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 2018  ottobre 18 Giovedì calendario

• (Salvatore) Corleone (Palermo) 16 novembre 1930 - Parma 17 novembre 2017. Mafioso. Al momento dell’arresto, 15 gennaio 1993, capo di Cosa Nostra. Da allora è detenuto al 41 bis.
• Detto Totò ’u Curtu (è alto 158 cm). «Agricolo sono».
Vita Lo stesso anno del suo arresto Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo hanno pubblicato Il capo dei capi (Rizzoli), che racconta vita e carriera criminale di Totò Riina come segue (e come accertato in sede giudiziaria).
• Secondo di sei figli di Maria Concetta Rizzo e di Giovanni, proprietario erede di tre ettari di terra, schedato dai carabinieri come «soggetto capace di procurare danno alle persone e al patrimonio altrui». L’11 settembre 1943 (nove settimane dopo lo sbarco degli americani in Sicilia), di ritorno dai campi, trovò un ordigno inesploso, lo portò a casa per disinnescarlo e se lo fece sfuggire dalle mani davanti ai tre figli maschi. Morirono lui e il figlioletto più piccolo Francesco, il terzogenito Gaetano se la cavò con delle ferite al collo e a una gamba. Totò, tredicenne, che a scuola si era fermato alla seconda elementare, diventa capofamiglia essendo il figlio maschio più grande (ventisei giorni dopo la mamma partorisce la sesta figlia).
• Insieme a Bernardo Provenzano, detto Binnu (del 33), e a Calogero Bagarella detto “Calò” (del 35), viene reclutato nella banda dei masculiddi agli ordini di Luciano Liggio, che per conto del capo mafia Michele Navarra (medico di professione e nominato cavaliere del Lavoro da Gronchi) li mandava a fare scorrerie per i campi, a rubare bestiame, tagliare viti, bruciare masserie. Nel 49 finisce per la prima volta in galera, all’Ucciardone di Palermo, per avere ucciso un Domenico Di Matteo durante una rissa (gli sparò tutti i colpi che aveva in canna). Durante la detenzione consegue la licenza elementare. In una scheda del dipartimento della pubblica sicurezza risulterà come «soggetto che mostrava un rapido apprendimento». Dopo sei anni, il 19 settembre 1955, viene messo in libertà provvisoria. Al suo ritorno a Corleone si fa promettere in sposa da Calogero Bagarella la sorella più piccola, Antonina, detta Ninetta, di anni 14, iscritta al primo anno del liceo classico del paese. «L’amore fra Totò e Ninetta nacque in vicolo Scorsone con l’impustata alla cantunera, l’appostamento all’angolo della strada prima delle otto del mattino, prima che lei uscisse di casa coi libri sottobraccio». In cambio Riina concede a Calogero la mano della sorella Arcangela.
• Nel 57, insieme a Calò e Binnu, si schiera dalla parte di Luciano Liggio, che ha deciso di spodestare Navarra (sindaco democristiano di Corleone). Capita l’antifona, Navarra ordina di ammazzarlo, ma i suoi sicari falliscono. È l’estate del 58, Riina ha scontato i suoi debiti con la giustizia, ma, aggiornando il suo fascicolo personale, un brigadiere registra che è diventato irreperibile. Si sa che proprio nel corso di quell’estate Totò è stato combinato, “affiliato” (ignoto il suo padrino), Navarra ammazzato (il 2 agosto), e che 34 giorni dopo l’omicidio è scoppiata una guerra tra «la cosca navarriana, la cosiddetta vecchia mafia, e quella degli accoliti di Liggio, definita mafia delle nuove leve» (come scriveranno gli ufficiali del gruppo esterno dell’Arma in un’annotazione). La strategia di Liggio è di non risparmiare nemmeno uno dei luogotenenti di Navarra, e nell’attuarla Totò è il sicario più spietato. Finita la guerra, dopo cinque anni, i quattro corleonesi si nascondono a Palermo, accolti da don Salvatore La Barbera. Finché Liggio non sparisce al Nord (dove si dà al narcotraffico), e Totò e gli altri due diventano sicari al soldo di La Barbera (per tutti sono i picciuttunazzi di Corleone). Quando La Barbera, una mattina del gennaio 1963, cade vittima di lupara bianca per mano del boss Michele Cavataio, e scoppia la cosiddetta prima guerra di mafia, i tre picciuttunazzi si tengono fuori dallo scontro. I caduti sono centinaia.
• A Corleone, il 15 dicembre 1963, viene fermato a un posto di blocco (si stanno cercando gli autori di un colpo in banca) e arrestato. Interrogato per tutta la notte dice di chiamarsi Giovanni Grande, coltivatore diretto di San Giovanni Jato, finché, all’alba, non confessa di essere Totò Riina. Era latitante da cinque anni e tre mesi, e ricercato per cinque omicidi «consumati dal settembre 1958 al luglio 1962, in concorso con Bernardo Provenzano, Calogero Bagarella e altri ignoti». Al commissariato viene anche convocata Ninetta, che però non scuce una parola (presa la maturità classica, a novembre si è iscritta alla facoltà di Giurisprudenza, a Palermo). Tradotto nel carcere dell’Ucciardone, si guadagna il rispetto dei detenuti, diventa il confessore di tutti, all’ora d’aria c’è la fila per ricevere un suo consiglio (nel maggio 1964 entra all’Ucciardone anche Luciano Liggio).
