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 2017  ottobre 23 Lunedì calendario

Ilva

Cronologia dell’Ilva

Nasce la società anonima Ilva

• A Genova è costituita la società anonima Ilva (antico nome latino dell’isola d’Elba, con riferimento alla miniere di ferro elbane). Al capitale iniziale di 12 milioni di lire concorrono la Siderurgica di Savona, controllata dalla Terni, la Ligure Metallurgica e la Terni stessa a cui si aggiunge subito dopo la società Elba, il cui ingresso porta il capitale sociale a 20 milioni. L’obiettivo del gruppo Terni-Elba, controllato da un gruppo di industriali e finanzieri genovesi, che integra la produzione siderurgica con quella cantieristica e controlla l’estrazione del minerale di ferro dell’isola d’Elba, è di sfruttare le agevolazioni previste dalla legge per il risorgimento economico di Napoli del 1904, costruendo un grande impianto a ciclo integrale nella zona di Bagnoli (golfo di Coroglio) per potenziare l’offerta di acciaio. I piani per lo sviluppo dell’industrializzazione nel napoletano elaborati dall’allora deputato Francesco Saverio Nitti avrebbero permesso infatti di ricevere forniture di minerale di ferro a prezzo agevolato e di godere di forti barriere doganali come protezione dalla concorrenza delle più efficienti imprese siderurgiche straniere.  

Inaugurato lo stabilimento Ilva di Bagnoli

• Dopo circa cinque anni tra progettazione e lavori, viene inaugurato lo stabilimento Ilva di Bagnoli. Dotato di due batterie di forni a coke, tre altiforni, cinque forni Martin-Siemens, un reparto di laminazione e due laminatoi per billette e profilati, lo stabilimento si estende su una superficie di 120 ettari, in un quartiere, Bagnoli appunto, già sede di alcuni impianti industriali nella seconda metà del XIX secolo.  

Nasce il Consorzio Ilva

• In seguito alla crisi del 1907 e al conseguente calo del mercato siderurgico in Italia, si giunge, attraverso una serie di accordi fra banche e imprese, alla creazione del Consorzio Ilva. Vi confluiscono le società Alti Forni, Fonderie e Acciaierie di Piombino, Elba di Miniere e Altiforni, Siderugica di Savona e altre minori. Il consorzio, sotto la guida di Attilio Odero, conferisce all’Ilva per dodici anni il compito della gestione delle imprese consorziate. Rileva gli impianti siderurgici in crisi di Bagnoli, Piombino e Savona, più le miniere di ferro dell’Elba, e ottiene dallo Stato finanziamenti e più rigide barriere doganali. Il capitale totale è di circa 130 milioni di lire. È raggruppata così tutta la produzione nazionale di ghisa da altoforno, pari a 303 mila tonnellate, e il 58% di quella dell’acciaio, ovvero 736 mila tonnellate. [Banca d’Italia, Quaderni dell’Ufficio ricerche storiche, giugno 2001]  

Nasce Ilva Alti Forni e Acciaierie d’Italia

• La guerra il settore della siderurgia: le commesse statali stimolano la produzione di ghisa e acciaio e permettono alle imprese del Consorzio Ilva di accumulare notevoli capitali. Nel corso di tale espansione, nell’ottobre 1917 Massimo Bondi riesce a estromettere dalla direzione dell’Ilva Odero e a costituire l’Ilva-Alti Forni e Acciaierie d’Italia. Con questa operazione il complesso ora comprende le unità produttive di Piombino, Bagnoli, Bolzaneto, Torre Annunziata, San Giovanni Valdarno, Savona, Sestri Ponente, Pra, Portoferraio.  

Ilva rilevata dalla Banca Commerciale Italiana

• La Banca Commerciale Italiana, il maggior creditore dell’Ilva, ne rileva la proprietà assieme a quella di numerose imprese siderurgiche minori. Al controllo della società ora troviamo Arturo Bocciardo, l’uomo che la Commerciale aveva già voluto a capo della nuova Terni (azienda non più solo siderurgica, ma anche chimica ed elettrica).  

La sede Ilva si trasferisce a Genova

• La sede Ilva si trasferisce da Roma a Genova, in un nuovo palazzo progettato dall’architetto Crosa di Vergagni.  

L’Ilva sotto il controllo dell’Iri

• Ilva Alti Forni e Acciaierie, Terni Società per l’Industria e l’Elettricità, Stabilimenti di Dalmine, Siac – Società Italiana Acciaierie Cornigliano (costituita per raggruppare le attività siderurgiche dell’Ansaldo) passano sotto il controllo del neo-costituito Istituto per la Ricostruzione Industriale (Iri). Si arriva a questo punto dopo la crisi del 1929, con l’indebitamento dell’Ilva che ebbe un peso importante nel deterioramento della posizione della Comit, che dal 1929 ne controllava l’85% del capitale. Nell’ambito della smobilizzazione delle partecipazioni azionarie della Comit, i pacchetti azionari Ilva finiscono prima alla Sofindit e successivamente all’Iri, che ne diventa come detto il principale azionista. Il nuovo presidente dell’Ilva è Oscar Sinigaglia, che intende razionalizzare l’impresa puntando sul rilancio del ciclo integrale e sulla vicinanza degli impianti ai porti, per facilitare le operazioni di importazione di carbone e materie prime.  
• Iri-Finsider (finanziaria dell’Iri per il settore siderurgico) avvia un imponente programma di riorganizzazione e razionalizzazione della propria struttura impiantistica. A Genova-Cornigliano parte la costruzione di uno stabilimento con ciclo altoforno-acciaieria Thomas per la produzione di semilavorati da laminare in altri stabilimenti del Gruppo.  

