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 2017  aprile 30 calendario

Joe Petrosino

Cronologia della vita di Joe Petrosino

A Padula nasce Joe Petrosino

• A Padula, in provincia di Salerno, nasce Joe Petrosino, figlio di Prospero. Raffaele Sardo: «Quattro piccole stanzette. Si aprono una nell’altra dopo aver salito alcune scale nel centro storico di Padula. Dentro la casa, il letto, la culla, la valigia di cartone, la cucina, le travi di legno del soffitto. Appese ai muri le foto sbiadite. Sembra di vederlo ancora in questi piccoli ambienti il piccolo Giuseppe, mentre corre da una stanza all’altra». [Sardo 2010]

I Petrosino vanno a vivere a New York

• Joe Petrosino approda a New York, con tutta la sua famiglia di migranti morti di fame. Il padre Prospero, rimasto vedovo della prima moglie, «si risposò e stremato dalla povertà e dalla fame aveva preso su le sue creature (quattro maschi e due femmine, ndr), la moglie e una valigia scassata, vuota di beni e piena di speranza, e dopo un viaggio in terza classe su un vapore partito da Napoli, era sbarcato nel lazzaretto degli immigrati in attesa di visto d’ingresso. A New York vive nelle five cents houses (case da cinque centesimi, ndr), messe a disposizione dalla municipalità in Mulberry Street per ospitare quei disgraziati». [Contin, Lib. 12/3/2009]  
• Gli emigranti italiani a New York, tra fine Ottocento e inizio Novecento, sono mezzo milione: un quarto della popolazione abita negli edifici abbandonati dell’East Side, a ridosso del ponte di Brooklyn. Little Italy è isolata da un cordone sanitario così da tenere a bada i malviventi.  
• A 13 anni Joe si mette a fare lo strillone per le strade di Little Italy, poi il lustrascarpe davanti alla sede centrale della polizia di Mulberry Street. È qui che conosce molti agenti: vanno da lui a farsi pulire le scarpe. Raffaele Sardo: «Fare il poliziotto è stato sempre il suo sogno. Ce l’aveva nel sangue. Conosceva a memoria già tutti i gradi della polizia». Ogni sera «porta a casa qualche moneta sonante per aiutare a migliorare le condizioni della famiglia». [Raffaele 2010; Contin, Lib. 12/3/2009]  

Joe Petrosino netturbino

• Joe Petrosino ottiene la cittadinanza americana e presenta la domanda di arruolamento nella polizia. Respinta. Ma lui non si dà per vinto e «la ripresenta più di una volta, ma è sempre la stessa storia. Il risultato finale non cambia. C’è sempre qualcosa che gli sbarra la strada» [Sardo 2010]. Alla fine «riesce a farsi assumere nella nettezza urbana, che allora era un reparto della polizia cittadina». [Contin, Lib. 12/3/2009] Conoscendo l’italiano, torna presto utile alla polizia, che lo utilizza come informatore per catturare i malviventi italiani. È per strada che si riescono a sapere molte cose.  

Con una scopa Petrosino sventa un attentato

• Un giorno del 1983 Joe Petrosino, armato della sola scopa da spazzino, salva il capo della polizia da un attentato. [Sardo 2010]  

Joe Petrosino si arruola nella polizia

• Ormai noto alla malavita, non potendo più fare l’informatore, Joe Petrosino entra finalmente nella polizia. Indossa l’uniforme, sul petto una placca d’argento con numero 285. «Dopo un breve periodo di rodaggio come agente di pattuglia nella Tredicesima Avenue, comincia a scalare i gradini della gerarchia, imponendosi a tutti per i suoi sistemi di lavoro che si ispirano a passione per il mestiere, grande fiuto, intelligenza, senso di responsabilità, alta professionalità». [joepetrosino.org]    

Petrosino sergente

• Il commissario Theodore Roosevelt, assessore alla polizia, nomina Joe Petrosino Sergente, promuovendolo a detective. «È il primo agente italiano ad entrare nel Bureau, l’ufficio cui facevano capo i cinque più abili investigatori di New York, da allora indossò solo completi scuri, soprabiti stile prince Albert, scarpe con doppia suola e bombetta». [Petacco, 2001].  
• «Joe Petrosino era solo un agente dotato di uno straordinario fiuto investigativo e di un’esperienza personale a diretto contatto con l’ambiente della malavita italo-americana. Un vissuto che gli consentiva di capire le dinamiche, le relazioni, i legami tra le bande organizzate che tenevano sotto scacco New York e le famiglie di origine che operavano in Sicilia. I delinquenti italiani infestavano il suo sogno americano» [Contin, Lib. 12/3/2009]  
• Un metro e sessanta d’altezza per novanta chili di peso, un uomo robusto, corpulento, sbarbato, sul viso tondo le tracce del vaiolo contratto da bambino, i capelli tagliati cortissimi così da farlo credere a prima vista calvo. [Ceruso, 2008] «Pare il proprietario di un caffè o un bottegaio della Little Italy. È rozzo e sembra piuttosto tardo di comprendonio. Il suo volto è inespressivo e potrebbe attraversare la folla senza attrarre l’attenzione dei passanti. Ma proprio qui sta la forza del detective. Egli è padrone dell’arte di assumere un’aria di sbigottita semplicità. Ma più di un ladro e di un assassino hanno scoperto a proprie spese quanto sia rapida la sua mente e svelto il suo braccio» (un giornalista americano a proposito di Joe Petrosino). [Petacco, 2001]  