• «Io latitante? Per più di vent’anni nessuno mi ha cercato, io prendevo l’autobus, il treno, l’aereo, ho lavorato, ho viaggiato...».
• Intanto comincia il processo per la guerra di mafia di Corleone, a Bari, per motivi di pubblica suspicione (64 gli imputati, tutti detenuti). Riina è presente a tutte le udienze. I giudici, il giorno in cui stanno per ritirarsi in camera di consiglio (giugno 1969), ricevono un espresso anonimo da Palermo che li minaccia di morte se condanneranno anche solo un corleonese. Il 10 giugno in aula viene pronunciata sentenza di assoluzione per tutti. Riina è condannato solo per il furto della patente esibita al momento dell’arresto (un anno e sei mesi di reclusione, già scontati a titolo di custodia cautelare).
• Rientrato a Corleone, viene nuovamente arrestato e mandato al confino per quattro anni in San Giovanni in Persiceto (Bologna). Il suo avvocato chiede tre - quattro giorni di tempo per fargli preparare i bagagli e in quell’intervallo Riina si dilegua.
• La latitanza durerà 24 anni. Intanto Ninetta ha lasciato l’università, si è presa il diploma magistrale, insegna educazione fisica ai ragazzi del “Sacro Cuore” di Corleone e per questo è chiamata “la Maestrina”.
• Fino al dicembre del 69 trascorre la sua latitanza tra Palermo e Corleone. È passato al soldo del boss di Cinisi, Gaetano Badalamenti, zu’ Tanu, che lo incarica di organizzare l’omicidio di Cavataio (quello che aveva scatenato la prima guerra di mafia). L’agguato viene fatto in viale Lazio, presso la sua impresa, ma prima di morire Cavataio riesce a sparare, uccidendo Calogero Bagarella (10 dicembre 1969). Totò si mette la cravatta nera, la sorella Arcangela rimane vedova prima di averlo potuto sposare (non si unirà mai con nessuno).
• Intanto nel capoluogo siciliano si consuma il cosiddetto sacco di Palermo. Sindaco Salvo Lima, assessore all’Urbanistica Vito Ciancimino (democristiani), vengono concesse 4200 licenze edilizie, di cui 3011 intestate a cinque pensionati nullatenenti (prestanome dei boss). «I mafiosi fecero più danni dei Liberator e dei Lancaster che avevano bombardato il centro storico durante la guerra».
• Finita la prima guerra di mafia, le famiglie si organizzano in un governo provvisorio, e lo chiamano “triumvirato”. Ai vertici Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti e Luciano Liggio, che però delega il suo potere a Totò Riina e Bernardo Provenzano.
• Il 16 luglio si celebra l’udienza per stabilire se applicare a Ninetta l’obbligo di soggiorno in un comune del nord Italia, richiesto dalla Procura (dai dossier su di lei risulterebbe il suo ruolo di collegamento con gli uomini del clan Liggio). In aula Ninetta si difende: «Io sono una donna e sono soltanto colpevole di amare un uomo che stimo e nel quale ho fiducia. Totò lo amo da sempre, io avevo 13 anni e lui 26, non mi è mai più uscito dal cuore. Solo di questo sono colpevole, signor presidente». Le viene applicata la misura della sorveglianza speciale a Corleone (durata due anni, una volta alla settimana deve andare a firmare un registro in commissariato, e non deve uscire di casa dalle sette di sera alle sette di mattina). Una settimana prima della fine della misura, il 19 febbraio 1974, sparisce anche lei.
• Dopo diciannove anni di fidanzamento i due convolano a nozze, celebrate da don Agostino Coppola, parroco di Carini della diocesi di Monreale, ma anche uomo d’onore dedito ai sequestri e cugino di Frank “Tre dita”, grande trafficante di droga. In quale chiesa i due si sposano non si saprà mai. Ninetta partorirà tutti e quattro i figli nella clinica Pasqualino e Noto di Palermo, nel centro della città: Maria Concetta (19 dicembre 1974, nove mesi dopo il matrimonio), Giovanni Francesco (vedi scheda), Giuseppe Salvatore (vedi scheda), Lucia (11 novembre 1980). La famiglia vive a Palermo, ma né negli archivi del Provveditorato agli Studi né in quelli di alcun istituto privato risulteranno mai i nomi dei figli. All’indirizzo registrato all’anagrafe all’atto di nascita di uno dei figli, i poliziotti trovano un vecchio ferroviere cieco.
