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 2017  dicembre 15 Venerdì calendario

Corriere della Sera, martedì 21 settembre 2010
Nella primavera del 1967 «L’Espresso» pubblicò un articolo di Lino Jannuzzi in cui era scritto che, tre anni prima, il generale Giovanni De Lorenzo – ex uomo della Resistenza, all’epoca dei fatti di cui riferiva il settimanale, nel 1964, comandante dell’ Arma dei carabinieri – con la protezione dell’allora presidente della Repubblica Antonio Segni, aveva ordito un colpo di Stato. Cosa era successo in quell’estate del ’64? Era entrato in crisi il primo governo di centrosinistra presieduto da Aldo Moro, governo nato nel dicembre del 1963 con ministri socialisti e con il leader del Psi, Pietro Nenni, vicepresidente del Consiglio. Scriveva il giornale diretto da Eugenio Scalfari che Segni, volendo approfittare della crisi di governo per interrompere l’esperienza di centrosinistra, aveva incoraggiato De Lorenzo – comandante come si è detto dei carabinieri, ma soprattutto ex capo dei servizio segreti, il Sifar, su cui manteneva una grande influenza – a predisporre un intervento straordinario per l’ordine pubblico che si configurava come un vero e proprio golpe. Secondo i difensori di Segni e De Lorenzo, invece, Quirinale e comando generale dell’Arma si erano limitati a programmare una reazione in grado di contenere gli effetti dei possibili disordini che – come era accaduto nel luglio del 1960 all’epoca del governo Tambroni – l’intera sinistra avrebbe potuto provocare nel momento in cui fosse stato costituito un governo «tecnico» guidato dal presidente del Senato Cesare Merzagora. Come era nelle intenzioni di Segni.

Lo scandalo fu grande: dal maggio del 1967 alla fine del 1970 l’affaire denunciato dall’«Espresso» impegnerà le Camere in ben nove dibattiti (nella quarta e quinta legislatura); sarà poi oggetto di numerosi processi (con esiti alterni) e addirittura di tre commissioni d’inchiesta: una ministeriale, una militare e una parlamentare. Sulla storia del vero o presunto putsch di De Lorenzo sta per uscire adesso un importante libro di Mimmo Franzinelli, Il Piano Solo. I servizi segreti, il centrosinistra e il «golpe» del 1964 (Mondadori). Un libro di storia che – sulla base di un’assai ampia documentazione, in gran parte inedita – si propone di sciogliere quello che non a torto definisce «uno dei maggiori enigmi dell’Italia repubblicana». Il libro si propone di rispondere alla domanda: nell’estate del ’64 l’Italia corse il rischio di un colpo di Stato? Secondo Franzinelli il Piano Solo fu nient’altro che «un’interpretazione estensiva e autonoma» del «piano di emergenza speciale» predisposto dalla polizia nel novembre del 1961, quando si erano temute violenze di piazza in seguito alla crisi di Berlino.