In America i malavitosi sono per lo più italiani

• A New York, tra Manhattan e Brooklyn, vivono circa un milione di immigrati italiani. Abitano tutti nei distretti di Little Italy, East Harlem e Williamsburg. Sono solo il 4% della popolazione ma il 46% degli omicidi avviene per mano loro.  [Ceruso, 2008]  

Pretrosino tenente

• A Joe Petrosino viene affidata una squadra, l’Italian Branch, composta da cinque uomini per combattere la Mano nera e la delinquenza italiana negli Usa: «5 uomini per tenere a bada un quartiere di 500mila persone non sono molti» commenta Petrosino all’annuncio dell’assessore McAdoo. A far parte della squadra: Maurice Benoil, Peter Dondero, George Silva, John Longomarsinie, Ugo Cassìdi (che preferisce farsi chiamare Hugh Cassidy). Lo scopo di Petrosino è di «rendere loro la vita così difficile da costringerli a sgombrare in ogni modo». E per questo non esita a usare le mani.  
• Ai primi del Novecento in America chiamavano la Mafia Black hand (Mano nera), poi Racket (neologismo derivato dall’italiano ricatto), poi Sindacato, infine Cosa nostra. [Petacco, 2001].

Bingham il nuovo capo della polizia di New York

• Theodore Bingham è il nuovo capo della polizia di New York. Ama farsi chiamare «Generale». È un amico personale di Theodore Roosevelt. «Da questo momento lo scopo della mia vita sarà quello di debellare la Mano nera e di distruggere gli ignobili stranieri che sono venuti a turbare la serenità della nostra pacifica terra». Bingham appoggia appieno l’operato di Petrosino.  

Pretrosino tenente

• L’Italian Branch cambia nome in Italian Legion e viene rinforzata con una trentina di uomini. È una squadra di agenti «con licenza di uccidere», libera di agire con ogni mezzo, anche fuori della legalità, senza le restrizioni della Costituzione americana. Avendo il comune rifiutato il progetto, l’organismo viene finanziato da privati cittadini (trentamila dollari per il primo anno di attività). Joe Petrosino è promosso a Tenente. Ammirato dal presidente Theodore Roosevelt per le brillanti operazioni contro il gangsterismo che hanno prodotto 2500 arresti e 500 espulsioni, lo ha insignito della medaglia al valore.  

La proposta di Pretrosino

• Petrosino festeggia la promozione con pochi colleghi al ristorante di Vincent Saulino dove è solito pranzare. A servirli c’è Adelina, la figlia del proprietario, 37 anni, vedova. Quella sera dopo aver vuotato varie bottiglie di Chianti, Petrosino le fa la proposta: «Anche voi dovete essere molto sola. Potremmo stare bene noi due insieme». Lei muove la testa in un cenno affermativo. [Petacco, 2001]  

Joe Petrosino sposa Adelina Saulino

• Nella vecchia chiesa di Saint Patrick in Mott street monsignor Patrick J. La Valle celebra le nozze di Joe Petrosino e Adelina Saulino. L’Italian Legion è presente al gran completo. Tra gli invitati anche il capo della polizia Bingham. Il pranzo viene offerto nel ristorante del padre della sposa. Solo dopo la coppia raggiunge l’appartamento di quattro stanze, al 233 di Lafayette street, preso in affitto. Nessuna luna di miele. Petrosino ha troppo da lavorare. [Petacco, 2001]  

Petrosino e l’orologio di Giolitti

• Joe Petrosino passa l’estate a letto. È malato. Ha la broncopolmonite. La moglie Adelina è incinta e deve farsi aiutare per curarlo. Nel frattempo il governo italiano gli comunica tramite il consolato che intende offrirgli un orologio d’oro con incisa sulla cassa una dedica di Giolitti: «In segno di riconoscimento per l’intelligente opera nell’identificazione e l’arresto dei criminali sfuggiti alla giustizia italiana». [Petacco, 2001]  

Petrosino chiede l’autorizzazione per l’orologio di Giolitti

• Joe Petrosino chiede all’assessore l’autorizzazione per ricevere l’orologio: «Signore, a norma dell’articolo 3, capitolo XXX del regolamento per il Dipartimento di polizia, chiedo rispettosamente di essere autorizzato a ricevere un’orologio che mi viene offerto dal governo italiano. Con osservanza, Commissario sezione italiana dell’ufficio di Polizia». Joe Pretrosino ritirerà l’orologio il 20 ottobre.  [Petacco, 2001]  

Nasce Adelina figlio di Joe Petrosino

• Nasce Adelina Bianca Giuseppina, figlia di Joe Petrosino e di Adelina Saulino. Sarà battezzata nella chiesa di Saint Patrick. Joe Petrosino, quasi cinquantenne «da quel giorno, appena libero dal servizio, correva a casa per dedicarsi affettuosamente a quella bambina». [Petacco, 2001]