La guerra devasta gli stabilimenti Ilva

• Le devastazioni della Seconda guerra mondiale si abbattono anche sugli stabilimenti e sui lavoratori del gruppo Ilva. I danni maggiori sono subiti dagli stabilimenti a ciclo integrale di Bagnoli e Piombino. Affondata anche la flotta: tutti i rimorchiatori e 11 dei 13 piroscafi. Lo stabilimento Siac di Genova-Campi è ridotto al silenzio dalle deportazioni di personale e dal trasferimento in Germania del nuovo laminatoio “quarto” per lamiere grosse. Lo stabilimento Siac di Genova-Cornigliano, pressoché ultimato, è anch’esso smembrato per volere dei tedeschi. Gravi danni si registrano nello stabilimento di Dalmine e a Terni le asportazioni impiantistiche causano la quasi totale sospensione dell’attività.  

Lavori per stabilimenti Ilva a Taranto e Novi Ligure

• L’Ilva avvia la costruzione del quarto centro siderurgico a ciclo integrale a Taranto e quella del complesso di laminazione a freddo di Novi Ligure. È l’avvio dell’intero ciclo previsto dalla prima fase di realizzazione del centro siderurgico di Taranto. Vengono poi ultimati i potenziamenti di Cornigliano, di Bagnoli, Piombino e Trieste.  

Fusione Ilva-Cornigliano: nasce Italsider

• L’Ilva incorpora la ex Siac-Cornigliano (fondata nel 1951 a Genova) e muta la denominazione in Italsider Alti Forni e Acciaierie Riunite Ilva e Cornigliano.  

La ragione sociale diviene Italsider

• Italsider Alti Forni e Acciaierie Riunite Ilva e Cornigliano SpA assume la più sintetica denominazione sociale di Italsider.  

Inaugurazione stabilimento Italsider di Taranto

• Viene inaugurato lo stabilimento Italsider di Taranto. Si tratta di un impianto siderurgico a ciclo integrale, dove cioè avvengono tutti i passaggi che dal minerale di ferro portano all’acciaio. Il fulcro della produzione sono i cinque altoforni, dove viene prodotta la ghisa. Ognuno è alto più di 40 metri e ha un diametro tra 10 e i 15 metri.  
• Gli impianti di Taranto consentono al centro siderurgico una capacità produttiva annua di tre milioni di tonnellate di acciaio liquido, che vengono trasformate in larghi nastri laminati a caldo, lamiere e tubi di medio e grande diametro a saldatura longitudinale ed elicoidale.  
• Lo stabilimento Ilva di Taranto si trova nel quartiere Tamburi, per una superficie complessiva di circa 15.450.000 metri quadrati, quasi il triplo rispetto alla città. In alternativa alla città di Taranto, per costruire il nuovo Centro Siderurgico si pensò anche alle città di Vado Ligure e di Piombino (ampliamento dello stabilimento già esistente), ma si scelse Taranto grazie alle sue aree pianeggianti e vicine al mare, la disponibilità di calcare, di manodopera qualificata nonché alla sua ubicazione nel Mezzogiorno d’Italia, con annessa possibilità di creare posti di lavoro e di usufruire di contributi statali per tale obiettivo.  

Ai Riva lo stabilimento di Cornigliano

• Lo stabilimento di Cornigliano, che dal 1985 era sotto il controllo del Consorzio Genovese Acciaio-Cogea, passa al gruppo Riva, attivo nella elettrosiderurgia, per la prima volta impegnato a gestire un ciclo integrale. Lo stabilimento cambia denominazione in Acciaierie di Cornigliano.  

Ritorna la denominazione Ilva

•  Con la messa in liquidazione e la successiva scomparsa di Italsider e Finsider ritorna la denominazione Ilva S. p. A.  

Ilva scissa in due e in liquidazione

• L’Iri decide scinde l’Ilva in due società, la Ilva laminati piani e la Acciai speciali Terni, mettendole in liquidazione.  

