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Yara Gambirasio
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Scompare a Brembate Sopra Yara Gambirasio
• Yara Gambirasio, 13 anni, scompare a Brembate Sopra, pochi chilometri da Bergamo. È uscita di casa alle 17,15, a piedi. È andata a consegnare uno stereo portatile alle amiche che si trovavano nel centro sportivo in via Locatelli. Settecento metri di distanza dalla sua casa di via Rampinelli, non più di dieci minuti di cammino. È rimasta nella palestra a guardare le compagne che si allenavano fino alle 18.44, ora in cui è uscita ed è stata vista per l’ultima volta. La mamma, non vedendola arrivare, le ha telefonato dopo le 19. Il cellulare era già spento. È andata a cercarla in palestra e non c’era. Allora ha chiesto aiuto ai carabinieri. Risulta che la bambina ha ricevuto un sms alle 18.25 (era un’amica), ha risposto alle 18.44 (dalla palestra), ha ricevuto ancora un sms dalla stessa amica alle 18.49. L’ultimo segnale del telefonino è delle 18.55.
• Subito scartata l’idea che Yara possa essersi allontanata di sua volontà. Non ci sono problemi di nessun tipo, a scuola va bene (istituto Maria Regina delle Orsoline di Somasca), niente Facebook, niente Twitter, nessuna mania da rete, nessun grillo per il capo, stando a quanto riferiscono tutti. Ha una sola passione: la ginnastica ritmica, nella quale riesce piuttosto bene. Alla fase regionale del campionato GPT 2° livello, il 9 maggio 2010 a Desio, è arrivata prima alla fune e alla palla, seconda al cerchio. Quinta in fune e cerchio a Pesaro, in occasione della Ginnastica in Festa. Sedicesima e trentaduesima nel corpo libero e nella fune. [leggi qui l’articolo di Claudio Del Frate]
• I Gambirasio sono una famiglia normalissima. La mamma fa la maestra d’asilo, il papà, Fulvio, è geometra in una società che si occupa di coperture termiche delle abitazioni. Hanno altri due figli, più piccoli, un maschio e una femmina. Brembate Sopra è un paese tranquillo, poco meno di ottomila abitanti.  
Le ricerche di Yara si concentrano in un cantiere a Mapello
• Le ricerche si concentrano in un cantiere a Mapello, comune al confine con Brembate, dove è in costruzione un centro commerciale e dove gli inquirenti vengono condotti dal fiuto dei cani specializzati: il sospetto è che la ragazza sia stata prelevata proprio in quel punto. Il cellulare di Yara, prima di essere spento, «aggancia» proprio quella zona. 
  
Fermato per il sequestro di Yara il marocchino Mohammed Fikri
• Un marocchino di 22 anni viene fermato su una nave diretta in Marocco perché sospettato del sequestro di Yara: è Mohammed Fikri, un operaio del cantiere dove si erano concentrate le ricerche dopo che i cani avevano fiutato tracce della ragazza. A insospettire gli investigatori la decisione di lasciare lavoro e casa all’improvviso e imbarcarsi per l’Africa e alcune frasi intercettate in cui Fikri direbbe fra l’altro: «Perdonami, Allah, non l’ho uccisa io».  
Mohammed Fikri viene rilasciato
• Fikri, scarcerato dopo due giorni grazie a una nuova traduzione dell’intercettazione che l’aveva portato in carcere: «[...] Decisivi i pareri di ben sette traduttori interpellati dal pm Ruggeri. La frase “Perdonami, Allah, non l’ho uccisa io” è diventata così, “Che Dio lo spinga a rispondere” e altre varianti simili. “Non ho usato la parola uccidere, fate sentire quella frase a un traduttore che conosca l’arabo», ha chiesto più volte nel corso dell’interrogatorio Fikri, che ha spiegato anche che stava pronunciando quelle parole mentre tentava di telefonare a El Amroui Eddone, un cugino che gli doveva restituire i duemila euro prestati in vista di un matrimonio. Eddone, interrogato, ha confermato tutto. Chiarito anche il passaggio di un’intercettazione nella quale Fikri chiedeva alla fidanzata di buttare via una vecchia scheda telefonica e di utilizzarne una nuova: “Volevo che non ricevesse più i messaggi del suo ex”. E il viaggio in Marocco scambiato per un tentativo di fuga? “Era programmato – ha spiegato Fikri – e se i miei genitori non lo sapevano e perché volevo fare loro una sorpresa”. Sapeva dell’imminente partenza, però, il suo datore di lavoro, Roberto Benozzo (...)» (Davide Carlucci, Rep 8/12/2010)
• «Mi ero imbarcato sul traghetto che mi avrebbe finalmente riportato in Marocco. A casa. Come avevo concordato con il mio datore di lavoro stavo ritornando dalla mia famiglia per un periodo di riposo (…) Inizialmente dovevo andare via il 18 dicembre ma poi, visto che con il maltempo il nostro lavoro si ferma, avevo deciso di chiedere l’aspettativa e imbarcarmi il 4 dicembre (…)  Ero molto felice dopo essermi imbarcato a Genova. Sapevo che avrei rivisto la mia famiglia alla quale sono molto legato. Ero andato a cena e stavo parlando con dei miei connazionali. Tutto tranquillo. Poi, all’improvviso, si sono avvicinati due ufficiali della nave e mi hanno chiesto i documenti. Glieli ho dati senza batter ciglio. Mi hanno chiesto di seguirli nella cabina di comando. Ho trovato dei militari italiani che mi hanno fatto delle domande. Non avevo mai sentito neanche il nome di Yara. Poi mi hanno pure mostrato la foto. Niente. Non l’avevo mai vista. Mi hanno detto che avrei dovuto seguirli. Siamo rientrati in porto. Mi sono ritrovato in cella, a Bergamo, e da quel momento è iniziato il mio incubo. Mi è crollato il mondo addosso. Sono passato dalla gioia di pensare a riabbracciare i miei genitori alla paura delle ore trascorse da solo in una cella (…)  Ma volevo dimostrare subito la verità e cioè che io non c’entravo nulla. Più passava il tempo e più volevo urlarlo al mondo. Ad un certo punto, però, ho avuto anche paura di non essere creduto. L’idea di trascorrere tanti anni da innocente in cella mi toglieva il respiro. Ho pensato al peggio. Ho sperato anche che la notizia non fosse arrivata ai miei genitori (…)  Ho risposto a tutte le domande. Mi dovevano credere. Poi meno male che hanno riascoltato la telefonata ed hanno capito bene le parole che avevo pronunciato nel mio dialetto (…) » [Alessio Ribaudo, “Corriere della Sera” 10/12/2010].  
Parla per la prima volta la madre di Yara
•  La madre di Yara parla per la prima volta e in un’intervista dice di sentire «un grande affetto attorno alla sua famiglia». Nello stesso giorno i volontari perlustrano un campo di Chignolo, dove in seguito verrà ritrovato il corpo di Yara: non lo notano, però, forse perché occultato dalla nevicata di qualche giorno prima [Stefano Ravaschio, Yara, il Dna e altre verità, Corriere della Sera Storie].
Trovato il cadavere di Yara Gambirasio
• Yara Gambirasio è stata uccisa. Il suo corpo è stato trovato, verso le tre e mezza del pomeriggio, a Chignolo, dieci chilometri da Brembate: un padre di famiglia di 40 anni, appassionato di aeromodellismo, era andato a lanciare uno dei suoi velivoli su questo campo di sterpi ed erba alta, prossimo al torrente Dordo. L’apparecchio è caduto a un passo dal cadavere, e quando l’uomo è andato a recuperarlo ha visto la morta ridotta quasi a uno scheletro, supina, con le braccia in alto sopra la testa, un ciuffo d’erba tra le dita. Ha telefonato al 113, s’è fatto interrogare e poi, sotto choc, s’è chiuso in casa. Subito s’è capito che si trattava di Yara: aveva ancora indosso, ridotti in brandelli, i pantacollant scuri, la maglietta della Polisportiva Bergamasca, il giubbetto Hello Kitty, l’elastico rosso con cui teneva fermi i capelli a coda di cavallo, in bocca l’apparecchio per i denti. Vicino, l’iPod, la sim, la batteria del cellulare (ma non il telefonino, che il killer ha subito disattivato e fatto sparire).  
• Yara è stata uccisa a coltellate. C’è una ferita all’altezza del torace, una al polso e altre quattro alla schiena. «Dunque, dopo un primo fendente, la bambina deve essersi difesa alzando una mano (taglio al polso), poi s’è probabilmente girata per fuggire ed è stata ripetutamente colpita alla schiena. La conclusione degli investigatori è che l’assassino deve essere uno del posto o comunque uno che conosceva bene la zona: ha guidato al buio verso il campo di sterpi, un posto dove le coppiette vanno di notte a far l’amore e che di giorno fa da pista a quelli che fanno jogging o portano a spasso il cane. Non è un luogo troppo isolato, alla fine: vicino c’è la discoteca “Sabbie mobili” e capannoni industriali. Strade intitolate a musicisti (Verdi, Rossini, Mascagni) incrociano a poche decine di metri. E, soprattutto, le squadre di ricerca sono passate su quel punto molte volte in questi tre mesi di battute. Sembrerebbe quindi plausibile l’ipotesi che il cadavere sia stato portato lì in un secondo momento, forse lo stesso giorno del ritrovamento. Ma è una teoria a cui gli investigatori non credono o credono poco. “I cadaveri non si vedono”, spiegano. Inutile soffermarsi sullo strazio dei genitori, costretti a una trasferta a Milano per riconoscere la salma» [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport].