Il progetto di Jenks

• «Verso la fine dell’anno, al Dipartimento di Polizia di New York viene sottoposto un progetto che, secondo la convinzione del suo autore, un abile criminologo profondo conoscitore dei metodi della criminalità italiana nel nostro Paese e all’estero, dovrebbe dimostrarsi efficace per liberare New York di molti stranieri che vi hanno instaurato un regno di illegalità, di ricatto e di assassinio. Questo progetto viene commissionato dal prof. Jeremiah W. Jenks, della Cornell University, e da lui trasmesso al capo del Dipartimento di Polizia di New York, Theodore Bingham. La persona che ha redatto il piano su richiesta del prof. Jenks non desidera essere nominata. Si tratta di uno studioso italiano, trasferitosi nel nostro Paese pochi anni fa, che si è dedicato ai problemi dell’immigrazione con particolare riguardo a quello della delinquenza. Egli è ora impegnato in servizio straordinario presso il Ministero del Tesoro degli Stati Uniti. Il piano da lui ideato viene da noi giudicato uno dei più efficaci per indebolire la potenza della Mano nera nella nostra città. Il piano, che ha per motivo chiave la raccolta di prove in Italia contro uomini qui definiti pericolosi, propone la nomina di agenti segreti per l’Italia, e suggerisce intanto l’invio di un uomo in Italia a questo scopo. Il piano stesso è stato presentato al prof. Jenks dallo studioso in questione. [Leggi qui tutto il documento]  

Petrosino parte in missione

• Alle 4 del pomeriggio, Il detective Petrosino lascia New York sul Duca di Genova alla volta del capoluogo ligure. Viaggia con il nome di Simone Velletri, alloggia nella cabina n.10 di prima classe. Il suo Stewart si chiama Giuseppe Izzo. Con sé due valigie nuove di cuoio giallo. In una la pistola d’ordinanza una Smith & Wesson calibro 38. Il detective però non è felice di partire. Non voleva lasciare la figliolette di appena due mesi.  
• Quando viaggia in incognito Petrosino prende il nome di  Guglielmo De Simone o di Simone Valenti di Giudea, usa dei documenti a nome di Simone Velletri e spesso firma Giuseppe di Giuseppe.  
• Petrosino parte in missione per l’Italia «ufficialmente per svolgere un’inchiesta, verificare i precedenti penali degli emigrati italiani ricercati dalla polizia americana, in realtà per costituire una rete informativa segreta che avrebbe operato in contatto diretto con la polizia americana, all’insaputa di quella italiana (previsto, tra l’altro, un compenso di 2 o 3 dollari agli agenti creati in Italia, per ogni criminale individuato)». [Petacco, 2001]  

La missione non più segreta di Petrosino

• Petrosino è convinto che la sua missione sia segreta ma in America tutti i giornali ne parlano. A dare per primo la notizia il New York Herald dove Bingham conferma la partenza per l’Italia «precisamente in Sicilia, dove si procurerà importanti informazioni sui criminali italiani residenti negli Stati Uniti». Sull’Araldo Italiano (giornale per gli italiani d’America) si legge: «Il Petrosino si reca in Italia per studiarvi quei regolamenti di pubblica sicurezza. Si dice che a Bologna si fermerà per avere cognizioni sulla criminologia, sulla pena di morte e sulle belle mortadelle. A Firenze si tratterrà per osservare le carceri dell’antico palazzo del Bargello e il fiasco paesano. A Napoli per la camorra, la malavita e i maccheroni alle vongole. A Palermo per la mafia e le squisite cassate alla siciliana. A Torino si fermerà per i barabba e i grissini. A Milano per la teppa e la busecca. A Venezia per i terribili Piombi e la zucca barucca. A Roma per il Colosseo e l’abbacchio». [Riva-Viganò, 1994]  

Petrosino arriva a Genova

• Alle 6 del mattino dal Duca di Genova sbarca il tenente Petrosino. Ha circa 26 ore di ritardo. Prende il treno per la capitale dove arriva alle 20.20. Alla stazione ferma una carrozza: «Portatemi all’Hotel Inghilterra» in via Bocca di Leone. Con il nome di Gugliemo Simone fissa la camera n. 9 per 6 lire a notte.  

Per Petrosino una vacanza romana

• Alle 10 del giorno seguente Petrosino va all’ambasciata degli Stati Uniti ma la trova chiusa. È martedì grasso ma l’ambasciata festeggia la ricorrenza dell’anniversario della nascita di George Washington. Petrosino ne approfitta e si fa un giorno da turista a Roma. Visita monumenti e per caso incontra Camillo Cianfarra, inviato speciale per il terremoto di Messina dell’Araldo e Guido Memo corrispondente dello stesso giornale. I tre cenano assieme all’Umberto I in via della Mercede.  

Petrosino e l’ambasciata americana

•   Joe Petrosino riesce finalmente a parlare con l’ambasciatore Lloyd A. Griscom che gli promette un appuntamento con il ministro dell’Interno il giorno seguente.

Petrosino non parla con Giolitti

• Petrosino non incontra Giolitti, a riceverlo infatti è Camillo Pesano, capogabinetto, che lo esorta a mettersi in contatto con Francesco Leonardi, capo della polizia.

