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 2017  dicembre 15 Venerdì calendario

Nasce Rina Fort

• Nasce a Budoia (Pordenone) Caterina Fort detta Rina.

1918-1939 – La giovinezza di Rina Fort tra roghi e cadaveri

• Quando muore la nonna, Rina, 3 anni, ruba un libricino della defunta e fugge di casa. Nel 1927 un fulmine incendia la casa dei Fort: il rogo è terribile, la famiglia si sottrae alle fiamme per miracolo, Rina ne esce terrorizzata. Ancora ragazzina, durante una passeggiata in montagna, chiede al padre di aiutarla a superare un piccolo salto: l’uomo le va incontro, scivola, e muore. Nel 1930 apprende che quattro suoi parenti si sono uccisi nel giro degli ultimi cinquanta anni: Andrea Rizzo buttandosi sotto un treno presso Mestre, il sacerdote don Nicola Rizzo impiccandosi nella canonica a San Quirico Pordenone, un altro Andrea Rizzo annegato, Rosina Rizzo impiccata come il prete. Qualche anno dopo si fidanza con un giovane, ma una tubercolosi glielo porta via poco prima delle nozze. Nel frattempo ha pure scoperto che a causa di una sterilità incurabile non potrà avere figli. [Lincoln Cavicchioli, Sta.Se. 7/1/1949, Massimo Picozzi, Gente n. 31 2/8/2007]

Rina Fort sposa un compaesano pazzo

• A 22 anni Rina Fort sposa il compaesano Giuseppe Benedet, che già la prima notte di nozze dà segni di squilibrio – la lega, si veste da donna, dice frasi senza senso – destinati presto a degenerare in pazzia pura, al punto che viene ricoverato in manicomio. Ottenuta la separazione e ripreso il cognome da nubile, Rina si trasferisce a Milano dalla sorella. [Lincoln Cavicchioli, Sta.Se. 7/1/1949, Massimo Picozzi, Gente n. 31 2/8/2007]

Rina Fort diventa l’amante di Giuseppe Ricciardi

• A Milano Rina Fort trova un lavoro da commessa nel negozio di stoffe e cascami (in via Tenca) del siciliano Giuseppe Ricciardi, una moglie e tre figli a Catania. Ben presto i due diventano amanti. [Lincoln Cavicchioli, Sta.Se. 7/1/1949]

Trovati cadaveri Franca Pappalardo e i suoi tre bimbi

• Poco dopo le otto di un sabato freddo e umido, Pina Somaschini, la nuova commessa del Ricciardi, bussa invano alla porta di casa del titolare, in via San Gregorio al numero 40. Scopo della visita: farsi consegnare dalla moglie del Ricciardi, da alcuni giorni fuori Milano, le chiavi del negozio, per poter aprire come tutte le mattine. Non ottenendo risposta, la Somaschini spinge la porta socchiusa, e chiamando a gran voce la signora, si introduce rispettosa nell’appartamento avvolto dalla penombra. D’un tratto scorge sul pavimento, in una pozza di sangue, uno dei figlioletti del Ricciardi. Poco distante, riversa sul pavimento in senso contrario a quello del piccolo, la signora Ricciardi. La commessa, sconvolta, corre in strada cercando aiuto a gran voce. Arrivano prima i giornalisti e i fotografi che la polizia. I giornali del pomeriggio escono con articoli a quattro colonne e fotografie dei cadaveri. Una volta accorsi, gli uomini della questura, dopo aver isolato dapprima lo stabile e poi l’intera via, trovano nell’appartamento altri due piccoli cadaveri: gli altri figli del Ricciardi.
In totale, l’assassino o gli assassini hanno brutalmente ucciso, quasi sicuramente con una spranga in ferro dagli spigoli accentuati, la moglie del Ricciardi, Giovannino di 7 anni, Giuseppina di 5 e Antoniuccio da poco svezzato. [Lincoln Cavicchioli, Sta.Se. 7/1/1949]

Rina Fort arrestata mentre serve pasticcini

• Il Ricciardi, che si trovava a Prato per ragioni di lavoro, rintracciato e informato dell’accaduto viene interrogato e fa il nome di Rina Fort. La polizia la cerca a casa sua in via Mauro Macchi 89, poi nella pasticceria dove lavora in via Settala 43. Arrestata mentre serve i clienti scherzando e raccontando aneddoti, viene trasportata in questura [Lincoln Cavicchioli, Sta.Se. 7/1/1949]

La foto stracciata dei coniugi Ricciardi

• Il Nuovo Corriere della Sera, a pagina due, titola in grassetto: Massacrati in via San Gregorio una madre coi tre figliuoletti. Dall’articolo si apprende che la scoperta è stata fatta da Pina Somaschini, impiegata presso il negozio del marito della vittima. Il cronista riporta un indizio: oltre ad essere spariti due assegni, sul pavimento è stata trovata una fotografia stracciata dei coniugi Ricciardi immortalati il giorno della nozze [Lincoln Cavicchioli, Sta.Se. 7/1/1949]