Trovato il cadavere di Yara Gambirasio
•  Il corpo è sicuramente rimasto nel campo di via Bedeschi, a Chignolo, dal giorno della morte, quasi certamente il 26 novembre scorso, data del rapimento a Brembate Sopra, fino al 26 febbraio. A non lasciare dubbi è la comparazione delle tracce vegetali e dei pollini prelevati nello stesso appezzamento di campagna ai margini della zona artigianale del paese. Il corpo è rimasto coperto dalla neve per 25 giorni in tutto, in differenti periodi dei tre mesi. E proprio la neve ha sicuramente contribuito a cancellare tracce e a nascondere il corpo.  
L’autopsia sul corpo di Yara esclude la violenza sessuale
• L’autopsia sul corpo di Yara esclude la violenza sessuale: si ipotizza che la ragazza, sulla quale sono stati riscontrati segni di tagli, sia stata abbandonata ferita nel campo e sia morta, poche ore dopo la scomparsa, per il freddo e le conseguenze delle lesioni. [Stefano Ravaschio, Yara - il Dna e altre verità, Corriere della Sera Storie].
I carabinieri tornano a recintare il terreno di Chignolo
•  I carabinieri, per ordine del pubblico ministero Letizia Ruggeri, tornano a recintare il terreno di Chignolo sul quale è stata trovata Yara. Polemiche perché gli inquirenti, che fin qui hanno seguito senza successo innumerevoli piste, paiono brancolare nel buio (Leggi qui l’articolo di Filippo Facci).  
Lutto cittadino per i funerali di Yara
• Lutto cittadino per i funerali di Yara: in migliaia si ritrovano al Palazzetto dello Sport. La bara bianca è ricoperta di rose. Tra i messaggi anche quello del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: «Il mio auspicio è, naturalmente, che si riesca a far luce sull’atroce delitto e a rendere giustizia alla memoria della povera Yara, per quanto talvolta il cammino per giungere a tali risultati sia difficile e incerto ne sia l’approdo». [Stefano Ravaschio, Yara - il Dna e altre verità, Corriere della Sera Storie].
Il killer ha lasciato la sua firma sugli slip di Yara
• Gli inquirenti ritengono di aver individuato la «firma» del killer sul corpo della ginnasta tredicenne: chi ha accoltellato e abbandonato Yara nel campo incolto di Chignolo D’Isola dopo avere cercato di violentarla, ha lasciato la firma sui suoi slip e sui suoi pantaloni. Tracce organiche di natura misteriosa, ma dalle quali è stato possibile estrarre il Dna. Di sicuro si sa solo che la traccia appartiene a un individuo di sesso maschile e di razza bianca: questo ha stabilito l’analisi del patrimonio cromosomico. Il profilo genetico del killer non è tra i 2.500 raccolti nei mesi scorsi dagli investigatori.
Tredicimila test biologici per scoprire il killer di Yara
• Test biologici effettuati fino a oggi per scoprire l’assassino di Yara: 13 mila, per un costo complessivo di circa un milione di euro.
Nasce la pista di Gorno
•  Nasce la cosiddetta pista di Gorno. Tutto parte dal Dna di un giovane frequentatore della discoteca “Sabbie mobili” (vicina al campo dove fu trovato il cadavere) che presenta interessanti punti di contatto con il profilo genetico isolato sugli slip e sui leggings della tredicenne uccisa. Da lui, gli esperti risalgono ad alcuni familiari, in particolare a tre fratelli originari di Gorno, uno, Giuseppe Guerinoni, deceduto. Un cognome preciso su cui indagare. Da qui, il massiccio prelievo di campioni di saliva in quel comune e nella Valle del Riso. «Gli inquirenti sono convinti che uno dei tre fratelli sia il padre di chi ha lasciato la propria traccia sugli indumenti della vittima. Ma scandagliando figli e altri parenti, nessuno ha quel profilo genetico. Quindi? Ecco allora la pista del figlio illegittimo che carabinieri e polizia hanno battuto e ancora stanno battendo». [G.U. Cds 27/7]  
Il killer di Yara potrebbe essereil figlio illegittimo di Guerinoni
• Gli investigatori sono riusciti a individuare, sulla saliva nel retro di una marca da bollo e di un francobollo, un Dna simile a quello trovato sui resti di Yara Gambirasio, la tredicenne di Brembate Sopra uccisa nel 2010. L’uomo, il camionista di Gorno Giuseppe Guerinoni, morto nel 1999, sarebbe il padre dell’assassino, ma il Dna dei suoi figli è diverso da quello isolato sul luogo del delitto. Si rafforza l’ipotesi che l’uccisore possa essere un illegittimo (CdS).
Caso Yara: sarà riesumata la salma di Giuseppe Guerinoni
• La procura di Bergamo, per risolvere il giallo di Yara Gambirasio, farà riesumare la salma di Giuseppe Guerinoni, morto a 61 anni nel 1991. Il test genetico sui resti stabilirà se è davvero lui il padre dell’assassino. Sugli slip e sui leggings della ragazzina è stato infatti isolato un Dna in gran parte compatibile con quello di Guerinoni, recuperato dalla saliva sotto una marca da bollo della sua patente. «Rocambolesca la via che ha portato al test su quella patente e sul francobollo di una cartolina: Guerinoni è lo zio di un ragazzo che frequentava la discoteca vicino al campo dove venne ritrovata Yara, il cui Dna si avvicinava a quello recuperato sui resti della povera ragazzina. Comunque la riesumazione non risolverà il mistero: Guerinoni ha due figli maschi già sottoposti al test del Dna, che non combacia però con quello trovato su Yara. Di qui l’ipotesi di un figlio illegittimo» [Longo, Sta].

Caso Yara: riesumata la salma di Giuseppe Guerinoni
•  È stata riesumata la salma di Giuseppe Guerinoni, l’autista di Gorno, sospettato di essere il padre naturale del presunto assassino.  
Giuseppe Guerinoni è il padre del killer di Yara
• Giuseppe Guerinoni, l’autista di Gorno morto a 61 anni nel 1999, è sicuramente il padre biologico dell’uomo che ha ucciso Yara Gambirasio. La nuova conferma arriva dall’esito degli esami effettuati dall’antropologa forense Cristina Cattaneo sui resti di Guerinoni, riesumato dal cimitero di Gorno, su disposizione della procura di Bergamo, il 7 marzo scorso. Da un femore dell’autista è stato infatti estratto il dna, confrontato con la traccia genetica trovata sugli slip di Yara in sede di autopsia, eseguita dalla stessa antropologa Cattaneo. Il confronto ha confermato che Guerinoni è il padre dell’uomo che ha lasciato quella traccia, secondo gli inquirenti l’assassino della tredicenne di Brembate Sopra. Già gli esami degli esperti dell’università di Roma Tor Vergata avevano fornito una prima conferma della paternità, confrontando tracce di saliva di Guerinoni (ricavate da un vecchio francobollo e dal bollo sulla sua patente di guida) con lo stesso campione genetico.  
• La famiglia Guerinoni grida l’impossibilità di questa ricostruzione, perché Guerinoni, a detta di tutti, aveva una vita irreprensibile [leggi qui l’articolo di Matteo Pucciarelli]. E però c’è un altro autista, suo collega, che ha guidato per anni autobus su e giù per la Val Seriana e che ha reso questa testimonianza: «Guerinoni mi confidò di aver avuto un figlio fuori dal matrimonio, da una donna della Valle con cui aveva avuto una relazione». È una donna di queste zone? «Sì. Guerinoni mi disse del fattaccio. Aveva messo nei guai una ragazza con cui aveva una relazione». L’anno? «Sarà stato il 1962 o il 1963. Lei non era sposata. Non so che fine abbia fatto la donna. Il figlio oggi dovrebbe avere una cinquantina d’anni. A Giuseppe non avevo chiesto più nulla. Secondo me, lei è ancora viva, era più giovane di noi».  
• Avere la certezza che l’autista di Gorno è il padre dell’uomo che ha ucciso Yara, non risolve il problema di dare un volto a «Ignoto 1» ossia il killer- figlio illegittimo di cui non c’è traccia [leggi qui l’articolo di Paolo Berizzi]. 

• Dna esaminati fino a oggi per trovare l’assassino di Yara: 18mila.  
Caso Yara: Guerinoni è il padre di Ignoto 1 al 99,99999987 per cento
• L’ultima conferma sul Dna di Yara Gambirasio non lascia adito ad alcun dubbio: l’autista di Gorno (Giuseppe Guerinoni morto nel 1999) è il padre del presunto killer della 13enne. E’ questo il riscontro che emerge nell’ultima relazione dell’anatomopatologa: la probabilità che Guerinoni sia il padre del cosiddetto Ignoto 1 è del 99,99999987%, una paternità, in pratica, provata scientificamente 
[Leggi qui l’articolo di Giusi Fasano].  