Ma procediamo con ordine e riepiloghiamo i fatti certi. Nel dicembre 1963 – come abbiamo detto – si costituisce il primo governo organico di centrosinistra presieduto da Moro con Nenni come vice. Il presidente della Repubblica Segni (che era stato eletto il 6 maggio del 1962) gradisce poco. I socialisti esultano. Il Pci – con l’eccezione di Emanuele Macaluso – è sorprendentemente duro nei confronti del nuovo gabinetto. De Lorenzo per due o tre mesi guarda con simpatia a Moro, nonostante il capo del governo sia accusato da una parte del mondo democristiano e soprattutto da quello confindustriale di essere eccessivamente arrendevole nei confronti del Psi. Poi De Lorenzo, lusingato dalle attenzioni del presidente della Repubblica, «diviene», secondo Franzinelli, «un fiero oppositore del centrosinistra e interagisce con le posizioni allarmistiche di Segni». In che senso? Cerca di convincerlo che polizia e esercito sono in combutta con la sinistra. «Il generale porta al capo dello Stato riscontri che ne confermano le convinzioni pessimistiche: gli illustra ad esempio dei grafici da cui risulta, per le elezioni dell’aprile 1963, che le sinistre ottengono buoni risultati nei seggi a predominante presenza di poliziotti e di militari; al contrario i voti dei carabinieri premiano i partiti d’ordine». De Lorenzo alimenta in ogni modo le preoccupazioni di Segni. E cerca di fare lo stesso con gli americani. Un rapporto della Cia di fine febbraio 1964 riferisce con queste parole la conversazione di un rappresentante dei servizi segreti statunitensi con il generale: «Premettendo che non è questione di colpo di Stato, De Lorenzo aggiunge che è ora che capi responsabili facciano scelte responsabili. Il governo Moro – dice – non può continuare così: il Paese cadrebbe nelle mani dei comunisti, lui e altri diverrebbero "i soliti esuli". Questo è il momento della fermezza, finché le forze dell’ordine pubblico, specialmente i carabinieri, possono ancora controllare la situazione. Se scoppiassero disordini, verrebbero affrontati con determinazione, anche a costo di vittime. Secondo De Lorenzo, il ministero in carica dovrebbe cedere il posto a un governo guidato dall’ex primo ministro Leone o dal presidente del Senato Merzagora o dal ministro dell’Interno Taviani, oppure a un "governo di salvezza nazionale" o anche a un nuovo governo Moro, ma con spina dorsale e una linea d’azione ben definita. Deve essere chiaro, a Moro e agli altri leader, che questo è il tempo delle decisioni». E siamo ancora al febbraio del 1964.

Un ruolo da protagonisti nell’incoraggiare Segni a mettersi di traverso all’attività di Moro lo svolgono (il libro ne fornisce ampio riscontro) il governatore della Banca d’Italia Guido Carli, il presidente del Senato Cesare Merzagora – che in una lettera del gennaio 1965 alla duchessa Anna d’Aosta rivelerà di essersi pronunciato per un governo di emergenza «in pieno accordo col presidente Segni» – e il ministro del Tesoro Emilio Colombo. Il 14 maggio Colombo si reca al Quirinale. Espone a Segni considerazioni allarmistiche sullo stato dell’economia. Segni lo esorta a metterle per iscritto in una lettera da inviare «riservatamente» a Moro. Colombo esegue attingendo, per le valutazioni di ordine generale, a veline del Sifar. Qualche settimana più tardi, dopo che Carli ha illustrato al governo un progetto di risanamento dell’economia che allarma i socialisti, Colombo consegna – tramite Ferdinando Ventriglia – la lettera al giornalista Cesare Zappulli, che la pubblica sul «Messaggero» innescando la crisi di governo che esploderà di lì a breve. In quegli stessi giorni Carli confida al segretario democristiano Mariano Rumor che, a suo avviso, «la situazione non si riaggiusta se il Psi non lascia il governo». Merzagora a metà giugno così si rivolge a Segni: «Cerca di far capire a Moro su quale strada pericolosa, anche costituzionalmente, si muove senza nemmeno l’appoggio dei sindacati in campo politico! E, se questa sarà la strada, non vedo proprio come io possa continuare a dare la mia collaborazione alla vita politica italiana». Il 26 giugno, a seguito di uno scontro sulle sovvenzioni alla scuola privata, si apre la crisi di governo. La parte ostile della Dc, non solo la destra, scende in campo contro i socialisti e contro Moro. Un editoriale del quotidiano romano «Il Tempo», diretto da Renato Angiolillo e ispirato da Amintore Fanfani, definisce il capo del governo dimissionario come «un uomo politico tenebroso, debole, insipiente, inetto, mistificatore, alchimista impazzito, stregone maniaco, falso gigante di bronzo»; il suo modo di governare «tecnica molle, scivolosa e viscida di una piovra»; lo si accusa di essere «andato avanti flaccido e cascante come un piccolo Visir, cupo, funereo, spargendo il suo cammino di cadaveri e rovine». Sugli altri giornali nazionali i toni sono appena più sorvegliati. Ma il senso è quello. Il «Corriere della Sera» punta l’indice contro lo «sfacelo» dei socialisti e propone senza mezzi termini un «governo d’emergenza».

