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 2017  settembre 25 Lunedì calendario

• San Pio delle Camere (L’Aquila) 9 aprile 1933. Politico. Sindacalista. Dal 1985 al 1991 fu segretario della Cisl. Ministro del Lavoro nell’Andreotti VII (1991-1992), fu eletto alla Camera nel 1992 con la Dc, nel 1994 col Ppi, nel 1996 con l’Ulivo, nel 2001 con la Margherita. Presidente del Senato nella XV legislatura (eletto il 29 aprile 2006 alla terza votazione con 165 voti contro i 156 di Giulio Andreotti), nel 2008 fu rieletto a Palazzo Madama (Pd). Nel 2013 si ricandidò al Senato dopo aver chiesto una deroga al Pd ma non venne rieletto. «Io il mare l’ho visto per la prima volta durante una gita dell’Azione cattolica a Silvi Marina. Sono stato a Roma per la prima volta nel 1950, con un viaggio organizzato dai “baschi verdi” cattolici. Il primo calcio a un pallone di cuoio l’ho dato nell’oratorio. I primi corteggiamenti li ho fatti nella mia parrocchia. Come potevo non essere democristiano?».
• «La mia è una famiglia di emigranti, come quasi tutte in Abruzzo. Mio nonno era andato in America cinque volte. Lavorava un paio d’anni e riportava un po’ di soldi per comprare un pezzo di terra» (da un’intervista di Stefania Rossini).
• Figlio di Loreto (Tutuccio per gli amici) operaio della Snia a Rieti, mamma sarta persa a 11 anni, fu il primo di 4 fratelli saliti a 7 quando il padre si risposò. «Il massimo orizzonte erano le magistrali. Un giorno la professoressa di lettere delle medie si presentò a casa e disse: “No, questo ragazzo deve andare al liceo”. Mio padre ebbe l’intelligenza di darle retta».
• Laureato in Giurisprudenza, «da giovane in pratica fa il commesso viaggiatore della Cisl nelle unità sindacali di base di Rieti, l’Aquila, Agrigento, Biella. Insieme con Carniti, Crea e Colombo frequenta l’Istituto di formazione sindacale dedicato a Giulio Pastore. Poi lavora all’ufficio organizzativo e quindi guida i dipendenti pubblici, prima di entrare in segreteria confederale dove Marini “depura” la Cisl di tutte le incrostazioni unitarie o fusioniste che dir si voglia» (Filippo Ceccarelli).
• Carlo Donat-Cattin, che fu il suo maestro e lo officiò come suo successore alla guida della corrente dc di Forze nuove, diceva: «Marini uccide col silenziatore»: «Non ho mai capito se fosse una battuta benevola o malevola. Comunque allora ero giovane e ambizioso. Dopo il 1968 Luciano Lama disse di me a Bruno Storti: “Convinci quello o l’unità sindacale non la realizziamo”. In effetti più avanti, nel 1977, su dodici membri della segreteria della Cisl dieci furono favorevoli all’unità sindacale e a opporci fummo in due, io e l’unico repubblicano. Sostenevamo che l’unità sarebbe stata egemonizzata dal Pci e in congresso prendemmo il 44 per cento dei voti. L’unità sindacale non si fece. Lama aveva visto giusto. Io l’anticomunista l’ho fatto quando in piazza mi beccavo i fischi di 80 mila persone e aveva un senso» (da un’intervista di Maurizio Caprara).
• «Alla politica, di fatto, Marini arrivò con Andreotti, di cui fu ministro del Lavoro nel suo ultimo governo, e che poi sostituì come capolista nel Lazio alle elezioni del 1992 (Andreotti nel frattempo era diventato senatore a vita): raccolse poco più di 100 mila preferenze, contro le 329 mila del “divo Giulio” cinque anni prima. Ma, va detto, era al debutto. Marini è (in pubblico, s’intende) un animale a sangue freddo. Come responsabile organizzativo, è stato di fatto il costruttore del Partito popolare all’indomani della dissoluzione politico-giudiziaria della Dc; ne è diventato segretario nel 1997 e poi, da presidente, è stato tra i primi postdc a rompere il tabù identitario e a lanciarsi nell’avventura della Margherita. Di cui è diventato rapidamente, e di nuovo grazie al lavoro organizzativo, un pilastro fondamentale» (Fabrizio Rondolino).
• «Probabilmente il politico più pragmatico dell’intero Parlamento italiano» (Sebastiano Messina), «nel febbraio 2007, alla prima crisi del governo Prodi, si fece il suo nome per sostituire il Professore in ambasce. Idem in novembre quando Prodi ritraballò per le bizze di Lamberto Dini. Fu lo stesso Dini a candidare Marini premier per uscire dal pantano» (Giancarlo Perna). Ultimo vano tentativo di salvare la XV legislatura nel febbraio 2008 dopo la caduta del Prodi II.
• «“Quando sono convinto di una cosa posso anche aspettare mesi prima che si realizzi”, ama sussurrare con quel suo sorriso a mezza bocca da lupo marsicano che gli anni hanno potuto solo addolcire ma non piegare. Il punto è che la capacità di mediazione è la sua caratteristica più vera, più riconosciuta» (Carlo Fusi).