Arrestato Massimo Giuseppe Bosetti: il Dna dice che è lui il killer di Yara
•  L’esame del Dna dice che l’assassino di Yara Gambirasio, uccisa a novembre del 2010, è Massimo Giuseppe Bossetti, 43 anni, titolare di un’impresa individuale di carpenteria, residente a Mapello ma originario di Clusone, sempre a messa la domenica, sposato, tre figli: un maschio e due femmine. Il profilo genetico ha rivelato anche che lui è il figlio illegittimo di Giuseppe Guerinoni, l’autista di Gorno (Valle del Riso), morto nel 1999, a 61 anni. Si è scoperto, inoltre, che ha una sorella gemella di nome Laura, residente a Parre, a pochi chilometri da Gorno, paese natale di Guerinoni. Massimo Giuseppe Bossetti è in stato di fermo con l’accusa di omicidio. Ieri è stato portato al comando dei carabinieri e interrogato: dotato di un avvocato d’ufficio, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Per prendergli il Dna i carabinieri domenica hanno messo in scena un controllo con l’etilometro in strada, a Seriate: l’hanno fermato e gli hanno fatto soffiare nel macchinario come se stessero semplicemente compiendo delle operazioni ordinarie sul traffico.
•  Massimo Giuseppe Bossetti era sotto controllo da venerdì, quando è stato trovato il Dna della mamma: si tratta di Ester Arzufi, 67 anni. Nel 1966 si era sposata con un signore di nome Giovanni Bossetti e con lui viveva a Parre, lo stesso paese di Guerinoni, di cui è stata l’amante. Nel 1970, quando rimane incinta di Guerinoni, decide di andare via e si trasferisce a Terno d’Isola dove dà alla luce i due gemelli: al maschio dà lo stesso nome di battesimo del suo amante, la femmina invece viene chiamata Laura, come la moglie di Guerinoni. Suo marito li riconosce, li tratta proprio come fossero suoi. Dopo qualche anno arriva anche un terzo figlio e la famiglia decide di spostarsi a Brembate.

• Ester Arzuffi si era sottoposta al prelievo di campione salivare il 27 luglio 2012. L’esame completo che l’ha rivelata come la madre di «Ignoto 1» si è avuto però solo il 13 giugno 2014. [Stefano Ravaschio, Yara - il Dna e altre verità, Corriere della Sera Storie].
• Il Dna trovato sul cadavere di Yara è compatibile al 99,99999987% con quello di Massimo Giuseppe Bossetti.  
Arrestato Massimo Giuseppe Bosetti: il Dna dice che è lui il killer di Yara
• Oltre al dna, a carico di Bossetti ci sono altri indizi di colpevolezza. Secondo indizio: il telefono cellulare di Bossetti aggancia la cella di via Natta a Mapello, la sera della scomparsa di Yara (era il 26 novembre 2010, la ragazzina era uscita di casa alle 17.30 per andare in palestra, il tragitto è di poche centinaia di metri) alle 17.45. Poi sta zitto fino alle sette della mattina dopo (però poteva essere scarico) Terzo indizio: il fratellino di Yara, nel luglio del 2012, racconta che la sorella gli aveva confessato di «aver paura di un signore in macchina che andava piano e la guardava male quando lei andava in palestra e tornava a casa percorrendo la via Morlotti. L’uomo aveva una barbettina come fosse appena tagliata, e una macchina lunga grigia». Yara glielo fece vedere una volta che erano in chiesa. Natan dice che era «cicciotello» e mercoledì scorso, quando gli hanno mostrato le foto, non ha riconosciuto Bossetti. Il giudice ritiene che sia comunque «un indizio che merita di essere approfondito». Se però quello che dice il fratellino è vero, come si spiega che Yara sia salita sull’«auto lunga e grigia»? Bossetti non può averla costretta a forza, perché a quell’ora la zona della palestra di Brembate Sopra è piena di gente (lo hanno verificato i carabinieri andando un anno dopo sul posto, alla stessa ora dello stesso giorno). Quarto indizio: l’autopsia su Yara dice che la bambina aveva nei polmoni polvere di calce proveniente da un cantiere e nelle scarpe aveva piccolissimi residui di materiali usati nell’edilizia. Bossetti fa il muratore e quel pomeriggio transitava nella zona in cui scompare Yara proprio mentre faceva ritorno dal cantiere di Palazzago, dove aveva lavorato con la calce tutto il giorno. Di più: gli esami scientifici su quelle polveri estratte dal cadavere di Yara le certificano incompatibili con altri luoghi, dove pure la ragazza avrebbe potuto respirarle: la sua casa, la palestra, la piscina, lo sterrato attiguo al campo di Chignolo d’Isola dove fu ritrovata senza vita. E ancora: sulle scarpe di Yara ci sono anche «piccole sfere di ferro-cromo-nichel». Anche queste «proprie di attività legate al mondo dell’edilizia» [Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport , Fiorenza Sarzanini, Cds].  
• Nelle ultime ore un’altra circostanza è venuta ad aggiungersi ai «gravi indizi di colpevolezza» elencati dal giudice Ezia Maccora che ha ordinato la custodia cautelare in carcere per Bossetti: «Mentre Yara Gambirasio faceva ginnastica artistica, Massimo Giuseppe Bossetti era nei pressi della Città dello Sport di Brembate Sopra. È successo almeno tre volte nei giorni precedenti la sparizione della ragazzina. Il clamoroso dato arriva dall’analisi delle celle telefoniche ripetuta in queste ore dagli specialisti dello Sco della polizia e dal Ros dei carabinieri. E sembra confermare l’ipotesi degli inquirenti che l’uomo avesse «puntato» la sua vittima, che ne abbia studiato le abitudini prima di avvicinarla la sera del 26 novembre 2010 e portarla via. Prima di ucciderla» [Fiorenza Sarzanini, Cds].  
La moglie di Bossetti non fornisce al muratore nessun alibi
•  Lunedì, quando è stato portato in caserma, il carpentiere non ha parlato. Ma questa mattina il pubblico ministero Letizia Ruggeri lo interrogherà di nuovo. Vuole verificare se di fronte alle prove già contestate abbia cambiato linea difensiva decidendo di rispondere. E porterà un nuovo elemento: il verbale della moglie che non gli fornisce alcun alibi per la sera del delitto. Marita Comi infatti, che a Bossetti ha dato tre figli, sulla sera della scomparsa di Yara non ha saputo dire nulla. Né a che ora è rincasato il marito, né se hanno cenato insieme. [Sarzanini, Cds]
•  Le tre pagine con cui il pubblico ministero Letizia Ruggeri dispone il fermo di Massimo Giuseppe Bossetti dicono che il 26 novembre 2010 Yara Gambirasio fu uccisa «con l’aggravante di avere adoperato sevizie e avere agito con crudeltà».
•  Ester Arzufi, 67 anni, la madre del presunto omicida, nega di essere stata l’amante di Giuseppe Guerinoni, di aver avuto con lui due figli. «Eravamo ragazzi, stavamo in paese tutti insieme, certo che lo conoscevo, ma con lui non ho mai avuto alcun rapporto, tantomeno una relazione. Non è lui il padre dei miei gemelli».
•  Ester Arzufi, che di mestiere accudisce la vedova di un impresario edile, è una donna di 67 anni che tutti descrivono ancora come energica, attenta a se stessa. «E’ la madre di un presunto assassino, che si porta dietro l’accusa implicita, sussurrata, sulla bocca di tutti, di essere anche la custode di un segreto che per due anni avrebbe rifiutato di rivelare nel nome della rispettabilità, o forse di peggio. Nel 1967 era appena maggiorenne. Lavorava da operaia in una cooperativa, faceva le pulizie nelle ville delle famiglie benestanti. Conobbe e sposò subito Giovanni Bossetti, muratore, poi operaio. Tre anni dopo, secondo quel che stabilisce la legge del Dna, avrebbe avuto una relazione extraconiugale con un autista di bus, Giuseppe Guerinoni, dalla quale il 28 ottobre del 1970 è nato Giuseppe Massimo, l’uomo che oggi è accusato di avere ucciso Yara. Arrivò anche una sorella gemella, Laura Letizia, il cui primo nome è lo stesso della moglie di Guerinoni» [Imarisio, Cds].  
Caso Yara: Il Dna conferma che il muratore non è figlio di Giovanni Bossetti
• Il Dna conferma che Massimo Giuseppe Bossetti, non è figlio dell’uomo che l’ha cresciuto come figlio suo. Costui, che si chiama Giovanni Bossetti ed è molto malato (lunedì, quando hanno arrestato Massimo Giuseppe, ha chiesto di essere dimesso dall’ospedale dove era stato ricoverato), ai carabinieri dice: «Che vergogna, sono stato ingannato per quarant’anni. Ho sempre pensato che fosse figlio mio».