Petrosino e il capo della polizia di Roma

• Leonardi affida a Petrosino una lettera, una sorta di lasciapassare per il via libera alle indagini: «Il signor Giuseppe Petrosino, Luogotenente della polizia di New York, si reca in Sicilia per incarico del Governo degli Stati Uniti per compiere investigazioni e ricerche occorrenti allo studio delle varie manifestazioni della delinquenza nei rapporti internazionali. Le SSLL sono pertanto pregate di usare al signor Giuseppe Petrosino tutte le possibili agevolezze perché egli possa adempiere al mandato conferitogli. Il Capo della Polizia Francesco Leonardi».

Petrosino invia il primo rapporto

• Il primo rapporto per Bingham «Caro assessore Bingham, sono giunto a Roma alle 8.20 p.m. del 21 corr. ma essendo l’anniversario della nascita di Washington e contemporaneamente la festa del carnevale romano, che è durata due giorni, non ho potuto vedere alcuna delle persone cui dovevo rivolgermi. Alfine, grazie ai buoni uffici dell’Ambasciatore americano, ho potuto essere presentato al Ministro degli Interni on. Peano con il quale ho avuto una conversazione sui criminali italiani e sulle loro malefatte negli Usa. Egli si è tanto interessato alla questione che ha dato disposizione al Capo della Polizia, S.E. Francesco Leonardi, di ordinare tassativamente ai Prefetti, Sottoprefetti e Sindaci di tutto il Regno di non rilasciare passaporti ai criminali italiani diretti negli Usa. Mi ha anche dato una lettera indirizzata a tutti i Questori della Sicilia, Calabria e Napoli, con l’invito a facilitarmi in ogni modo nell’adempimento della mia missione. Sia il Ministro che il Capo della Polizia, avevano già sentito parlare di me. Ho anche mostrato loro l’orologio d’oro donatemi dal Capo italiano, come sapete. Caro generale, il viaggio è stato molto brutto: per quasi tutta la durata il tempo è stato cattivo. La nave ha avuto ventisei ore di ritardo e io non mi sento troppo bene, per cui, prima di mettermi concretamente al lavoro, mi prenderò un paio di giorni di riposo. Quando sarò a Palermo per iniziare il “lavoro”, vi informerò costantemente dei risultati. Augurando una vita lunga e felice a voi e al signor Woods [assistente di Bingham, ndr] rimango vostro devotissimo. Giuseppe Petrosino». [Petacco, 2001]

Petrosino a Padula

• Petrosino torna a Padula, la sua città natale. Ad attenderlo suo fratello Vincenzo, ma solo per il pomeriggio. Alle 19 riparte infatti per Napoli. «Forse andrò a Messina – disse al fratello – al ritorno passo a salutarti». [Petacco, 2001]

Petrosino arriva a Palermo

• Il detective Joe Petrosino arriva a Palermo alle 8 col postale proveniente da Napoli. [Leggi qui il carteggio di Petrosino con la moglie e con il capo della polizia Bingham] Poche ora dopo incontra il console americano Bishop ma evita qualsiasi contatto con la polizia: «Non mi fido per niente. Qui ho saputo cose da fare rizzare i capelli» (Petrosino a Bishop). [Petacco, 2001]

Petrosino chiede a Bishop di presentargli Ceola

• Petrosino chiede a Bishop di presentarlo al questore Baldassare Ceola. L’appuntamento è alle 11. [Leggi qui il colloquio] [Petacco 2001] 

Petrosino a Caltanissetta

• In giornata va a Caltanissetta e poi torna a Palermo e racconta mister Bishop della sua intenzione di estendere le indagini non solo ai mafiosi ma anche ai notabili candidati alle prossime elezioni e a elementi collusi della politica e dell’imprenditoria, a fronte degli accertamenti programmati al Tribunale di Palermo. Trova i fascicoli vuoti e le cartelle penali degli indagati deliberatamente cancellate, abrase, quando non del tutto scomparse. Era andata meglio a Caltanissetta, dove Petrosino era riuscito a trovare intatte preziose informazioni e documenti sui pregiudicati di mafia, ottenendo riscontro e conferma ai sospetti su strane protezioni nei palazzi del potere nei confronti di noti mafiosi. [Gemma Contin, Liberazione 12/3/2009]. Alle 17 sale nella sua camera all’Hotel de France, legge il Giornale di Sicilia, copia a macchina alcuni certificati penali raccolti a Caltanissetta, prepara gli appunti per il giorno dopo. Appunta sul suo taccuino con una matita copiativa: «Vito Cascio Ferro, nato a Sambuca Zambut, residente a Bisacquino, provincia di Palermo, temibile criminale». Alle 19.30, dopo aver aspettato che un violento temporale cessasse, prende ombrello e cappello ed esce per andare a cena.

