scura, che s’alzò in colonna altissima e a onde gonfie verso il cielo, come se un cratere di vulcano si fosse aperto improvvisamente nella terra.
La seconda salva fu sparata nuovamente dalla Brin. L’Emanuele Filiberto e la Carlo Alberto avevano avuto ordine di stare fuori della sfera d’azione del forte. Le batterie del molo tacevano. Una terza bordata parti dalla nave ammiraglia fra lingue di fuoco e torrenti di fumo, e finalmente le difese centrali risposero. Un grande fumo bianco si levò sulle batterie del faro. Erano le 15.41. Il colpo fu di una inefficienza commovente: la granata cadde in mare a mezza distanza fra la batteria e la nave sollevando una colonna d’acqua e di schiuma. Dieci minuti dopo la Re Umberto, la Sardegna e la Sicilia, che avevano virato di bordo, e si erano collocate parallele alla costa a 4 miglia dal forte Sultania in posizione di tiro, aprivano il fuoco. La Re Umberto, esegui una salva delle sue terribili torri da 343, i pezzi più grandi che possegga la nostra marina, superiori come calibro agli stessi cannoni delle Dreadnoughts, colossi che scaricano granate di 522 chilogrammi di peso, capaci di annientare una brigata con le schegge e i gas deleteri.
Una fumata sola avvolse e nascose tutta la nave. Qualche secondo dopo sul fulvo della costa scoppiava una fumea gialla alta due volte quella sollevata sul fortilizio del molo dalla Brin e faceva scomparire completamente il terrapieno e le opere della batteria. La Sardegna e la Sicilia tennero successivamente lo stesso discorso. Il forte non rispose. Il forte tacque fino alle 16.7: subì senza reagire 16 minuti di fuoco nemico. La prima risposta fu anche qui sciagurata. Il proiettile cadde in mare a meno che mezzo la distanza fra la batteria e la divisione. La divisione lanciava le sue salve a intervalli brevi e regolari, collocando la granata in bersaglio: qualche volta un tiro sembrava scartato a sinistra o troppo profondo. In realtà’ la divisione mandava qualche granata al fortino 6 più intermo del Sultania o al fortino, collocato più a sinistra. Le tre navi sparavano navigando a cinquecento metri regolamentari di distanza, ad una velocità minima, quasi insensibile, di due o tre miglia all’ora. I colpi tempestavano inesorabili sulla batteria; era certo che la sua resistenza non poteva durare. Gli scoppi e i gas dovevano seminare la morte nelle trincee e dietro gli spalti: tuttavia la batteria si difendeva eroicamente, rispondendo a lunghi intervalli di sette od otto minuti, mentre il tiro medio delle nostre corazzate era di un colpo al minuto, rispondeva dalla spiaggia, ma rispondeva. Una volta, una sola volta in questa giornata memorabile le sei torri della divisione scaricarono le loro artiglierie contemporaneamente sul forte; fu una grandine di fuoco e di veleno mostruosa. Ebbene, un minuto dopo la batteria sparava, non raggiungeva il bersaglio, secondo il solito, ma faceva sapere di essere ancora viva. Una resistenza simile è puro eroismo che noi dobbiamo ammirare per primi.
Giunta all’estremo limite del suo settore di tiro, la divisione della Re Umberto vira di bordo e serra le distanze per far entrare in azione i pezzi da 151 delle sue batterie. A cominciare da questo momento le tre corazzate mandano alternativamente bordate spaventevoli sulla povera fortezza che si è come disfatta e resa irriconoscibile tra le vampate di fumo giallo e le sabbie rossastre sconvolte dalle esplosioni. L’agonia è breve. Alle 16.45, dopo più di mezz’ora di martirio, la Sultania fa fuoco per l’ultima volta. La divisione per due volte ancora defila davanti alla fortezza, stringendosi sempre più alla costa, concentrando i tiri delle grandi e delle medie artiglierie, ma la fortezza non risponde più. L’ultima volta la divisione passa davanti alla Sultania randeggiando a 2500 metri per eccitarla a tirare, se non è distrutta ancora. Ma la Sultania è ben distrutta e tace. Alle 18.5, mentre il sole si corica fra nubi sulfuree e il vento solleva funebri nembi dalle dune, la Re Umberto lanciò l’ultima granata.
Il duello della prima divisione fu più breve e molto meno drammatico. Le opere centrali non opposero la resistenza disperata della Sultania. Alle 16.20 le fortificazioni del molo erano già ridotte al silenzio, e la Carlo Alberto e la Emanuele Filiberto, dotate di cannoni meno potenti, potevano entrare in azione. Alla prima salve di tutti i cannoni della divisione, le opere del molo cessarono di rispondere. La Brin serrò le distanze ed intensificò il fuoco, ma né la fortezza, né il bastione nord-ovest, né la batteria del faro spararono più. Il risultato del bombardamento d’oggi deve essere tremendo. Le nostre granate al tritolo hanno un potere esplosivo altissimo: dove cadono annientano; quasi tutte sono state poste nel bersaglio. Invece non una delle granate nemiche è giunta a destinazione. La giornata d’oggi adunque non si può chiamare una giornata di gloria per la nostra marina, per la sproporzione fra le forze avversarie, ma è una giornata che tutti dobbiamo benedire perché provò la efficienza della flotta a difendere i diritti e gli interessi della patria, perché ci aprì le porte della Tripolitania e perché resterà memorabile fra gli indigeni, a prova della nostra forza e a prima base del nostro prestigio. Mentre scrivo, alle tre di notte, non c’è giunta ancora notizia della parte presa dalla Garibaldi e dalla Ferruccio all’azione odierna. Se il mare lo permetterà, avverrà lo sbarco dei marinai; sarà posto sotto gli ordini del comandante Cagni. Prima però di iniziare lo sbarco si riprenderà l’azione navale per completare lo smantellamento della piazza. Intanto per riposarsi di questa giornata di movimenti e trovarsi fresca per lo sbarco domani, stanotte la squadra compie una crociera sulle coste di Homs e di Misurata, dove è stato segnalato un contrabbando di armi e di munizioni per parte di un flottiglia di velieri.

Libia: la prima città a cadere è Tobruk

• La prima città libica a cadere è Tobruk. I turchi si ritirano.

• Il generale Luigi Cadorna al figlio Raffaele: «Credo ci sarà una spedizione da ridere che si ridurrà a una presa o poco più. La Turchia mollerà appena lo potrà fare con qualche dignità» [Del Boca/2]

• La convenzione del 4 novembre sanziona la cessione francese di parte del Congo alla Germania, in cambio del protettorato sul Marocco.

Dal diario di Bevione

• «Stamane, alle 6, è giunto il radiotelegrafista che ordina alla Varese di levare le ancore e raggiungere la sua divisione davanti alla rada di Tripoli…» (Diario di Giuseppe Bevione, inviato della Stampa) [Leggi tutto l’articolo]