• La moglie di Massimo Giuseppe Bossetti, Marita Comi: «Parlavamo di Yara ma lui era tranquillo, non ha mai mostrato nulla di strano. Posso dire che in questi ultimi anni non ha avuto alcun cambiamento rispetto al passato, non ha mai mostrato sbalzi di umore o particolari nervosismi. Non ho mai avuto sentore che a mio marito potessero piacere le donne più giovani. Lui è un bravo marito, molto dedito alla famiglia, ai figli. La sera non usciva quasi mai, stavamo spesso a casa. Se uscivamo era soltanto per vedere i familiari. Lui ha pochi amici, un giro ristretto». La madre di lui, Ester Arzuffi, ha fatto mettere a verbale: «Ho lavorato presso la Testi Rosini di Villa D’Ogna, poi mi sono trasferita a Ponte Selva, poi ho fatto per dieci anni la collaboratrice domestica a Brembate e adesso faccio la badante a Terno d’Isola. Conoscevo Giuseppe Guerinoni, tutte le mattine mi passava a prendere alle 5,30 con l’auto con Vincenzo e mi accompagnavano al lavoro. Ci frequentavamo ma non ho mai avuto rapporti sessuali con lui. I gemelli sono figli di mio marito». I nomi dei suoi figli gemelli, Giuseppe e Laura (come l’amante Guerinoni e la moglie di lui) dice di averli scelti «perché erano i nomi di mio padre e mia zia».  
Il Dna conferma che il muratore non è figlio di Giovanni Bossetti
• Ester Arzuffi, madre di Massimo Giuseppe Bossetti, intervistata dal CdS dice che l’esame del Dna mente: «Ne sono la prova. So che vado alla gogna, che mi criticheranno, ma è così». Conosceva Guerinoni: «Vivevo a Ponte Selva come lui. Non lo nascondo. Ma era solo una conoscenza. Mio marito aveva chiesto a lui e a Vincenzo Bigoni di portarmi al lavoro, in auto, alla Festi Rasini, perché già andavano in zona. Poi la sera tornavo in autobus. Ma tra conoscere una persona e avere intimità con lei ce ne passa». Si sono trasferiti a Brembate perché il marito voleva cambiare lavoro: «Ci siamo trasferiti nel 1969, sarà stato marzo o aprile, e i gemelli sono nati a ottobre del 1970, per altro con un mese di anticipo. Come possono essere figli di Guerinoni?».
Bossetti si giura innocente ma resta in carcere
•  All’interrogatorio Massimo Giuseppe Bossetti ha deciso di rispondere alle domande: «Sono innocente. Non so spiegarmi perché il mio Dna sia finito sugli indumenti di Yara Gambirasio. La sera in cui lei venne uccisa ero a casa con la mia famiglia, come sempre. Il mio telefono è stato spento a lungo per la semplice ragione che era scarico e solo in seguito è stato messo in carica. Apprendo solo ora di essere figlio illegittimo. Non avevo mai incontrato Yara. Ho conosciuto suo padre in un cantiere dove lavoravamo entrambi, ma solo dopo i fatti in questione». Ha anche aggiunto che se fosse successo a sua figlia non avrebbe avuto neanche la forza di continuare a lavorare: «Non avrei mai potuto fare un gesto simile. Non sono capace di fare del male a nessuno, ho figli della sua stessa età». Nell’interrogatorio Bossetti ha anche detto: «È vero, andavo a Brembate, ma io Yara non la conosco. Ci andavo spesso perché lì abita mio fratello Fabio e c’è il mio commercialista». Bossetti ha fornito una versione dei fatti che i carabinieri del Ros e i poliziotti dello Sco stanno adesso verificando, però non convince il giudice Ezia Maccora che quella stessa sera firma un’ordinanza di custodia cautelare per omicidio aggravato dai motivi di crudeltà e dalla minorata difesa della vittima che aveva soltanto 13 anni. Anche perché sia il fratello, sia il commercialista hanno in parte smentito il suo racconto. Fabio Bossetti spiega che «con mio fratello ci vediamo di rado perché lui è un tipo solitario. Veniva pochissime volte, io non sono mai andato a casa sua». Cauto anche il commercialista: «Sarà venuto una volta al mese, quando mi portava le fatture da registrare». [Sarzanini e Ubbiale, Cds]

Nel processo a Bossetti tutto ruoterà attorno al Dna
•  Se è vero che nel caso di Yara la procura non ha soltanto l’esito del test del dna [Leggi qui gli articoli di Giusi Fasano e di Carlo Federico Grosso] per costruire il processo, è anche vero che però quello è fondamentale e che tutto gli ruoterà attorno. Emiliano Giardina, il genetista dell’Università Tor Vergata che ha lavorato su Ignoto 1: «Il Dna funziona bene, non esiste nessuna probabilità di errore. Mi assumo la responsabilità di dire che dobbiamo superare il termine “compatibile” perché serve soltanto a confondere le idee. Compatibile vuol dire identico. È lui. Punto. Sennò la gente non capisce. E mi spiego meglio: la possibilità che due persone possano condividere lo stesso profilo genetico è di 1 seguito da 24 zeri. Per essere ancora più chiari: ci sono le stesse probabilità di vincere tre volte consecutivamente la lotteria degli Stati Uniti». E che non si parli di materiale degradato: «Se si degrada non dà segnale. Non è possibile che una traccia degradata porti in galera qualcuno». Marzio Capra, genetista milanese con un passato nei carabinieri del Ris: «Il riscontro del Dna è un elemento certo che sta dentro un caso. Non mi dice che il soggetto è un assassino. Mi dice soltanto che c’è stato un contatto sicuro fra lui e la vittima. Faccio un esempio: se lui fosse l’uomo che ha spostato il corpo? Lo puoi condannare per omicidio?» [Giusi Fasano, Cds].
Bossetti spiega perché sul corpo di Yara c’era il suo Dna
• Bossetti chiede di essere interrogato dal pm Letizia Ruggeri. «La sua deposizione è durata tre ore, durante le quali ha dipinto se stesso come un uomo dedito alla famiglia e al lavoro, senza grilli per la testa, e ha proposto ipotesi alternative alla prova che secondo gli investigatori lo inchioderebbe come l’assassino di Yara. «Non so come mai il mio dna sia stato trovato sui suoi vestiti, io non la conoscevo nemmeno. Ma le posso spiegare come possa essere finito lì», dice al magistrato. Racconta del furto degli attrezzi di lavoro subito e denunciato due anni prima della morte della ragazzina, di come li tenesse incustoditi nel cassone del suo furgone Iveco Daily, del fatto che chiunque, nella confusione di un cantiere, possa scambiare un taglierino. Insomma, se anche la lama affilata è stata la sua, non lo era certo la mano che la impugnava. E l’epistassi di cui soffre frequentemente giustificherebbe il suo sangue mischiato con quello della ginnasta di Brembate». [Claudia Guasco, Il Messaggero]
Il furgone di Bossetti il 26 novembre 2010 era vicino alla palestra di Yara
• I filmati trovati in una nuova telecamera montata in una stazione di servizio riprendono il furgone di Massimo Giuseppe Bossetti a pochi metri dalla palestra dove Yara si trovava il pomeriggio del 26 novembre 2010, giusto qualche minuto prima che la ragazzina fosse portata via.  
Marita Comi è certa che suo marito non abbia ucciso Yara
• Marita Comi, la moglie di Bossetti, in un memoriale affidato al settimanale Gente dice di essere certa che suo marito non è il killer di Yara: «Da quando è rinchiuso l’ho incontrato sei volte. Ci guardiamo, lui piange spesso, dice che gli manca tutto e si chiede perché (...) Sono state scritte tante illazioni e bugie, lui è un bonaccione. Hanno detto che quel pizzetto biondo gli dà una faccia da vizioso. Ma quale vizioso! Lui è biondo così. Ha la faccia di uno che lavora duro, si fa i fatti suoi, ha una faccia da buon padre. Anche la storia delle lampade: ne avrà fatta qualcuna, che male c’è, ma non tutte quelle che raccontano». Sulla data del 26 novembre 2010, quando è scomparsa Yara, la donna spiega : «Se Yara fosse stata uccisa al mattino o al pomeriggio, forse non potrei giurare sull’innocenza di mio marito. Ma quella bambina è morta dopo le 19, forse dopo le 22. Massimo non poteva essere là fuori a uccidere, perché era a casa. Mi dicono: come fai a esserne certa? Perché ogni giorno per noi è identico all’altro, da sempre. Ecco perché posso sostenere: io so che non è lui, io gli credo. La banalità felice della nostra esistenza è il nostro alibi, la mia sicurezza» [leggi qui l’articolo di Paolo Colonnello]
Bossetti cercava su Internet la parola “tredicenni” seguita da dettagli porno
• “Repubblica” rende noto che le perizie sul computer di Bossetti, il presunto killer di Yara, hanno svelato che il muratore cercava spesso su internet la parola “tredicenni” seguita da caratteristiche e dettagli porno. Molto apprezzate le immagini pedopornografiche: l’ultima volta a maggio, un mese prima del fermo. Lui però, interrogato dal pm, il 6 agosto aveva detto di non aver fatto «mai, assolutamente», ricerche su Google con oggetto “sesso con tredicenni”: «Può essere che io e mia moglie abbiamo guardato dei siti porno, tipo Youporn, questo sì. Ma video con minori, mai». Interrogato a proposito dei rapporti con la moglie, Bossetti, sempre il 6 agosto, li aveva definiti «buonissimi»: «Se c’è qualche litigio è dovuto solo a problemi di soldi. Avevo forti ritardi nei pagamenti. Mia moglie continuava a dirmi: devi farti dare i soldi, prenditi un avvocato. Oppure cambia lavoro». Anche il sesso, a detta di Bossetti, tra loro funzionava: «Facevamo l’amore due tre volte a settimana».