Muore ammazzato Joe Petrosino

• Tra le 20.45 e le 20.50 Joe Petrosino, 49 anni, tenente della polizia di New York, in missione a Palermo, muore ammazzato da tre colpi di pistola in Piazza della Marina, davanti alla cancellata del giardino Garibaldi, sotto a un tabellone pubblicitario con affissi due manifesti: «Questa sera, 12 marzo 1909, alle ore 20, al Teatro Biondo, debutto di Paule Silver, l’eccentrica francese»; «Cuscini di pura lana da lire 1,75 a lire 2». [Petacco, 2001] Trovato con «gli occhi spalancati nello spasimo della morte violenta. L’espressione in volto denota come un fiero senso di rabbia impotente. Le mani piene, con le dita grosse sono sporche di sangue che gli sgorga ancora dalla guancia, dove era stato colpito presso la bocca». [Riva-Viganò, 1994; Petacco, 2001].  
• Indossa un ampio soprabito grigio scuro sopra un completo nero, in testa una bombetta, [Ceruso, 2008] al collo una cravatta di seta marrone, ai piedi scarpe nere, in mano un parapioggia. [Riva-Viganò, 1994]  
• Poco prima delle 20 il tenente Joe Petrosino aveva lasciato il suo alloggio all’hotel de France per andare a cena al caffè Oreto. Ordinò pasta al pomodoro, pesce arrosto, patate fritte, formaggio col pepe, frutta e mezzo litro di vino. La sala ristorante era quasi vuota, a fine pasto entrarono però due uomini che si avvicinarono al poliziotto e «lo salutarono rispettosamente. Essi parlarono con lui restando in piedi. Un colloquio brevissimo. Poi Petrosino li licenziò con un gesto della mano che poteva significare: “Vi raggiungo subito”». Pagò il conto di 2 lire e 70 centesimi, tre con la mancia. [Petacco, 2001] e Uscì. Anziché svoltare subito a sinistra per tornarsene in albergo, il tenente andò dritto costeggiando il giardino Garibaldi, e dopo aver percorso esattamente 207 metri viene colpito da tre proiettili. Uno alla spalla, uno alla gola e uno alla guancia destra. Un quarto finì nella stoffa della giacca. [Petacco, 2001]  
• Il primo ad accorrere sul luogo del delitto, Alberto Cardella, 21 anni, un marinaio in attesa del tram ad una trentina di metri della chiesa di San Giuseppe dei Miracoli. Mentre si avvicina al cadavere vede un uomo staccarsi dalla cancellata del giardino e due individui fuggire in direzione di palazzo Partanna. Un quarto d’ora dopo arrivano sul posto il commissario Frasca, il vicecommissario Li Voti e il delegato Scherma. Poi la piazza piomba nel buio più completo per via di un’interruzione della luce a gas. Il commissario è costretto mandare un passante a procurarsi delle candele. [Petacco, 2001] Ed è a lume di candela che Alberto Cardella deve, per ordine della polizia, eseguire la perquisizione: Nel taschino del panciotto un orologio d’oro americano attaccato a una catena, anch’essa d’oro, ferma al secondo occhiello. Un pezzo di carta con su scritto il numero 6824. «Nella tasca interna rinvennero un biglietto di banca da 50 lire, un libro di chèques, non ché altri quattro biglietti italiani da 5 lire. In un altra saccoccia si trovarono molte buste con indirizzi diversi per Palermo. Su una si leggeva “L. Bonanno, Commission Marchand, 24 Stone St. Room 906, New York” Si rinvennero inoltre circa trenta carte da visita con scritto: “Giuseppe Petrosino, luogotenente di polizia, città di New York, Usa”». [Riva-Viganò, 1994]. E poi una cartolina illustrata indirizzata alla moglie Adelina («Un bacio a te e alla mia bambina che ha compiuto tre mesi lontano dal suo papà»); un taccuino zeppo di nomi di pregiudicati («l’ultima annotazione era dedicata a Vito Cascio Ferro»), e il distintivo americano col numero 285. [Petacco, 2001] Solo allora si sente urlare «È Petrosino, è Joe Petrosino, il poliziotto che arresta quelli della Mano nera» [Sardo 2010]. Il questore di Palermo Ceola che si trovava a teatro per ammirare Paule Silver lascia a metà lo spettacolo per correre sulla scena del delitto.  
• Lista dei sospettati tutti legati alla mafia o alla Mano nera (anche se resta aperta la pista degli anarchici): Paolo Palazzotto, di anni 27, via Speranza 13 Ernesto Militano, di anni 27, via Speranza 29 Salvatore Seminara, di anni 40, via spirito Santo 13 Camillo Pericò, di anni 44, via Santa Cristina 27 Francesco Pericò, di anni 46, via Santa Cristina 27 Pasquale Enea, di anni 49, via Divisi 46 Carlo Costantino, di anni 35, via De Leone 1, Partinico Antonino Passananti, di anni 30, via Roma 45, Partinico Giovanni Ruisi, di anni 40, vicolo della Conceria 2 Giuseppe Bonfardeci, di anni 28 Giuseppe Fatto, di anni 33, via Montalbo 2 Giovanni Dazzò, di anni 36, via Santo Spirito 6 G. Battista Finazzo, di anni 28 via Sperlinga 25 Gaspare Tedeschi, di anni 45, via Celso 67 Vito Cascio Ferro, di anni 47, da Bisacquino [Petacco, 2001]