Rina Fort in questura: «Ho ucciso la Pappalardo ma non i bambini»

• Interrogata per diciassette ore di fila, Rina Fort crolla addormentata su un divano della questura di Milano. Il funzionario inquirente nota delle macchie sul suo cappotto. Non ha dubbi: è sangue. «Ecco la prova del delitto che hai commesso», le dice al suo risveglio. Lei, stremata, ammette: «Sì, ho ucciso la Pappalardo, ma non i bambini». [Lincoln Cavicchioli, Sta.Se. 7/1/1949; Paolo Scarano, Gente n. 20 16/5/2002]

Arrestata Rina Fort

• Rina Fort, accusata di omicidio e infanticidio, finisce nel carcere di San Vittore.

• Dino Buzzati, che abita a un centinaio di metri dalla casa del delitto, sul Corriere della  Sera: « Una specie di demonio si aggira dunque per la città invisibile, e sta forse preparandosi a nuovo sangue. L’altra sera noi eravamo a tavola per il pranzo quando poche case più in là una donna ancora giovane massacrava con una spranga di ferro la rivale e i suoi tre figlioletti. Non si udì un grido... Così la città intera vegliò, inconsapevole, sulla mamma e i tre bambini morti senza sacramento, abbandonati sulle gelide piastrelle e in tutta la loro corporale miseria, e fino a che non tornò il giorno, e non suonarono le nove, non ci fu a consolarli la pietà di nessuno... La gente comincia ad aver paura. Non è più  una faccenda altrui, buona per quattro chiacchiere fra comari, e dopo dieci minuti non ci si pensa più: nessuno può dirsene estraneo, l’ombra del male scivola intorno a ciascuno di noi e ci potrebbe toccare». [Dino Buzzati, Cds 3/12/1946] [Leggi l’articolo integrale]

Rina Fort dopo il massacro ha mangiato due uova fritte

• Rina Fort, stremata da giorni di interrogatorio, racconta il massacro nei dettagli: «Quella sera vagavo senza meta quando, all’altezza di via Tenca, automaticamente voltai a destra ed entrai nello stabile numero 40 di via San Gregorio, attraversai l’interno dell’andito, salii al primo piano e bussai alla porta d’ingresso della famiglia Ricciardi. La signora chiese chi fosse, poi aprì la porta. Entrai porgendole la mano ed ella mi salutò cordialmente. Ricordo che reggeva in braccio il piccolo Antoniuccio. Mi introdusse in cucina facendomi sedere, mentre gli altri due bambini giocavano fra loro. Appena seduta avvertii un lieve malessere, tanto che la signora Pappalardo mi diede un bicchiere con acqua e limone. Quindi ella volle chiarire la stranezza della mia visita: “Cara signora”, disse, “lei si deve metter l’animo in pace e non portarmi via Pippo, che ha una famiglia con bambini. La cosa deve assolutamente finire, perché sono cara e buona, ma se lei mi fa girare la testa finirò per mandarla al suo paese”. Preciso che prima di porgermi il bicchiere la signora depose il bambino sul seggiolone e dopo aver parlato mi portò dalla cucina una bottiglia di liquore allo scopo di offrirmi da bere. Quindi ritornò nella camera da pranzo per prendere un cavatappi, non avendolo trovato in cucina. A questo punto, mentre la Pappalardo era nella stanza da pranzo, ruppi il collo della bottiglia di liquore e ne versai in abbondanza. Accecata dalla gelosia dalle parole poco prima rivoltemi dalla Pappalardo, oltre che eccitata dal liquore, mi alzai andandole incontro. Giunta nell’anticamera l’incontrai mentre tentava di venire in cucina. Alla mia vista essa si spaventò, indietreggiando, mi avventai sopra di lei e la colpii ripetutamente alla testa con un ferro che avevo preso in cucina e di cui non sono in grado di precisare le dimensioni. La Pappalardo cadde tramortita sul pavimento, io continuai a colpirla. Il piccolo Giovannino, mentre colpivo la madre, si era lanciato in difesa di lei afferrandomi le gambe. Con uno scrollone lo scaraventai nell’angolo destro dell’anticamera e alzai il ferro su di lui: alcuni colpi andarono a vuoto e colpirono il muro, altri lo raggiunsero al capo. Preciso di aver abbattuto prima Giovannino; poi, entrata in cucina, colpii la Pinuccia; ad Antoniuccio, seduto sul seggiolone, infersi un solo colpo, in testa. Frattanto Giovannino si era alzato dall’angolo dove giaceva, per cui calai su di lui altri colpi, facendolo stramazzare al suolo esanime con la testa presso la porta della cucina. La Pinuccia, colpita in cucina, era caduta riversa accanto al tavolo. Terrorizzata dal macabro spettacolo, scesi le scale e mi portai davanti alla porta del retrostante negozio, subito a destra della scala. Dall’interno il cane abbaiava rabbiosamente. Avrei voluto tornare sul luogo dell’eccidio, ma sbagliai strada e mi ritrovai sui gradini che portano alla cantina. Rimasi seduta sul primo gradino pochi attimi per riprendere fiato, poi risalii le scale dell’appartamento, nel quale le luci erano accese come le avevo lasciate. La signora Pappalardo e i suoi tre figli non avevano esalato l’ultimo respiro. Entrai nella camera da letto, mi tolsi le scarpe e ne calzai un paio del Ricciardi, quelle dalle sette suole. Sulle spalle, sopra il cappotto, mi gettai una giacca, poi aprii diversi cassetti asportando una somma imprecisata di denaro e alcuni gioielli d’oro. Misi a soqquadro la casa intera, non so a quale scopo. Non era ancora morto nessuno: il piccolo respirava, la signora si dimenava, la Pinuccia rantolava. La Pappalardo fissandomi con occhi sbarrati diceva sommensamente: “Disgraziata! Disgraziata! Ti perdono perché Giuseppe ti vuol tanto bene”. Poi soggiunse “Ti raccomando i bambini, i bambini...”. Mi chiese aiuto la signora, mentre continuava a dimenarsi. Singhiozzava, poi si mise bocconi. Mi diressi verso la camera da letto e passai su di lei con tutto il peso del mio corpo. Essa non parlava più, ma respirava ancora. Senza rendermi conto di ciò che facevo, rovesciai sul viso delle vittime dell’ammoniaca e prima di allontanarmi definitivamente ficcai loro in bocca dei pannolini imbevuti dello stesso liquido. Rimisi quindi le scarpe nel comodino e la giacca al posto in cui l’avevo trovata. Le vittime agonizzavano ancora quando accostai la porta e discesi le scale. Andai a casa, mangiai due uova fritte con grissini. La notte non potei dormire. Il giorno seguente mi recai normalmente al lavoro...». [Massimo Picozzi, Gente n. 31 2/8/2007]