• «Per lungo tempo i figli del boss non sono andati a scuola. Ci pensava la madre ad istruirli e ad educarli. Non era forse maestra? Non aveva frequentato il magistrale, quando andare a scuola, per una ragazza di paese, era un’impresa? Istruirli, va bene, ma come fare a spiegare ai ragazzi l’isolamento in cui erano costretti a vivere? Che si facevano chiamare Bellomo solo perché non potevano usare né il cognome del padre né quello della madre? Come giustificare il fatto che non andavano a scuola? Non è stato facile il ruolo di donna Ninetta, lacerata tra i doveri di madre mai portati ad un vero compimento e la difesa, quasi fisica, del marito. È stata la sorella piccola, Lucia, a raccontare alla giornalista Sandra Amurri lo smarrimento di una vita da fantasma. Ed anche Concetta ricordava: “Una volta vedemmo la foto di mio padre in tv. Lui ci stava seduto accanto e gli chiedemmo: ‘Perché dicono che ti chiami Riina?’. Lui ci rispose che si erano sbagliati”. Ma i dubbi restavano ed era difficile liberarsene, tanto che Lucia – anche dopo l’arresto del padre e il ritorno alla vita normale – continuò a scrivere ossessivamente sui muri il proprio nome e cognome. Quello vero» (Francesco La Licata).
• Il 16 maggio 1974 Liggio viene arrestato a Milano (morirà in carcere il 15 novembre 1993). In proposito, il pentito Gaspare Mutolo (intervistato da Giovanna Montanaro e Francesco Silvestri) ha dichiarato: «Prima dell’arresto di Luciano Liggio (...), mi ricordo che arrivò ai capi famiglia una circolare in cui si diceva che tutti coloro che dovevano parlare con Liggio (...) non dovevano cercare Riina ma dovevano cercare Provenzano, dicendo che siccome a Riina piaceva fare le tavolate e mangiare e spesso alzava il gomito e dopo aver bevuto con un colpo di pistola ne ammazzava due, ne ammazzava tre, quindi ci si doveva rivolgere a Provenzano. Questo discorso Riina l’ha saputo e non gliel’ha perdonato mai a Liggio, tanto che Liggio, arrestato alla fine del 74, è morto in galera perché Riina non s’interessò mai di farlo uscire. Lo ha fatto morire in carcere, se lui voleva Liggio sarebbe uscito 150 volte».
• Il 20 agosto 1977 fa ammazzare dai suoi uomini il tenente colonnello Giuseppe Russo, detto “Ninì”, e l’amico che stava passeggiando con lui, il professor Costa, sulla piazzetta di Ficuzza. Russo era andato a deporre in commissione Antimafia sulla circostanza sospetta che in molte delle società che si stavano costituendo in quel periodo (nella prospettiva di aggiudicarsi gli appalti del valore di mille miliardi stanziati per ricostruire il territorio del Belice distrutto dal terremoto del 68), il legale rappresentante fosse sempre lo stesso, Giuseppe Mandalari, maestro di 33° grado della massoneria. Dell’omicidio fu accusato un pecoraio monco di Camporeale. Gli appalti per il Belice finiranno tutti in mano ai corleonesi.
• Alla fine degli anni Settanta le famiglie di Palermo sono impegnate nel businisso della droga, ognuna per conto proprio con le famiglie americane, escludendo o quasi i corleonesi, che in America non hanno parenti. A fine giugno del 79 il capo della Squadra mobile di Palermo, Boris Giuliano, scopre il covo di Leoluca Bagarella, cognato e sicario di Riina (in un armadio ci stanno i suoi documenti e otto sacchetti di eroina). Il 21 luglio Bagarella, per ordine di Riina, ammazza Giuliano. Il 25 settembre Riina fa ammazzare Cesare Terranova, il giudice che aveva istruito il processo per la guerra di Corleone (muore anche il suo autista). Dopo di loro tocca al presidente della Regione Piersanti Mattarella, che si era messo in testa di moralizzare la Sicilia (6 gennaio 1980), e al capitano Emanuele Basile, che era quasi arrivato ai conti bancari del “Corto” (4 maggio 1980). I sicari di Basile vengono arrestati (Vincenzo Puccio, uomo di Michele Greco, Giuseppe Madonia, figlio di zu’ Cicciu, Armando Bonanno, della famiglia di Piana dei Colli). È l’ulteriore prova che Riina si sta estendendo a Palermo. Per reazione – far vedere che è altrettanto forte o forse più forte – Totuccio Inzerillo, il 6 agosto 1980, fa uccidere Gaetano Costa, procuratore di Palermo che un mese prima aveva firmato ventidue ordini di cattura contro uomini del suo clan.