Emilio Riva diventa padrone dell’Ilva

• Emilio Riva si aggiudica lo stabilimento Ilva di Taranto, battendo il rivale storico Luigi Lucchini alleato con i francesi della Usinor. Riva paga allo Stato 1.649 miliardi di lire. Soci di minoranza di Riva sono l’azienda indiana Essar, la famiglia comasca Farina e la società Valbruna di Vicenza dell’imprenditore siderurgico Nicola Amenduni.  
• Questa la storia dell’acquisizione conclusasi il 16 marzo 1995: l’Italsider nel 1993 produce 12 milioni di tonnellate di acciaio all’anno e conta debiti per settemila miliardi di lire. Romano Prodi, che sta privatizzando l’Iri, decide di dismetterla: crea la “Ilva Laminati piani”. E lascia i debiti nella vecchia Italsider che diventa una bad company da mettere in liquidazione. L’Ilva ripulita da Prodi fattura in media 100 miliardi di lire al mese. I Riva se l’aggiudicano per 1.649 miliardi. Con l’Ilva acquistano anche debiti finanziari (per 1.500 miliardi e saliamo, quindi, a circa tremila miliardi) ma la fabbrica vanta un fatturato di novemila miliardi l’anno. L’acciaieria, per i Riva, è un affare che si ripaga quasi all’istante. Il gruppo chiede allo Stato, senza ottenerlo, anche uno sconto di 800 miliardi di lire perché l’industria è troppo inquinante: è necessario investire per ammodernarla. [Gianni Dragoni, Capitani Coraggiosi, Chiarelettere 2011]  
• Al momento dell’acquisto da parte del Gruppo Riva, gli operai impiegati erano poco meno di 11.800. [Gianni Dragoni, Capitani Coraggiosi, Chiarelettere 2011]  
• L’Ilva di Taranto al momento dell’acquisizione dei Riva è un impianto siderurgico a ciclo integrale, dove cioè avvengono tutti i passaggi che dal minerale di ferro portano all’acciaio. Il fulcro della produzione sono i cinque altoforni, dove viene prodotta la ghisa. Ognuno è alto più di 40 metri e ha un diametro tra 10 e i 15 metri.  

Ilva, chiuse le cokerie di Cornigliano

• Allo stabilimento Ilva di Genova sono chiuse le cokerie per il loro impatto sulla salute, in particolare nel quartiere di Cornigliano, nelle cui vicinanze sorge lo stabilimento siderurgico. Uno studio epidemiologico evidenzia una relazione tra polveri respirabili (diametro inferiore o uguale a 10 micron o PM10) emesse dagli impianti siderurgici ed effetti sulla salute. Lo studio epidemiologico attesta che nel quartiere di Cornigliano nel periodo 1988-2001, la mortalità complessiva negli uomini e nelle donne risulta costantemente superiore al resto di Genova.  

Ilva: chiusa l’area a caldo a Genova

• Dopo la chiusura delle cokerie, viene spento anche l’altoforno numero 2 dello stabilimento Ilva di Cornigliano. Finisce così l’era della siderurgia a caldo a Genova con conseguente abbattimento dell’inquinamento e aumento della disoccupazione.  

Riva e soci condannati per mobbing all’Ilva

• La Corte di Cassazione rende definitive le undici condanne per tentata violenza privata e mobbing all’Ilva di Taranto. Per Emilio Riva la pena è di un anno e sei mesi, per il direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso un anno e otto mesi (pene sospese). Riva, Capogrosso e un terzo dirigente sono condannati anche per frode processuale per i lavori di aggiustamento fatti dall’azienda nella palazzina Laf, dove venivano mandati i lavoratori considerati facinorosi o indesiderati dall’azienda. La palazzina Laf, chiamata così perché prima ospitava gli uffici del reparto laminazione a freddo, ha al suo interno ambienti completamente spogli, solo sedie e scrivanie. Qui i lavoratori sono costretti a rimanere senza far nulla per tutto l’orario di lavoro. Nei mesi in cui sono stati sottoposti a questo trattamento molti hanno accusato depressione. Secondo la Cassazione l’assegnazione alla palazzina Laf è stata «uno strumento coartatorio servito a liberarsi, a mo’ di vera e propria decimazione, di un certo numero di impiegati, non più giovani e di ragguardevole anzianità di servizio, quasi tutti rei di qualche mancanza nei confronti della dirigenza».  

Regione Puglia approva legge contro le diossine

• La Regione Puglia approva a maggioranza una legge regionale contro le diossine. La norma impone limiti alle emissioni industriali a partire da aprile 2009. L’Ilva, come le altre aziende, dovrà scendere a 0,4 nanogrammi per metrocubo entro il 2010.  

Ilva, chiuse sette fabbriche

• Il gruppo Riva, proprietario dell’acciaieria Ilva di Taranto (commissariata per inquinamento), ha annunciato la cessazione immediata di tutte le attività in sette stabilimenti produttivi e in alcune società di servizio. Le aziende coinvolte sono esterne al perimetro di gestione dell’Ilva, ma le chiusure vengono motivate col sequestro preventivo di 916 milioni di euro disposto dal Gip di Taranto e col fatto che questo avrebbe reso impossibili le attività del gruppo. Invece i sindacati (ma con vari accenti) accusano l’azienda di ricatto sui 1.400 lavoratori che rischiano il posto. [Grassia, Sta]  
• Si sono fermati gli stabilimenti di Verona, Caronno Pertusella (Varese), Lesegno (Cuneo), Malegno, Sellero, Cerveno (Brescia) e Annone Brianza (Lecco) e le attività di servizi e trasporti (Riva Energia e Muzzana Trasporti). A Taranto non è coinvolta la grande Ilva (ora commissariata) ma solo una piccola società del gruppo, la Taranto Energia.  
• Sul caso Riva spiega Guido Ruotolo: «Due passi indietro nel tempo. Due date importanti per capire cosa ha spinto i Riva allo scontro. Taranto, 6 settembre. Il gip Todisco ha firmato cinque misure cautelari, quattro in carcere e una ai domiciliari. È stata colpita la cosiddetta “struttura parallela” di comando della fabbrica. Funzionari fiduciari della famiglia Riva, alle dipendenze di società del gruppo, che dentro lo stabilimento Ilva di Taranto esercitavano un governo ombra. Un’acciaieria, insomma, eterodiretta. Anzi, il sospetto degli inquirenti è che il governo ombra contasse più dei vertici ufficiali. Per questo che anche a loro sono stati contestati gli stessi reati che portarono il 25 luglio 2012 agli arresti di Emilio Riva e del figlio Fabio, del direttore dello stabilimento tarantino e degli altri dirigenti. Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il sequestro preventivo dell’altro giorno, 11 settembre, “per una somma complessiva di oltre 916 milioni”. In sostanza, i militari della Finanza di Taranto hanno sequestrato “altre 13 società a diverso titolo riconducibili al Gruppo Riva (e anche 71 milioni di euro di azioni Alitalia)”. È andato in scena il secondo tempo di una partita il cui fischio di inizio risale al maggio scorso, quando il gip ordinò alla Finanza di sequestrate 8,1 miliardi nei confronti delle società Riva Fire, Riva Forni Elettrici e Ilva. Il gip aveva quantificato in 8,1 miliardi la “mancata messa in opera delle strutture necessarie all’ambientalizzazione dello stabilimento di Taranto”. Siamo a questo punto». [Guido Ruotolo, Sta 13/9/2013]