Bossetti resta in carcere: il gip respinge l’istanza di scarcerazione
• Il gip bergamasco Ezia Maccora respinge l’istanza di scarcerazione presentata nei giorni scorsi dai legali di Bossetti, il presunto killer di Yara. Secondo il gip Massimo Bossetti è pericoloso perché potrebbe reiterare il reato e il grave quadro indiziario a suo carico rimane immutato. Rimane per il giudice quella «gravità intrinseca dei fatto, connotato da efferata violenza e dalla personalità» di Bossetti, come il gip aveva scritto nella prima ordinanza, «dimostratosi capace di azioni di tale ferocia posta in essere nei confronti di una giovane e inerme adolescente». Rimane la sua «mancanza di freni inibitori» che alimentano il pericolo di reiterazione del reato e non autorizzano misure diverse dal carcere. E su questo avevano insistito anche i legali della famiglia di Yara nella memoria con cui si sono opposti alla scarcerazione.
Gli avvocati di Bossetti dicono che il Dna non è certo
• Dopo che il gip di Bergamo Ezia Maccora ha rigettato l’istanza di scarcerazione del loro assistito, i legali di Massimo Giuseppe Bossetti, il presunto killer di Yara, rendono pubbliche le carte che intendono giocarsi coi giudici del Tribunale del Riesame di Brescia. Il loro primo argomento contro la Procura: il Dna, e cioè il “faro dell’indagine”, «non diagnosticabile in maniera univoca»: e quindi da considerare — sostiene la difesa impugnando un passaggio della relazione elaborata dal Ris nel 2011 — come «elemento non così scevro da dubbi». Ma il gip Maccora ha già respinto quell’argomento spiegando: «Dagli atti risulta essere stata isolata una traccia (convenzionalmente definita Ignoto 1) che è stata definita nella stessa relazione tecnica dei Ris di Parma “di ottima qualità”, essendosi conservata grazie al tipo di indumenti su cui è stata ritrovata, gli slip e i leggins, indumenti più interni, meno esposti e quindi più protetti dagli agenti esterni». 
Nei giorni dell’omicidio di Yara, Bossetti e la moglie erano in crisi
• Viene fuori che nei giorni antecenti il delitto di Yara, e nei sei successivi, Bossetti e la moglie erano in crisi, tanto che non hanno mai avuto un contatto telefonico. «I tabulati esaminati dai carabinieri del Ros dimostrano che tra il muratore di Mapello e la moglie Marita Comi, 40 anni, per 16 lunghissimi giorni non c’è mai stato neppure una telefonata o un sms per un bacio virtuale o un saluto, durante le lunghe ore della giornata. Neppure una volta. Né dalle utenze fisse né dai cellulari. Nemmeno durante un momento delicato com’è stato quello del ricovero in ospedale della suocera di Bossetti, Adelina Bolis. Dal verbale dell’interrogatorio di quest’ultima - avvenuto il 13 agosto scorso di fronte al pm di Bergamo Letizia Ruggeri - emerge che dal 19 al 25 novembre è stata costretta in un letto d’ospedale per problemi di salute. Tra l’altro il 24 era stata dimessa, ma poi è stata obbligata a ricorrere nuovamente alle cure mediche del pronto soccorso il 25 per una recidiva del malore. Ebbene, neppure in questo vortice familiare-sanitario, Bossetti e la moglie hanno avvertito il desiderio di rincuorarsi, o anche semplicemente parlarsi al telefono o attraverso un messaggino. La distanza comunicativa tra i due coniugi è ritenuta assai importante dagli investigatori e dagli inquirenti perché viene inquadrata in un contesto familiare complesso, difficile. Non dimentichiamo, infatti, che la morte della ragazzina appassionata di ginnastica artistica è un delitto a sfondo sessuale. E un quadro familiare compromesso da una scarsa comunicazione viene seriamente preso in considerazione da carabinieri e magistrati. Tanto più che non collima con le dichiarazioni rassicuranti che Marita Comi rilasciò al settimanale Gente. Non a caso, infatti, contattata dal pm la donna si avvalse poi della facoltà di non rispondere» [Longo, Sta]. ***
Gli avvocati di Bossetti ricorrono oggi al Tribunale della Libertà di Brescia
• Silvia Gazzetti e Claudio Salvagni, gli avvocati difensori di Bossetti, il presunto assassino di Yara, oggi ricorreranno al Tribunale della Libertà di Brescia, dopo che il gip di Bergamo Ezia Maccora ha respinto la richiesta di scarcerazione dell’indagato.
Il giorno dell’arresto Bossetti tentò di fuggire
• Viene fuori che il giorno dell’arresto Bossetti cercò di fuggire. Quando i carabinieri entrarono nel cantiere di via Volta,  lui lavorava al secondo piano del ponteggio. «Controlliamo se ci sono marocchini o lavoratori in nero!», dissero i militari. Il muratore, dall’alto, vide la scena, si spaventò, saltò giù dall’impalcatura e cercò di scappare da un’uscita laterale. Gli agenti lo bloccarono e lo ammanettarono. Il 6 agosto, interrogandolo, il pm gli chiese: «Perché ha avuto così paura?». Risposta di Bossetti: «Ho visto carabinieri ovunque sul ponteggio, da sopra, da sotto. Ho avuto paura di essere portato via come uno spacciatore di droga».
Parla la moglie di Bossetti: «Mio marito non ha ucciso Yara»
• Marita Comi, intervistata da Luca Telese per il Messaggero, dice: «Mio marito è innocente. La cosa che mi fa soffrire di più è vedere Massi in carcere, vederlo soffrire come un cane. Non poter fare nulla per lui. Dover difendere i miei figli da un assedio e vivere come una reclusa, io stessa. Prigioniera a casa mia. Dal giorno del suo arresto la mia vita non esiste più. Non posso più uscire di casa. Vivo inseguita dai giornalisti. Se mi infilo in macchina picchiano sul vetro, se sono con mio figlio devo coprirgli la testa e proteggerlo dalle telecamere. Non mi lamento. Ma non esco più, se non per andare in carcere» (leggi qui l’articolo di Luca Telese).
Per il tribunale del riesame Bossetti deve restare in carcere
• Resta dentro Bossetti, unico indiziato dell’omicidio di Yara Gambirasio. L’ha deciso il tribunale del riesame di Brescia, confermando le prime valutazioni del gip di Bergamo, Ezia Maccora. Secondo il tribunale, «il dato essenziale» mai smontato dalla difesa, nonostante i tentativi di parlare di epistassi o di complotto ai danni del carpentiere, «è costituito dal rintraccio sul cadavere dell’offesa di materiale biologico, diffuso sugli slip e sui leggins ». Si tratta di un profilo genotipico «straordinariamente di ottima qualità». E siccome Bossetti nei suoi interrogatori «aveva negato qualsiasi conoscenza o contatto con la vittima», l’unico momento del «contatto tra i due soggetti» è «avvenuto al momento dell’aggressione». Il tribunale ritiene che «persista il rischio di recidiva», considerate le «crudeli modalità» dell’omicidio: «Non solo l’autore del delitto agiva in orario serale, approfittando del buio e del percorso solitario di ritorno a casa di una tredicenne inerme, ma anche si accaniva sulla vittima con plurime coltellate e la abbandonava agonizzante in area sterrata, tanto che la morte sopraggiungeva per l’effetto congiunto delle numerose lesioni da taglio e dell’ipotermia. L’indifferenza alla sorte dell’offesa dimostra un dolo intenso e mancanza del benché minimo scrupolo, qualunque fosse la ragione per cui aveva condotto Yara Gambirasio nello sterrato di Chignolo d’Isola». E il fatto di essere un padre di famiglia, con un lavoro, «svela ancor di più la sua mancanza di freni inibitori, in quanto, pur godendo delle migliori condizioni per condurre un’esistenza nel rispetto della legge, non aveva remore — scrivono i giudici — nell’infierire su una minorenne indifesa. Si staglia quindi evidentissima una carenza di capacità di autocontrollo». Per i difensori, «Bossetti perde le speranze in un processo giusto, questo lo sta uccidendo giorno dopo giorno». Commento di Bossetti: «Se ritengono che quello è il mio Dna è inutile che mi facciano il processo».
Bossetti lascia l’isolamento: andrà in cella con stupratori e pedofili
• Nel giorno del suo 44esimo compleanno, per il quale ha ricevuto in carcere la visita di moglie e figli, Massimo Bosetti, l’uomo accusato dell’omicidio della tredicenne Yara Gambirasio, ha ricevuto la revoca del regime di isolamento in cui si trovava dal giorno del suo arresto, quattro mesi fa. Situazione in cui si trovava non come misura punitiva ma come forma di protezione, viste le conseguenze che il codice dei carcerati prevede per chi viene arrestato per reati legati ai bambini. Anche per questo non sarà facile per la direzione della casa circondariale in via Gleno, a Bergamo, trovare una nuova collocazione. Ma, con ogni probabilità, Bossetti sarà ospitato nel reparto “protetti”, cioé i detenuti accusati di reati sessuali di vario tipo (dalla pedofilia allo stupro) o di crimini che potrebbero esporli a ritorsioni da parte dei compagni di cella. La decisione di revocare l’isolamento è stata presa, di iniziativa propria, dal sostituto procuratore Letizia Ruggeri. Intanto i difensori di Bossetti confermano la decisione di presentare ricorso in Cassazione contro l’ordinanza con cui il tribunale della libertà ha confermato la custodia cautelare in carcere, dopo il no del gip di Bergamo.