L’America sconvolta pe rla morte di Petrosino

• In America, il primo giornale a pubblicare la notizia è il New York Herald. Alle 2 di notte un reporter bussa alla porta di Adelina Petrosino che gli apre con in braccio la bambina di tre mesi. Il giornalista le chiede notizie di suo marito ma lei non sa niente: «Dio mio. Cosa gli è successo? Lo hanno ucciso?». Il reporter gli risponde che è solo ferito per non allarmarla. Ma lei in lacrime sale al primo piano dal fratello Louis e lo spedisce in centrale per saperne di più.
• Alla centrale di polizia di Mulberry Street nessuno crede che sia possibile. Nei corridoi della centrale si sente dire: «Magari è un trucco. Non è la prima volta che si sparge la notizia della sua morte. Ti ricordi quella volta che...». Ma alle 10 del mattino giunge un cablogramma dal console americano di Palermo. Si legge: «Palermo, Italia, 12 marzo 1909. Petrosino ucciso a revolverate nel centro della città questa sera. Gli assassini sconosciuti. Muore un martire. Console Bishop». [Petacco, 2001] Nei giorni seguenti la polizia di New York arrestava decine di appartenenti alla Mano nera.
• L’ex presidente Roosevelt (che quando era commissario di polizia lo promosse sergente): «Non trovo le parole per esprimere il mio profondo rimpianto. Petrosino era un uomo grande e buono, un patriota leale e valoroso. Lo conoscevo e lo stimavo da molti anni. Egli non ha mai saputo cosa fosse la paura. Era un uomo che valeva la pena di conoscere. Io sono sinceramente addolorato per la morte del mio amico Joe». [Petacco, 2001]  
• Intanto la stampa americana inizia una campagna anti-italiana: «Il Governo italiano deve essere ritenuto largamente responsabile per la morte di Petrosino. Non c’è dubbio che il suo assassinio sia stato decretato e pianificato qui a New York, ma la sentenza capitale è stata eseguita con militaresca obbedienza dalla Mafia siciliana. Da ciò che ho visto e sentito durante il mio recente viaggio in Italia, non ho dubbi che i pubblici funzionari in Sicilia siano in combutta con la Mafia. Ho avuto l’impressione che il Governo italiano collabori nel mantenere in piedi l’organizzazione. Fino a che non sarà distrutta la comunanza di interessi tra i capi mafiosi e la polizia, il regno della Mafia in Sicilia non avrà fine» (Così viceprocuratore distrettuale, Francis L. Corrao, alla stampa). [Petacco, 2001]  
• La stampa d’oltreoceano continua comunque a battere la pista degli anarchici: «Posso soltanto dire che in considerazione di quanto ho dovuto subire per colpa della polizia, la morte di Petrosino mi lascia del tutto indifferente» (Così l’anarchico Errico Malatesta da Londra al New York Times). [Petacco, 2001]  

Proseguono le indagini per l’omicidio Petrosino

• Il capo della polizia Bingham segnala al questore di Palermo Ceola i nomi di due appartenenti alla Mano Nera sospettati di essere coinvolti nell’omicidio di Petrosino: Antonino Passananti e Carlo Costantino sarebbero rientrati in Sicilia dall’America contemporaneamente a Petrosino [il 17 febbraio loro; Petrosino il 21]. E Ceola trova conferma nella testimonianza di alcuni passanti: sarebbero stati visti in Piazza Marina proprio le sera dell’omicidio. I due figuri si scambiavano telegrammi in codice con Joe Morello (individuato da Petrosino come mandante dell’omicidio di Madonia a New York). Una lettera anonima annuncia che Don Vito Cascio (capo della Mano nera) si era assentato da Bisaquino proprio nei giorni dell’omicidio. Ceola individua in Cascio Ferro il mandante dell’omicidio.

I funerali italiani di Petrosino

• A Palermo «nel giorno di San Giuseppe, onomastico del poliziotto, nella chiesa annessa all’ospedale, vengono celebrati i funerali alla presenza di ottanta vigili urbani comandati dal maggiore Crapa. La bara è coperta di corone e fiori inviati dal sindaco, senatore Di Martino, dalla procura generale e dalla questura di Palermo». Tra le 9 e le 14 il pubblico sfila davanti alla feretro. Alle 14 si forma il corteo: corso Calatafimi, piazza Indipendenza, corso Vittorio Emanuele, Quattro Canti, via Maqueda, via Ruggero Settimo, piazza Castelnuovo. La folla è enorme. Scuole e uffici sono chiusi. L’ambasciata Usa ha chiesto a una troupe cinematografica, diretta dall’operatore Lucarelli, di riprendere la scena. «In testa al corteo i carabinieri in alta uniforme, dietro guardie notturne con bandiera, quindi il sindaco, il questore Ceola, il console Bishop, una rappresentanza del Cercle des Etrangers di Palermo, le altre autorità cittadine, i parlamentari, la banda municipale, i pompieri, le guardie daziarie, le guardie di finanza e i vigili urbani. Il feretro, posto sopra un carro trainato da sei cavalli neri, avvolto nella bandiera americana è affiancato da otto carabinieri. Dietro il carro si snoda un corteo lungo circa due chilometri, chiuso dai mèmbri della Società garibaldina in camicia rossa, con bandiera».  
• Alle 17.30 il corteo giunge in piazza Castelnuovo. Dove per scongiurare discorsi funebri del sostituto procuratore generale Nuccio Grillo e del cavalier De Lanchenal, il console Bishop chiede al cocchiere del carro dileguarsi in direzione del porto: la fuga sconcertante del carro funebre desta molta sensazione. Subito si sparge la voce che si è trattato di uno stratagemma per mandare a monte una manifestazione ispirata da un gruppo di anarchici. Una volta al porto, la bara viene messa a deposito e presa in consegna dall’impiegato Settimo Codiglione.