Dal diario di Bevione

Stamane, alle 6, è giunto il radiotelegramma che ordina alla Varese di levare le ancore e raggiungere la sua divisione davanti alla rada di Tripoli. La missione è di completare, con la Garibaldi e la Ferruccio, lo smantellamento del forte Hamidiè, incominciato ieri dalle due navi. Un’onda di allegrezza percorre la nave da poppa a prua. Gli ufficiali e i marinai fanno gli ultimi preparativi del bombardamento con un sorriso sulle labbra. Il mare è calmo. La mattina bella e fresca. La Varese si mette in moto e lascia indietro senza rimpianto il brutto Bronte che l’ha trattenuta col suo carbone. Si segue ad otto miglia la linea della costa. Dopo pochi minuti siamo davanti alla batteria Sultania. Possiamo constatare il massacro dei tre forti, compiuto ieri dai cannoni della divisione Re Umberto. Le opere non si riconoscono più. I terrapieni sono stati sventrati. Gli spalti rasi al suolo, i cannoni sepolti fra le sabbie e le macerie. Appena il fortino B, che è più interno, conserva la sua sagoma caratteristica, ma un male anche più mortale di quello che ha abbattuto i suoi fratelli lo sta distruggendo. Dalle aperture e dalle feritoie del forte escono fumi densi che il vento del mattino disperde. Il forte è incendiato; quando il fuoco sarà giunto alla Santa Barbara, tutto salterà in aria. Per un capriccio del caso, nello sfasciamento di ogni cosa si sono salvate tutte e tre le aste sottili ed alte, piantate in mezzo ai forti per issare la bandiera.
Il disastro seminato dalla divisione Brin è anche più appariscente; il faro non esiste più, non si scorge nemmeno la sua base; è crollato dalle radici. Il forte Rosso del molo ha trasformato la sua architettura; la parte centrale è quella che ha sofferto di più; è diventata assolutamente irriconoscibile. La grande cupola di cemento armato che proteggeva la batteria dei cannoni da 240 è stata sfondata, divelta. Le muraglie massicce di nord-ovest, tinte di rosa, mostrano una diecina di cavità circolari orrende. Sono i vuoti lasciati dalle granate che colpivano l’opera, e lasciavano il segno come la palla della carabina nel cartone del bersaglio.
Al di là delle scogliere, quasi all’uscita della rada, un piroscafo è affondato e sbanda sulla sinistra terribilmente. È il famoso Derna colato a fondo dalla divisione Brin o allagato con la Kingston dai turchi. Ma non è perduto; si può recuperare e sarà preda di guerra. Dietro un veliero intatto, la cannoniera si allunga incolume, abbandonata, con un’indicibile espressione di miseria. Tutto il resto è salvo. La città non è stata toccata da uno shrapnel, i tiri delle nostre navi sono stati di una precisione miracolosa. Venendo da nove chilometri le granate hanno diritto a non aver occhi, come diceva Bismark. Le nostre hanno portato gli alti esplosivi e gli occhi insieme.
Tripoli appare abbandonata. Poche persone traversano a passo celere la grandissima piazza del Mercato, e un gruppo staziona presso la moschea che è sulla marina. Nelle altre parti non si vede anima viva, ma non si vedono neppure i segni del saccheggio che si temeva. Non una casa fuma, non una porta sembra sfondata l’ordine pubblico fu conservato, a quanto si può comprendere dal mare, in modo perfetto, e non per opera di polizia, ma per la fuga generale.
Con tutto ciò in questa radiosa mattina orientale, Tripoli non ha una apparenza triste, anzi, s’è messa attorno al corpo candido tutte le grazie segrete, si è distesa nella attitudine più voluttuosa e più tentante per addolcire e sedurre questi conquistatori venuti a prenderla col fuoco. Tutte le bandiere dei consolati sventolano alla fresca brezza del mare. In cima agli altissimi pennoni riconosco con commozione la piccola bandiera germanica rabbrividisce sopra il consolato d’Italia. Tutto questo fluttuare di bandiere sulle terrazze che dilaga fino ai confini dell’oasi, dà a Tripoli una apparenza di solennità e di festa; è la prima manifestazione inconsapevole di benvenuto che la città manda agli italiani. Sono le otto, le navi si preparano ad eseguire gli ordini dell’ammiraglio. La divisione Re Umberto si riunisce a ponente della rada ed osserva coi cannocchiali di grande portata gli effetti del bombardamento di ieri sul forte Sultania. L’osservazione è soddisfacente, perché la Sicilia e la Sardegna restano sulle macchine e la Re Umberto da sola si avvia verso il forte randeggiando alla distanza minima consentita. Dai fondali, a circa 1000 metri, la batteria non si fa viva. La corazzata cerca di svegliarla con alcune salve dei suoi cannoni medi, ma nessuno risponde più. l’esecuzione del forte è compiuta. La divisione Brin non ha bisogno di muoversi. Lo sfacelo delle opere centrali non potrebbe essere più radicale. La nave ammiraglia rimane ferma alla imboccatura del porto, tutta fremente di segnali per impartire gli ordini alla squadra.
La Carlo Alberto e la Emanuele Filiberto stazionano inoperose al largo; non restano in funzione che la Garibaldi, Varese e Ferruccio. Il loro compito è di ridurre al silenzio la batteria Hamidiè bombardata ieri dalla Garibaldi e dalla Ferruccio, ma con risultati non completi, così che stamane è necessario una ripresa energica dell’azione.
Il forte Hamidiè difendeva la base destra orientale dell’uncino. Era un forte d’importanza capitale per Tripoli, perché batteva coi suoi fuochi l’apertura del porto. Il suo armamento era notevole, poiché consisteva di canne Krupp da 240 e 170. Ora non esiste più.
Alle 8.15 la Varese raggiunge la Garibaldi e la Ferruccio, e si mette immediatamente alla fonda, in posizione di combattimento, a 250 metri dalla Ferruccio. Le batterie sono ingombre di granate; le due torri di poppa e prua voltano le bocche dei grossi cannoni verso il forte. La pompa degli incendi rovescia acqua a torrenti, pronta ad agire nel caso che una granata nemica porti il fuoco a bordo.
La Varese ha mutato anima. C’è in tutti, dal primo comandante all’ultimo marinaio, un fervore d’entusiasmo, una certezza di successo, una pienezza di gioia che impressiona. Salgo sulla coffa bassa di prua. Un ufficiale mi dà della cotonina perché mi difenda gli orecchi contro il rombo delle batterie. Le navi sono a posto, scaglionate a 250 metri l’una dall’altra, immobili sulle ancore. A differenza di ieri, il mare è quasi fermo e permette il tiro nelle condizioni migliori. Grandi banchi di meduse, gialle, tonde e viscide come funghi troppo maturi, galleggiano come morte, a pochi metri sull’acqua celeste. Il forte Hamidiè è davanti a noi, a 3300 metri di distanza, sul ciglio della falaise franosa, in mezzo alle palme. I tiri di ieri l’hanno danneggiato ma non distrutto. Diversi cannoni sono ancora in batteria, capaci d’offesa; i terrapieni e gli spalti sono quasi tutti in piedi. Nessuno si mostra fra le trincee del forte poligonale. Anche qui l’asta della bandiera è rimasta intatta, nel centro delle batterie.
Suonano le 8.30. Tutti sono al loro posto e fissano la nave ammiraglia che deve sparare per la prima. Sono momenti indicibili, di ansia acuita e deliziosa. Alle 8.34 tutto il fianco sinistro della Garibaldi s’infiamma, scompare fra un nembo di fumo giallo: un rombo spaventoso lacera l’aria, si ripercuote contro la costa, riecheggia un brontolio lungo e cupo come un tuono di primavera in una chiostra di monti. Seguiamo cogli occhi la traiettoria dei proiettili, invisibili fino al forte, dove le granate cadono e scoppiano sollevando i vortici del fumo nerastro dell’esplosivo ad alta tensione che abbiamo visto ieri balenare cento volte dalla batteria Sultania: qualche secondo dopo mi giunge il fragore dello scoppio delle granate: una serie di scariche distinte, potenti, che rimbomba come una eco impreveduta della salve dell’incrociatore. Mezzo minuto dopo è la volta del Ferruccio. Dopo mezzo minuto ancora è la volta della Varese.
Questo battesimo del fuoco della nostra nave è spettacoloso. Allo stesso attimo sparano i sette pezzi da 152, due da 203 della torre di poppa e il gigante da 254 della torre di prua. Tutta la nave ha un sussulto folle dal basso in alto, come se fosse avvenuta un’eruzione vulcanica in mare sotto la nostra chiglia. Il fragore è infernale: e le orecchie riempite di ovatta ne hanno una sensazione di dolore. Dalla torre di prua, ch’è sotto di me, erompe unfumo giallo, oleoso, denso, che inviluppa tutta la nave, irrita le narici, s’interpone fra i miei occhi e il sole e fa ritornare in mente le desolate nebbie gialle di Londra. La scarica, al fragore immediato dei pezzi, fa seguire rimbombare lontano e cupo d’echi; ma su questa voce bassa e lunga, come sopra un pedale d’orchestra, ronzano cinque o sei voci fischianti, metalliche, vibrate come un battere fulmineo di eliche di acciaio: giuste indimenticabili voci che sono date dalla rotazione e dall’attrito delle granate nell’aria; e le granate questa volta le vediamo correre per l’aria, alla loro velocità frenetica, piccole pallottole nere che compiono in pochi secondi un grande arco nel cielo, vicine, concordi, per piombare tutte insieme sul forte ed esplodere fra alte colonne di fumo scuro e un crepitare tenebroso di colpi. Una sola scoppia nel tragitto con una vampa accecante come un fulmine.
Mentre queste tre prime salve aprono il fuoco contro l’Hamidiè, una torpediniera di alto mare, che era entrata nel porto a piccola velocità, passando, guardinga, sotto i forti, esce, e si dirige verso di noi. Le bordate della divisione non l’impauriscono. Continua, intrepida, la rotta, sotto le granate, che passano sul ponte, sibilando, e viene a collocarsi a ridosso della Garibaldi. La parabola dei proiettili è alta, e la torpediniera non corre pericolo; ma quella sua corsa sotto il fuoco ci fa pure rabbrividire.
Dalle 8.5 alle 9.35, per una mezz’ora continua, dura il fuoco di fila delle tre navi. La Varese è quella che spara più veloce e più preciso; si direbbe che vuole guadagnare il tempo perduto. Gli ordini tempestano dalla cima della torre blindata, sopra il ponte di comando, con una rapidità imperiosa, come un grandinare di mitraglia. Il direttore dei tiri è immerso in una buca della torre fino alle ascelle: fissa l’esito dei tiri con il teleplastico, parla ad un collaboratore, che fa pensare alla testa ingrandita di un abitante di Marte, e che, invisibile sotto una strana cappa di acciaio, non ha liberi che gli occhi e le mani, gli domanda la distanza del bersaglio rilevato esattamente mediante un telemetro gigantesco, traduce istantaneamente la distanza in alzo per i puntatori, e dà i suoi comandi:
«Alzo 51!»
Un marinaio, nascosto nella torre, ripete ad un telefono, che dirama l’ordine a tutte le batterie:
«Alzo 51»
Il direttore del tiro incalza:
«Cursore 4, a sinistra!»
La voce urla:
«Cursore 4, a sinistra!»
Il direttore del tiro:
«Batteria, attenti!»
La voce:
«Batteria: attenti!»
Il direttore del tiro:
«Sirena!»
La Voce:
«Sirena!»
Un marinaio tira una lunga fune: la sirena manda un ruggito, e quasi nello stesso momento i dieci colpi della bordata partono, fra nembi di fumo e scoppi di tuono.
I tiri della divisione furono meravigliosi per precisione e per rapidità. La Varese si guadagnò l’elogio della nave ammiraglia sul campo stesso del tiro; in trenta minuti le sue batterie lanciarono 12 granate da 254, 20 da 203, 89 da 152. Le altre navi fecero quasi altrettanto.
Il risultato di questa mezz’ora di cannoneggiamento fu terribile. Il forte perdette la sua individualità: diventò un ammasso informe di sabbia sull’orlo di una falaise rovinata. Due o tre cannoni appena restavano, a metà visibili, immersi nello sfasciamento degli spalti. Durante l’intera azione nessuno rispose dal forte; ma questo silenzio non bastò all’ammiraglio Thaon di ReveI; egli ordinò a due ufficiali e a due marinai della Garibaldi di mettere piede nella batteria annientata, di inutilizzarvi i pezzi incolumi e di distruggervi la stazione di accensione delle torpedini che vi si trovava.
L’audace colpo fu eseguito con una freddezza ed un coraggio incredibile. Una lancia si staccò dalla Garibaldi che s’era accostata a terra, e sbarcò i quattro uomini sotto la falaise sfasciata che sostiene il forte; sotto la protezione diretta della torpediniera Albatros, che s’era cacciata risolutamente fino ai piedi della costa esposta senza riparo ai colpi che potessero venire dall’alto. La Varese intanto sparava, a intervalli di 10 minuti, alquanto a destra dell’Hamidiè, per tenerlo evacuato. Quattro uomini salirono velocemente un sentiero ripido che dalla spiaggia porta alla batteria, entrarono nel forte, si diressero ai cannoni, e a colpi violenti di picca scassarono gli otturatori e li resero inservibili.
Mentre questo febbrile lavoro si compiva l’Albatros dovette notare l’avvicinarsi di qualcuno, perché aprì il fuoco dei suoi pezzi in direzione di un marabuto bianco fra i palmizi. L’ufficiale e i marinai continuarono imperturbabili la loro opera. Neppure i pezzi da 152 della Garibaldi che intervennero bombardando il marabuto e le famose tombe dei Caramanli, dove probabilmente s’erano formati aggruppamenti sospetti, fecero alzare il capo ai quattro valorosi, intenti al definitivo smantellamento del forte. Quando ebbero finito, fecero ancora un lungo giro per il forte, uscirono nei giardini vicini, poi lasciarono definitivamente la batteria: discesero il sentiero e ritornarono con la lancia a bordo della Garibaldi.
I due ufficiali che compirono l’intrepido atto sono il tenente di vascello Mercalli e il capitano dello Stato Maggiore Verri, che compì un delicato servizio di informazione negli ultimi giorni di Tripoli turca e s’imbarcò con noi sulle corazzate.
Ho potuto vedere nel pomeriggio il tenente di vascello Mercalli. Egli mi narrò con parola fredda e semplice il suo colpo di mano sul forte. La sua missione, come dissi, era di distruggere la stazione d’accensione delle torpedini affondate nel porto fin dal 1890, collocata appunto nella batteria Hamidiè, e di rendere inservibili le bocche da fuoco risparmiate dalle nostre granate. Trovò il forte in condizioni disastrose: tutto era crollato, schiantato, polverizzato: i cannoni che restavano nelle feritoie s’erano sprofondati nel terriccio e non potranno più puntare dalle trincee. Furono trovati tre cadaveri informi. Presso un cannone giacevano le gambe e mezzo il tronco di un soldato: il resto era stato sbranato, gettato via a pezzi, chissà dove: non se ne trovò traccia. La stazione di accensione delle torpedini, perfettamente ubicata nelle carte in possesso dello Stato Maggiore, era stata distrutta dal bombardamento: le granate l’avevano sfondata, il terriccio di trasporto l’aveva colmata. Aggirandosi nelle trincee, i due ufficiali fecero una scoperta importante; per un’arcata massiccia discesero in un deposito sotterraneo formato di tre riserve, ricchissime di munizioni di polvere in barili, di granate e di mitraglie. Il capitano Verri, specialista d’artiglieria, diresse il lavoro di inutilizzamento dei pezzi: gli otturatori furono sconquassati coi picconi, e gli apparecchi di mira portati via.
Questo lavoro fu compiuto in poco più di mezz’ora e fu disturbato dai soldati turchi: un drappello riparato dietro il Marabuto e poi dietro le Tombe dei Caramanli, aprì sul forte il fuoco di una mitragliatrice e una viva fucileria. L’Albatros se ne accorse, e sparò i suoi piccolo pezzi, ai quali presto si aggiunsero i cannoni da 152 della Garibaldi. Questi colpi andarono a destinazione con una precisione straordinaria. In una delle tombe fu aperta una breccia spaventosa, per cui può entrare una vettura a due cavalli. Il drappello turco a quel fuoco micidiale dilegua. Sotto i fuochi incrociati dell’Albatros e della Garibaldi il capitano Verri e il tenente di vascello Mercalli continuarono freddamente la loro missione. Lo Stato Maggiore el’equipaggio della Varese ne sono entusiasti.
Nel pomeriggio si riposa, preparando il materiale di sbarco. La radiotelegrafia porta un fascio di belle notizie che Aubry ha avuto ordine di occupare Tobruk, che la sua squadra ha catturato un trasporto con 1600 soldati turchi diretti a Tripoli, che il Duca degli Abruzzi ha colato a picco a Prevesa due cacciatorpediniere nemiche, che l’ammiraglio Thaon di Revel ha chiesto a Faravelli l’autorizzazione perché la Varese domani entri nel porto di Tripoli, faccia scoppiare il deposito di munizioni del forte Hamidiè e batta di rovescio le batterie del molo. Se Faravelli consente, domani avremo il compenso del sacrificio di ieri. La notizia fu letta nel quadrato degli ufficiali, e sollevò entusiasmo.
Tripoli deve essere abbandonata. Stasera appena tre lumi erano visibili in tutta la città. La fortezza della batteria Sultania, dove ardeva l’incendio è saltata oggi all’una per lo scoppio delle munizioni: ebbene la Re Umberto radiotelegrafa di aver dovuto riaprire il fuoco contro Sultania perché scoprì dei soldati turchi che scavavano trincee nel punto più sconvolto dalle nostre granate. Questa ostinazione eroica trova sulle navi della squadra italiana i primi ammiratori.