Clini riapre l’Aia per l’Ilva

•  Il ministro dell’ambiente Corrado Clini di fronte alle perizie inviate al ministro dalla Magistratura tarantina e con l’emanazione di nuove norme europee che entreranno in vigore nel 2016, riapre con urgenza la procedura Aia (Autorizzazione ambientale integrata) per lo stabilimento, che era stata rilasciata nell’agosto 2011 dal precedente ministro, per adeguare ai nuovi dati l’autorizzazione a produrre, con l’obiettivo di risanare lo stabilimento.  

Firmato il protocollo per l’Ilva

• Il 26 luglio 2012 è firmato un Protocollo di intesa per interventi urgenti di bonifica, ambientalizzazione e riqualificazione di Taranto. A stipularlo sono il ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, il ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, il ministero dello Sviluppo economico, il ministro per la Coesione territoriale, la Regione Puglia, la Provincia di Taranto, il Comune di Taranto, il Commissario straordinario del porto di Taranto. L’accordo porterà all’emanazione di un decreto che stanzi i fondi per il risanamento e il rilancio della città (escluso lo stabilimento).  

Ilva, sequestrata l’area a caldo a Taranto, arresti per i Riva

• In base ad un rapporto dei Carabinieri del Noe, il Gip di Taranto dispone il sequestro senza facoltà d’uso dell’intera area a caldo dello stabilimento siderurgico Ilva. I sigilli sono previsti per i parchi minerali, le cokerie, l’area agglomerazione, l’area altiforni, le acciaierie e la gestione materiali ferrosi. Nell’ordinanza il Gip conclude che “chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato nell’attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza”. Oltre il sequestro degli impianti, il Gip dispone gli arresti di Emilio Riva, presidente dell’Ilva Spa fino al maggio 2010, il figlio Nicola Riva, succedutogli nella carica e dimessosi pochi giorni prima dell’arresto, l’ex direttore dello stabilimento di Taranto, Luigi Capogrosso, il dirigente capo dell’area del reparto cokerie, Ivan Di Maggio, il responsabile dell’area agglomerato, Angelo Cavallo.  
• Tra le motivazioni del provvedimento ci sono anche i risultati dell’incidente probatorio durante il quale sono state discusse due diverse perizie – una chimica e l’altra medico-epidemiologica – disposte dallo stesso gip lo scorso 8 novembre per verificare se «dallo stabilimento Ilva si diffondano gas, vapori, sostanze aeriformi e solide (polveri), contenenti sostanze pericolose per la salute dei lavoratori e per la popolazione del vicino centro abitato di Taranto» e per stabilire «se i valori di emissione di tali sostanze eventualmente ritenute nocive per la salute di persone e animali, nonché dannose per cose e terreni, determino situazioni di danno o di pericolo inaccettabili». A marzo 2012 erano state presentate le perizie: dicevano che l’alto livello di inquinamento a Taranto è prodotto principalmente dall’Ilva e che l’inquinamento ha una relazione diretta con il tasso di tumori che, in città, supera la media nazionale. Secondo i periti «l’esposizione continuata agli inquinanti dell’atmosfera emessi dall’impianto ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi di apparati diversi dell’organismo umano che si traducono in eventi di malattia e di morte». Secondo il gip gli impianti dell’Ilva producono emissioni nocive «oltre i limiti» che hanno «impatti devastanti» sia sull’ambiente che sulla popolazione: «L’imponente dispersione di sostanze nocive nell’ambiente urbanizzato e non, ha cagionato e continua a cagionare non solo un grave pericolo per la salute (pubblica), ma addirittura un gravissimo danno per le stesse, danno che si è concretizzato in eventi di malattia e di morte». Anche i tumori dei bambini sono «significativamente in eccesso» Proprio per questo, si dice nell’ordinanza, si è resa necessaria «l’immediata adozione, a doverosa tutela di beni di rango costituzionale che non ammettono contemperamenti, compromessi o compressioni di sorta quali la salute e la vita umana, del sequestro preventivo».  