L’incidente diplomatico

• Arrigo Petacco: «Al centro dell’accesa campagna di stampa antitaliana scatenatasi in America, va messo comunque in evidenza il violentissimo atto d’accusa pubblicato dal giornalista White sul numero domenicale dell’autorevole Ledger, del 21 marzo 1909. L’articolo, che provocò un vivace incidente diplomatico, diceva tra l’altro: “Gli assassini di Petrosino non saranno mai assicurati alla giustizia. È bene che la popolazione di New York si rassegni a questo fatto. Ne è minimamente probabile che qualcuno dei più importanti documenti in suo possesso al momento della sua morte carte relative alle sue ricerche dei curriculum criminali degli italiani in America  arrivino mai a Mulberry Street. Infatti essi sono stati presi dal suo cadavere e requisiti nel suo alloggio, immediatamente dopo il delitto, dalla polizia di Palermo; la quale, si può ritenere con sicurezza, ha fatto e farà quanto è in suo potere per proteggere non soltanto gli assassini del detective, ma tutti quegli italiani d’America i cui precedenti penali erano proprio l’oggetto della sua investigazione. Questo non significa necessariamente che la polizia di Palermo sia stata complice attiva degli assassini di Petrosino, ma significa che essa non intende ne osa alzare un dito contro di loro”» [Leggi qui tutto l’articolo]. [Petacco, 2001]  
• Il governo americano offre 10.000 lire a chiunque fornirà utili informazioni sui mandanti e gli assassini. [Sardo 2010]

Il rimpatrio della salma di Petrosino

• La salma del tenente Petrosino viene imbarcata sul piroscafo inglese Slavonia, della Cunard Line, diretto a New York, dove arriverà il 9 aprile.

Mandati di cattura per l’omicidio Petrosino

• Il tribunale di Palermo spicca mandato di cattura, tra gli altri, per Antonino Passananti, Carlo Costantino e Vito Cascio Ferro. Don Vito chiede una cella a pagamento e l’autorizzazione – concessa – a farsi inviare i pasti da un vicino ristorante. Presto, su cauzione verrà scarcerato. Anche perché un deputato, suo amico, l’onorevole De Micheli Ferrantelli, testimonierà di aver cenato insieme a lui quel 12 marzo 1909 a Bivona a cento chilometri da Palermo. [Leggi qui il rapporto di Ceola del 2 aprile 1909]  
• Secondo Ceola le ipotesi sono tre: 1. Petrosino era stato ucciso da Paolo Palazzotto che intendeva vendicarsi per il rude trattamento ricevuto in America e per l’espulsione dagli Usa. 2. A condannarlo a morte fu la mafia per impedirli di portare a termine il suo progetto: sbarrare la via d’accesso agli Usa ai malviventi siciliani. 3. Petrosino è stato ucciso su commissione dalla Mano nera per via dei certificati che il detective stava raccogliendo per espellerle molti dei suoi affiliati dagli Stati Uniti.  
• Ceola capisce che la morte di Petrosino fa comodo a molti. A Vito Cascio Ferro perché avrebbe dovuto rispondere di omicidio negli Usa; a Giuseppe Morello, Giuseppe Fontana, Ignazio Lupo e altri dalla Mano Nera che avevano in corso pratiche per l’espulsione, a Palazzotto e a tutti quelli che Petrosino fece espellere e che volevano tornare in America; a Costantino e Passananti perché, in quanto esecutori, ne avrebbero ricavato un bel gruzzoletto.  
• Joe Petrosino, da anni desideroso di arrestare don Vito Cascio Ferro, portava sempre indosso la sua fotografia (In una lettera firmata “un onesto siciliano” del 13 marzo 1909). [Leggi qui le lettere]  
• Da quando Don Vito Cascio Ferro era dovuto tornare in Italia perché ricercato da Joe Petrosino per l’omicidio del barile (un cadavere chiuso in un barile con i genitali ficcati in bocca), si portò sempre appresso la foto dell’investigatore.  [Petacco, 2001]  

Il rimpatrio della salma di Petrosino

• Un mese dopo l’omicidio del tenente Petrosino, nella vecchia chiesa di St. Patrick in Mott Street, il vescovo La Valle, vecchio amico del detective, celebra i funerali di Stato americani. In conclusione al suo elogio dice: «Era un uomo con uno stemma nobiliare, non su una pergamena, ma nel cuore».
• La giornata è stata dichiarata festiva e in ogni ufficio pubblico di New York è esposta la bandiera a mezz’asta.
• La bara, portata a spalle dalla chiesa alla sede del Partito repubblicano di Lafayette Street dai suoi più fedeli collaboratori, viene deposta sul carro funebre mentre la banda della polizia intona Più vicino a Te, mio Dio e poi il Requiem di Verdi.
• Il carro funebre è seguito dalla vedova e dai familiari, da 1.000 poliziotti a piedi e a cavallo, da 2.000 scolari, da 60 associazioni italiane in uniforme, e da una folla di circa 200.000 persone. La manifestazione dura cinque ore e mezzo, e per tutto questo tempo il centro di New York rimane paralizzato.
• La sepoltura al cimitero del Calvario, ai piedi di un piccolo monumento sul quale si legge: «Eretto da Adelina Petrosino in memoria dell’amato marito Joseph Petrosino, morto il 12 marzo 1909 all’età di 49 anni».  