• Stefano Bontate si decide ad ammazzare Riina, ma Riina è sparito. Dopo averlo fatto cercare per quattro settimane, chiede a Michele Greco di farlo venire al fondo Magliocco, Riina dice di sì, ma non si presenta. Si trasferisce a San Giovanni Jato, da Bernardo Brusca, e da lì organizza la sua offensiva contro i palermitani. Sta per scoppiare la seconda guerra di mafia. Stefano Bontate viene ucciso a colpi di kalashnikov (il pocket coffee, come lo chiamavano i picciotti), il 23 aprile 1981, giorno del suo quarantaduesimo compleanno, a bordo della sua Giulietta super. L’11 maggio è la volta di Totuccio Inzerillo, il capo famiglia di Passo di Rigano. Gli Inzerillo ammazzati da quel momento in poi sono ventuno, tra questi anche Giuseppe, il figlio quindicenne di Totuccio, che andava dicendo di voler vendicare il padre e a cui Pino Greco, prima di giustiziarlo, tagliò un braccio con un coltello da pescatore di ricci dicendogli: «Mischinu, e ora come farai a sparare a Totò Riina?». Non furono risparmiati nemmeno gli Inzerillo che stavano in America, come Pietro, che fu trovato incaprettato nel bagagliaio di una Cadillac, con venti dollari in bocca e dieci tra i testicoli. I Badalamenti morirono in undici. Dei centoventi uomini d’onore di Santa Maria del Gesù, ne morirono sessanta. Dall’inizio dell’81 all’aprile 83 i morti furono un migliaio. Tra le vittime anche i familiari di Tommaso Buscetta, del mandamento di Porta Nuova: il cognato Homero Guimares, i figli Antonino e Benedetto (sequestrati, interrogati e bruciati vivi), il genero e perfino il di lui fratello e nipote. «Mai c’era stato tutto quel sangue, mai c’era stata quella ferocia. La regola prima era un’altra: uccidere solo quando era necessario, quando era utile».
• Cosa Nostra di Riina il 21 settembre dell’82 uccide il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, al tempo prefetto di Palermo, in via Carini, e con lui la moglie Emanuela Setti Carraro, che guidava la macchina (una A 112), e l’agente di scorta che li seguiva, Domenico Russo.
• Sempre Cosa Nostra di Riina il 30 aprile 82 ammazza Pio La Torre, segretario regionale del Pci, e il suo autista Rosario Di Salvo. Dieci minuti dopo un ragazzo entrò nel circolo dei Buoni Amici e gridò: « …pìupìupìu… e morìu ‘u Pìu».
• Finita la guerra, Riina trasforma Cosa Nostra in una dittatura. Per entrare in commissione niente più elezioni, ne fanno parte solo gli uomini che lo hanno sostenuto nella conquista di Cosa Nostra: Michele Greco, Pino Greco Scarpuzzetta, Giuseppe Giacomo “Gambino”, Francesco Madonia, Bernardo Brusca, Totò Montalto, Pippo Calò, Nenè Geraci il Vecchio, Antonino Rotolo.
• Intanto di Cosa Nostra ha cominciato a occuparsi con troppo zelo il giudice Rocco Chinnici, consigliere istruttore a Palermo: ha accertato che il settanta per cento dei fondi erogati dalla Regione Sicilia ad aziende agricole finiscono ai mafiosi, e lasciato mano libera a un altro giudice, Giovanni Falcone (che il 9 luglio ha firmato quattordici ordini di cattura per l’omicidio Dalla Chiesa, tra gli altri contro Riina e Provenzano). Cosa Nostra di Riina decreta anche la sua morte (esplode con un’autobomba il 29 luglio 1983, vedi, fra gli altri, Giovanni Brusca).
• Nell’84 Tommaso Buscetta, arrestato l’anno prima in Brasile, viene estradato in Italia e decide di collaborare. È appena sbarcato a Roma, quando, il 16 luglio, fa le sue prime dichiarazioni davanti a Giovanni Falcone, in una stanza della polizia criminale dell’Eur: «Non sono un infame, non sono un pentito, non ho tradito Cosa Nostra. È Cosa Nostra che ha tradito se stessa».
• Riina nella descrizione di Buscetta: «Sembra un contadino a vederlo, dottor Falcone, ma è intelligente, e furbo, è un uomo malato di sbirritudine. Si è sempre comportato come uno sbirro, rivolgendosi alla polizia per eliminare, se non poteva farli uccidere, i suoi avversari. No, non era un confidente. Aveva il vizietto, diciamo così, delle lettere anonime. Uh, quante ne ha scritte, ‘u viddanu! Io credo, dottore, che sia stato lui a far arrestare Liggio. Sì, Lucianeddu… nel 1974… a Milano. Liggio aveva messo il Corto accanto a Badalamenti e Bontate, nel triumvirato che governava Cosa Nostra. Tano finisce in carcere e Riina, fuori, comicia a fare sequestri. Rapisce il figlio del conte Arturo Cassina. Quando Tano esce, chiede al Corto: “Perché l’hai fatto?, non avevamo detto che non facevamo rapimenti in Sicilia?”. Liggio, che pure era complice di quei sequestri, lo leva dalla commissione e ci si mette lui. Riina ci aveva fatto il pelo a comandare e ci resta male (...) Riina, lo sbirro, aveva fatto la spiata. Rientra al vertice e comincia la demolizione di Badalamenti. In tre anni lo fa fuori, lo fa posare e si cominciano a contare i morti… l’hanno chiamata la guerra di mafia, dottore, ma è stato un massacro, una caccia all’uomo scatenata dai corleonesi contro tutti coloro che, indipendentemente dalla famiglia di appartenenza, erano stati o erano amici di Stefano Bontate e Totuccio Inzerillo». E poi giù a dire che è lui ad avere fatto ammazzare Russo, Terranova, Mattarella, Basile, Dalla Chiesa… Falcone ordina al suo collaboratore Gianni De Gennaro 3.600 riscontri, e settantaquattro giorni dopo firma 366 mandati di cattura. Il 10 febbraio 1986 inizia il maxiprocesso a Cosa Nostra. Il 16 dicembre 1987 il presidente della Corte legge per ore il dispositivo (per un totale di 2655 anni di carcere e 19 ergastoli). Riina viene condannato al suo primo ergastolo.