Il Governo stanzia 336 milioni per la bonifica Ilva

• Palazzo Chigi, sblocca 336 milioni di euro per la bonifica del sito dell’Ilva di Taranto. Il ministro dell’Ambiente Corrado Clini la definisce «una svolta», precisando però che «l’Ilva riceverà fondi pubblici solo se introdurrà innovazioni tecnologiche e non per mettersi in regola con i limiti imposti dalla legge».  

Il Riesame conferma il sequestro dell’Ilva di Taranto

•  Il tribunale del Riesame di Taranto conferma il provvedimento di sequestro senza facoltà d’uso degli impianti dell’area a caldo dell’Ilva predisposto dal Gip di Taranto Patrizia Todisco, sequestro vincolato alla messa a norma dell’impianto. Conferma inoltre gli arresti domiciliari per Emilio Riva, per suo figlio Nicola e per l’ex dirigente dello stabilimento Luigi Capogrosso.  
•  «I dati su cui si basa l’ordinanza Todisco risalgono al periodo 1995-2002, il +15% di morti per tumore (talvolta il +30%) hanno come riferimento la Puglia, ma sono per esempio più bassi di Lombardia e Veneto, due regioni che a questo punto andrebbero industrialmente chiuse. Tutto questo dà argomento allo schieramento politico-sindacale che contrasta la decisione del gip. D’altra parte, intercettazioni telefoniche che fanno parte di un’altra inchiesta mostrano che il gruppo dirigente dell’Ilva manovrò per avere perizie più favorevoli, che la potenza avvelenatrice dell’acciaieria venisse mitigata nei documenti eccetera» (Giorgio Dell’Arti).  

Le motivazioni del sequestro dell’Ilva di Taranto

• Il tribunale del Riesame presenta le 124 pagine di motivazioni del sequestro senza facoltà d’uso dello stabilimento Ilva di Taranto. Nel documento si legge che l’Ilva deve essere risanata subito. Lo devono fare i custodi nominati dal giudice, con i soldi dei Riva. E saranno i custodi a decidere tempi e modi delle attuazioni delle prescrizioni previste. Lo stabilimento per il momento rimarrà aperto, gli operai resteranno in fabbrica. La chiusura è l’extrema ratio, da evitare a tutti i costi. Se l’Ilva rispetterà alla lettera quello che viene indicato e richiesto, e se quindi si andrà verso una veloce messa a norma, potrà continuare a produrre. In caso contrario, dovrà bloccarsi.
• Sulle motivazioni del riesame Foschini di Rep: «L’Ilva – scrivono i giudici Antonio Morelli (presidente), Rita Romano e Benedetto Ruberto – ha provocato in questi anni “una gravissima contaminazione ambientale tra i territori dei Comuni di Statte e Taranto”. Una contaminazione che “ha creato una situazione di grave pericolo per la salute e la vita di un numero indeterminato di persone”. Un morto ogni tre mesi, il 25 per cento di incremento per i tumori dei bambini, la gente che abita vicino allo stabilimento che si ammala e muore tre volte di più rispetto a quanto dovrebbe. Un avvelenamento continuo che si è “protratto per anni – si legge nelle motivazioni – nonostante le osservazioni e i rilievi mossi al riguardo dalle autorità preposte alla salvaguardia dell’ambiente e della salute”. Secondo il Riesame, la famiglia Riva era perfettamente a conoscenza di quello che accadeva. Da parte loro c’è stata una “costante e reiterata attività inquinante posta in essere con coscienza e volontà, per la deliberata scelta della proprietà e dei gruppi dirigenti che si sono avvicendati alla guida dell’Ilva, i quali hanno continuato a produrre massicciamente nella inosservanza delle norme di sicurezza dettate dalla legge e di quelle prescritte, nello specifico, dai provvedimenti autorizzativi”. Secondo i giudici, alteravano anche le autocertificazioni e, mentre firmavano accordi con gli enti pubblici, incrementavano la produzione della diossina – come certificato dall’Arpa nel 2007 – dal 32 per cento del 2002 al 90 per cento del totale nazionale nel 2005”». [Giuliano Foschini, Rep. 21/8/2012]  

Il gip boccia il piano di risanamento Ilva

• Il gip Patrizia Todisco ha bocciato il piano di risanamento proposto dall’Ilva, che per l’operazione aveva stanziato 400 milioni e prevedeva il funzionamento dell’impianto al minimo per continuare la produzione. Secondo i periti del giudice l’Ilva inquina, causa malattie e decessi e quindi deve procedere «immediatamente all’adozione delle misure necessarie a eliminare le emissioni nocive» e quindi fermarsi. Dure le parole del giudice nella sua ordinanza: «Mi limito a rilevare che la richiesta di continuare l’attività produttiva al fine di affrontare gli impegni finanziari necessari per gli interventi di risanamento a cui l’Ilva non può sottrarsi, appare a dir poco sconcertante. Non vi è spazio per proposte al ribasso circa gli interventi da svolgere e le somme da stanziare». I 400 milioni proposti dall’Ilva come investimento iniziale sono una «somma insufficiente. I beni in gioco - vita, salute, ambiente ma anche il diritto a un lavoro dignitoso - non ammettono mercanteggiamenti». Annunciati scioperi degli operai.  

