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 2017  dicembre 12 Martedì calendario

Grazia Neri

Biografia di Grazia Neri

• (Maria Grazia Casiraghi) Milano 16 marzo 1935. Photo agent. Ora in pensione. «È giusto far vedere il corpo di Moro nella Renault in via Caetani. È scandalosa, invece, la pubblicazione della foto del corpo di Moro sul tavolo dell’obitorio».

• «Chi vuole incontrarla deve passare attraverso la storia della fotografia. Il suo ufficio, arroccato in cima a un labirinto di scale d’acciaio, scrivanie, computer e telefoni che non cessano mai di squillare, deve apparire una specie di sancta sanctorum ai tanti giovani fotografi che arrivano in questo palazzo della vecchia Milano per far vedere un portfolio. Quella montagna di scatole arancioni accatastate una sull’altra, rattoppate da un nastro adesivo marrone e con una scritta grande in pennarello nero: G come Gandhi, K come Kennedy, N come Normandia, sbarco in. Quattordici milioni di immagini sui più grandi eventi della storia del Novecento» (Gianluig Colin).
• Nel 2009 chiude l’agenzia. «Michele Neri, cinquant’anni, figlio di Grazia, direttore generale dell’agenzia (da quando Grazia ha deciso di andare in pensione) parla “di un atto doloroso (…) tutto è avvenuto con una rapidità sconcertante, da rendere inutili i contenimenti dei costi voluti, da bruciare le riserve accantonate”» (Stefano Bucci) [Cds 19/9/2009].
• Nel 2013 ha pubblicato La mia fotografia (Feltrinelli).
• «Molti credettero che le facesse tutte lei, le foto. Lei, che in tutta la vita ne ha scattate “meno delle dita di due mani”: ai suoi due mariti (Neri è il cognome del primo, ndr), a suo figlio, poi basta “Perché non avevo tempo, e le vacanze volevo godermele”. E invece sembrava la più frenetica fotografa del mondo. Colpa di quella righetta, “Foto Grazia Neri”, che era riuscita a ottenere fosse stampata a lato di tutte le foto che vendeva alla stampa, quel “credito” fin allora inedito nella cultura editoriale italiana.
• Il figlio Michele «mia mamma è quella scritta in verticale sui giornali».
• «“I giornali, in Italia, li fa la Grazia Neri”, disse un celebre direttore. Non era proprio così, ma di sicuro è stata lei a “spiombarli”, a renderli guardabili, immaginabili. Amava i libri. Disperatamente, avidamente. La mamma la portò dal medico, preoccupata perché leggeva troppo, “dottore avrà mica una malattia?”. “Spianavo e leggevo i fogli di giornale dov’erano incartate le carote” (…) Diplomata in lingue, niente soldi per l’università, prese al volo quell’impiego in un’agenzia di intermediazione di testi, traduzioni e anche fotografie. E con sua grande sorpresa scoprì che le sapeva valutare molto bene, e in fretta, le fotografie. I clienti erano contenti delle sue scelte. E un giorno, con suo maggior stupore, decise di farlo da sola, per conto suo (…) Il salotto di casa Neri, zona semicentrale di una Milano “ormai povera e senza sogni” ma impossibile da abbandonare dopo 78 anni di vita e 56 di lavoro (…) Grazia Neri arrivò a rappresentare in esclusiva il 70% del fotogiornalismo mondiale, senza mettere sotto contratto nessun fotografo» (Michele Smargiassi).
• «Le fotografie che ti hanno fatto pensare di smettere? “Quelle dei cadaveri, della gente disperata. Nelle guerre civili in Nicaragua, in San Salvador. In Ruanda, tra Hutu e Tutsi”. Una foto che non puoi dimenticare? “Quella di Frank Fournier. Gli occhi di Omayra Sánchez, la bambina vittima dell’eruzione di un vulcano in Colombia. Era bloccata nel fango, non riuscirono a salvarla. Mi riconduce al destino, alle ingiustizie senza spiegazione. Al perché ci hanno messo al mondo qui, se poi la vita è questa. I giornali ora non pubblicano più la grande attualità, il mondo con le sue tragedie è quasi scomparso. I giornali mostrano soltanto facce”». (a Michele Neri) [Vty 20/3/2013].
• «Rimpiango di aver stroncato troppo poco, magari per compassione».