Qui entra in campo il Sifar guidato da Egidio Viggiani, uomo di quel De Lorenzo che, come si è detto, prima di approdare al comando dell’Arma, aveva lui stesso guidato i servizi dal 1956 al 1962. Il Sifar di De Lorenzo aveva allestito dossier diffamatori (spesso non corroborati da prove certe) su quasi tutti gli uomini pubblici italiani: i contatti con gli jugoslavi di Luigi Preti; i rapporti tra il petroliere Attilio Monti e il gerarca fascista Ettore Muti; anomalie nella vita privata dell’arcivescovo Angelo Dell’Acqua, del vescovo Fiorenzo Angelini e del cardinale Giuseppe Siri; le turbe psichiche di Giuseppe Saragat, di suo padre e di un suo fratello suicida; gli affari di Franco Evangelisti, Giuseppe Pella e Giuseppe Togni; la gestione disinvolta di soldi pubblici da parte di Silvio Gava; le preferenze sessuali di Cesare Merzagora, Emilio Colombo, Fiorentino Sullo e Mariano Rumor; un figlio segreto di Mario Scelba; la relazione di Fernando Tambroni con l’attrice Sylva Koscina e via di questo passo. Materiale utile per pressioni e ricatti. Ed è servendosi anche di questi dossier che il Sifar prepara il «Piano Solo». Piano che prevede in caso di «emergenza» l’internamento di 731 persone tra cui molti dirigenti del Pci e della Cgil, intellettuali (i registi Pier Paolo Pasolini e Gillo Pontecorvo, gli storici Aldo Garosci ed Enzo Santarelli, il critico d’arte Ranuccio Bianchi Bandinelli), qualche socialista come l’emiliano Clodoveo Bonazzi e perfino un morto: il generale Francesco Zani, defunto nel 1958. Ma torniamo alla crisi di governo dell’estate 1964. Dunque Moro si è dimesso e Segni lavora a che queste dimissioni siano definitive. Nel corso delle consultazioni, il missino Giovanni Roberti, uscendo dal colloquio con il presidente della Repubblica, gli gioca un tiro mancino dichiarando: «In Italia siamo tutti convinti – dal capo dello Stato all’ultimo lavoratore – che l’esperienza del governo di centrosinistra presieduta da Moro è stata la più rovinosa del nostro dopoguerra». Roberti rivela dunque che nel corso delle consultazioni Segni è sprezzante nei confronti di Moro. Merzagora si tiene pronto per succedere a Moro e prepara un suo fantasioso governo tecnico, nel quale dovrebbero essere presenti l’ex governatore della Banca d’Italia Donato Menichella, l’amministratore delegato di Mediobanca Enrico Cuccia, nonché rappresentanti di ogni partito, compresi il neofascista Gastone Nencioni e il comunista Luigi Longo (alle Ferrovie). E se ci sarà protesta di piazza o altri imprevisti, scatterà il Piano Solo. Qui Franzinelli nota come il segretario del Pci Palmiro Togliatti, sconfessi in quel momento la linea sostenuta da Pietro Ingrao, Mario Alicata e soprattutto Giorgio Napolitano (che vorrebbe una mozione contro i dorotei) e, a sorpresa, apra uno spiraglio a Merzagora dicendo: «Di governi di emergenza ve ne possono essere diversi e ciò implica posizioni nostre diverse». Per i tempi, quei due distinguo da Togliatti – di Macaluso prima e di Napolitano poi – sono da considerarsi assai rilevanti. Il 16 giugno Segni incontra di primo mattino De Lorenzo e, cosa inconsueta, ne dà comunicato ufficiale. Poi manda De Lorenzo a casa di Tommaso Morlino, dove il generale incontrerà Moro, il segretario della Dc Rumor, e i capigruppo di Camera e Senato, Zaccagnini e Gava, e li metterà al corrente del Piano Solo. È quello il giorno in cui forse il Piano Solo diventa qualcosa di più di un progetto per mantenere l’ordine pubblico in caso di sommosse. Poche ore dopo Nenni avverte lo stato maggiore del suo partito di aver udito nel sottofondo della crisi un «tintinnio di sciabole». I socialisti scendono a patti e il 18 luglio si può firmare l’accordo per la nascita di un nuovo governo presieduto da Moro (Antonio Giolitti, il cui piano di programmazione economica è stato definito dal «Corriere della Sera» «d’ispirazione e finalità eversiva», non è confermato ministro).