Proteste da Vienna

• Il cacciatorpediniere Artigliere entra nel porto di San Giovanni di Medua. Lo comanda Biscaretti, che vuole ispezionare due navi neutrali, sospettate di essere cariche di armi. La ricognizione è infruttuosa ma la reazione dei turchi non si fa attendere. Il combattimento avviene nel porto. Questo scontro scatena una protesta da Vienna e Giolitti si infuria con il comandante.

• Il corpo di spedizione è ancora in viaggio. Faravelli con i suoi 1.715 marinai decide di occupare Tripoli. Lo sbarco ha inizio alle 15 e alle 17 si conclude. Ci mette due ore, non ci sono incidenti. [Del Boca/1]

Lo sbarco a Tripoli

• «L’avvenimento sospirato, con le più ardenti e pure forze dell’anima, si è compiuto. Oggi, i marinai italiani sono sbarcati sulle terre di Tripoli…». [Leggi tutto l’articolo]

Lo sbarco a Tripoli

L’avvenimento sospirato, con le più ardenti e pure forze dell’anima, si è compiuto. Oggi, i marinai italiani sono sbarcati sulle terre di Tripoli. E in questo momento sul Castello del Valì, e sulla batteria Sultania, e sul fortino B sventola, sotto la luna crescente, la bandiera d’Italia.
Abbiamo incrociato tutta la notte nelle acque, a nord-est di Tripoli. All’alba eravamo davanti alla rada, pronti a compire la missione annunciata dal radiotelegramma dell’ammiraglio Faravelli. Invece troviamo un contr’ordine: «Va in Porto, a far saltare la Santa Barbara dell’Hamidiè la Carlo Alberto, invece che la Varese». Noi appoggeremo coi cannoni la sua azione. Un movimento di amarezza si propaga sulla nave, subito sormontato da un senso virile di disciplina e di rinuncia. Si grida:
«Tutti al posto di combattimento.»
Gli uomini corrono ai pezzi e alle batterie. La Carlo Alberto alla fonda, davanti all’apertura della rada, leva l’ancora, e si prepara ad entrare.
Ma la fortuna oggi ci assiste. Il contr’ordine è contrordinato alla sua volta. La Carlo Alberto è fermata, e in Porto entriamo noi.
È una mattinata dolce e serena; il mare è mosso leggermente da una brezza di terra, il cielo è pallido, trasparente, senza una nube; Tripoli ci è vicina, come non ci fu mai in questa settimana di vigilia. La riconosci in tutti gli sbocchi di strada, in tutti gli angoli. Tutte le bandiere straniere sventolano; ma oggi mancano i vessilli della Mezzaluna. Le porte sono tutte chiuse; ma ci sono arabi ed europei in giro per le vie. Alcune terrazze e alcune gradinate di moschea sono piene di gente. Le fortificazioni del molo devono essere state abbandonate definitivamente dai Turchi, perché gli spalti sono popolati da curiosi. Col cannocchiale ho riconosciuto un impiegato del cavo sottomarino, che fa tranquillamente fotografie della squadra. Pochi minuti fa avevamo l’ordine cannoneggiare queste opere; è tragico vedere a quale filo sia sospeso il destino degli uomini!
Le navi sono distribuite nelle loro tre Divisioni: solo la Carlo Alberto è lontana dalla Brin e dall’Emanuele Filiberto, e resta ad aspettare presso le scogliere; la Garibaldi e la Ferruccio stanno presso di noi, all’imboccatura del Porto; la Re Umberto, la Sicilia, e la Sardegna, si sono avvicinate alla costa, davanti alla batteria Sultania, fino dove i fondali permettevano, e si sono allineate in fila di combattimento. Apprendo che la occupazione del forte Sultania è stata decisa ed affidata alle compagnie di sbarco della divisione Re Umberto.
Le operazioni incominciano immediatamente; ma noi dalla Varese non le possiamo seguire, perché siamo lontani, e presto l’estremità della fortezza del Molo ce le nasconde. Entriamo in rada con una velocità minima, piena di cautela.
L’entrata del Porto di Tripoli, per una nave che peschi otto metri di profondità, come la Varese, è piena di insidie e di difficoltà. I bassi fondi stringono da ogni parte l’angusto Canale navigabile. Di più, pare che siano ancora affondate, nel punto più stretto, le mine subacquee e le torpedini collocate dai Turchi nel 1890. Superiamo il pericolo, e ci mettiamo alla fonda nel porto, al punto preciso indicato al comandante dall’ammiraglio.
Oggi è la beneficiata della Varese; il comandante, radioso di gioia, comunica allo Stato Maggiore della nave la missione ricevuta: si tratta di far saltare i depositi di munizioni scoperti ieri dal capitano Verri e dal tenente di vascello Mercalli, nei remparts del forte Hamidiè; di spingersi fino al Derna, salirvi a bordo e constatare le cause dell’affondamento: e finalmente di preparare la compagnia da sbarco, perché possa scendere a terra nel pomeriggio. Sono scelti dall’ammiraglio e dal comandante, il tenente di vascello Piotti, insieme col tenente di vascello Mercalli, e della Garibaldi, e la guardiamarina Mancuso, per la spedizione dell’Hamidiè; il tenente di vascello Di Palma, per la visita al Derna; e il tenente di vascello Morando, con la guardiamarina Coop, per il comando della compagnia di sbarco. Alcuni esclusi avvicinano il comandante e gli domandano, timidamente, con ardente invocazione negli occhi, se non c’è un posticino anche per loro. Il comandante Zavaglia, un marinaio pieno di valore e di bontà, si studia di rispondere seccamente, che i posti sono tutti affidati agli ufficiali anziani; e i poveri ricusati si ritirano, salutando militarmente, con una espressione incomprimibile e adorabile di disinganno e di malinconia sul volto.
Alle 11 si apprestano le lance per la missione Viotti e Mercalli, e per la missione Di Palma. La piccola compagnia di specialisti minatori, che deve andare alla batteria Hamidiè, è già pronta sopra coperta, con tutti gli ordigni della distruzione. In queste navi tutto è organizzato alla perfezione. In pochi minuti, uomini e strumenti sono preparati ad agire. I tenenti di vascello Viotti e Mercalli hanno la divisa bianca, ma si sono strette le gambe nelle molletières; i minatori hanno la loro divisa bleu, di fatica. Alla spedizione si aggiungono alcuni marinai con la baionetta per far la guardia, quando gli altri scenderanno nella Santa Barbara.
Ufficiali e uomini scendono nella lancia, fra grandi saluti dalla nave. Poco dopo parte il tenente di vascello Di Palma, verso il Derna. Mentre le due imbarcazioni filavano veloci, sotto le dodici robuste doghe, alla loro meta, la Varese spara due colpi a destra e a sinistra della fortezza, per allontanare nemici e curiosi. Siamo a poco più di mille metri dalla batteria. Ne fissiamo, sbalorditi l’irreparabile strazio.
Il paesaggio è verde e sorridente di una riposante bellezza. I palmizi sollevano da ogni parte i fusti sottili gli ampi ventagli ricadenti. Una casina gialla, con le fitte grate di legno, proprie delle abitazioni turche, guarda in un giardino tripudiante di verdura, e par tutta stupita di essere ancora in piedi, dopo l’inferno dei due giorni precedenti. Più addentro, fra una macchia di ulivi, un, marabuto grande, con la cupola candida, depressa, sembra che sollevi la testa, per spiare verso il mare se le navi degli infedeli abbiano finito di vomitare fuoco e veleno contro le tombe dei Santi. Il Sepolcreto dei Caramanli presenta il fianco forato dalla tremenda cannonata della Garibaldi, come ad invocare misericordia.
La lancia giunge a terra; gli ufficiali e i marinai sbarcano, e si avviano in fila al forte; ne scavalcano il primo rempart, corrono per le trincee, al centro, scompaiono dietro gli spalti. I marinai, armati di baionette, restano in piedi, sui punti più alti; e anche così piccoli, per la distanza, rivelano nettissimamente l’attitudine di chi concentra tutti i suoi sensi per scoprire la imboscata. I seicento uomini che sono sulla Varese non possono strappare gli occhi dal forte: il nostro cuore è coi nostri prodi compagni.
I minuti che dura la loro assenza sembrano infiniti. Nel forte non c’è nessuno, e nessuno si avvicina perché le sentinelle non sparano. I marabuti sembrano deserti… Solo nella strada che corre sul ciglio della falaise, assai lontano dalla batteria, c’è qualche dozzina d’arabi che corrono su e giù come impazziti. Finalmente ecco sbucare fuori dal bastione interno le divise bianche e turchine scavalcano le muraglie di terra con maggior riguardo; e, quando sono fuori del forte, camminano a passo normale. Hanno da deporre a terra il filo elettrico che scaglierà nella polveriera, al momento buono, la scintilla della distruzione. Il filo è lungo cinquecento metri almeno, e porta i nostri uomini fin sull’orlo della costa. Vediamo il gruppo stringersi, chiudersi intorno a qualche piccola cosa invisibile posta ai loro piedi: è la dinamo minuscola che viene sollecitata perché mandi al forte la scintilla dello scoppio. La dinamite obbedisce: l’onda elettrica corre per il lungo filo; passa i bastioni; scende nelle polveriere; infiamma il fulmicotone, le polveri, le granate del centro del forte...
Balza dritta verso il cielo una colonna veemente di fumo, tre, quattro colonne oblique irrompono da tutti i lati: un colpo di tuono, sbigottente, senza rimbombo, senza luce, che fa tremare la nave, si scatena da quella fumea che cresce, si allarga a dimensioni inaudite, come se si fosse aperto sotto il forte un vulcano... Una gragnuola di sassi e di rottami piomba dal cielo in mare. La colonna verticale dà la scalata allo Zenith con una violenza che sembra non debba più esaurirsi... I globi densi gialli come sabbie del deserto, nascono l’uno dall’altro infrangendosi senza posa in tutte le direzioni.
Dopo qualche secondo il sipario di fumo è alto cinquecento metri e largo mille, e così spesso che oscura il sole. Il vento lo prende e lo trasporta lentamente verso la città.
Cerchiamo angosciosamente in quel tenebrore i nostri compagni... Non li vediamo più... Il velo di fumo è sceso fino al mare ed ha nascosto anche la lancia che aspettava a 950 metri dalla riva.
Traversiamo qualche minuto di tensione tragica: quel fumo impenetrabile – non ce lo vogliamo confessare – ma ci sembra il sudario dei nostri eroi... Quando invece il vento ha diradato le nuvole enormi, li vediamo sulla costa che agitano i berretti e alzano un grido vittoria che giunge fino a noi. Sono salvi tutti!
Mentre il vento sospinge la nebbia scura e fantastica su Tripoli, disperdendola a poco a poco fino a ridurla ad un giallore sulfureo diffuso – grande come il cielo di ponente, funebre come l’alone che accompagna il Ghibli – i nostri uomini risalgono al forte per constatare l’effetto dell’esplosione.
Sono effetti incredibili! L’asta della bandiera, che va resistito a due giorni di cannoneggiamento, è schiantata a metà e gettata lontano. I cannoni da 240, che giacevano immersi nella sabbia del balicardo, volgendo a noi la bocca, hanno fatto un completo fianco destro e ci si presentano in tutta la loro lunghezza. Le palme, per un raggio di cinquecento metri, sono avvizzite, scontorte, arse, come se fossero state afferrate dalle fiamme.