• Il 29 gennaio 1992 la Cassazione conferma gli ergastoli (il 9 agosto dell’anno prima è stato ucciso Antonio Scopelliti, il sostituto procuratore incaricato di sostenere l’accusa in giudizio, vedi Giacomo Lauro). A marzo Riina convoca una riunione per far approvare la strategia stragista. Il primo a morire è Salvo Lima, già sindaco di Palermo, al tempo deputato europeo, leader della corrente andreottiana in Sicilia (ammazzato alle nove del mattino del 12 marzo 1992). I pentiti diranno che è stato ucciso perché si era disinteressato all’aggiustamento del maxiprocesso.
Attentati Il 23 maggio 1992, sull’autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci, a pochi chilometri da Palermo, saltano in aria Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, e tre uomini della scorta, Vito Schifani, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro (l’esplosivo era stato fatto scivolare in una canalina sotto l’autostrada su uno skateboard). Il 19 luglio 1992 in via d’Amelio, a Palermo, esplode una Fiat 126 uccidendo Paolo Borsellino e gli agenti di polizia Agostino Catalano, Vicenzo Li Muli, Claudio Traina, Emanuela Loi, Eddie Walter Cusina. Riina viene arrestato il 15 gennaio 1993 davanti alla sua villa di via Bernini. Il giorno dopo Ninetta Bagarella rientrava a Corleone con i quattro figli (vedi Giovanni Francesco Riina e Giuseppe Salvatore Riina).
• «Gli ho fatto fare la fine del tonno» (così Riina a proposito di Giovanni Falcone).
• Nell’ultimo incontro prima di essere arrestato aveva detto che bisognava ammazzare fino al ventesimo grado di parentela, cominciando dai bambini di 6 anni, se questi appartenevano ai pentiti.
Arresto Arrestato nel 1993 dai carabinieri del Ros guidati dal capitano Ultimo e dall’allora colonnello Mario Mori (un’operazione resa controversa dalla mancata perquisizione della casa del padrino, vedi Gioacchino La Barbera, Massimo Ciancimono), da allora gli è sempre stato riservato il trattamento del 41 bis, con lunghi periodi di isolamento: fino al luglio del 1997 è stato rinchiuso nel supercarcere dell’Asinara, in Sardegna, poi nel carcere di Marino del Tronto, ad Ascoli Piceno, a Opera, infine a Parma. Deve scontare tredici ergastoli.
Papello I giudici, nel 2003, condannandolo in via definitiva per le stragi del 92 (in concorso con tutti i membri della commissione), scrissero che la strategia di Riina era stata «fare la guerra per poi fare la pace», riferendosi alla trattativa avviata da Riina, dopo le stragi, con personaggi delle Istituzioni rimasti ignoti, per far riaprire i processi e abolire il carcere duro in cambio della pace, così come aveva dichiarato il pentito Bernardo Brusca: «Dottor Chelazzi, lei vuole che le parli del cosiddetto “papello”. Era successa la strage di Falcone e quella di Borsellino. Dopo un po’ di tempo incontrai Totò Riina. Gli dissi: “Come va?”. Mi rispose: “Si sono fatti sotto”. Io, per educazione e per rispetto, non chiesi nulla. Ero abituato a vedere Rina come uno che si muoveva per il bene di tutta l’organizzazione. E lui aggiunse: “Si sono mossi i servizi segreti per la mia cattura”. Gli risposi: “Zù Totò, non vorrei un tranello sotto la porta…”. “No”, mi rispose lui “Tutto a posto. Gli ho fatto la richiesta. Gli ho fatto l’elenco dei patti. Gli ho fatto un papello tanto”. E mi indicò con le mani quanto era grande l’elenco delle richieste». Alla domanda sul nome degli interlocutori: «So che c’erano. Ma non so chi erano. Potevano essere magistrati o carabinieri, massoni o poliziotti o procuratori della Repubblica. Potevano essere di tutto. C’erano. Questo è sicuro».