Yara è salita sul furgone di Bossetti
• Secondo le ultime ricostruzioni, Yara Gambirasio, il 26 novembre 2010, è salita sul furgone di Massimo Bossetti per andare incontro alla morte. Sui suoi leggings sono stati ritrovati fili del sedile del camioncino del suo presunto assassino. La presenza del camioncino bianco cassonato vicino alla palestra di Brembate frequentata da Yara era del resto già suffragata dalle telecamere e dalla testimonianza di un passante. Resta da capire come mai la ragazzina sia salita sul furgone: costretta, convinta o minacciata?
La versione dell’avvocato di Bossetti
• L’avvocato di Bossetti, Claudio Salvagni, ha organizzato una conferenza stampa nel suo studio di Como per illustrare che cosa non torna alla difesa. L’arma: «La lama di due millimetri e il tipo di ferite indicano che è importante, non può essere un cutter. Il killer potrebbe essere una persona che sa maneggiare le armi, per esempio qualcuno che pratica arti marziali, e sulla base di una simulazione è più convincente che sia un mancino». Il luogo dell’omicidio: «La posizione del corpo, troppo ordinato, fa dubitare che sia avvenuto nel campo. Inoltre, in corrispondenza delle ferite i vestiti non risultano tagliati, e il collo della maglietta non è sporco di sangue». Le ricerche sul computer di casa Bossetti: «Sono state prodotte in modo automatico dal computer, a seguito di altre navigazioni di Bossetti e di sua moglie. Inoltre, si attribuisce una ricerca a Bossetti perché quel giorno non era al lavoro ma al tempo stesso un’altra in un giorno in cui risultava in cantiere». Le fibre trovate sui leggings e sul giubbotto di Yara che corrispondono, secondo l’accusa, a quelle dei sedili sul furgone di Bossetti: «Dalle nostre ricerche risulta che quella tappezzeria sia stata usata per molti mezzi, anche su treni e pullman».
Il dialogo in carcere tra Bossetti e la moglie
• Si viene a sapere che in un dialogo intercettato in carcere tra Massimo Bossetti e sua moglie Marita Comi, i due hanno ricordato la crisi che stavano vivendo ai tempi in cui Yara Gambirasio sparì. Comi: «Io mi ricordo che quei giorni eravamo arrabbiati». Bossetti: «Ah, non mi parlavi». Comi: «Questo me lo ricordo! Non gliel’ho detto». Bossetti: «Sono sicuro che il telefono era scarico... ho cercato di accenderlo quando ho visto Massi che girava intorno all’edicola». Comi: «Ti ricordi che eri li! Vedi? Come fai a ricordarti che è quel giorno lì che hai salutato Massi? Vuol dire che ti ricordi quel giorno lì di novembre».
Tutte le bugie di Massimo Bossetti
• Si viene a sapere che quel pomeriggio di novembre di cinque anni fa, Bossetti non andò a lavorare e non incontrò nessuno a Brembate, non il commercialista, non il fratello, non l’amico con cui dice di essere andato a bere una birra. Gli uomini del Ros hanno fatto un lavoro di ricostruzione preciso, ascoltando centinaia di testimoni, verificando ogni dettaglio, anche ogni accusa di Bossetti che prima ha adombrato «una vendetta» verso il padre di Yara Gambirasio, poi ha cercato di gettare la colpa su un collega di lavoro: «…Quindi ipotizzo di aver perso un guanto o uno straccio sporco di sangue e qualcuno è andato a depositarla su… su questa bambina qua». Un’idea? «Sì, il Massimo Maggioni che mi aveva prestato uno straccio rosa scuro una volta che mi ero ferito una mano… lui provava invidia per la mia bellissima famiglia… Io non voglio accusare nessuno, però l’ho visto come fa… un cane che sbava». Ma il Maggioni nei giorni in cui scomparve Yara era ricoverato in ospedale. Colonnello su Sta: «Al di là delle menzogne quasi infantili del carpentiere di Mapello, al di là delle visite sui siti porno alla ricerca di “tredicenni senza pelo”, parlano i fatti che si riassumono in tre elementi schiaccianti: il Dna ritrovato sui leggings e le mutandine di Yara incontrovertibilmente di Bossetti; le immagini del suo furgone, il camionato Iveco, che passa avanti e indietro per tre quarti d’ora davanti alla palestra di Brembate e alla casa della ragazzina la sera della sua scomparsa; i frammenti di tessuto del plaid usato per rivestire i sedili dell’abitacolo del camioncino, (giallo, rosso e verde) trovato sempre sui leggings di Yara. Più la testimonianza di un uomo che lo riconosce quella sera vicino alla palestra e di una donna che è sicura di averlo visto appena tre mesi prima, settembre 2010, incontrarsi con Yara e farla salire sulla sua Volvo grigia station wagon nel parcheggio del cimitero di Brembate, guarda caso, proprio attiguo alla palestra: “Me ne sono ricordata perché lui aveva gli occhi incredibilmente azzurri, di ghiaccio”».
• La principale prova contro Bossetti resta il Dna, che i suoi avvocati difensori definiscono «solo un indizio». Ma colpisce che proprio Bossetti sia stato categorico con la madre Ester Arzuffi sul valore del Dna. Quando lei, in un colloquio in carcere dell’8 novembre, gli dice «tuo padre è Giovanni Bossetti, non l’autista di Gorno» lui le risponde: «La scienza non sbaglia. Lì non puoi smentire. Perché tutti i miei 21 cromosomi corrispondono ai 21 cromosomi del Dna di Guerinoni? Lì è al cento per cento, non puoi sbagliare»
• «Quello che mi frega è il Dna sul cadavere» (Bossetti alla moglie, durante un colloquio in carcere)
Bossetti se la prende con la moglie
• Si viene a sapere che in un colloquio nel carcere di Bergamo del 26 giugno 2014, Massimo Bossetti se la prende con la moglie Marita Comi per non avergli fornito un alibi per la sera del 26 novembre 2010. Bossetti: «Sul giornale c’è su l’articolo... che tu hai detto che non sapevi dove mi trovavo quel giorno lì a lavorare...». Comi: «Allora, io non ho fatto nessuna dichiarazione sui giornali, assolutamente (...) Ascolta io gli ho detto... perché mi hanno chiesto, a che ora sei arrivato... Gli ho detto “non mi ricordo” Massi». Bossetti: «Il marito non trova un alibi con la moglie...». Comi: «Ecco ma dopo, dopo ci ricamano sopra Massi. È per quello che non devi ascoltare, non devi leggere i giornali. Non è vero, gli ho detto solo che non mi ricordo a che ora sei arrivato. Quattro anni fa non mi ricordo a che ora sei arrivato! Gli ho detto che comunque di sicuro prima delle 19.30, perché comunque cenavamo sempre insieme, e poi, siamo sempre insieme anche la sera». Bossetti: «Usciamo sempre a fare la spesa insieme, ho detto io!». Comi: «La spesa? Ma comunque siamo sempre a casa alla sera. Guarda che loro mi hanno chiesto un’ora, l’ora non mi ricordo Massi, non posso dirgli un’ora che non mi ricordo, capisci? È per quello che non mi sento di dire bugie, Massi, devo dire solo la verità... basta! La dico io e la devi dire anche tu, hai capito? Basta...». In un altro incontro, a luglio, lui, parlando di certi coltelli che tiene in casa, le dice: «Buttali, buttali... capito? Buttali via». (Berizzi e Colaprico, Rep).
Inizia il processo a Bossetti
• A oltre cinque anni dal delitto di Yara Gambirasio inizia il processo a Massimo Bossetti davanti ai giudici della Corte d’assise di Bergamo. Le telecamere potranno filmare solo la lettura della sentenza, affinché non sia turbata la regolarità del dibattimento che riguarda una vicenda «delicata» e l’audizione come testimoni dei familiari della giovane vittima. Questa mattina i giudici della corte d’assise di Bergamo hanno respinto tutte le sostanziali eccezioni preliminari sollevate dalla difesa di Massimo Bossetti. Il pm Letizia Ruggeri ha chiesto circa 120 testi, i difensori 711.