Aspettiamo che Viotti e Mercalli, coi marinai, ritornino. Ma essi indugiano; si ordina coi segnali di venir via; essi rispondono che vi sono ancora due depositi da far saltare.
L’opera ricomincia. Quando le spolette sono a posto nelle polveri, il gruppo esce sugli spalti, posando a terra il filo. Questa volta essi non vengono verso la costa, ma si dirigono verso l’interno, nei Giardini. Lo scoppio è più terribile: la vampata di fumo più colossale ancora. La nube smisurata ripete la pioggia di prima verso la città. La piccola compagnia sbuca dal nebbione... Si ferma qualche minuto nel forte, poi si dirige alla costa. Scende la falaise e si imbarca...
Salgono sulla nave, sudati, laceri, sporchi di fumo e di polvere, con le mani ingombre di frammenti di granata, di pezzi di grossa mitraglia. Li accogliamo con «evviva» entusiasti. Il tenente di vascello Viotti riferisce brevemente al comandante l’esito della missione: «I depositi sono saltati; nessuno fu ferito». Dopo la prima esplosione Viotti corse pericolo di asfissia. Per il secondo scoppio la spedizione si trasportò nell’interno, per mettersi sotto il vento, e non si ebbero a soffrire altri incidenti. Fu sparato un solo colpo contro una persona, che sembrava avvicinarsi, in atteggiamento sospetto... I cadaveri veduti ieri dal tenente di vascello Mercalli, non furono veduti più: furono asportati nella notte. Di resti umani si scoprì una sola mano, strappata dal braccio, sopra il polso. Il secondo scoppio fu così violento, che un cannone da 75 fu sbalzato dalla batteria a 150 metri di distanza.
L’ammiraglio Thaon di Revel, venuto in lancia a vapore, sotto la Varese, elogiò vivamente i tenenti di vascello Viotti e Mercalli e i marinai, che presero parte alla spedizione.
Anche la missione Di Palma ebbe pieno successo. Ritornato dopo un’ora, il tenente di vascello riferì che il Derna è in perfetto stato. Fu affondato dall’equipaggio,all’ultimo momento, con l’apertura delle prese d’acqua Kiusstonn. La nave fu abbandonata per decisione improvvisa, perché il tenente di vascello che salì a bordo, notò sulla tavola, nella sala da pranzo, i resti di un pasto interrotto. Le macchine sono intatte; il piroscafo è facilmente recuperabile, e fornirà buona preda.
Mentre gli ufficiali mandati in missione riferiscono i loro brillanti successi, gli uomini che la Varese darà alle compagnie di sbarco si preparano a partire; anche qui la organizzazione è perfetta. Armi, munizioni, viveri, uose, coperte, zaini, tutto è pronto sopra coperta, contato, distribuito: nulla manca a nessuno: ciascuno si arma con calma si dispone in fila, ai comandi del tenente di vascello Morando e della guardiamarina Coop, tranquillo come se si trattasse di una manovra. I marinai sono tutti felici di sbarcare e di battersi. Vi è, fra gli altri, un piemontese, di Canelli, il caporale Gentile, che dicono il migliore marinaio della Varese: ha le medaglie di Africa e di Cina, e pensa già a far posto quella della Tripolitania; è un gigante asciutto, bruciato dal sole, di una forza e di un coraggio incomparabili; infila le cartucce della Mauser nella bandoliera lentamente, sorridendo, come se assaporasse una voluttà. La compagnia porta in due carri tutto quello che le può occorrere in viveri e munizioni per sette giorni, ogni cosa ben distribuita in scatole numerate. Era pronto anche un pezzo di artiglieria, col suo affusto e le sue ruote: all’ultimo momento l’ammiraglio dispose perché fosse sbarcata, invece del cannone, una mitragliera.
Alle quattro e mezza i nostri marinai si calarono in tre grandi lance, partirono a forza di remi verso la spiaggia, accompagnati da un gran saluto commovente fatto alla voce dall’equipaggio di tutte le navi sparse per il mare.
Altre lance usuali, riempite di uomini bianchi, a remi o a rimorchio, dietro una torpediniera, imboccavano l’apertura del porto e si dirigevano alla spiaggia. Alle 5 gli uomini su cui l’ammiraglio Faravelli contava erano a terra, divisi in due parti pressoché uguali, fra il forte Sultania e la città. Sul forte Sultania e sul fortino B la bandiera d’Italia saliva nella mattinata, fra le salve di 21 colpi delle navi non impegnate in qualche missione come la nostra. Noi non vedemmo salire nel cielo di Tripoli la prima nostra conquista, perché il forte del molo ci intercettava la vista; ma sentimmo le salve, e ci scoprimmo tutti, penetrati da un senso prima mai conosciuto, di orgoglio e di gloria.
Alle cinque e mezzo, sullo spigolo più avanzato del castello dei Pascià, dove la bandiera della Mezzaluna era stata abbassata, si sollevava un tricolore smisurato, il suggello definitivo della presa della Tripolitania: l’irrevocabile si compiva. Ora abbiamo sposato questa provincia: essa è terra d’Italia, come il Piemonte, come la Sicilia,come Roma: fino all’ultimo centesimo e all’ultimo uomo dovremo sacrificare con fermo cuore, perché nessuno la riprenda più.
Non conosciamo ancora i particolari dello sbarco, non sappiamo se la bandiera fu issata sul castello dal comandante Cagni che comanda le forze di sbarco o dal console o da altri. I marinai ritornati ora con le lance di sbarco raccontano che le compagnie approdarono alla banchina dello spalto sulla grande piazza del Mercato. Nessuna resistenza fu frapposta. Le grandi caserme nuove che fiancheggiano la piazza, erano abbandonate. Furono visitate da un ufficiale e trovate in ordine perfetto. Molti arabi stazionavano sulla piazza ed osservavano le operazioni di sbarco. Nessuno fece manifestazioni ostili: al contrario tutti diedero ai marinai un benvenuto cordiale distribuirono strette di mano dicendo che amavano l’Italia ed erano contenti che gli italiani fossero venuti. Si lamentarono che la città fosse stata bombardata. Sembra che schegge di granata e forse qualche proiettile sia passato sopra i forti e caduto sull’abitato; ma non pare abbia fatto vittime. Gli arabi si dolgono che tutti i negozi siano chiusi e che non si possa più mangiare né fumare; ma sono certi che gli italiani rimetteranno presto tutto in ordine.
Questi primi sintomi dell’accoglienza araba sono preziosi. Le forze sbarcate in Tripoli città, dalla confusa narrazione dei marinai, pare che si siano stabilite sul castello del Valì. È quasi certo che è così, perché non si sarebbe alzata la bandiera dove non fosse possibile difenderla, e nessun luogo è in questo momento adatto a ricevere le scarse forze inviate come il castello alto, potente isolato ed aperto sul mare.
I turchi cercheranno indubbiamente di aggredire il forte Sultania col favore delle tenebre che riducono al minimo l’appoggio delle navi alle forze sbarcate. Fortunatamente in queste notti splende una luna crescente, limpidissima, che tramonta ogni notte ad ora tarda, di più le navi sono armate di proiettori potentissimi; l’oscurità perfetta, cara agli strateghi ottomani, non si avrà quindi mai; e il forte Sultania non sarà mai costretto a contare sulle sole sue forze.
Abbiamo già avuto una prima prova che il nemico si servirà specialmente della notte per i suoi attacchi: stasera una fucileria nutrita crepita intorno al forte Sultania: la Sicilia e la Sardegna si erano avvicinate quanto è possibile alla costa, di fronte alla batteria e ne illuminavano coi proiettori i dintorni. In rada era entrata la Coatit, che batteva col suo riflettore la marina e il forte distrutto di Hamidiè. Anche dalla città e dal molo giungevano spari frequenti. Era una notte che respirava la guerra con una intensità fino ad oggi non sentita. La nostra divisione incrociava lenta allargo, a luci oscurate. Le torpediniere passavano, basse, buie, veloci, radendo i fianchi delle navi grandi, domandando, passando un’informazione, un ordine con i megafoni. La Carlo Alberto restava al suo posto, all’ apertura della rada, tutta punteggiata di luci verdi, rosse, bianche, incomprensibile, fantastica come un castello incantato: la Brin, la Re Umberto e l’Emanuele Filiberto si erano accostate alla Sicilia e alla Sardegna, ed aspettavano tenebrose e immobili. Sugli alberi delle navi vicine e lontane palpitavano senza fine le luci della telegrafia luminosa: ordini e notizie passavano silenziose con quel brivido di luce da ponte a ponte, attraverso lo spazio abbuiato, sotto le stelle.
Improvvisamente, mentre lo strepito della moschettieria giungeva più rabbioso dal forte Sultania, due razzi gialli e un razzo rosso si alzarono in aria: dalla Sicilia rispose una luce bianca: il forte faceva segno colle luci Very alle navi, che rispondevano di aver capito con le combinazioni di tre luci, verde, rossa e gialla. Il forte poteva parlare alla squadra: due luci gialle e una rossa significavano che il nemico era in vista. La Sardegna frugò la terra con i proiettori; poi sparò. La vampa s’allungò nell’oscurità e il rombo dello sparo durò lungamente nella notte, confondendosi con lo scoppio delle granate.
I tiri durano ancora, interrompendosi, quando il forte manda in aria due luci verdi, che significano: «Cessate il fuoco». Si ricomincia quando il forte segnala: «Nemico in vista».
L’effetto di questo cannoneggiamento notturno è drammatico. La luna batte nel mare e vi crea una dolce scia luminosa, bizzarro contrasto a questa solenne scena di guerra. Le granate passano dalle navi sul forte e vanno a cercare nelle tenebre il nemico. Qualche volta si vedono scoppiare nella notte: una fiamma sferica nasce e muore in un secondo, come un soffio, come un fuoco fatuo. Sentiamo tutti un’angoscia che non vogliamo confessare per quei nostri fratelli in pericolo; ma abbiamo fede nella loro bravura, nell’ abilità prodigiosa dei tiri delle navi e nella superba organizzazione di tutta la squadra; e sappiamo che usciranno salvi dal forte ben difeso per consegnarlo al Corpo di spedizione quando verrà. La nuova Colonia ci sarà più cara perché l’avremo conquistata a prezzo di rischi e di pericoli.
Cagni è veramente sul castello, con le truppe sbarcate in città: comunica con la nave ammiraglia per mezzo della Coatit ancorata in porto. Ha informato stasera che gli arabi hanno fatto accoglienze ottime alle compagnie di sbarco, e che gli hanno consegnato già mille fucili sbarcati dal Derna e distribuiti fra gli indigeni; propende a credere che i segnali del forte Sultania siano determinati da falsi allarmi. È informato che le forze turche sono concentrate a Zangur, a 20 chilometri da Tripoli, e vogliono riprendere la piazza con un colpo d’audacia. Raccomanda di mandare navi davanti a Zangur. Domani noi corrispondenti potremo sbarcare.

Giolitti vuole Biscaretti fuori dal comando

• Giolitti, spazientito, invia al ministro della Marina, Pasquale Leonardi Cattolica, un telegramma nel quale chiede che sia ordinato a Biscaretti di astenersi da qualsiasi operazione, pena il richiamo a Roma.