Dino Buzzati e i funerali delle vittime

• Dino Buzzati, sul Corriere d’Informazione, dopo i funerali delle vittime: «Ore 14: non ci sarà molta luce nelle carceri di San Vittore. Rina Fort, dicono, è tranquilla. Siede sui bordi della branda, smarrita nei suoi pensieri. Udrà ora salire a lei dal cuore della città il doloroso rombo?... Pur attraverso le massicce mura della prigione, pur alla distanza di chilometri e chilometri, lei dovrebbe udire qualcosa». [Cdi, 14/12/ 46]

Rina Fort, in carcere da quasi due anni, cuce abiti per bambini

• «Nel carcere, dal primo mese a oggi, Rina Fort ha trascorso due anni quasi sempre sola: pregando, piangendo. Qualche volta ruggendo come una belva, il volto sfatto e gli occhi come due piaghe arse dalla febbre della sua malvagità. Pregando e piangendo. Pregando e piangendo e sferruzzando e cucendo. Ma sapete che cosa? Abiti brevi, piccolissimi. Non per bambole di cera o di stoffa, bimbi senz’anima, bimbi di orpello. Ma per bimbi veri, abitini per bambini, fatti da quelle mani orrende, per delle creature piccole e innocenti al pari di quelle cadute sotto l’impeto della sua furia, una buia sera di novembre del 1946. Non li avrà riuditi, con la loro vocina, urlare ancora dentro quegli abitini, i piccoli Innocenti che uccise? Non li avrà rivisti muoversi per difendersi da lei?». [Lincoln Cavicchioli, Sta.Se. 7/1/1949]

Anche le detenute sfuggono Rina Fort

• «Isolata nella sua cella del carcere di San Vittore, non è facilmente visibile: la trista donna se ne sta preferibilmente nell’angolo più nascosto di essa. Del resto, nessuno la vuole avvicinare; il personale stesso e le altre detenute, alcune delle quali devono esse medesime rispondere di gravissime imputazioni, la fuggono come si fuggirebbe il lebbroso o l’appestato. (...) Dicono i carcerieri che non l’hanno sorpresa a piangere che qualche rara volta; ma non per il rimorso della strage commessa; bensì per qualche forte emicrania. Sempre silenziosa, non risponde che a monosillabi alle domande del personale o dei superiori, spesso senza neppure voltarsi e tenendo la fronte bassa e lo sguardo torvo, fisso sul pavimento. Una volta sola fu udita gridare, gridare come invasata, afferrandosi alle sbarre della cella, furente, i capelli scarmigliati, madida di sudore: “Le sue mani – urlava – quelle mani!”. Erano, nei suoi occhi, le mani di un uomo o le proprie? Da quel giorno più alcun segno, Rina Fort offri della sua irrompente frenesia. Soltanto una sera, circa una settimana fa, sull’imbrunire, proprio nell’ora in cui la campanella di San Vittore chiama alla preghiera, fu scorta dalla suora, nel suo angolo nascosto come in preda ad un’estasi religiosa: invocava, pregava; e lo faceva a cosi alta voce, con tale trasporto e tale fervore che tutti gli altri carcerati si fecero sulla soglia delle loro celle, il volto incollato alle sbarre. Alcuni giorni dopo, era corsa la voce che fosse impazzita. Un secondino si lasciò sfuggire una frase: “Rina Fort, piangendo come non ha fatto mai, ha detto tutto, dichiarandosi colpevole e pentita desiderosa soltanto di morire”. Fu interrogata. Ma l’Interrogante, a quanto è stato riferito, ha dovuto constatare che non era vero nulla. E ne fu profondamente deluso: era un religioso e aveva sperato, fino all’ultimo momento, che un’anima dannata fosse stata salvata per la redenzione del Cielo. Niente. Rina Fort, torturata da un terribile mal di denti, pregava la Madonna che glielo facesse passare o la uccidesse perché non ne poteva più. Più tardi, quando la nevralgia si placò, disse che non desiderava affatto di morire fiduciosa che, con l’“aiuto del Signore” e scontata la sua pena, avrebbe potuto “ritornare alla vita e fare rapidamente tanto bene per compensare l’immenso male di cui mi sono macchiata”». [Lincoln Cavicchioli Sta.Se. 30/8/1949]