Riprende il processo a Bossetti
• Dopo la pausa estiva riprende il processo a Bossetti. Chiamati a deporre i genitori della tredicenne, Maura Panerese e Fulvio Gambirasio. Su richiesta dei difensori, l’imputato, in jeans e camicia a maniche corte bianca, è stato fatto sedere al loro fianco e non nella gabbia di vetro da dove ha seguito le prime due udienze. Per prima è stata chiamata la mamma di Yara che ha parlato senza tradire particolari emozioni e senza rivolgere lo sguardo a Bossetti. Rispondendo alle domande del pm, ha raccontato nel dettaglio che cosa accadde quel 26 novembre. L’ultima volta che vide Yara (e spesso ricordando la figlia la donna ha sorriso) stava facendo i compiti. Una volta finito, avrebbe portato lo stereo nella vicina palestra. Poi è stato ascoltato il padre di Yara. L’uomo nel ripercorrere il pomeriggio del 26 novembre 2010 si è più volte interrotto e ha pianto.
Bossetti provò a scappare
• Il colonnello Michele Lorusso, ora comandante del Ros di Torino, per 4 anni ha dato la caccia all’assassino di Yara. In tribunale, raccontando le fasi dell’arresto di Bossetti (16 giugno 2014): «Bossetti, appena vide arrivare i carabinieri in borghese che erano entrati nel cantiere di Seriate con la scusa di un controllo sugli extracomunitari, prova a fuggire. Lo si vede chiaramente in un filmato che abbiamo realizzato per evitare future contestazioni».
In aula le immagini dell’autopsia di Yara
• Proiettate in aula le foto allegate all’autopsia di Yara: i giudici fanno uscire il pubblico perché «sono troppo forti», vederle sarebbe un’offesa per Yara e per la sua famiglia. A deporre c’è Cristina Cattaneo, l’anatomopatologa che ha condotto l’autopsia sul corpo della tredicenne: «Un’agonia in condizioni di ipotermia che ha determinato un lento rallentamento delle funzioni vitali, fino al decesso». Secondo la professoressa Cattaneo – tra i massimi esperti in Italia di accertamenti su morti violente – numerosi elementi, che derivano dalla biologia, dalla botanica e dell’entomologia, autorizzano a ritenere che Yara sia morta in quel campo: il suo corpo non aveva segni che potessero far pensare a un trasferimento dopo l’aggressione. «Lavoro in questo campo da 20 anni e non ho mai visto corpi trasportati da un luogo a un altro che non presentassero tracce di quell’altro luogo. Così è stato anche in questo caso». Yara morì il giorno della sua scomparsa («al massimo una o due ore dopo la mezzanotte») per una serie di concause: la debolezza derivante dal sanguinamento provocato dalle ferite d’arma da taglio, nessuna delle quali letale; per via di alcune lesioni al capo, anch’esse non mortali, e per il fatto di essere rimasta per ore nel campo di Chignolo d’Isola in stato di ipotermia. La ragazza presentava ferite da “armi da taglio” delle quali una sola “di punta e taglio” sotto la mandibola, presumibilmente causate da un coltello. Erano tagli precisi che, pertanto – ha detto il medico legale –, furono fatti mentre Yara non si muoveva e, inoltre, non vi è alcuna ferita da difesa». La ragazza fu quindi seviziata mentre era viva, ma immobile.  
È falso il video del furgone di Bossetti
• Il video consegnato mesi fa dagli inquirenti ai media – in cui si vede quello che è stato descritto come il furgone bianco di Bossetti passare più volte davanti alla palestra di Yara Gambirasio il giorno della sua scomparsa – non risulta nel fascicolo delle prove agli atti del processo: ci sono solo degli spezzoni. Durante un’udienza del processo che si sta svolgendo in questi giorni a Bergamo l’avvocato di Bossetti, Claudio Salvagni, ha fatto delle domande sul video al comandante del Ris di Parma Giampiero Lago. Lago ha spiegato che il video è un montaggio di più spezzoni che «è stato fatto per esigenze di comunicazione» e che non c’è la certezza che mostri sempre lo stesso furgone. Lo scambio tra Lago e Salvagni è stato riportato per intero da Luca Telese, che ha seguito le udienze, su Libero:
Colonnello Lago, abbiamo visto questo video proiettato migliaia di volte. Perché se adesso lei ci dice che solo uno di questi furgoni è stato effettivamente identificato come quello di Bossetti?
«Perché dice questo, avvocato?»
Perché, colonnello, sommare un fotogramma con il furgone di Bossetti con un altro fotogramma di un altro furgone è come sommare pere e banane!
«Questo video è stato concordato con la procura a fronte di pressanti e numerose richieste di chiarimenti della circostanza che era emersa».
Cosa vuol dire colonnello?
«È stato fatto per esigenze di comunicazione. È stato dato alla stampa».
I due ufficiali dei Ris che hanno eseguito la perizia sugli slip di Yara non sanno rispondere alle domande sugli esami del Dna che hanno incastrato Bossetti
• I due ufficiali dei Ris che hanno eseguito la perizia sugli indumenti di Yara – Nicola Staiti e Fabiano Gentile – interrogati dalla difesa hanno ammesso di non poter rispondere alle domande sugli stessi dati che avevano fornito, i cosiddetti Raw data degli esami sul Dna, la «brutta copia» dei test decisivi che hanno incastro Bossetti. Non si ricordavano, ad esempio, quante volte abbiano ripetuto l’esame del Dna di «Ignoto 1» e quali kit (ossia i reagenti) abbiano usato per estrarlo. Luca Telese: «Qual è il grande problema dello slip di Yara, il reperto che incastra Bossetti? Che quando è stato esaminato il muratore di Mapello, come è noto, non era nemmeno stato individuato. Quindi l’esame non è avvenuto (non era possibile) né alla presenza dei suoi avvocati, come si dice, “in garanzia”. Chi e cosa, dunque, si chiedono gli avvocati, può garantire Bossetti dall’idea di un possibile errore? Contrariamente a tutte le altre prove, quel test del Dna non è stato nemmeno filmato. È diventato, insomma, un dogma di fede dei Ris» [Luca Telese, Libero 8/11/2015].    
Bossetti esce dal carcere per andare a piangere sulla tomba del padre
• Massimo Bossetti ieri ha potuto lasciare la casa circondariale di via Gleno, dove è detenuto dal 16 giugno del 2014 con l’accusa di aver ucciso Yara Gambirasio, e ha raggiunto il feretro del papà Giovanni, morto il giorno di Natale, in ospedale, dopo oltre un anno e mezzo di malattia [Armando Di Landro, Corriere della Sera 28/12/2015].
Bossetti al funerale del papà
• Massimo Bossetti partecipa nella parrocchia di Terno d’Isola al funerale del papà Giovanni, morto la mattina di Natale a 73 anni. A un certo punto sale sul pulpito  e legge un foglio, con un nodo in gola: «Papà, questa tua perdita ha lasciato un vuoto incolmabile. Dolore nel dolore. Non c’è sofferenza peggiore, i genitori sono il pilastro della nostra esistenza». Perché, continua, «si può avere tutto dalla vita, una moglie, dei figli, sorelle e fratelli, zii, ma quando mancano i genitori non sei più nessuno. Sono insostituibili, come lo eri tu». Poi scende gli scalini e va a baciare la foto del padre sopra la bara. Quando torna nel banco con gli occhi gonfi per le lacrime, la mamma Ester Arzuffi lo stringe in un lungo abbraccio. In seconda fila c’è la moglie Marita Comi. Lui si volta, piange disperato e anche lei lo stringe forte [Armando Di Landro e Giuliana Ubbiali, Corriere della Sera 30/12/2015]
Una testimone dice di aver visto Bossetti con Yara
• Al processo testimonia Alma Azzolin, casalinga di Trescore Balneario (Bergamo), che dice di aver visto Bossetti in un periodo che va "da dopo Ferragosto ai primi di settembre del 2010, prima dell’inizio delle scuole" in compagnia di una ragazzina a bordo di una station wagon grigia nel parcheggio del cimitero di Brembate di Sopra (Bergamo). Quella ragazzina, secondo la donna, era Yara. La signora Azzolin ha spiegato di averla riconosciuta da una fotografia nella quale la 13enne ha i capelli sciolti e si vede che porta l’apparecchio. La donna ha spiegato anche di aver riconosciuto Bossetti "dallo sguardo quasi spiritato" e dagli "occhi azzurri chiarissimi, che sembravano quasi bianchi, come quelli di una volpe", con i quali l’aveva "fissata con forte intensità" in occasione del loro incontro. Accompagnavo tutti i martedì e i giovedì mattina - ha spiegato la donna - mia figlia agli allenamenti della sua squadra di ciclismo", che partivano proprio dal centro sportivo di Brembate. "Una mattina avevo bisogno di andare in bagno - ha aggiunto la teste - e sapevo che nel parcheggio del cimitero c’era un cassone. Quando ho posteggiato è arrivata anche una station wagon grigia che si è posizionata davanti a me". L’uomo alla guida "aveva occhi chiarissimi e mi ha fissato con insistenza", poi "ha fatto un giro con la sua macchina ed è andato a piazzarsi vicino alla siepe che delimita il parcheggio". A quel punto la donna è uscita dall’auto ed è entrata nel cimitero per utilizzare la toilette. "Proprio in quel momento è arrivata una ragazza che avrà avuto 13, 14 o 15 anni e indossava una maglietta rosa scuro, salmone scuro e aveva le gambe scoperte, ma non ricordo che pantaloncini avesse. La ragazza - ha aggiunto la testimone - aveva i capelli lunghi, mossi: è arrivata correndo e si vedevano ondeggiare. E poi è salita in auto" [Repubblica.it 24/2/2016].