• In un secondo telegramma Giolitti chiede a Leonardi Cattolica che a Biscaretti sia tolto il comando. L’intervento di Giolitti blocca per sempre l’attività navale nelle acque dell’Adriatico. [Del Boca/1] 

Libia: ill governo, i figli d’Italia e il rispetto per le donne

• Giolitti tiene un discorso al Teatro Regio di Torino. Annuncia: «Vi sono fatti che si impongono come una fatalità storica alla quale nessun popolo può sottrarsi senza compromettere in modo irreparabile il suo avvenire. In tali momenti è dovere del governo di assumere tutte le responsabilità perché una esitazione o un ritardo può segnare l’inizio di una decadenza politica, producendo conseguenze che il popolo deplorerà per lunghi anni, e talora per secoli».

• Proclama di Borea Ricci, governatore provvisorio: «Vi diamo, cari abitanti, la nostra sacrosanta parola di governatore generale, che non lasceremo nessun mezzo intentato allo scopo di portare il massimo rispetto, i più grandi riguardi, al sesso femminile; poiché se mai ci fosse un temerario che si azzardasse a toccare il vostro onore, sappia che avrà leso il nostro onore. (…) Voi siete ormai nostri figli. Avete come noi gli stessi diritti di tutti gli Italiani dai quali non è lecito distinguervi. Gridate dunque con tutti i nostri fratelli d’Italia: viva il Re, viva l’Italia».

• «Ben presto gli abitanti di Tripoli si resero conto che non soltanto gli italiani non li trattavano come “figli” o “Fratelli”, non soltanto mancavano di rispetto alle loro donne, ma non avevano alcuna intenzione di spartire il potere con essi o di riconoscere loro le cariche e i rispettivi compensi concessi a suo tempo dall’amministrazione ottomana». [Del Boca 1 e 2]

Attacco ai Bu Meliana

• Nella notte tra l’8 e il 9, turchi e arabi attaccano alla sorgente di Bu Meliana, ma i cannoni delle navi e la scarsa intesa degli aggressori fanno fallire l’azione.

Il rancio dei militari in Libia

• Il rancio dei militari è così composto: pane, 150 grammi di pasta o riso, 375 grammi di carne, formaggio (tre volte la settimana), vino, caffè, tabacco, sigari e limoni [Del Boca/1]

Le dotazioni ai fanti nella guerra di Libia

• I fanti hanno in dotazione fucili a ripetizione Mannlicher-Carcano modello 91 e 162 cartucce; i mitraglieri, le americane Maxim.

Le divise dei militari della guerra di Libia

• I militari italiani hanno un’uniforme grigio/verde per tutti i reparti del Regio Esercito. Le dimensioni del berretto sono identiche al modello 1895: forma cilindrica, sul davanti misura 7,2 cm di altezza, mentre nella parte posteriore 9 cm. Il sottogola, munito di due passanti a punta, e la visiera di forma circolare di dimensioni ridotte e spiovente in avanti sono in cuoio grigio/verde. Il sottogola è fissato al berretto tramite due bottoni lisci in metallo brunito. I gradi sono posti al di sopra di una soprafascia in tessuto. È confezionato in cavalry twill, un cordonato di lana, internamente foderato di tela color grigio cenere, con un marocchino in pelle tutto intorno al bordo interno. Il fregio è in filo argentato per gli alpini e dorato per gli artiglieri, così come i gradi. [glialpini.com]

D’Annunzio e le dieci canzoni

• Gabriele D’Annunzio pubblica sul Corriere della Sera Le dieci canzoni delle gesta d’oltremare. Pura propaganda.

Le navi da trasporto verso l’Africa

• Concentramento ad Augusta delle navi da trasporto che si apprestano a fare rotta verso l’Africa.

Libia: sbarca il corpo di spedizione

 • Sbarco del corpo di spedizione a Tripoli.

L’insediamneto di Caneva a Tripoli

• Le operazioni di sbarco continuano. Sulla spiaggia di Tripoli si ammassano merci, munizioni, animali.

• I marinai di Cagni vengono reimbarcati.

• Il generale Caneva, comandante in capo delle forze italiane, si insedia nel vecchio castello turco.

In Libia arriva il colera

• In libia il colera fa la prima vittima italiana, un marinaio. L’infezione viene dai pozzi e dai datteri. [Del Boca/1] 

La Flottiglia Aeroplani di Tripoli

• La spedizione aerea, meglio conosciuta come “Flottiglia Aeroplani di Tripoli” è composta da 11 piloti, 30 uomini di truppa con un sergente e 9 aeroplani. Tra questi: Giulio Gavotti, 29 anni, di Genova (brevetto di pilota il 3 dicembre 1910); Carlo Piazza, 40 anni, di Busto Arsizio (brevetto di pilota il 30 giugno 1911), Riccardo Moizo, 34 anni di Cuneo e Giuseppe Rossi, 30 anni di Piacenza (brevetto di Pilota in autunno del 1910). [Aerostoria]

La Flottiglia è a Tripoli

• La flotta aerea arriva a Tripoli. [Aerostoria]

L’occupazione di Derna

• In Cirnaica gli italiani occupano Derna.

I bombardamenti di Homs

• In Libia, la città di Homs, a cento chilometri da Tripoli, viene bombardata per tre giorni.

L’occupazione di Bengasi

• Bengasi, capitale del vilayet, 22 mila abitanti, viene occupata.

• Fethy bey raggiunge Aziza, quartier generale di Nesciat bey.

«Picciuotti, i cutieddi amanu: Viva Savoia!»

• 5.000 soldati agli ordini dei generali Briccola e Ameglio sbarcano tra Punta Giuliana e Punta Buscaiba e avanzano, protetti dal fuoco delle navi, verso la caserma della Berca. Ameglio incita i suoi uomini in siciliano: «Picciuotti, i cutieddi amanu: Viva Savoia!». [Del Boca/1]

La Libia e la libertà di stampa

• Telegramma di Giolitti a Di San Giuliano: «È cosa molto importante per l’effetto morale in Italia che le notizie ufficiali siano più che possibili complete e giungano molto prima a noi di quelle di fonte privata. La prego perciò di fare sì che l’Agenzia Stefani, la quale agisce in tutto sotto la mia direzione, abbia le notizie prima di tutti». [Del Boca/1]

• Barzini al direttore del Corriere della Sera Albertini: «Io passo alle volte dieci, dodici ore a cavallo, percorro il fronte anche due volte quando vi sono i combattimenti, torno alla sera, faccio dei lunghi dispacci per accorgermi due giorni dopo, che, mentre la censura militare mi approva, la censura di Roma mi ha demolito tutto. È da impazzire di rabbia». L’ufficio stampa e censura di Roma è nelle mani di Mario T. Caracciolo. [Del Boca/1]

Il clero interventista

• L’Osservatore romano respinge l’idea della guerra alla Libia come crociata contro gli infedeli, sostenuta dai giornali cattolici di Grosoli (vedi 15 settembre 1911) la guerra italo-turca «è un affare assolutamente politico, al quale la religione, come tale, rimane perfettamente estranea». Pio X non ama Grosoli, che fu già il preferito di Leone XIII. Il clero è tuttavia, in gran parte, interventista

La Santa Sede deplora la guerra

• La Santa Sede condanna la guerra e deplora quelli che la qualificano come “santa”.

• A questo punto sono state conquistate Tripoli, Homs, Bengasi, Derna e Tobruk. A Tripoli c’è il capitano di vascello Cagni, a Bengasi il generale D’Ameglio.

Mentre l’Italia si lamenta i berberi formano un esercito

• Galli scrive a Mario Lago per lamentarsi di Caneva: «La situazione qui adesso non mi piace. Altrettanto piena di slancio e di ardimento è la marina, quanto è ora lento e indeciso l’esercito. (…) Se subito si fosse osato, come aveva saggiamente proposto la marina stessa, forse a quest’ora di esercito turco non si parlerebbe più, e gli arabi dell’interno (...) sarebbero senz’altro con noi».

• Mohamed Fekini, Suleiman el-Baruni e il deputato Farhàt bey sono riusciti a radunare e ad armare 10 mila arabi berberi che, nella notte, si sono spostati da Gargaresc a Sugh el-Guimaa (a 5 chilometri da Tripoli) senza che gli aerei da ricognizione Blériot e Farman potessero accorgersene. [Del Boca/2]

Libia: il massacro di Sciara Sciat

• Il capitano Carlo Piazza, alle 6.10 del mattino, dalla spiaggia di Tripoli si alza in volo con il suo Blériot e compie la prima missione da guerra aerea nella storia dell’aviazione; la ricognizione, che dura 70 minuti,  gli permette di avvistare il quartier generale turco. Riccardo Moizo, in volo con un Newport, non vede invece alcun obiettivo militare. 

• Gli arabi e i turchi si sono posizionati «su un fronte a forma di linea curva che va da al-Hamanji a Henni e a Sugh el-Giumma» per evitare le linee di difesa italiane che si sono disposte a semicerchio attorno a Tripoli. Il primo attacco dei turco-arabi viene lanciato alle 7 del mattino contro l’ala destra dello schieramento italiano, tra il forte Sultania e la strada per Gargaresc. Si tratta però solo di un diversivo: il vero attacco inizia alle 7.45, contro i bersaglieri dell’11° reggimento, che stanno al lato sinistro del dispositivo di difesa, ovvero tra forte Mesri e Sciara Sciat. A combattere nell’oasi ci sono anche donne, bambini e vecchi: una vera e propria insurrezione popolare. La stessa che Galli aveva escluso.
 
• «I nostri combattenti hanno rivelato molto coraggio, hanno sfidato tutti i pericoli, incuranti dei cannoni (...) Sfortunatamente non erano organizzati e ignoravano la disciplina militare. Per mettere ordine nei ranghi abbiamo nominato un capo tribu» (Mohamad Fekini).

• I Bersaglieri della 4° e 5° divisione vengono attaccati anche da dietro e, presi tra due fuochi, non rispondono più ai comandi. Tentano di aprirsi un varco verso Tripoli e si disperdono prima di essere abbattuti uno dopo l’altro: «Qualche reparto invocò la resa ma gli arabi non fanno prigionieri».
 
• Felice Piccoli, uno dei pochi sopravvissuti al massacro: «I nostri morti giacciono insepolti. Alcuni sono inchiodati a piante di bambù (...), ad altri hanno cucito gli occhi, molti sono stati decapitati, evirati, squartati [...]». [Felice Piccoli Diario di un bersagliere Il Formichiere, Milano 1974]
 
• A Tripoli, specie al mattino, si diffonde il panico, si spara anche in città.

• I combattimenti su tutti i fronti si spengono intorno alle 17. Gli arabi dopo il tramonto non combattono.

• I morti accertati a Sciara Sciat sono 21 ufficiali e 482 uomini di truppa. 

• La sconfitta non si trasforma in disastro, solo perché la furia degli arabi si attenua da sé.