Si avvicina il processo alla «belva di San Gregorio»

• «Si avvicina a grandi passi il processo contro Caterina Fort, la “belva di via S. Gregorio”. La data non è stata ancora fissata; ma, da indiscrezioni trapelate negli ambienti vicini alla Procura generale della Repubblica, si ha ragione di ritenere che questo importante dibattito si svolgerà alla 1° sezione della Corte d’Assise – l’aula grande che vide nella sua capace gabbia, con sbarre di 30 millimetri di diametro, il processo della banda Koch e quello dei biechi seviziatori di “Villa Triste” – nella prima decade di agosto. È però probabile che possa incominciare anche prima, l’istruttoria essendosi conclusa proprio in questi giorni, con la deposizione di un fascicolo di oltre un migliaio di pagine e di tutti gli atti istruttorii, da parte del giudice dottor Fusco, alla Cancelleria dell’Assise. L’istruttoria conclude con l’assoluzione, “per non aver commesso il fatto” – cioè con formula piena – sia di Beppe Ricciardi, marito di Franca Pappalardo e padre delle tre Innocenti creature abbattute, con la madre, dalla furia omicida della bestiale friulana, sia di Carmelo Zappulla, indicato dalla Fort come il “misterioso complice” della sua strage durante gli innumerevoli interrogatori, prima in Questura, poi nella cella del carcere cellulare di via S. Vittore. Questa prima fase del giudizio segue il lungo periodo di detenzione trascorso da Caterina Fort nel manicomio criminale di Aversa, dove rimase in osservazione del prof. Saporito, l’alienista che emise recentemente il clamoroso responso secondo il quale la “belva” deve essere considerata assolutamente sana di mente. “Capace di intendere e di volere al momento del delitto”: questa la sintesi peritale. “Piena responsabilità degli atti ad essa ascritti e da sola compiuti con una efferatezza sconcertante in un essere umano”: questa la sintesi del giudizio istruttorio coi quale, la fosca omicida è ora rinviata al giudizio delle Assise». [Giulio De Benedetti, Sta.Se. 7/5/1949]

Inizia il processo a Rina Fort

• Prima udienza del processo a Rina Fort. «Dalla portina, alle 9.30, una donna entra nella gabbia. Ha un paltò nero, un poco infagottato. Una sciarpa di lana giallo chiaro, gettata sulla spalla, le copre metà faccia. Tiene la testa china e si nasconde gli occhi con le mani, nere anch’esse per i guanti di filo. Pure i capelli, spartiti lateralmente con cura e raccolti sulla nuca, sono neri. Sembra una di quelle penitenti che si vedono inginocchiate nell’angolo più buio della chiesa dalle cinque del mattino. Invece è Rina Fort, la “belva”... Gli avvocati parlano, parlano: “Quadruplice omicidio... massacro... vittime innocenti”. Di chi stanno parlando? Ode, non ascolta, Rina Fort. Non trema, non piange, non ha un palpito. Soltanto rotea adagio intorno i suoi sguardi bovini». [Dino Buzzati, Cds, 11/1/50] [Leggi articolo integrale]