• Pd, Pdl, Scelta Civica e Lega, unico oppositore Matteo Renzi («Non siamo franchi tiratori ma ci opponiamo a questa scelta»), pensarono a lui per il Quirinale nell’aprile 2013, ma il mancato voto di parte del Pd lo bloccò a 521 voti contro i 672 necessari. Il 17 aprile, alla vigilia del voto per il Quirinale, in una lettera a Repubblica, Renzi aveva scritto: «Caro direttore, nel delicato puzzle che i partiti stanno componendo per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica torna in queste ore prepotentemente in voga l’espressione: “Ci vuole un Presidente cattolico”. In particolar modo questa espressione viene richiamata dai sostenitori, bipartisan, di Franco Marini che provano a giustificare così la candidatura del proprio beniamino. (...) Due mesi fa Marini si è candidato al Senato della Repubblica dopo aver chiesto (e ahimé ottenuto) l’ennesima deroga allo Statuto del Pd. Ma clamorosamente non è stato eletto. Difficile, a mio avviso, giustificare un ripescaggio di lusso, chiamando a garante dell’unità nazionale un signore appena bocciato dai cittadini d’Abruzzo. Dunque, non è il no a Marini — già candidato quattordici anni fa — che mi spinge a riflettere sulla frase “Ci vuole un Presidente cattolico”. (...) Mi sembra invece gravissimo e strumentale il desiderio di poggiare sulla fede religiosa le ragioni di una candidatura a custode della Costituzione e rappresentante del Paese (...) Mi interessa che sia il Presidente applaudito per le strade come è stato quel galantuomo di Giorgio Napolitano. (...) Mi interessa che sia il Presidente di tutti, non solo il Presidente dei cattolici. (...) Tanti, forse troppi anni di vita nei palazzi, hanno cancellato una piccola verità: non si è cattolici perché si vuole essere eletti, ma perché si vuole essere felici. C’è di mezzo la vita, che vale più della politica. E il Quirinale non potrà mai essere la casa di una parte, ma di tutti gli italiani» [Rep.it 17/4/2013].
• Sconfitto nella corsa al Colle, commentò: «Il dramma non è nato quando io ho avuto 521 voti, ma quando Bersani, per questo “non governo” del partito, ha deciso di cambiare strategia e ha chiamato Prodi dall’Africa e lui è stato bruciato» [da Lucia Annunziata, a In mezz’ora 21/4/2013].
• Cattivi rapporti con Romano Prodi. «Tra i prodiani è apertamente indicato tra i maggiori responsabili della caduta del primo governo del Professore, quello dell’Ulivo nel ’98» (Francesco Alberti). Rapporti altalenanti con Massimo D’Alema, cui rimproverò di non averlo candidato al Quirinale nel 1999, dopo la caduta del governo Prodi e l’ascesa dello stesso D’Alema a Palazzo Chigi pochi mesi prima. («Non sono arrabbiato con D’Alema sono furibondo. Io mi sono fidato di lui, e lui mi ha fregato»).
• Quanto ai rapporti con il centrodestra, «la scuola primorepubblicana ha consentito a Marini di dialogare facile con l’altra Italia, legittimandola, in funzione di uno scopo istituzionale preciso: puntellare l’identità post democristiana in un regime di convivenza con i post comunisti, e nella cornice bipolare inaugurata dal tramonto dei partiti e dall’ingresso dei grandi blocchi di coalizione» (Il Foglio).
• Sposato dal 1965 con Luisa D’Orazi (Bologna 15 gennaio 1940), medico, conosciuta nel 1961: «L’avevo già notata quando lei era al ginnasio e io al liceo, ma era una ragazzina. Poi, qualche anno più tardi, in una di quelle festicciole che si facevano in provincia, i ragazzi di qua e le ragazze di là, mi sono interessato a lei. Ero in licenza. Facevo l’alpino a Bressanone». Un figlio (Davide, ingegnere).
• Proprietario insieme alla moglie di un grande loft romano, 14,5 vani e mezzo (circa 300 metri quadrati) al pianoterra e seminterrato in via Lima 34, ai Parioli. Secondo l’Espresso, lo avrebbe pagato meno di un milione di euro, per l’esattezza 999.996 euro (Mario Giordano, Tutti a casa).
• Da alpino era tenente della Tridentina. «È stata l’esperienza fondamentale della mia giovinezza, sa che chi è alpino lo resta per tutta la vita» (a Pietrangelo Buttafuoco).
• «Il ciclismo, con l’alpinismo, è il mio sport preferito: l’ho sempre seguito». Tifava Bartali.
• Vino preferito un raffinato Cerasuolo del suo amico Edoardo Valentini di Loreto Aprutino, fuma il sigaro toscano: «Non riesco ad immaginare né le lunghe nottate al tavolo delle trattative sindacali né i momenti che precedevano i caldi comizi in piazza negli anni Sessanta e Settanta senza il sigaro in bocca». Negli ultimi anni è passato alla pipa.
• Non conosce l’inglese.