Gli Ascari Belli catturano mille indigeni

• Edoardo Lanino: «Il 23 ottobre si trovano in rada numerosi vapori che gli indigeni si rifiutano di scaricare. Il generale Caneva ricorre al Belli; questi arma 60 dei suoi fidi cammellieri arabi (gli “Ascari Belli”) ed in poche ore cattura nell’oasi mille indigeni; ne sceglie 300 atti alla bisogna e con essi effettua prontamente lo sbarco di ben 16 vapori». [Del Boca 1 e 2] 

La stampa straniera s’indigna per le torture

• I giornalisti stranieri (del Westmnister Gazzette, Daily Mirror, Morning Post e Lokal Anzeiger) indignati dai massacri (circa 4 mila morti finora), restituiscono la tessera al generale Caneva e abbandonano la Libia. (Vedi due novembre)

La caccia all’arabo

• Inizia la caccia all’arabo, seguita da tre giorni di esecuzioni capitali e deportazioni in luoghi di pena italiani (decisione voluta da Giolitti). «Non si conobbe mai con precisione il numero degli arabi uccisi nella repressione, ma le testimonianze degli osservatori sono concordi nel giudicarlo molto elevato. Giuseppe Bevione, “Come siamo andati in Libia”, parla di più di mille morti». [Candeloro7]

Libia. Giolitti chiede chiarimenti su Sciara Sciat

• Giolitti, nel ricevere il confuso rapporto di Caneva, in cui si parla di 6 morti e non degli effettivi 500, gli invia questo dispaccio: «Dal suo telegramma non si capisce come sia proceduto il combattimento nel quale si sono subite le perdite di ufficiali e soldati da lei indicate. È necessario avere indicazioni precise, complete, per poter impedire false notizie in Italia e all’estero, dove potrebbe essere considerata come una sconfitta nostra, cosa che produrrebbe un grave nostro discredito». [Del Boca/1]

Libia, 1.500 prigionieri imbarcati

• Chierici vede imbarcare 1.500 prigionieri sul piroscafo Nilo. Nei giorni successivi gli arabi vengono condotti in luoghi di detenzione.

Libia, la battaglia di Bu Meliana

• Nuovo attacco arabo-turco contro il fronte meridionale italiano, tra Bu Meliana, Sidi Messri e l’altura Henni. Verso le 8 gli arabo-turchi riescono ad aprirsi un varco e ad impadronirsi della casa di Gemal bey. Si combatte per più di tre ore. Forti perdite da entrambe le parti. Poi le forze comandate da Nesciat bey iniziano a ripiegare sotto le bombe degli italiani che arrivano da mare e da terra. Chierici: «Le pattuglie ebbero l’incarico di stendere sul deserto un velo definitivo di morte: dopo poche ore non vi erano che cadaveri al di là delle trincee». [Del Boca/1]

• Bilancio della battaglia: 2mila uccisi, 4mila feriti, 500 prigionieri, 23 cannoni, mille fucili e 2 bandiere prese al nemico. [La Stampa, 29/10/1911]

Libia, arabi e turchi riconquistano territorio

• Ad Homs, dal 23 ottobre, un migliaio di arabi combattono al fianco di 500 turchi di Chefik bey. Hanno riconquistato l’altura di El-Mergheb (finora occupata dal colonnello Maggiotto).

• Caneva non è in grado di mandare rinforzi ad Homs. Pollio chiede di ritirare il presidio di Homs per concentrarlo a Tripoli.

• Due giorni dopo Sidi Messri, Caneva ordina l’arretramento del fronte orientale. A Tripoli e in Italia si registrano sentimenti di delusione e stupore. [Del Boca/1]

• Felicitazione del re alla Marina e all’Esercito. [La Stampa, 29/10/1911]

Congresso socialista

• I socialisti, riuniti a Modena per il XII Congresso, approvano per acclamazione un ordine del giorno contrario alla guerra.

Dalla Libia nessuna notizia

• Giolitti invia un telegramma a Caneva nel quale descrive lo sconcerto che si prova in Italia per la mancanza di notizie in merito ai fatti del 23 e del 26. [Del Boca/1]

• Uno dei gruppi più dilaniati sulla questione libica, quello di Barzilai (Pri), viene messo in minoranza al convegno di Bologna.

I prigionieri arabi della guerra di Libia

• Caneva aveva preannunciano alle isole Tremiti l’arrivo di 400 prigionieri arabi. Invece ne fa imbarcare 3.425. Verranno dislocati in altri venticinque penitenziari (tra cui Ustica, Ponza, Gaeta e Favignana).

• Nelle carceri vivono con 600 grammi di pane e una gavetta di minestra, dormono ammassati sulla paglia e muoiono di colera. [Del Boca/2]

Guerriglia a Tripoli

• A Tripoli è ormai guerriglia, qualcosa a cui i soldati, tutti di leva, non sono preparati e a cui è poco avvezzo anche Caneva che nella guerra d’Abissinia s’era trovato di fronte avversari molto numerosi, che attaccavano in massa e puntavano allo scontro campale risolutivo. I turco-arabi invece si muovono all’improvviso in formazioni piccole e mobilissime, sfruttando abilmente le caratteristiche del terreno e i collegamenti segreti con le popolazioni delle zone occupate dagli italiani. Caneva ha adottato una condotta prudente, difensiva, che in patria criticano, ma che ha il merito di costar meno, in vite umane e sconfitte. In Tripolitania si avanza perciò lentamente, e intorno a Bengasi, dove i Senussi aiutano i turchi, non si avanza affatto. Il corpo di spedizione italiano è arrivato a 100.000 uomini, con un’enorme quantità di apparecchiature belliche. Gli arabi si sono uniti ai turchi e combattono contro i cristiani una jihad, cosa che nessuno aveva previsto alla vigilia. La scarsa conoscenza della cultura, delle leggi e dell’organizzazione sociale degli arabi libici ha reso difficili negli anni scorsi i rapporti delle autorità italiane civili e militari con la popolazione locale, che oggi ci è necessariamente ostile. [Calendoro7]

• In provincia di Caltanissetta, 10 mila contadini hanno aderito alla Società Cooperativa Siciliana, per la colonizzazione agricola di Tripoli e Cirenaica.

• Il ministro Di San Giuliano ha avuto contatti con l’Istituto agricolo coloniale di Firenze e ha affidato loro «gli studi e gli esperimenti che dovranno a suo tempo praticarsi per la messa in valore della Tripolitania e della Cirenaica». [Del Boca/1]

I corpi «sono un groviglio di stracci insanguinati»