• I difensori di Bossetti, controesaminando la signora Azzolini, hanno spiegato di avere degli elementi in base ai quali sono convinti di poter dimostrare che Bossetti quel giorno non era dove ha raccontato la testimone. Poiché, infatti, la donna accompagnava la figlia agli allenamenti di ciclismo il martedì e il giovedì e dal momento che la Azzolini colloca l’episodio tra metà agosto e l’inizio dell’anno scolastico, secondo i difensori l’unico giorno che può essere preso in considerazione è il 9 settembre. "Possiamo dimostrare - hanno spiegato gli avvocati - che in tutti i martedì e i giovedì di quel periodo Bossetti si trovava a pranzo lontano. E possiamo anche dimostrare che non c’era neanche il 9 settembre 2010" [Repubblica.it 24/2/2016].
Parla al processo Massimo Bossetti: «Non ho mai conosciuto Yara»
• Trentunesima udienza, parla Massimo Bossetti. Il grande imputato per l’omicidio di Yara Gambirasio finora aveva sempre e solo ascoltato. Interrogato per un’ora dalla pm Letizia Ruggeri davanti alla Corte d’Assise di Bergamo ha detto: «Non ho mai conosciuto Yara, né nessuno dei membri della sua famiglia. Conoscevo solo il signor Gambirasio e solamente di vista. Non ho mai visto Yara e qui prima di me hanno mentito tutti». Bossetti ha più volte detto di non ricordare esattamente la giornata del 26 novembre 2010 quando Yara scomparve dalla palestra di Brembate di Sopra, per poi essere trovata uccisa esattamente tre mesi dopo, in un campo di Chignolo d’Isola. Il carpentiere ha detto però che in quel periodo era solito fermarsi in edicola per comperare figurine e gadget per i figli, in particolare in quella davanti al centro sportivo. Quando il pm gli ha fatto notare come nessuno degli edicolanti lo ricordava come abituale frequentatore del proprio negozio Bossetti ha risposto: "Hanno mentito", lasciando intendere che oggi le persone che lo conoscevano prendono le distanze e mentono.
Bossetti: «Il dna trovato sugli abiti di Yara non mi appartiene»
• Parla di nuovo in aula Bossetti: «Quel Dna non mi appartiene. È un Dna strampalato, e che per metà non corrisponde», ha aggiunto a proposito dell’assenza del Dna mitocondriale. «È dal giorno del mio arresto che mi chiedo come sono finito in questa vicenda - ha proseguito Bossetti - visto che non ho fatto niente, e voi lo sapete». Il pm Ruggeri ha ribattuto che un giudice ha ritenuto che dovesse rimanere in carcere e un altro che gli elementi a suo carico sono tali da sostenere un processo:«Evidentemente la vicenda non è strampalata come dice lei». Altro punto: le ricerche in Google con la parola «ragazzine» seguita da dettagli pornografici. Come già aveva raccontato la moglie, Bossetti ha ammesso che guardavano video hot insieme: «Per riunirci un po’ in intimità quando i figli andavano a dormire», ha spiegato. Su domanda precisa del pm, nega però di aver cercato in Rete contenuti osé riguardanti minorenni. « No, assolutamente - ha risposto -, sono sincero, non esistono ricerche di questo genere nei nostri computer, assolutamente». Capitolo intercettazioni. Il pm ha sottoposto all’imputato alcune conversazioni con la moglie nella sala colloqui del carcere. Come quella in cui Bossetti parla degli ultimi istanti di vita di Yara. Marita Comi aveva riportato il dettaglio delle scarpe slacciate. «Anche se dovessi essere stato io a rincorrerla in un campo - le aveva risposto Bossetti - diciamo che in quel periodo lì pioveva, o nevicava, ti ricordi?». E la moglie: «Quella sera lì no, però». Al che Bossetti aveva detto: «Però il campo era bagnato, la terra impalciata e tutto, se corri in un campo, è facile che le scarpe si perdano». Per l’accusa, quello era un ricordo spontaneo, segno che Bossetti in quel campo c’era stato. In aula il pm lo ha ribadito. «Me lo avevano detto gli avvocati», è stata la sua spiegazione. «Tutti lo sapevano, era sui giornali», sono intervenuti i difensori. «Se uno è colpevole - la teoria di Bossetti -, si ricorda cosa ha fatto quella sera. Ma io sono innocente e per questo non ricordo nulla». Bossetti ha anche dato spiegazioni sul collega Massimo Maggioni, contro il quale puntò il dito nell’interrogatorio dell’8 luglio (lui lo ha poi querelato). Quando fu fermato, ha spiegato di avere pensato che Yara fosse stata uccisa «per mettermi nei guai». «Avevo passato diversi giorni in carcere. Giorni devastanti, terribili, schifosi. Così ho iniziato a pensare a chi aveva lavorato con me in quel periodo. Non volevo diffamare Maggioni, ho solo espresso un sospetto. Maggioni aveva gelosia un po’ per tutti». [Di Landro e Ubbiali, Cds 11/3/2016]
Testimonia l’informatico forense chiamato dalla difesa: «Massimo Bossetti non ha fatto ricerche pedopornografiche»
• Trentacinquesima udienza del processo a carico di Bossetti. Oggi ha testimoniato per la difesa l’informatico forense Giovanni Bassetti che non ha visto l’hard-disk dei due computer di casa di Massimo Bossetti ma dalla documentazione che ha analizzato, e che è negli atti del processo, sostiene che il muratore di Mapello non ha fatto nessuna ricerca illecita: «Nei due pc si rivelano semplici ricerche pornografiche, ma non pedopornografiche - ha detto il teste chiamato dalla difesa di Massimo Bossetti -. Non ci sono illeciti, nè chat o ricerche intenzionali a materiali pedo-pronografici: non c’è nessuna evidenza di ricerche che denotino un interesse particolare» nei confronti delle ragazzine. E chiarisce: «La parola “13enne” non è riconducibile all’utente: alcuni banner conservano le query e rimandano a termini non per forza cercate dall’utenza». Bassetti sottolinea: «Tutti i siti che sono stati navigati da Bossetti aderiscono a un programma contro la pedo-pornografia». Dopo Bassetti è intervenuta Sabrina Rigamonti di Mapello: il 26 novembre 2010 era in palestra, per un corso di fitness: «Non c’era nulla di strano, neanche nel parcheggio. Non c’erano furgoni». La difesa del muratore ha prodotto nei giorni scorsi una nuova lista testimoni ampiamente sfrondata rispetto a quella depositata all’inizio del processo: da 711 a 160 nomi circa, che i legali del muratore di Mapello ritengono però «irrinunciabili». Nell’elenco finale dei testimoni che la difesa vorrebbe portare in aula per cercare di smontare gli elementi a carico dell’imputato figurano diverse categorie di persone. Ci sono frequentatori del centro sportivo di Brembate Sopra, che quella sera si trovavano lì in orario compatibile alla scomparsa. Ci sono residenti di Brembate Sopra che gravitavano nell’isolato palestra - casa di Yara, che non hanno visto l’imputato né la vittima (una delle tesi alternative avanzate sin dalle prime battute del processo dalla difesa è che Yara non sia uscita dalla palestra per andare incontro al suo assassino, ma che le sia accaduto qualcosa all’interno di quelle mura). Ci sono poi le presunte piste alternative: i legali intendono citare nelle prossime udienze, ad esempio, anche una ragazza che aveva denunciato di essere stata seguita da un autocarro a Brembate Sopra nei giorni precedenti alla scomparsa di Yara e una fisioterapista che disse di essere stata importunata quello stesso 26 novembre 2010 [ecodibergamo.it, 30/3/2016]
Massimo Bossetti è condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio
• Massimo Bossetti è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio dalla Corte d’assise di Bergamo. Il Dna è stato ritenuto la «prova» regina, ma al muratore sono stati contestati anche altri quattro indizi: l’aggancio delle celle telefoniche sulla palestra frequentata da Yara; le sfere di metallo — caratteristiche di luoghi dove ci sono cantieri edili — trovate nelle scarpe della vittima; la mancanza di alibi; le fibre tessili sui vestiti della giovane ritenute «compatibili» con quelle del suo furgone. Bossetti ascolta la lettura della sentenza e alza gli occhi al cielo, scuote la testa, si gira per cercare lo sguardo della moglie Marita, lo trova per pochi secondi. Con lei può scambiare solo un breve saluto. «È una mazzata grossissima — dice sotto voce ai suoi avvocati —. Avevo fiducia nella giustizia». Poi le guardie penitenziarie lo portano via in manette, a passo svelto (Sarzanini, Cds; Di Landro e Ubbiali, Cds).

• Dopo la sentenza Maura Panarese e Fulvio Gambirasio, i genitori di Yara, hanno detto: «Nessuno ci ridarà indietro Yara ma almeno ora sappiamo chi è stato». E ancora: «Non abbiamo mai avuto dubbi sulla sua colpevolezza» (G. Fas., Cds).

• Dopo la sentenza Marita Comi, la moglie di Bossetti, ha pianto disperatamente (Fasano, Cds).

(a cura di Roberta Mercuri)

Martedì 17 gennaio 2017
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