Clini presenta il piano bonifica per l’Ilva

• Il ministro dell’Ambiente Corrado Clini presenta alla stampa il risultato del lavoro istruttorio per la concessione dell’Aia, che prevede tra l’altro la riduzione della produzione siderurgica, la copertura dei “parchi minerali” per fermare la diffusione di polveri su alcuni rioni della città, la fermata degli impianti a maggiore impatto ambientale e l’ambientalizzazione degli altri. Per sbloccare dai sequestri della magistratura gli impianti sottoposti a lavori di risanamento previsti dall’Aia e i prodotti già realizzati, il Governo ha emanato il 3 dicembre 2012 un decreto legge (poi convertito dal Parlamento nella legge 231 del 24 dicembre 2012 recante “disposizioni urgenti a tutela della salute e dell’ambiente”).  

Ilva, presentato il rapporto Sentieri

• Il nuovo rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità, chiamato Sentieri (una sigla: Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio di Inquinamento: monitoraggio di 44 siti su 57 considerati pericolosi, tra questi, oltre a Taranto, Gela, Porto Torres, Massa Carrara, Falconara, Milazzo), certifica una mortalità a Taranto superiore del 14% (uomini) e dell’8% (donne) a quella del resto della Puglia. Seguono percentuali relative ai tumori, che vanno dal +20% per il cancro femminile al +100% per il mesotelioma della pleura. Raffronti sempre con l’area regionale e mai con quella nazionale. Il ministro della Salute Balduzzi: «Sono un pochino sorpreso dai risultati». L’Ilva: «È una fotografia che rappresenta un passato legato agli ultimi 30 anni e non certo il presente». Clini: ««La diossina, lo sappiamo, è un problema per Taranto. Fino a 3 anni fa venivano emessi nell’aria 7 etti di diossina l’anno. Oggi siamo sotto il limite imposto dalla legge regionale, 12 grammi l’anno. E con l’Aia (Autorizzazione integrata ambientale, rilasciata all’Ilva qualche giorno fa dal ministro Clini) abbiamo imposto un limite di 9 grammi alle tecnologie correnti e di 6 grammi alle nuove tecnologie impiantate». Ancora: «Se confrontate con la metà degli anni Ottanta, le emissioni consentite oggi a Taranto si sono ridotte tra il 70 e il 95%» (Arachi CdS). Secondo il rapporto i livelli di diossina nel sangue degli allevatori di masserie nelle vicinanze dell’Ilva «sono consistentemente più elevati di quelli osservati a distanze maggiori». C’è il pericolo che si stia immettendo veleno nella catena alimentare. Tant’è che Balduzzi ha annunziato un biomonitoraggio sugli allevatori della provincia.  

L’Ilva di Taranto chiude

• Dopo una nuova raffica di arresti, l’Ilva ha annunciato la chiusura della fabbrica di Taranto. I cinquemila operai sono lasciati fuori dai reparti che ancora erano aperti e messi in ferie forzate. I finanzieri hanno eseguito sette ordinanze di custodia cautelare tra carcere e domiciliari. E hanno sequestrato tubi, coils e bramme stoccate nell’impianto, notificando un avviso di garanzia al presidente Bruno Ferrante e all’attuale direttore di fabbrica Adolfo Buffo. A terra rimane oltre un milione di tonnellate di acciaio. Alla retata delle Fiamme Gialle sfugge Fabio Riva, ora latitante, figlio del patriarca Emilio, ai domiciliari visti i suoi 86 anni. In carcere, anche l’ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso e l’ex responsabile delle relazione esterne Girolamo Archinà. Ai domiciliari l’ex assessore provinciale di Taranto Michele Conserva. Sono accusati di aver fatto di tutto per sfuggire a controlli e indagini sull’inquinamento.  
• I sindacati reagiscono all’annuncio della chiusura invitando gli operai a non abbandonare la fabbrica. Ne è nato un presidio permanente all’interno, anche perché l’azienda ha disattivato i badge di ingresso. Chi è ancora dentro non vuole uscire perché. In serata altri cinquecento lavoratori si sono assiepati all’esterno della portineria. Alla fine Fim, Fiom e Uilm hanno proclamato lo sciopero immediato di tutto lo stabilimento. [Diliberto, Rep]  
• Secondo i calcoli di Confindustria, con la chiusura dell’Ilva di Taranto i costi per la collettività, tra cassa integrazione, imposte e oneri sociali, «saranno quasi un miliardo di euro l’anno, mentre la perdita di potere di acquisto sul territorio di Taranto e provincia è stimabile in circa 250 milioni l’anno». Scrive Marro sul Cds che la chiusura dello stabilimento di Taranto «colpirebbe, innanzitutto gli altri stabilimenti del gruppo (Novi Ligure, Racconigi, Marghera e Patrica), quindi l’indotto (oltre ai 12 mila dipendenti diretti, ce ne sono tra i 5 e i 7 mila che vivono dei servizi che ruotano intorno al megastabilimento, il più grande d’Europa), e i clienti, che vanno dal distretto metalmeccanico di Brescia all’industria degli elettrodomestici, dai cantieri navali al settore dell’auto, dall’edilizia al comparto dell’energia. Tanto che Federacciai-Confindustria ha quantificato in una cifra oscillante tra 5,7 miliardi e 8,2 miliardi di euro le ripercussioni negative sull’economia nazionale. Cioè qualcosa che può valere mezzo punto del prodotto interno lordo». [Enrico Marro, Cds 17/11/2012]  