Avevo lasciato Tripoli che sembrava una città in festa: pareva che le vecchie case vivessero d’una vita nuova e gaia sotto il brivido del tricolore; i soldati fraternizzavano con gli arabi, ed alla sera si andava agli avamposti come si va ai giardini pubblici, cavalcando per i viottoli solitari dell’oasi. Tutt’al più qualche donna o qualche bimbo vi tendeva la mano mormorando: Italiano bono, mangeria...
È passato sulla città un vento di crudeltà e di tristezza. Tutte le nostre ore, da giorni, sono scandite a colpi di cannone, e la Morte abita fra le palme dell’Oasi.
Esiste come una incerta linea di confine fra il nucleo vivo e relativamente tranquillo della città e la regione in cui si è svolto il dramma sinistro della rivolta e della repressione.
Man mano che le case diradano si fa un silenzio severo e squallido: qua e là, in qualche cortile abbandonato, in qualche cantuccio, fra l’erba d’un giardino, qualche cadavere incomincia a decomporsi esalando un fetore orrendo: sotto un olivo, sulla via di Bu-milana ce n’è un mucchio d’una cinquantina, presi con le armi alla mano e fucilati in fretta. È un groviglio orrendo di stracci insanguinati, di braccia contorte, di fez rossi crivellati dalle palle, davanti ad un muro bianco su cui gli spruzzi di sangue hanno disegnato un ricamo atroce e fantastico.
Più su, ogni tanto, s’incontra qualcuno di questi lugubri testimoni: uno, in mezzo alla via, è stato ucciso accanto al suo cane: l’uomo e la bestia, gonfi, hanno l’aspetto orribilmente grottesco di certi disegni del Goya. Attraverso le porte infrante si vedono piccoli cortili pieni di sole, vuoti, in cui qualche gallina chiocciola sommessamente oppure si scorge una figura nera, a braccia aperte, in un atto di abbandono tragico, fulminata. Davanti ad una casina ce n’è tutta una famiglia. Dall’alto della terrazza, il cui parapetto era carico di cartucce, essi hanno fatto fuoco, per due ore, nella tragica giornata del ventitré, alle spalle dei soldati. Dopo il combattimento sono stati presi e fucilati, in gruppo.
Io penso che in Italia e forse anche fuori si parlerà di questa repressione, e qualcuno, che non ha visto, la troverà eccessiva.
Ma bisogna aver parlato con gli ufficiali e coi soldati dell’11° bersaglieri, quello che ebbe maggiormente a soffrire nella battaglia del 23 , per comprendere lo stupore orribile, la ribellione d’ogni sentimento e d’ogni pensiero da cui sono stati presi i nostri soldati, dopo quella giornata di sangue e di tradimento.
Fra i soldati che occupavano le trincee di Sidi Messri e gli arabi del villaggio posto alle loro spalle s’era stabilita una specie di fraternità bonaria e pacifica. I soldati davano un po’ del loro rancio ai bimbi, regalavano alle famiglie tutti quei nonnulla che, per la spaventosa miseria d’un arabo, sono piccoli tesori, pagavano senza discutere tutto quello che prendevano, qualche ufficiale aveva perfino fatto comperare delle pezze di mussola per rivestire i bimbi ignudi. Io credo che mai, da che si fanno spedizioni militari, sia stato trattato l’indigeno con tanta dolcezza. Ebbene, d’un tratto, nel bel mezzo d’un combattimento accanito, dalle piccole case bianche, alle spalle dei soldati, è uscita una folla di demoni. Sono avvenute cose immani ed orrende: un ufficiale medico è stato ucciso dal padre d’una bimba che aveva guarito e salvato, un ferito lasciato un attimo solo, è stato sgozzato da una donna che gli si è avvicinata strisciando, poi sui feriti e sui morti è stato infierito con crudeltà senza nome, i portantini che andavano per raccogliere i turchi sono stati uccisi dai feriti stessi, a tradimento, soldati isolati, sorpresi nell’interno, sventrati a colpi di coltello. Si narrano cose d’un orrore fantastico, d’un arabo che fuggiva con brandelli di carne umana in un sacco, d’un soldato trovato crocifisso in una casupola; tutta la tregenda lugubre della fantasia esaltata ed atterrita si è intrecciata con la verità, la quale era per se stessa spaventosa.
Combattere in un groviglio di piccoli sentieri, di trincee naturali formate da muri di terra sforacchiati di feritoie, avendo la certezza che avanti e indietro, ai fianchi ovunque può essere appiattato un nemico inesorabile e sleale!...
Naturalmente il castigo è stato proporzionato al delitto: dente per dente. La repressione è passata nell’oasi come una falce e il sangue ha pagato il sangue.
Inoltrando verso la caserma della cavalleria turca, s’incomincia ad incontrare qualche pattuglia di soldati. Procedono lungo i murelli fiancheggianti la via, col moschetto al braccio. Passano carriaggi scortati da cavalleggeri con la rivoltella in pugno. È nell’aria un senso diffuso ed inesplicabile di tragicità. Il silenzio sembra l’aspettazione di un urlo o di un colpo. Ed ogni tanto, lontano o vicino, scoppia il fragore secco d’una fucilata ed una palla passa, in alto, fra le palme, con quel fischio rapido che resta nelle orecchie e, quasi direi, nella pelle di chi lo ha inteso anche una volta.
C’è una piccola moschea con un minareto che è stato cambiato in osservatorio. Dalla terrazzina d’onde il muezzin s’affacciava a chiamare i fedeli, si sporgono ora nereggiando sette od otto moschetti, puntati sul paese.
Mi sono arrampicato anch’io per la scaletta angusta e ripida, e mi sono affacciato, fra un moschetto e l’altro, nell’oasi. Chi non ha mai visto, dall’ alto, un bosco di palme, non può avere un’idea dell’inesplicabile senso di ostilità che è in questo meraviglioso paesaggio. Qua e là, ove è qualche olivo, sembra che una piccola nube d’un verde pallido e familiare s’indugi per consolare lo sguardo, ma il resto è tutto un mare di forme aguzze e luccicanti, una foresta di spade verdi, di un verde crudo, una folla di forme dure che dondolano senza fruscii con oscillazioni larghe di lame brandite, li paese sembra deserto. Da una piccola casa quasi rovinata, più in là sventola uno straccio bianco, un povero segno di pace polveroso e miserabile…
D’un colpo l’osai finisce.
Finisce sul limitare d’un succedersi di dune, coronate qua e là da piccoli cespugli di sparto. È tutto un paesaggio morto e giallastro, su cui passa, pigramente, qualche corvo.
La linea delle trincee comincia dove finisce l’oasi, serpeggiando. In fondo a sinistra, la trincea è stata portata indietro, dal forte Messri al marabut detto Sidi Messri.
Da questo punto è facile farsi una idea dell’accanimento con cui si è combattuto. Fin dove giunge l’occhio, nella sabbia gialla del Sahara, nereggiano piccole forme abbandonate, disperse a grande distanza l’una dall’altra o raccolte in vasti cerchi, nei punti in cui gli sbrapnels hanno fulminato gli assalitori. La cifra precisa dei morti arabi e turchi, in questi scontri, non si saprà mai, ce ne deve essere stato uno sterminio. M’è venuto fatto di fermarmi presso la trincea, a guardare la lunga fila dei nostri soldatini grigi, pazientemente allineati sotto il sole, e ho inteso gonfiarmisi il cuore di orgoglio, per loro.
Sono venuti qui, quasi tutti, senza aver mai udito altra fucileria che quella del tiro a segno, nuovi al clima ed all’ambiente, hanno subito la spaventosa prova morale del tradimento arabo, si sono battuti come leoni, e non hanno perduto un atomo della loro gaiezza italiana. Se non fossi un italiano, e quindi moralmente obbligato a considerare con una certa ironia sprezzante le cose del mio paese, direi che questi sono i soldati di una grande nazione. L’unico momento in cui si rannuvolano, è quando si parla loro dell’agguato del 23 ottobre. È rimasta. loro nel cuore un’amarezza crudele, una sete di vendetta, che li esalta e li travolge.
Fuori di ciò, la stessa spensierata gaiezza, le stesse canzoni, la stessa inventiva burlona nell’adattare la propria nicchia della trincea, le stesse risate limpide, che corrono da un capo all’altro della trincea, come se si fosse al campo, e, sotto le mura del forte di Messri, non fossero già sepolti parecchi loro compagni.
Ogni tanto, vicino o lontano, un colpo di cannone brontola sinistramente, o si ode il crepitare dei moschetti nascere, intensificarsi, divenire acuto, moltiplicarsi nel fragore precipitoso delle mitragliatrici, illanguidire in una serie di colpi isolati, e tacere.
Da Sidi Messri in poi la trincea serpeggia in mezzo alle palme, fra piccole case bianche e sentieri tortuosi.
Qui il combattimento è perpetuo. È la ostinata guerriglia dei fanatici, è una complicazione d’agguato e di assassinii, più che un combattimento.
«Attraversi in fretta ...» mi ha gridato un ufficiale presso la località detta Fleschrum.
Il viottolo che attraversavo era vuoto, come, abbandonato, da un capo all’altro. Ma dietro le palme, dietro i muricciuoli, una perfidia nascosta vigilava. Due o tre cadaveri, nudi, le braccia aperte, mettevano sul suolo saguinato la loro sinistra macchia terrosa. In quel punto affidato all’82° fanteria, due piccole vie convergono ad una specie di piazzetta triangolare. Si stanno adattando al posto due cannoni Krupp presi ai turchi, gli sbocchi delle strade sono stati chiusi con trincee improvvisate di sacchi di sabbia, dietro le quali si sdraiano i puntatori.
Il nemico è invisibile, è un po’ nascosto nella chioma delle palme, acquattato sui tetti delle casupole, dietro le trincee. Ogni tanto una piccola nuvola di fumo si leva fra le palme, e si sente un sibilo lamentoso e il tac-tac-tac dei rami che si spezzano. Allora, fra la piccola trincea ed il nemico invisibile s’intavola un dialogo rabbioso di fucilate.
D’un tratto, abbiamo sussultato.
In fondo al viottolo è comparsa la forma esile e grigia d’un bersagliere. Evidentemente veniva dal posto del suo reggimento a recare qualche messaggio, s’è arrestato un poco, ha fatto segno con la mano, che non sparassimo poi s’è diretto verso di noi, lentamente... Allora ci siamo avveduti che zoppicava... Ed ecco, in fondo alla via, da una balza del terreno, così in linea col nostro soldato, che non potevamo sparare senza colpirli tutte e due una figura lurida, qualcosa come una scimmia coperta di stracci terrosi, è scivolata giù, un’altra ha fatto capolino fra le palme. Io credo che tutto il sangue mi sia rifluito al cuore. Non potevamo gridare, era come dar l’allarme agli inseguitori, né sparare su di loro, senza uccidere il bersagliere. Senza avvedermene, le parole m’uscirono di bocca come i singhiozzi! Corri, corri, figlio mio, salvati! ... oh! ... come avrei dato metà del mio sangue per poterlo trascinare!
La piccola via era tutta silenziosa, e il sole, passando fra le palme, vi disegnava sagome di luce immobili. Non c’era che il soldato e il suo inseguitore... Una piccola nube di fumo... Il soldato s’è fermato, s’appoggia al muro, e udiamo come un urlo lontano, ci si torce il cuore. Ecco, un’altra piccola nube di fumo. Ah!... cani! ... è caduto, ci siamo intesi quasi morire con lui. Ma sul cadavere è passata, con una tempesta di fischi, una scarica di moschetteria, l’arabo, anche lui, è caduto. L’altro, l’altro per dio!... urla l’ufficiale.
Abbiamo scavalcato la trincea sentendo tutto l’atavismo feroce della razza urlarci nelle orecchie e nel cuore. L’altro, l’altro!...
In fondo alla via non c’è che una casupola bianca; una specie di covile squallido, silenzioso. Vi penetriamo con le armi alla mano. Niente; tenebre, silenzio, e un tanfo di miseria che ammorba.
Ma un soldato siciliano ha messo un grido di rabbia. In fondo in una specie di canile, qualcosa di bianco si agita, i soldati puntano i fucili e, pian piano, carponi, vien fuori un diavolaccio nero: frughiamo nel canile, c’è il Mauser ancora caldo e una cintura carica di cartucce… «Nun ti scantare, nun ti scantare!... (non impaurirti)» mormora il siciliano ironicamente.
Ma il prigioniero è tutt’altro che impaurito. Sarebbe difficile scorgere il segno d’una emozione nel suo volto nero e chiuso. Egli guarda i soldati con occhio tranquillo, quantunque legga la sua sentenza di morte su tutti i volti.
Lo conduciamo fuori, in un piccolo cortile bianco e deserto, pieno di sole. C’è un azzurro meraviglioso, e centinaia d’uccelletti garriscono fra le palme, a volte. Poi, s’è fatto un silenzio mirabile, un silenzio caldo ed estatico.
«Pronti!» ha mormorato il sergente... Il rumore della fucileria ha fatto volar via gli uccelletti, con strida spaventate, l’uomo è caduto in ginocchio, con le mani innanzi...

Se ne sono fucilati un po’ dappertutto. A Bu-miliana c’era una fossa enorme, in cui si scendeva per un declivio angusto, una fossa scavata nel terriccio morbido caldo, che aveva un sinistro aspetto di ferita gigantesca.
Gli uomini vi venivano gettati dall’alto; poi un soldato scendeva giù pel declivio e si udiva una serie di colpi sordi, come sparati nelle viscere della terra.
E il soldato risaliva, solo.
Sono tornato nel pomeriggio.
Era nell’aria, a volte, quell’odore triste e dolciastro, come di frutta marcite al sole, quell’odore di cose disfatte che sembra esalare dalla terra come una virtù malinconica di rassegnazione desolata. Talora gli aranci e le gagge mi avventavano un profumo così ricco e violento, che sentivo come un brivido di voluttà serrarmi alla gola.
Non si udiva se non qualche voce lontana, sperduta, qualche cinguettio d’uccelli, il chiocciolio di una gallina...
E, in tutta quella pace, la Morte passava per le viuzze tristi e vuote, senza rumore sulla sabbia molle, come un viandante inafferrabile. Ma sembrava di udire nell’aria il suo palpito sensibile come quello di un cuore umano.
Vicino al mare, un gruppo di soldati ha fermato due arabi e li perquisisce.
Lo stesso volto impenetrabile, gli stessi occhi immoti e feroci. Dai fagotti disciolti esce tutta una incredibile collezione di stracci, di cianfrusaglie che il più famelico dei nostri rigattieri respingerebbe con sdegno...
«Povera gente! ...» mormoro con un senso di compassione.
Troppo presto!... da uno dei fardelli sono ruzzolate fuori, lucide lucide, ottanta cartucce di Mauser. E nell’atro... ah! …bestia feroce! ... C’è il farsetto a maglia di un soldato italiano, sforacchiato di colpi di pugnale e intriso di sangue.
Dieci mani si sono stese al brigante, dieci baionette gli si sono puntate alla gola.
«Fermi, fermi!» ha gridato il sergente.
S’è formato un piccolo plotone. I due uomini marciano innanzi, verso il mare. Il cielo è d’una dolcezza di viole languenti, e il mare, tutto striato da collane di spuma bianca, canta la sua vecchia melopea stanca e profonda.
Pan-pan-pan
. Uno degli uomini si è curvato un poco ha traballato un poco, poi si è abbandonato a terra.
L’altro, senza volgersi, alto, tetro, nero, ha marciato verso il mare, come andasse verso l’eternità. Poi, d’un colpo, è caduto nella sabbia umida.