Andreotti Il processo per mafia a Giulio Andreotti, che si concluse con la prescrizione dell’associazione a delinquere fino all’80 (quando non c’era l’associazione mafiosa di stampo mafioso) e con l’assoluzione per la contestazione relativa al periodo successivo (vedi anche Giancarlo Caselli), si basava sulla testimonianza di pentiti che sostenevano di aver visto Riina baciare Andreotti (Caselli: «Riina non è un comune delinquente né un rozzo ex contadino di Corleone. Riina è il capo di uno Stato, lo Stato di Cosa nostra. Come tale egli percepisce se stesso e si autorapporta ad Andreotti esponente di vertice dello Stato legale e alleato storico. Riina dunque non ha nei confronti di Andreotti nessun atteggiamento di “motus reverentialis”. È Riina che prende l’iniziativa di salutare in modo naturale, col bacio appunto, Andreotti e non viceversa. Riina sceglie, come gesto di esordio del suo incontro con Andreotti, il bacio, vale a dire un gesto che assume un significato distensivo e rassicurante che sdrammatizza la situazione. Ad Andreotti si deve far capire che egli non può prendere le distanze: deve invece ricordare sempre che lui e Riina sono stati, sono e saranno la stessa cosa»).
Televisione La sua deposizione al processo di Palermo del 4 marzo 93, trasmessa dalla Rai, fece un effetto enorme sul pubblico e sulla critica. Riina fece professione di modestia, disse di non essere che un piccolo agricoltore, accusò la gestione politica dei pentiti e si proclamò capro-espiatorio dello Stato. Un’arringa che suscitò l’entusiasmo a stento trattenuto del critico televisivo Aldo Grasso, lo sdegno di Violante, la confusione dello stesso Caselli i cui sostituti non avevano fatto in quel caso una bella figura. Lo scrittore Vincenzo Consolo commentò: «A guardare le mani dalle dita gonfie, la testa piantata direttamente sul busto, il viso bolso, spugnoso sotto un casco di corti capelli imbiancati alle tempie, a guardare quegli occhi ingottati, segnati di fegatoso, occhi impassibili, privi di luce, ti sembra di fare un tuffo indietro nel tempo, un tuffo di trenta, quarant’anni nel tempo della mafia contadina, della mafia della lupara, quella che vestiva di nero e portava la coppola, quella che una iconografia insistita ha rovesciato in farsa, in macchietta. E ti chiedi come può essere accaduto che un uomo dall’aspetto così poco “moderno”, così paesano, così dialettale, un uomo così “arretrato” possa aver preso il comando di un’organizzazione criminale come Cosa Nostra».
• Si è visto in tv ne Il capo dei capi, fiction che raccontava la sua storia in onda su Canale 5 dal 25 ottobre 2007 (sei puntate, aveva il volto di Claudio Gioè). Polemiche perché all’inizio veniva dipinto quasi come un eroe.
Tasche In tasca Totò Riina teneva sempre sette banconote da centomila lire, un dollaro e mille lire, un accendino di bronzo e una moneta antica.
Saio Non è stato il primo, ma l’ultimo, il pentito di ’ndrangheta Rocco Varacalli (vedi scheda), nel 2006 ha dichiarato di aver visto Riina, al tempo latitante, vestito da monaco (quella volta si recava a San Luca «per fermare una faida che stava nascendo tra le famiglie locali»).
• Ultime Il 2 ottobre 2012 è stato condannato all’ergastolo, con isolamento diurno per la durata di anni tre, per la strage di Viale Lazio (1963).
• Il 7 marzo 2013 è stato rinviato a giudizio nel processo sulla cosiddetta Trattativa Stato-Mafia. Secondo l’accusa l’area corleonese di Cosa Nostra avrebbe avuto due obiettivi. Obiettivo a lungo termine la formazione di un sistema criminale, in cui allearsi con massoneria deviata – P2, destra eversiva, gruppi indipendentisti, mafia calabrese, per sfruttare la crisi politico-istituzionale (Tangentopoli), e acuirla con la strategia della tensione in vista di nuovi equilibri (le linee guida della destabilizzazione sarebbero state tracciate nella riunione convocata a Enna da Totò Riina nel dicembre 1991, in vista dell’esito infausto del maxi-processo). Obiettivo a breve termine (causa l’esigenza contingente di fronteggiare la repressione da parte dello Stato iniziata nel 1991), trattare con i vertici delle istituzioni per risolvere i problemi della giustizia penale e del trattamento penitenziario. Il secondo obiettivo sarebbe stato facilitato dal «capitale di contatti» maturato nel progetto più ambizioso e di lunga scadenza di tipo eversivo. Riina avrebbe coltivato l’«interlocuzione a distanza» con le istituzioni attraverso Vito Ciancimino (vedi scheda del figlio Massimo), a cui avrebbe consegnato il noto papello, con cui si impegnava a fare cessare le stragi in cambio di benefici per l’organizzazione mafiosa attraverso la legislazione penale. Siccome le richieste di Riina erano inaccettabili, Ciancimino avrebbe consentito il suo arresto (per dirla con Giuffrè – vedi -, «vi pigghiate a Riina e ve ne ite, mentre noi altri risistemiamo le cose»). D’altra parte in un appunto consegnato dal figlio agli inquirenti, Vito Ciancimino aveva dato del «deficiente» a Riina. Dopo il suo arresto la trattativa sarebbe continuata attraverso Provenzano. Così il collaboratore Ciro Vara, interrogato il 31 maggio 2009: «Quando chiesi a Provenzano come si stava sviluppando la questione del papello sul problema carcerario, Provenzano mi disse la cosa sta andando avanti, non ti preoccupare, ci stiamo muovendo con la Chiesa».