• Quando Rina Fort appare in aula, la folla grida: «Assassina, a morte!». Davanti alla grande gabbia i fotografi fanno scattare gli obbiettivi. La Fort va a sedere su un pancone dentro alla gabbia volgendo le spalle al pubblico e coprendosi il volto con un fazzoletto nel tentativo di sottrarre ai fotografi almeno la faccia. Da tutte e quattro le porte di accesso alla grande aula, preme una folla enorme. Nello spazio riservato al pubblico, non sono potute entrare che poco più di duecento persone. I banchi degli avvocati e quelli dei giornalisti sono invece stipati. Molti gli inviati speciali anche dall’estero. Sui gradini della grande entrata del Palazzo di Giustizia dal lato di via Freguglia, dalle 6 di stamattina, sono assiepate circa tremila persone. Il presidente Marantonio, il procuratore generale De Matteo, il consigliere togato Danai, i giudici popolari, prendono ognuno il proprio posto. Il presidente avverte che «questo processo sarà forse più lungo di quanto è stabilito», «si deve fare quanto è nelle nostre umane possibilità, per condurlo a termine secondo giustizia». Parla il difensore di Rina Fort. La gente lo interrompe urlando: «Bruciatela viva sul sagrato di piazza Duomo!». Il presidente minaccia di far sgombrare l’aula. [L. Cavicchioli, Sta. 11/1/1950]

• Quando la Corte si ritira l’imputata, fatta uscire dalla gabbia, rifiuta il cibo e chiede un calmante per un forte mal di testa. Alle 15.15 riappare nuovamente nella gabbia. Interrogata, dice che il mandante del delitto è il Ricciardi e tira in ballo come suo complice un Carmelo Zappulla che prima di andare con lei dalla Pappalardo le avrebbe offerto una sigaretta drogata: «Appena entrata in casa della Pappalardo, il Carmelo mi spinse violentemente contro di lei, che mi afferrò per i capelli; allora mi difesi e trovatami non so come fra le mani un pezzo di ferro lungo e pesante, picchiai sulla testa della Pappalardo». Rina Fort sostiene anche di aver visto entrare nell’appartamento della vittima, a un certo punto, uno sconosciuto. Ma, a causa della sigaretta drogata, non ricorderebbe altro: «Dopo aver colpito la Pappalardo, quando lei cadde in terra, mi sentii come mancare. Poi rinvenni ma non ero più nella cucina ove si era svolta la colluttazione, bensì netta camera da letto su un seggiolino e con un bicchiere fra le mani. Non ricordo più nulla». Tuttavia è certa di non aver ucciso i bambini: «Io non li ho visti che per un istante attorno alla madre. Strillavano mentre litigavo con lei. Poi non so. Io non ho toccato i bimbi». Alle 18 meno 5 minuti il presidente sospende l’udienza. [L. Cavicchioli, Sta. 11/1/1950]

Seconda udienza del processo a Rina Fort

• Rina Fort, per la prima volta in lacrime ricordando Franca Pappalardo, continua a dire che l’unica cosa di cui è colpevole è la colluttazione con la vittima, e che non ha ucciso nessun «Né lei, né i bambini». [L. Cavicchioli, Sta. 12/1/1950]

Parla il difensore della Fort

• L’avvocato Mario Rossi, 26 anni, difensore della Fort, afferma che non fu la sua assistita a compiere la strage, ma un rapinatore (lo sconosciuto di cui ha parlato la Fort) che aveva il compito di nascondersi e di asportare valori e gioielli solo dopo l’uscita dall’alloggio di Rina e Carmelo. [Lincoln Cavicchioli Sta.Se. 18/1/1950]

Secondo la pubblica accusa l’unica colpevole è Rina Fort

• «La requisitoria del Procuratore Generale dott. De Matteo nel processo contro Caterina Fort, iniziata alle 16,10, dura cinque ore esatte. Un solo intervallo. Un quarto di ora, alle 17,30. Alla fine della sua perorazione, il rappresentante della pubblica accusa chiede per l’imputata la pena dell’ergastolo. Il crimine di via San Gregorio, secondo la pubblica accusa, non ha che una protagonista: Caterina Fort. Lei sola la sera del 29 novembre 1946 era nella modesta casa di fronte alla moglie e ai bambini del proprio amante, di fronte a coloro che costituivano l’ostacolo e la minaccia incombenti al progredire materiale della sua esistenza. Contro quell’ostacolo e davanti a quella minaccia si scatenò la furia sanguinaria di Rina Fort come un uragano. Tutti gli altri personaggi del dramma, secondo la pubblica accusa, non sono che ombre: poveri, meschini, squallidi personaggi chiamati a questo processo soltanto dalla malvagità della sterminatrice. È un’ombra lo Zappulla, cioè il fantomatico Carmelo, è un’ombra lo “sconosciuto”; ombra anche il Ricciardi, la cui responsabilità morale nel dramma che doveva portare Caterina Fort al delitto è risultata evidente e rimane, secondo la pubblica accusa, innegabile, ma fuori del processo. Perché la sua responsabilità materiale così necessaria alla legge non è emersa; anzi è risultata inesistente». [Lincoln Cavicchioli, Sta. 18/1/1950]