Napolitano firma il salva-Ilva. Scontro coi pm

• Giorgio Napolitano firma il decreto salva-Ilva. Il testo, alla fine, è stato ampiamente rivisitato al Quirinale. Nella sua formulazione definitiva, il decreto è tarato sul concetto di «stabilimenti di interesse strategico nazionale». «In caso di stabilimento di interesse strategico nazionale — si legge — il ministro dell’Ambiente può autorizzare la prosecuzione dell’attività produttiva per un periodo non superiore a 36 mesi». L’Aia offriva la possibilità di agire per 72 mesi: Napolitano ha dimezzato i tempi e allargato la possibilità di intervento dell’esecutivo anche per altri siti nel paese. Nel decreto definitivo, già in Gazzetta, si specifica, altra novità, che gli stabilimenti strategici che saranno interessati dovranno avere un numero non inferiore a duecento «lavoratori subordinati» da almeno un anno e, quindi, vi sia «una assoluta necessità di salvaguardia dell’occupazione e della produzione». Per l’Ilva resta in piedi la parte più discussa, quella che dovrebbe far scattare il ricorso della magistratura di Taranto. «Le disposizioni — continua il decreto — trovano applicazione anche quando l’autorità giudiziaria abbia adottato provvedimenti di sequestro sui beni dell’impresa. I sequestri non impediscono», nei 36 mesi, «l’esercizio dell’attività». Il decreto interrompe quindi l’azione penale. Per i pm tarantini il provvedimento presenta profili di incostituzionalità poiché disinnesca l’efficacia dei sequestri scattati per l’inquinamento killer sprigionato da sei reparti dell’area a caldo dell’Ilva.  
• All’Ilva di Taranto oggi parte la cassa integrazione per 1.950 lavoratori dell’area a freddo e altri 480 dell’area a caldo.  

Il gip blocca il dissequestro dei prodotti Ilva

• Il giudice Patrizia Todisco si oppone al dissequestro dei prodotti finiti e semilavorati dell’Ilva ai quali erano stati messi i sigilli il 26 novembre scorso perché considerati «corpo di reato» e «provento di attività illecita» (l’inquinamento e il disastro ambientale). L’azienda annuncia perciò che «da ora e a cascata per le prossime settimane circa 1.400 dipendenti rimarranno senza lavoro». A questi si aggiungono i 1.200 lavoratori già in cassa integrazione. E questo solo a Taranto. Negli altri stabilimenti in Italia e all’estero la «ricaduta occupazionale coinvolgerà 2.500 addetti». Totale (compresi i cassintegrati): 5.100 persone «senza lavoro». La merce sequestrata, un milione e settecentomila tonnellate, vale circa un miliardo di euro.  

Ilva, arrestato a Londra Fabio Riva

• Si costituisce alla polizia di Londra Fabio Riva, vicepresidente di Riva Fire, ricercato dal 24 novembre scorso per associazione a delinquere e corruzione in atti giudiziari. Ottiene dai giudici della Westmister Magistrates Court la libertà vigilata, in cambio di una cauzione di 100.000 sterline. Sequestrato il passaporto, Fabio Riva si impegna a presentarsi all’udienza che dovrà decidere per la sua estradizione, che si terrà entro quaranta giorni. Fabio Riva è l’ultimo della famiglia coinvolto nella inchiesta tarantina. Il patron Emilio e l’altro fratello Nicola sono ai domiciliari dal 25 luglio scorso. Una misura cautelare confermata nelle settimane scorse anche dalla Cassazione.  

Consulta: legittima la legge sull’Ilva

• Dopo che la Procura di Taranto ha fatto ricorso alla Corte Costituzionale contro la legge sull’Ilva, la Consulta conferma la legittimità costituzionale della legge 231/2012.  

Un flop il referendum sull’Ilva a Taranto

•  A Taranto è il giorno del referendum consultivo sull’Ilva. Dei 173 mila elettori votano 33.838 tarantini (19,55%); il mancato raggiungimento del quorum del 50% degli aventi diritto al voto rende non valido il risultato dei due quesiti: «Volete voi cittadini di Taranto, al fine di tutelare la vostra salute nonché la salute dei lavoratori contro l’inquinamento, proporre la chiusura dell’acciaieria Ilva?» (sì 81,29%, no 17,25%); «Volete voi cittadini di Taranto, al fine di tutelare la vostra salute e quella dei lavoratori, proporre la chiusura dell’area a caldo dell’Ilva, maggiore fonte di inquinamento, con conseguente smantellamento dei parchi minerali?» (sì 92,62%, no 5,30%).  
• Tutti i partiti hanno snobbato il referendum, dando libertà di voto. Allo stesso modo hanno fatto i sindacati. Avevano indicato di votare sì soltanto il Movimento 5 stelle («ma troppo timidamente» hanno protestato i comitati organizzatori, con Bonelli che se la prende con «Grillo muto»), Radicali e Sel (sul secondo quesito).  