Franzinelli ne trae la conclusione che la pur grave iniziativa di De Lorenzo sia stata «sopravvalutata nella sua dimensione militare», che «è ancora oggi oggetto di valutazioni esagerate o erronee, anche perché le interpretazioni politico–ideologiche mancano di un adeguato retroterra documentario», che la tesi del Piano Solo «archetipo dei tentativi golpisti» è «discutibile», e che «alla prova dei fatti quel Piano ha svolto un ruolo politico e favorito il ricompattamento del centrosinistra in versione moderata». Tutto qui. A dispetto di «opinionisti e magistrati che avvaloreranno fantomatiche radici del terrorismo nero e/o "di Stato" nei progetti delorenziani, mentre una fitta produzione pubblicistica sui "misteri d’Italia" sfumerà la realtà in dietrologici scenari noir». E a trarre il maggior vantaggio da queste denunce sarà il Pci, che pure nel corso della crisi di quell’estate del 1964 aveva sostenuto ripetutamente che la denuncia del «tintinnio di sciabole» era un espediente di Nenni per giustificare il ritorno dei socialisti al governo e la loro rinuncia alla parte più impegnativa del programma iniziale. Ma – chiede l’autore – si sarebbe mai potuto ordire un golpe in quelle circostanze? No, risponde Franzinelli, anche perché mancava il consenso della Chiesa e soprattutto quello degli Stati Uniti. Da tutti i documenti portati alla luce risulta come il Vaticano valutasse assai positivamente l’esperienza di centrosinistra. Anche gli Stati Uniti erano più che favorevoli a quella formula di governo, definita «la nostra occasione migliore di isolare il Pci». Washington – emerge dalle carte – avversa l’eventualità di un colpo di Stato nel nostro Paese (a meno che sia messo in atto per contrastarne uno comunista). Si legge in un rapporto del dipartimento di Stato americano: «Un regime di destra extra–legale sarebbe decisamente contrario ai nostri interessi a lungo termine in Italia e, eccezion fatta per un’alternativa al caos totale che includesse il pericolo di una presa del potere comunista, dovremmo utilizzare la nostra influenza politica per prevenirlo». Un rapporto dell’ambasciata americana a Roma prende le distanze da Segni e dal suo «irrazionale timore di un colpo di Stato comunista appoggiato dall’esercito jugoslavo»; l’addetto militare Usa a Belgrado ritiene «assolutamente irrealistico un simile scenario». E anche i comunisti nel 1964 mostrano di ritenere che non si sia affatto corso il rischio di un colpo di Stato. Subito dopo il reinsediamento di Moro, Merzagora annuncerà riservatamente (per settembre) le sue dimissioni da presidente del Senato. A seguito di un diverbio con Moro e Saragat (il colloquio è registrato dal Sifar, Saragat accusa il presidente della Repubblica di aver «tramato» con i carabinieri) Segni sarà colto da malore. Il suo posto verrà preso provvisoriamente da Merzagora e a fine anno sarà proprio Saragat ad essere eletto suo successore al Quirinale. In quello stesso agosto del 1964, a Yalta, morirà Palmiro Togliatti, che nel suo ultimo intervento pubblico aveva accusato Nenni di «aver agitato lo spauracchio del colpo autoritario di destra per strappare e imporre l’accettazione di una politica sbagliata». E per un po’di quella crisi estiva non si parlerà più. Nel dicembre del ‘ 65, su proposta di Andreotti appoggiata da Nenni e Saragat, De Lorenzo viene nominato capo di stato maggiore dell’Esercito. Bizzarra promozione ad opera di esponenti politici (Nenni e Saragat) che ben conoscevano l’operato dell’alto ufficiale nell’estate dell’anno precedente. In quella occasione, tra la fine del ’65 e l’inizio del ’66, alcuni generali – Aldo Beolchini, Paolo Gaspari, Giorgio Manes – reagiscono segnalando a Ugo La Malfa e a Ferruccio Parri le scorrettezze di De Lorenzo come capo del Sifar prima e dei carabinieri poi. Gaspari, in segno di protesta, addirittura si dimette. Ma il giornale del Pci, con un articolo di Silvestro Amore, difende De Lorenzo da quei generali bollati come reazionari, per i quali, secondo «l’Unità», «l’aver partecipato attivamente con funzioni di comando alla lotta di liberazione nazionale non costituisce adeguato merito militare». In ogni caso da questo momento sui giornali si comincia a parlare delle malefatte del Sifar. Anche come conseguenza dello scontro che oppone il nuovo capo di stato maggiore della Difesa Giuseppe Aloia a De Lorenzo. Quest’ultimo perde colpi. Nel gennaio del 1967 il ministro della Difesa Tremelloni promuove una commissione di inchiesta sull’operato del Sifar. Sul banco degli imputati finisce immediatamente Giovanni Allavena, che ha da poco preso il posto dello scomparso Viggiani alla guida dei servizi: Allavena viene rimosso dal comando e assegnato alla Corte dei conti, (ma non è laureato e si è costretti a dirottarlo al Consiglio di Stato).