La Fort condannata all’ergastolo

• Il presidente Marantonio inizia la lettura del verdetto. Sono le 12,15 esatte. «In nome del popolo italiano, la Corte d’Assise di Milano, sezione prima, nel processo contro Rina Fort riconosce: a) l’imputata responsabile di omicidio continuato commesso con crudeltà e sevizie in persona di Pappalardo Franca; b) dello stesso delitto commesso con le stesse aggravanti in persona di Ricciardi Giovanni, al fine di assicurar sì l’impunità e sottrarsi alle conseguenze del primo reato, c) dello stesso delitto commesso con le stesse aggravanti in persona di Ricciardi Giuseppina; d) dello stesso delitto con le stesse aggravanti in persona di Ricciardi Antonio; e) di simulazione di reato per quanto riguarda la rapina; f ) di calunnia continuata. In base agli articoli 575 Codice Penale, 576 n. 1, 577 tt. 4, 81° capoverso, 367, 368, 72 comma 2°, 29, 32, 477, 483, 488 e 489 del Codice di Procedura Penale, dichiara l’imputata responsabile dei reati ascrittile come alla lettera a) esclusa la premeditazione, e la condanna per omicidio continuato nelle persone di Ricciardi Giuseppina, Ricciardi Giovanni è Ricciardi Antonio con le aggravanti ascrittele, esclusa la premeditazione; così modificato il capo a) della rubrica e cosi unificati e modificati i capi b) c) e d), la dichiara colpevole inoltre di simulazione di reato e di calunnia in danno soltanto di Zappulla Giuseppe, esclusa così la continuità del reato in ordine alla calunnia, e la condanna: alla pena dell’ergastolo con isolamento diurno per sei mesi, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici con la interdizione legale e tutte le conseguenze di legge. Ai sensi dell’art. 32 del Codice Penale, la condanna inoltre al pagamento delle spese processuali e del mantenimento in carcere durante la carcerazione preventiva. La condanna infine al risarcimento dei danni verso le parti civili Pappalardo Francesco, Papparlardo Giuseppe e Pappalardo Carmelo e danni da liquidarsi in separato giudizio, nonché al risarcimento verso le parti civili Zappulla Giuseppina, Ricciardi Giuseppe e gli altri, limitando la misura dei danni a lire 10 per ciascuno di essi, tante essendone state richieste. La condanna inoltre alle spese di costituzione e assistenza a favore delle parti civili eredi Pappalardo Francesco in lire 90 mila, a favore delle parti civili Pappalardo Giuseppe e Pappalardo Carmelo in lire 100 mila, a favore di Ricciardi Giuseppe e Bigi Giuseppina nella misura richiesta di lire 10, e in lire 189 per Zappulla Giuseppina. La Corte ordina inoltre la pubblicazione della sentenza negli albi degli uffici comunali di Milano e, per estratto e per una sola volta, nel quotidiano Nuovo Corriere della Sera, il tutto a spese della condannata. Visto inoltre l’art. 479 del Codice di Procedura Penale, dichiara non essere perseguibile l’imputata per i reati di calunnia ai danni di Ricciardi Giuseppe perché il fatto non costituisce reato». L’imputata, con una Bibbia tra le mani, ascolta la lettura, durata otto minuti e 37 secondi, senza batter ciglio «immobile come una statua: ritta, gli occhi ancora puntati sul Presidente, non dava quasi segni di vita. Forse il cuore, per un istante, le si è fermato. Da quel momento essa diventava un numero. Non ha pianto, non è svenuta, è rimasta impietrita». [Lincoln Cavicchioli, Sta. 21/1/1950]

• Dino Buzzati sul Corriere della Sera: «(...) “Ergastolo”, si udì, poi delle represse grida di dietro, dove si accalcava il pubblico “Bene! Bravi!”, e qualche rotto applauso. In lei nulla cambiò. Ma non capiva? Andandosene, non si voltò il dietro a guardare quell’ultimo pezzetto di mondo che le era concesso di vedere, il mondo dove pure era vissuta fino allora e in cui mai più sarebbe ritornata. Ma non capiva che queste stesse giornate di processo, pur atroci, un giorno lei le rimpiangerà come un paradiso? Non ci saranno mai più per te, Rina Fort, giorni come i nostri, allegre cene in compagnia di amici, né andare e venir per la città, né begli abiti nuovi, né sguardi di giovanotti, le corse in automobile, né gusto di mettere via i soldi, né baci, mal né casa tua, né teneri risvegli nel tuo letto. Mai più, capisci? Per te non nascerà più il sole, né pioverà, né scenderà la neve, né le piante metteranno le foglie, né la sera le vetrine si accenderanno di luci e desideri. E non ci saranno più per te neanche i lampi dei fotografi – che ora fingi di aborrire – né il ronzare intorno dei cronisti, né titoli sui giornali col tuo nome. Guardali, fin che sei ancora in tempo – ti rimane una frazione di secondo – questi uomini, queste signore, venuti ad ascoltar la tua condanna. Ti sono odiosi, probabilmente, i loro sguardi da visitatori di zoo li toglievano il respiro, è vero. Ma sono liberi, capisci? E non li potrai più vedere». [Dino Buzzati, Cds, 21/1/1950] [Leggi articolo integrale]