• Rina, interrogato dal procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, nel 2009: «Da me non è venuto nessuno… se trattativa c’è stata, è stata fatta sopra di me».
• Giovanni Brusca, deponendo al processo per la Trattativa: «Riina diceva che ad Andreotti dovevamo rompere le corna, ostacolandolo, non facendolo diventare presidente della Repubblica. E ci siamo riusciti, anche anticipando la strage Falcone. Dopo il 23 maggio, Riina mi disse: con una fava abbiamo preso due piccioni».
Ora d’aria Nel processo sono state depositate le intercettazioni ambientali delle conversazioni tra lui e Alberto Lorusso, il detenuto con cui condivideva l’ora di socialità in carcere (in gergo «dama di compagnia»).
«Io sempre contro la legge sono! Io sono nato contrario e ci sono contrario».
«Io dico una cosa, forse sono presuntuoso e mi dispiace se nella discussione sono presuntuoso. Ne dovrebbero nascere mille l’anno come Totò Riina, mille l’anno. I nemici li ho cercati e li ho trovati!... Cosa voglio di più dalla giustizia se la giustizia me la sono fatta io?... La giustizia io l’ho fatta, io l’ho fatta la giustizia giusta»
«Io ero troppo sveglio, sono troppo sveglio, so come provvedere... La svegliatezza mia è una cosa, è un fenomeno... è una materia che tutti non la possono avere. Sono sveglio e sono capace... Io al governo... morti gli devo vendere, al governo morti gli devo dare».
Su Provenzano: «Ha fatto queste stragi di Stato... disonesta mia madre!... Ci ha pensato lui […] Totò Riina aveva il Paese nelle mani, comandavo io per trent’anni, quarant’anni, ed erano convinti, vivevano come cristiani. Quello non ha capito niente, Binnu. Provenzano non era del convento mio, certo lo rispettavo, ma lui era convinto che le cose erano a tarallucci e vino […] Era un ragazzo dabbene, non un ragazzo che poteva fare malavita, non aveva niente a che vedere con la mafia […] Era un ragazzo meraviglioso ma che tu non mi fai dormire tranquillo a me no. Dici, ma questa è sfiduciare? No, non è sfiducia, è conoscere, cercare di conoscere la vita degli uomini […] Lasciò i suoi figli in mezzo alla strada e suo fratello se li è venuti a prendere a Corleone. Hanno fatto malavita mischini, poverini. È un disgraziato che ha lasciato i picciutteddi in mezzo alla strada. Sono un pezzo di pane questi picciutteddi».
«Questo Binnu Provenzano chi è che gli dice di non fare niente? Qualcuno ci deve essere che glielo dice. La cosa... quindi tu collabori con questa gente... A fare il carabiniere pure... e non dici... a rispondergli giusto, regolarmente, e dirgli: perché devo fare questo? Qual è il motivo?».
«Quello è un bambino che adesso si è ammalato... però Binnu... non capisco... come lo hanno fottuto... disgraziati... Lui i piccioli (soldi) ce li ha. Tanto è vero - sostiene Riina - che la moglie ce li ha conservati... ce li ha messi a gazzane […] Però io ce l’avevo detto... Binnu... usciamone... e lui mi ha detto: per ora sono messo, che so... ci sono cristiani... che ti ha detto? Perfetto! eh... Binnu... mischino, mi è dispiaciuto, era una persona, un grande uomo ed un signore... era serio».
Secondo gli inquirenti avrebbe fatto riferimento anche alla trattativa e al papello: «La cosa si fermò... tre-quattro mesi... ma non è che si è fermata... comunque il...(parole incomprensibili)... io l’appunto gliel’ho lasciato».
La minaccia al pm della Trattativa: «Di Matteo deve morire. E con lui tutti i pm della trattativa, mi stanno facendo impazzire. Quelli lì devono morire, fosse l’ultima cosa che faccio».
Nostalgie: «Berlusconi di fronte ad Andreotti è come le formiche nell’olio... Andreotti era il massimo politico di tutti i tempi, è stato una persona seria, a livello mondiale. Chiesa e casa, casa e chiesa. Era un burattinaio». Sul caso Ruby: «Mubarak, Mubarak, che disgraziato. Veda che è un figlio di puttana che non ce n’è».
Quando rivelò ad Alberto Lorusso dove era stato sistemato il telecomando per azionare l’autobomba di via D’Amelio: nel citofono del palazzo dove abitava la madre di Borsellino (a dire che Borsellino la bomba se la fece scoppiare da solo) (sul depistaggio delle indagini per la strage vedi SPATUZZA Gaspare).
Riabilitazione «Pochi sanno, infatti, che - proprio per la sua condizione di supersorvegliato - don Totò ha dovuto subire anche l’umiliazione di essere più volte rifiutato come compagno di cella. Toppi controlli, l’incubo delle «cimici» che carpiscono ed ascoltano, il timore di dover condividere il trattamento speciale riservato allo stragista: tutti buoni motivi per evitare di finire a far compagnia a Riina. 