Il 14 aprile del 1967 scocca l’ora per De Lorenzo. Un consigliere del ministro della Difesa, Andrea Lugo, gli propone di dimettersi in cambio di una nomina ad ambasciatore. De Lorenzo reagisce irritato: «Io sono un galantuomo, mica faccio il pupazzo!». Anche questo colloquio è registrato: De Lorenzo ricorda di aver fatto la Resistenza: «Ho la medaglia d’argento, per cui ho fatto il mio dovere! Il mio stato di servizio è questo, io non nascondo miliardi! Ma io so chi li ha fatti i miliardi! E ho anche le prove! Adesso non scherzo, va bene?». L’indomani il Consiglio dei ministri lo destituisce da capo di stato maggiore dell’Esercito e lo destina a non meglio identificati «incarichi speciali». Moro gli fa avere una missione in Giappone. Ma De Lorenzo medita un nuovo colpo di scena: intende raccontare della consegna a Saragat di due milioni di lire, da lui stesso effettuata nel 1957. Poi desiste. Ma l’intero mondo politico è già in allarme: quanti altri dossier ha in mano De Lorenzo, se ha deciso di cominciare dal capo dello Stato? Molti ad ogni evidenza. Ed è a questo punto che parte la denuncia dell’«Espresso» sul colpo di Stato del 1964. Poi verranno i processi. Scalfari e Jannuzzi, condannati nel 1968, verranno eletti in Parlamento sui banchi del Psi. De Lorenzo, invece, ne uscirà distrutto. Bersagliato dal Pci, che fino a pochi mesi prima ne aveva fatto quasi un eroe, concluderà la sua vita pubblica tra le file parlamentari dell’estrema destra (più accorto di lui, il suo rivale Aloia – che pure era un uomo di destra e aveva ordito trame di cui non si erano perse le tracce – rifiuterà una candidatura al Parlamento offerta dalla Dc e andrà a fare il presidente dei cantieri riuniti di Taranto). Perfino Segni ne uscirà parzialmente riabilitato.

Al processo, nell’udienza del 23 dicembre 1967, si registra un piccolo colpo di scena. Jannuzzi dichiara che «nessuna responsabilità può farsi risalire al capo dello Stato dell’epoca, onorevole Segni, per i fatti del giugno–luglio 1964». Franzinelli, prima di scrivere il libro, ha chiesto al giornalista «di motivare quel giudizio che ha capovolto l’impostazione della sua campagna di stampa» e Jannuzzi gli ha risposto evocando «un moto dell’animo per le deplorevoli condizioni di salute di Segni». Eppure, osserva Franzinelli, «la malattia di Segni si presenta nel dicembre 1967 allo stesso punto in cui era in maggio, quando Jannuzzi aveva accusato l’ex presidente di comportamenti costituzionalmente scorretti».

Paolo Mieli