Rina Fort portata a San Vittore

• Rina Fort, tra i flash dei fotografi, viene portata al carcere di San Vittore. [Lincoln Cavicchioli, Sta. 21.01.1950]

Caso Fort: prima udienza del processo d’appello

• Prima udienza del processo d’appello. «Rina Fort ha pianto in silenzio, brevemente, stamattina, mentre il volto le si accendeva d’un improvviso rossore. Fu quando, mentre il Presidente dott. Papa stava leggendo con voce bassa e monotona la relazione sulla causa, un fotografo si avvicinò alle sbarre e porse all’imputata una scatola gialla, voluminosa. “Che cosa è” mormorò Rina Fort diffidente, chiusa nella sua scontrosa ostilità. Il fotografo le aprì la scatola sotto lo sguardo e ne uscì la fotografia dei genitori di Rina. “Chi ve l’ha data?” ha esclamato l’imputata. E il suo volto è stato scosso da un fremito di commozione. Ancora Rina Fort ha avuto un impercettibile sussulto allorché la voce del Presidente ha rievocato la tragica scena di Franca Pappalardo, colpita alla testa e ripetutamente alle costole dalla sbarra di ferro. Un moto represso di rabbia ha avuto, invece, quando l’avvocato Franz Barno, patrono di Giuseppe Ricciardi, ha ricordato che il commerciante siciliano si era creato la sua fortuna da solo. “Poverino”, ha commentato l’imputata con un iroso sarcasmo. (...). L’udienza si apre col rituale giuramento dei giudici popolari; poi, insediata la Corte, le parti civili si costituiscono ufficialmente. Il presidente dott. Papa ragguaglia quindi la Corte sugli estremi della causa. (...) la difesa gioca le sue carte maggiori sulle lacune delle indagini e sulle coazioni fisiche e morali che avrebbero usato, gli agenti della Questura milanese, per strappare a Rina Fort la piena confessione. Inoltre la difesa si batte per ottenere la semi-infermità di mente della imputata». [Sta., 18/3/1952]

Rina Fort rievoca le ombre di Carmelo e del terzo uomo

• Rina Fort torna a tirare in ballo Carmelo Zappulla (a suo dire glielo presentò il Ricciardi la sera del 25 novembre 1946) e il terzo uomo.

Presidente: «Nella vostra deposizione avete detto che mentre salivate le scale di casa Ricciardi insieme con quel vostro compagno, Carmelo Zappulla (nel frattempo morto di cancro, ndr), una terza persona, un uomo sopraggiunse alle vostre spalle. Lo riconosceste? Ricordate niente di lui, come era vestito, che aspetto aveva?».
Fort: «Sono passati sei anni, non ricordo più, non posso precisare niente».

Presidente: «Poi siete tornata in strada, uscendo dalla casa di Ricciardi. Quando?».
Fort: «Non posso precisare l’ora. Io ero con Carmelo... con Zappulla (ella dice esitando) mentre l’altro uomo stava un po’ avanti e un po’ dietro a me».

Presidente: «E che cosa faceva?».
Fort: «Non so, non l’ho più visto».
 

Presidente: «Già, era scomparso, era dileguato. Siamo sempre nel regno dei fantasmi».
L’interrogatorio è finito, la Fort torna in gabbia fra i lampi accecanti dei fotografi. [Sta. 21/3/1952]

Giuseppe Ricciardi al processo d’appello

• «Giuseppe Ricciardi ha la voce, le maniere, il linguaggio pittoreschi e robusti del commerciante siciliano che ha fatto fortuna a Milano ed è deciso a conquistare ora anche questa “piazza”, questa sala gremita che pure gli è ostile. Egli lo sa e ne ha subito la conferma quando attacca: “Giuro davanti a Dio e sull’anima dei miei bambini...” e si ode un lungo, ironico “oh”. Il presidente minaccia di fare sgomberare l’aula e Ricciardi continua: “Lei (non la chiamerà mai per nome) non l’ho più vista da quando uscì dal mio magazzino. Rapporti casuali, caro presidente. (...) Come mai io, così, a casaccio, posso presentare a lei una persona perché vada a rubare e ad ammazzare tutta la mia famiglia? Tutto quello che lei ha detto è falso”. (...) Ho avuto un solo torto nella vita: di aver conosciuto quella donna, ma questo non significa che le abbia detto di uccidermi la famiglia”». [Giorgio Vecchietti, Sta.28/3/1952]

Giuseppe Ricciardi contro Rina Fort

• Giuseppe Ricciardi, in aula, a Rina Fort: «Ho visto molte donne in carcere, ladre, disgraziate, ma nessuna di esse aveva ucciso dei bambini. Tu invece me li hai ammazzati tutti. Non volevi che nemmeno uno di loro andasse a dire: è stata la zia Rina, come ti chiamavano i poverini». [Giorgio Vecchietti, Sta. 28/3/1952]

Anche la Cassazione conferma l’ergastolo

• L’ergastolo per Rina Fort è confermato anche dalla Cassazione.