Per questo ‘u curtu sembra, oggi, ossessionato dall’esigenza di affermare un comando e un carisma che non esistono più. È stato sempre il suo chiodo fisso, il rifiuto di restare relegato all’angolo e considerato la più grande sventura che Cosa nostra abbia mai subìto. E così, come il segretario di un partito che ha perso per sempre le elezioni, fa comizi odiosi e velenosi, confessando i progetti cruenti, dedicati specialmente al pm Nino Di Matteo, che non esiterebbe a mettere in atto se ne avesse la possibilità… Da quel momento ha cercato di giocarsi la carta della «riabilitazione» e della riconquista del carisma. Sapendo di essere intercettato, ha recitato la parte del capo saggio (Francesco La Licata).
Catene Il pm antimafia palermitano Vittorio Teresi, che in conferenza stampa il 15 ottobre 2013 ha fatto un appello ai «vari Riina e Provenzano» a spezzare le catene a cui li tengono legati i politici di riferimento: «Voi siete sommersi da ergastoli e loro la fanno sempre franca e si arricchiscono e sono tutti a piede libero».
• Il 13 maggio 2014 è stato rinviato a giudizio quale mandante e ispiratore della strage del Rapido 904, avvenuta il 23 dicembre 1984 all’interno della galleria della Direttissima, tra Firenze e Bologna (16 morti e 267 feriti). Se l’accusa è fondata, perciò, Riina avrebbe mirato all’obiettivo a lungo termine oggetto del processo sulla Trattativa Stato-Mafia, ben prima del 91. «Con l’entrata di Totò Riina cambia lo scenario e, soprattutto, la ricostruzione del movente, che diventa esclusivamente politico. La mafia siciliana, infatti, ordinò quell’attentato - sostengono i magistrati - per lanciare la propria sfida allo Stato, per deviare l’attenzione repressiva da Cosa nostra verso un inesistente pericolo terroristico, per fermare la “valanga Falcone” che aveva già innescato la bomba-Buscetta. I mandati di cattura del giudice palermitano arrivarono il 29 settembre del 1984 (il blitz di San Michele, poi diventato il maxiprocesso), la bomba è di tre mesi dopo» (Francesco La Licata). Vedi anche Pippo Calò.
Figlie Prima ancora di trasferirsi con il marito Toni Ciavarello e i tre figli a San Pancrazio Salentino (vedi Giuseppe Rogoli), la figlia Maria Concetta detta Mari, si faceva intervistare per Repubblica da Attilio Bolzoni, lamentando la difficoltà, per lei e i fratelli, di trovare lavoro, e l’impossibilità di accarezzare suo padre dal mattino del 16 gennaio 93, da quando, cioè, un vetro l’ha separata da lui durante i colloqui in carcere. Il 4 febbraio 2014 si faceva intervistare da Panorama l’ultimogenita Lucia, che fa la pittrice ed è in cerca di associazioni a cui devolvere parte del ricavato della vendita delle sue opere (da quando Save the children ha rifiutato i suoi soldi con tanti grazie). Da papà ha ereditato senz’altro «la gioia di vivere e l’ottimismo. Il fatto di andare sempre avanti senza arrendersi». Dell’infanzia ha un ricordo «di gioia e serenità»: «Si respirava amore puro in casa, sembrava di vivere dentro a una fiaba: mamma mi accudiva, papà mi adorava e mia sorella Mari per farmi addormentare mi raccontava le favole accarezzandomi i capelli. Mio fratello Gianni mi metteva sulle sue gambe chiamandomi “pesciolino”, Salvo era il compagno di giochi. Avevamo un cane e un gatto, per questo adoro gli animali. […] Mamma ci parlava spesso di storia dell’arte e di letteratura, papà era un appassionato di libri, e trascorreva le sue serate a leggere volumi sulla storia della Sicilia. Credo di avere, comunque, ereditato l’amore per la pittura dallo zio Leoluca, il fratello di mia madre». L’arresto del padre per lei è stato «risvegliarsi violentemente da una fiaba» (Siana Vanella).
• Già vittima di due infarti, un’insufficienza cardiaca, una cirrosi epatica, una gastrite cronica ecc., il 2 marzo 2008 è stato trasportato d’urgenza all’ospedale San Paolo di Milano per problemi al cuore. Il ricovero del 4 marzo 2014 è stato invece un falso allarme. Un’indigestione era stata scambiata per ictus. Un cancro avanzato ai reni che non gli permette neppure di stare seduto.
• È deceduto il 17 novembre alle 3.37 del mattino, qualche or dopo il suo ottantasettesimo compleanno, nel reparto detenuti dell’ospedale di Parma. Scrive Salvo Palazzolo: «Non è sopravvissuto agli ultimi due interventi e a cinque giorni di coma. E si è portato per sempre nella tomba i suoi segreti. “Ne dovrebbero nascere mille l’anno come Totò Riina”, ripeteva in carcere al suo compagno dell’ora d’aria, il boss pugliese Alberto Lorusso».
• «Sono diventato una cosa immensa, sono diventato un re» (così diceva a Lorusso).
(a cura di Paola Bellone).