Già che c’è la guerra

Quale programma d’azione concreta hanno i deputati, i giornalisti, gli organizzatori socialisti di fronte all’impresa tripolina? Che cosa vogliono? Che cosa, secondo essi, gli devono volere? Esigono l’apertura immediata della Camera. Supponiamo che sia concessa. Quali proposte positive intendono allora fare? La Camera deve aprirsi solo per dare modo ai deputati socialisti di protestare rimanere in minoranza, e credere così di avere esaurito tutto il loro dovere verso il «proletariato»?
Mentre fino dalla primavera passata il «Corriere d’Italia» la «Tribuna», l’«Idea nazionale», e, a cominciare dal luglio, il «Giornale d’Italia» e la «Stampa», facevano una campagna sistematica per eccitare l’opinione pubblica italiana alla conquista di Tripoli, dando a credere che al di là dal mare vi fosse una terra favolosamente ricca, e facilissima a conquistare col favore degl’indigeni, che l’impresa non presentava nessun pericolo di complicazioni internazionali, e la conquista non sarebbe costata, secondo doveva poi dire l’on. De Felice, «né un uomo, né un soldo»; gli uomini rappresentativi e i condottieri più autorevoli delle organizzazioni economiche e politiche socialiste e la stampa del partito si disinteressavano quasi assolutamente della questione.
Occorreva subito contrapporre alla campagna della stampa finanziaria e nazionalista una seria propaganda antitripolina, non a base di astratte pregiudiziali pacifiste, anticolonialiste, internazionaliste, ma a base di dati concreti sullo scarso valore economico del paese che si pretendeva conquistare e sui danni e pericoli prossimi e remoti, sicuri e probabili dell’impresa.
Un partito, il quale si pretende marxista, che cioè afferma fra le altre cose che contro gl’interessi reali o presunti non v’ha ideologia capace di lottare, doveva meno di qualunque altro illudersi di poter vincere con quattro chiacchiere sentimentali e dottrinarie le illusioni sollevate nelle folle dalla stampa quotidiana col miraggio di ricchezze sterminate acquisite senza colpo ferire.
Bastava che un paio di uomini si fossero messi a studiare un po’ seriamente la questione, perché si potesse in breve tempo, fare sull’«Avanti!» una campagna assai efficace. E bastava l’«Avanti!» solo a fare questa campagna. I giornaletti settimanali avrebbero tenuto bordone. E la propaganda tripolina non avrebbe potuto, senza contrasto, occupare l’opinione pubblica con notizie false, contraddittorie, assurde, inventate di sana pianta.
Si sarebbe così lanciato nelle organizzazioni un gruppo di idee concrete, che venuto il giorno della vera e propria resistenza attiva all’impresa, avrebbero consentito al Partito socialista, o per lo meno alla frazione riformista del Partito socialista, di presentarsi nei comizi di protesta con un numero sufficiente di aderenti psicologicamente preparati a prender posizione di fronte non solo al nazionalismo scervellato, ma anche al rivoluzionarismo herveista, da cui occorreva non lasciarsi a nessun patto sopraffare.
Il Partito socialista, invece, fino a mezzo settembre si disinteressò completamente della questione.
A che scopo mettersi a studiare sul serio la questione tripolina, se al momento opportuno basteranno quattro frasi fatte, un pizzico di internazionalismo, un pizzico di anticolonialismo, un pizzico di sentimentalismo, per risolvere ogni problema?
L’«Avanti!» era tutto occupato a stampar lunghi articoli intorno ai lavori pubblici dell’Italia meridionale il cui monopolio va riservato alle cooperative settentrionali.
Ancora in data 16 settembre 1911, dodici giorni prima dell’ultimatum guerresco, Filippo Turati non riusciva a« prendere sul serio» la «montatura tripolina», e pensava che «la farsa non si sarebbe elevata né al dramma, né alla tragedia».
L’attuale presidente del Consiglio non vorrà, verso il limite estremo di sua carriera, invidiare gli allori sanguinosi, che attristarono e disonorarono la canizie di Crispi («Critica sociale», pp, 273-4).
Già da due settimane il «Corriere della Sera» - per cui Tripoli fino agli ultimi giorni d’agosto non era mai esistita - s’era buttato a un tratto a corpo perduto nella campagna, per riguadagnare in zelo il vantaggio che gli altri giornali concorrenti avevano in priorità: e così dimostrava oramai chiaramente che a Tripoli ci si andava. C’era qualcosa di più. Il «Corriere della Sera», che non riproduce mai le notizie o le osservazioni che non gli piacciono, e che per liberarsi dalla responsabilità di dire qualche cosa un po’ ... forte, suole riprodurre e mettere in circolazione la stessa cosa non appena sia detta da un altro giornale, ripeteva nel numero del 10 settembre queste gravissime parole della «Ragione»: «La politica estera della monarchia è fallita».
E nel numero 14 settembre riproduceva queste parole assai più precise e più caratteristiche del «Corriere d’Italia»:
Se non che da qualche parte si va già accennando ad esitazioni e a titubanze che verrebbero ad intralciare quell’azione positiva del Governo che sarebbe stata consigliata dalle indagini compiute presso le Cancellerie europee e che anzi le riluttanze del presidente del Consiglio deriverebbero dal fatto di non vedersi incoraggiato in più alte sfere. Abbiamo voluto rilevare, a titolo di cronaca quanto si va ripetendo a questo proposito in qualche ambiente politico; ma data la gravità della cosa, esitiamo a garantire la fondatezza, in quanto è difficile ancora il ritenere che alla volontà generale di una nazione che reclama le garanzie del suo avvenire politico ed economico possa opporsi al veto di una persona cui si rivolgono nella speranza di una energica tutela gli animi fiduciosi del paese.
E il 17 settembre, Enrico Corradini, licenziando le bozze alla prefazione del volume L’ora di Tripoli, p. XIX, scriveva:
Quando questo volere d’Italia si velasse di nuovo nelle profondità dell’avvenire… io sono d’avviso che il nazionalismo dovrebbe iniziare un’azione estremamente rivoluzionaria, anche contro cose e persone che ora non si nominano.
I giornali del clericalismo, dunque, e quelli del grosso capitalismo e i corifei del nazionalismo imperialista arrivavo fino a minacciare il Re, se non smetteva le sue ultime riluttanze contro l’impresa. E Turati si illudeva ancora che il governo di Sacchi, cioè nientemeno della «democrazia positiva e moderna» — proprio così! «Critica sociale», p. 289 — potesse resistere da sé solo alla fiumana che ormai travolge l’Italia.
Era il metodo solito: dormire tranquilli sulle ginocchia di Giolitti; sperare ogni cosa dalle combinazioni parlamentari con Giolitti. Giolitti darà le pensioni alla vecchiaia. Giolitti darà il suffragio universale. Giolitti sbaraglierà i nazionalisti. Giolitti resisterà alla campagna tripolitana. Lasciamo fare Giolitti in quanto vivimus, movemur et sumus, e noi stiamocene in panciolle a veder manovrare e ad applaudire Giolitti.
E Giolitti andò a Tripoli.
Anche se non avesse voluto andarci, avrebbe ormai dovuto andarci per forza,
dal momento che la campagna tripolina dei giornali, non arginata da nessuna resistenza della stampa e delle organizzazioni socialiste, aveva conquistato tutto il paese compresa buona parte della massa proletaria.
Se la impresa di Tripoli si è fatta – sarà bene ripetere questa verità spesso a chi trova comodo di non capirla – questo è dipeso per metà dall’attività della stampa tripolina, e per metà dalla inerzia incosciente dei deputati, dei giornalisti, degli organizzatori socialisti.
Ed ora che siamo in guerra guerreggiata, noi siamo sempre a domandarci che cosa precisamente vogliano di fronte a Tripoli i socialisti italiani. Vogliono riprendere il grido: «Via dall’Africa»? Sarebbe una stoltezza criminosa e pazza. A parte la considerazione che, non essendo stati buoni ad impedire l’inizio dell’impresa, essi darebbero prova di eccessiva scempiaggine credendo di poterla da ora in poi a loro capriccio terminare, è innegabile che, al punto a cui sono giunte le cose, una fine non vittoriosa di questa guerra sarebbe per l’Italia – e quando diciamo Italia diciamo gl’italiani tutti, i lavoratori in prima linea – sarebbe, diciamo, uno spaventevole disastro.
Quale che sia la nostra opinione sulla utilità materiale che il nostro paese ricaverà da questa impresa, una cosa appare ormai sicura a chiunque giudichi serenamente i fatti che si sviluppano intorno a noi: da questa guerra l’Italia, già che c’è dentro, deve studiarsi di ricavare, tutti i vantaggi possibili: e uno di questi vantaggi dev’essere costituito, ed è stato costituito finora per nostra fortuna dalle prove di bravura fisica, di discreta organizzazione militare, di buona disciplina nazionale, che dà il nostro popolo. E questo vantaggio dobbiamo sfruttarlo con tanta maggiore pertinacia ed abilità, quanto meno vantaggi possiamo aspettarci in altri campi.
Sissignori, noi siamo stati contrari risolutamente, prima che fosse tirato il dado, all’impresa di Tripoli; noi avremmo voluto che essa avesse trovato nel nostro paese una resistenza preventiva insuperabile; noi siamo sempre assolutamente convinti che da essa l’Italia non ricaverà economicamente che danni immediati assai gravi e sicuri, e vantaggi assai lontani e assai problematici.
Ma siamo felici che i nostri soldati laggiù, già che devono battersi, si battano meravigliosamente bene. Siamo lieti di poterci tenere sufficientemente soddisfatti della organizzazione dell’impresa, e speriamo che questa guerra, già che si fa, mettendo a prova le capacità della nostra gerarchia militare, serva a dare gli elementi per riformarla dov’è necessario. Siamo incantati sopratutto che il nostro paese, già che si trova nella guerra, si dimostri assai meno impressionabile, assai meno leggero, assai più serio e più disciplinato di quanto non sia stato nel passato. E vogliamo che il Governo faccia tutto quanto è necessario, senza esclusione di nessun sacrifizio, affinché il paese esca dall’impresa con onore. Perché ai danni materiali dell’impresa ripareremo col nostro lavoro; ma il danno morale di un insuccesso sarebbe terribilmente irreparabile. E chi contribuisse anche in minima parte a render possibile un insuccesso, o meno sicuro un successo, commetterebbe il più atroce delitto verso la patria.
Diremo qualcosa di più: se complicazioni internazionali non intervengono a farci perdere da un lato più che non avremo guadagnato dal’altro — e speriamo con tutto il cuore che ciò non sia!; se il successo, che auguriamo completo, di quest’impresa non ci ubbriacherà, spingendoci a pazzie irreparabili; se finita la guerra con la Turchia il paese saprà resistere alle suggestioni di chi per interessi privati o per falsa visione della realtà vorrebbe fare dimenticare per i bisogni della nuova colonia i bisogni della madre patria; la conquista di Tripoli per quanto ingiusta dal punto di vista della moralità assoluta, per quanto dannosa dal semplice punto di vista dei nostri interessi materiali, dovremo tutti alla fine considerarla come un grande benefizio pel nostro paese. Perché avrà servito a darci il sentimento di possedere capacità di organizzazione, d’azione, di disciplina, meno scarse di quelle che ci attribuivamo: e questo guadagno vale bene la spesa di quel mezzo miliardo che la guerra ci costerà.
Siffatti sentimenti si muovono certo, per quanto indistinti, oggi, nel cuore di tutti gli italiani. Tant’è vero che nemmeno i socialisti più herveisti e più rivoluzionari si sognano di proporre la fine sic et simpliciter della guerra e il ritiro dall’Africa.
Che cosa vogliono allora?
I socialisti rivoluzionari, scarsi di coltura e di capacità tecniche e privi del senso della realtà, vogliono al solito... protestare, far baccano, prendersela con la infame borghesia. Sono buoni figliuoli, punto pericolosi, destinati a figurare accanto ai repubblicani nel museo dei fossili politici italiani.
I riformisti, così detti di sinistra, sembrano non volersi differenziare gran che dai rivoluzionari. Mentre i rivoluzionari urlano sulla «Soffitta» e sull’«Avanguardia», i riformisti di sinistra fanno della maldicenza più o meno discreta sull’«Avanti!». Confessiamo di preferire i rivoluzionari.
E i riformisti di destra? Che cosa vogliono? Che cosa fanno? Per alcuni di essi, per l’on. Bissolati per esempio, tutto ci fa ritenere che si trovino di fronte all’impresa attuale nel medesimo stato d’animo, che in quest’articolo ci siamo sforzati di esprimere noi. Ma i più non sembrano preoccupati di altro che di conservarsi amico, l’On. Giolitti, vada o non vada a Tripoli, vinca o non vinca la guerra, dia o non dia il suffragio universale.
Urli disordinati nei primi, dunque; disorientarne negativo nei secondi; opportunismo e voglia di essere sempre contenti, negli ultimi: assoluta mancanza di idee chiare e concrete nei più.
In questo, come in tutto il resto, il Partito socialista si rivela incapace di qualsiasi azione positiva ed efficace.
E continuamente ci avviene di domandarci, se esso oramai sia una realtà oppure se non sia per avventura altro che lo spettro vano di una realtà.
È vissuto venti anni, Ha conquistato alla classe lavoratrice la libertà di organizzazione e di manifestazione di stampa, che nessuno toglierà più, Ha contribuito, bene o male, a preparare la conquista di una legge elettorale più larga assai di quella che gli servì di culla, e assai prossima al suffragio universale. Non è vissuto invano. Ha fatto molto bene. Ha evitato molto male.
Un partito che vive da venti anni, è naturale che sia consumato ed esausto.
Prima dell’impresa di Tripoli era certo agonizzante. L’impresa di Tripoli l’ha probabilmente ucciso. Dietro a sé non lascia ormai che un’accozzaglia disordinata informe di elementi eterogenei e incapaci di continuar a lavorare in comune.
In tanto sfasciume però, si possono raccogliere a piene mani gli elementi buoni, oggi disorientati e sperduti ma adatti a costituire nuovi aggruppamenti politici, pei quali non sarà avvenuta invano la esperienza del passato. C’è tutto un immenso lavoro da fare per riunire e impastare, coi frammenti sempre buoni del vecchio edifizio, una nuova più bella più solida casa.
Sarà questa l’opera dei prossimi anni.