Confermato l’ergastolo Per Rina Fort

• Il processo d’appello conferma la sentenza di ergastolo a Rina Fort.

La Fort (da 20 anni all’ergastolo) lavora, recita e pensa alla grazia

• Arnaldo Geraldina de La Stampa incontra la Fort, da quasi venti anni all’ergastolo, nel carcere femminile di Firenze. «Quando entrai nella
“biglietteria” di Santa Verdiana, Caterina Fort mi guardò con diffidenza. Capelli un po’ tinti, la faccia larga, la corporatura robustissima, portava un vestito di lana grigia e un grembiule a righe bianche e marrone. Il carcere femminile è in via dell’Agnolo 14, in un antico convento dove un tempo vivevano monache di clausura. La Fort, in piedi dinanzi al banco di lavoro, prendeva da una gerla manciate di biglietti ferroviari spiegazzati li selezionava sveltamente, ne faceva tanti mucchi: sarebbero finiti nell’archivio delle Ferrovie dello Stato, che ha sede qui a Firenze. Sorrise all’ispettore generale Michele Ferlito, che sovraintende agli istituti penitenziari fiorentini. “Come va, Caterina?”. E lei: “Bene, signor direttore, sa che tra poco saranno vent’anni?”. (...) Mi osserva con perplessità. È molto tempo, mi spiegano, che non vede estranei. A poco a poco sembra indulgere alla confidenza. “In vent’anni ho scavato senza misericordia nella mia coscienza, giorno per giorno, ora per ora. Prima a Perugia, poi a Trani, adesso qui. Debbo pagare per quello che feci quella sera di pioggia. In principio sembra di non poter sopportare l’idea della parola “mai”, scritta sul registro al posto della data del termine della pena. Ma a poco a poco, dopo il collasso, ci si riprende. Si ritrova una personalità, ci si adatta, viene la rassegnazione. Ma ci vuole una volontà d’acciaio: io l’ho avuta. Sa qual è stata la medicina? Il lavoro. Guai se non si lavorasse”. Abbassa gli occhi color nocciola, riprende lo spoglio dei biglietti, torna a guardare Ferlito, che riesce ad umanizzare la pena della friulana a forza di comprensione e di rigore morale. In questa lentissima opera di rieducazione è aiutato egregiamente dalla superiora della casa di pena, Suor Celeste da Lucca, dell’Ordine di San Giuseppe del l’Apparizione. È lei che controlla gli umori di Rina, che interviene con una parola quando la reclusa è a colloquio con la sorella Maria e la nipote Silvana, è lei che organizza nel teatrino certe recite in cui la Fort, vestita da uomo, fa la parte di James Bond e scopre la trama di un intricato delitto. “Signora – chiedo a Caterina che si compiace d’esser chiamata così – è vero che le piacciono i bambini?”. Risponde con un trasalimento: “Proprio così. Qui ce ne sono due, figli di detenute, ma presto se ne andranno. A Perugia avevamo un vero asilo” (...) Suor Celeste interviene col suo sorriso: “Caterina ha adesso cinquantun anni, si è liberata da molti complessi, non teme gli impulsi come una volta. Si è educata. Sembra quasi impossibile che sia stata condannata per quel fatto”. “Ha sentito – chiedo a Caterina – che Giuseppe Ricciardi, risposatosi in Sicilia, non le concederà mai il perdono indispensabile per un’eventuale liberazione condizionale?”. “Non m’interessa, – ribatte seccamente – tanto so benissimo che per questo occorrono ventotto anni di pena ed io ne ho scontati soltanto venti. A Roma però due bravi avvocati, Remo Pannain e Vittorio Ambrosini, s’interessano di me e non fanno crollare la mia speranza. Voi che vivete nel mondo, fra tutto quel rumore, certe cose non potete capirle. Per la grazia, che è una prerogativa del Capo dello Stato, la legge non parla di perdono delle parti offese. Non prevede nulla: un giorno il direttore riunisce il Consiglio di disciplina, fa una bella relazione, mette in evidenza la condotta tenuta da un’ergastolana per anni ed anni, manda tutto al Ministero. Allora anche una come me può pensare a un atto di clemenza”». [Arnaldo Geraldina, Sta. 24/4/1966]

Rina Fort ottiene la grazia

• Il Presidente della Repubblica Giovanni Leone le concede la grazia per buona condotta. Rina Fort va a vivere in una famiglia di Firenze che accetta di ospitarla.

Muore Rina Fort

• Rina Fort muore d’infarto a 73 anni. «Per un po’ di tempo si è fatta chiamare Caterina Benedet (dal cognome dell’ex marito Giuseppe), perché “Rina Fort è un nome che dà i brividi”. La gente ha detto: “Ha pagato, dimentichiamola”. Anche lei chiedeva di essere dimenticata. Ma qualche settimanale è andata a cercarla a tutti ha ripetuto: “I bambini no, non sono stata io”. [Luciano Carino, Sta. 3/3/1988]