Baldassare esonerato

• A quattro mesi dalla morte di Petrosino, Baldassarre Ceola viene esonerato dall’incarico e richiamato a Roma, per essere pochi giorni dopo collocato a riposo col titolo onorario di prefetto del regno. Nel giro di pochi mesi gli uomini da lui denunciati furono rilasciati e due anni dopo prosciolti per insufficienza d’indizi.  [Petacco, 2001]  
• Intanto sempre nel 1909 in America venivano arrestati, dal nuovo capo della polizia Baker e dal vicecommissario Flynn, Morello (25 anni ma uscirà dopo dieci) e Ignazio Lupo (30) per altri fatti (tra cui la falsificazione di banconote). E siccome a farli arrestare fu proprio il tradimento da parte della mafia Morello decide di parlare e nel marzo del 1911 confessò che Passananti e Costantino si dicevano sicuri che Petrosino fosse in Sicilia per loro così si rivolsero a Cascio Ferro che architettò l’omicidio. Don Vito avrebbe fatto avvicinare il tenente da falsi confidenti, promettendogli la sua collaborazione. Secondo Morello Petrosino quella sera aveva appuntamento proprio con Cascio Ferro e sempre secondo il pentito era stato lui personalmente a ucciderlo.  

Il processo Petrosino

• La corte d’appello del tribunale di Palermo proscioglie Costantino, Passananti, Cascio Ferro e insieme a loro anche Paolo Palazzotto, Ernesto Militano, Salvatore Seminara, Camillo Pericò, Francesco Pericò, Pasquale Enea, Giovanni Ruisi, Giuseppe Bonfardeci, Giuseppe Fatto, Giovanni Dazzò, G. Battista Finazzo, Gaspare Tedeschi, per insufficienza di prove e ordina la restituzione della somma versata per cauzione [Leggi qui la sentenza]. I giudici non prendono nemmeno in considerazione le parole di Morello benché anche i giornali italiani le hanno riportate.  

La confessione di Vito Cascio Ferro

• Vito Cascio Ferro, dal carcere dove è stato condannato all’ergastolo grazie al prefetto Cesare Mori (per tutt’altro delitto, quello di Gioacchino Lo Voi), confessa: «In tutta la mia vita ho ucciso una sola persona e feci questo disinteressatamente. Petrosino era un avversario coraggioso, non meritava una morte infame sotto i colpi di un sicario qualunque». Cascio Ferro morirà di sete e di fame  un’estate tra il 1942 e il 1945, rimasto unico detenuto dimenticato del penitenziario sgomberato a causa dei bombardamenti. [Petacco, 2001]. [Leggi qui che fine hanno fatto i 15 personaggi denunciati da Ceola]  
• Arrigo Petacco: «Quando poi, in America, si scoprì che il poliziotto era morto povero, New York si dimostrò molto generosa con la sua famiglia. Con una sottoscrizione pubblica furono raccolti diecimila dollari e il consiglio comunale della città assegnò alla moglie Adelina una pensione annua di mille dollari. Purtroppo, la povera vedova non ricevette in quei giorni soltanto manifestazioni di solidarietà. Ricevette anche molte lettere da parte della Mano Nera nelle quali venivano rivolte oscure minacce a lei e alla sua bambina. Per questa ragione, decise di abbandonare la vecchia casa al numero 233 di Lafayette Street per trasferirsi presso il fratello Vincent al numero 623 della Cinquantesima Avenue di Brooklyn. In questa casa, dove la vedova del poliziotto morì nel 1957, all’età di ottantotto anni, ha abitato a lungo la figlia di Petrosino, che è scomparsa alcuni anni fa. Dal suo matrimonio con Michael J. Burke, dipendente della casa editrice Harper, nacque Susan Ann, che ora insegna Storia all’università di Brooklyn. [Petacco, 2001]

Il nipote di Palazzotto: «È stato mio prozio a uccidere Petrosino»

• Dopo oltre cento anni si sarebbe scoperto il killer chefreddò  in piazza Marina a Palermo Joe Petrosino. Una cimice ha registrato una frase di Domenico Palazzotto, pronipote di Paolo, arrestato questa mattina in un maxi blitz che ha visto 94 arresti oltre al suo, che si vantava delle tradizioni centenarie di appartenenza alla mafia della sua famiglia: «Lo zio di mio padre si chiamava Paolo Palazzotto, ha fatto l’omicidio del primo poliziotto ucciso a Palermo. Lo ha ammazzato lui Joe Petrosino, per conto di Cascio Ferro». [Leggi qui il Fatto del giorno di Giorgio Dell’Arti]