Sequestrati ai Riva otto miliardi

• La procura di Milano mette sotto sequestro 1,2 miliardi dei proprietari dell’Ilva, la famiglia Riva, accusata di truffa ai danni dello Stato e trasferimento fittizio di beni per aver tentato di scudare illegalmente attraverso otto trust esteri la gigantesca somma con un’operazione di riciclaggio. Secondo i pm Stefano Civardi e Francesco Greco, Emilio Riva, il capostipite della famiglia, già agli arresti domiciliari nella sua villa di Varese e il fratello Adriano, formalmente cittadino canadese, i fondi e i beni costituiti nei trust «costituiscono il provento di delitti di appropriazione indebita continuata e aggravata ai danni della Fire Finanziaria spa (una delle loro controllate), di truffa aggravata, di infedeltà patrimoniale e false comunicazioni sociali, oltre che di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici e di trasferimento fraudolento di valori». Denaro drenato oltre che alla Fire (diventata poi Riva Fire) anche attraverso una cessione di partecipazione all’estero della stessa Ilva. [Colonnello, Sta]  
• «“Abbiamo cercato in dodici città. Da Potenza a Milano. Abbiamo visitato 16 banche diverse, bloccato e aggredito depositi, titoli, partecipazioni societarie, immobili. Presto apriremo le cassette di sicurezza”». Ma più di un miliardo, per ora, non è venuto fuori. C’è però un punto, nell’ordinanza di sequestro, che mette a repentaglio tutta la fabbrica. I giudici hanno colpito i beni della società che possiede l’83% dell’Ilva, e che si chiama Riva Fire, «e in via residuale gli immobili dell’Ilva che non siano strettamente indispensabili all’esercizio dell’attività produttiva». Cioè, dicono i giudici: sequestriamo gli otto miliardi e cento milioni, prendendoci, se i contanti non bastano, gli immobili di Riva Fire, e se gli immobili di Riva Fire non bastano, prendiamoci i beni della stessa Ilva, purché non siano indispensabili alla produzione. Però il consiglio d’amministrazione dell’Ilva ha risposto che tutti gli immobili dell’Ilva sono necessari alla produzione e che l’ordinanza di sequestro mette di fatto la fabbrica nell’impossibilità di produrre. Sono seguite le dimissioni di tutti i consiglieri, compreso l’insospettabile Enrico Bondi, già risanatore di Parmalat e messo lì a fare l’amministratore delegato da poche settimane». [Giorgio Dell’Arti, Gds 27/5/2013]  

Ilva, in carcere il presidente della provincia di Taranto

• Per il caso Ilva finiscono agli arresti il presidente pd della Provincia di Taranto, Giovanni Florido, l’ex assessore provinciale all’Ambiente Michele Conserva (tutti e due in carcere), l’ex direttore generale della Provincia Vincenzo Specchia (ai domiciliari) e l’ex dirigente dell’Ilva Girolamo Archinà (uomo delle relazioni pubbliche dello stabilimento, già in carcere dal 26 novembre 2012). Il reato ipotizzato dalla procura di Taranto è la concussione, nel periodo compreso fra il 2006 e il 2011. Abusando dei loro incarichi gli inquisiti avrebbero fatto pressioni per indurre un dirigente del settore Ecologia della Provincia (Luigi Romandini) «ad assumere un atteggiamento di generale favore nei confronti dell’Ilva». Volevano, spiegano le 102 pagine dell’ordinanza, che firmasse autorizzazioni in materia ambientale («anche in assenza delle condizioni di legge») come quella per la discarica di rifiuti speciali pericolosi Cava Mater Gratiae all’interno dell’acciaieria.  

L’Ilva di Taranto commissariata

• Enrico Bondi, già amministratore delegato (dimissionario) dell’Ilva, sarà ora commissario straordinario dell’acciaieria di Taranto. Per 12 mesi (rinnovabili per due volte) sarà responsabile delle sorti dell’azienda a tutto campo, dalla gestione operativa alla tutela della salute e dell’ambiente. Il decreto «ri-Salva Ilva» è varato dal governo e firmato dal capo dello Stato. Con nuove norme che prevedono di liberare gli 8,1 miliardi di euro della famiglia Riva dal sequestro cautelativo disposto dalla magistratura e di superare l’Aia, l’Associazione integrata ambientale già violata dal colosso dell’acciaio. E con intervento più diretto del ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando, che nominerà tre «saggi di comprovata esperienza nei temi ambientali», con il compito di stilare il nuovo piano di risanamento e sottoporlo al giudizio di un sub-commissario ad hoc. Il decreto prevede l’azzeramento di tutti gli incarichi.  
• Polemiche per la scelta di Bondi commissario: «È stato nominato ad dai Riva, non c’è rottura con il passato», protesta il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola. Mentre dal Pdl gridano all’«esproprio» dell’azienda, il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi raccomanda: «Se non rispetteremo i diritti della proprietà e tutto quello che è connesso a un’attività manifatturiera di questo tipo sarà poi difficile richiamare in Italia investimenti esteri e impossibile svolgere attività siderurgiche». «Bondi lo ha voluto il presidente del Consiglio Enrico Letta – spiega il ministro dello Sviluppo Economico Flavio Zanonato – perché occorre qualcuno che sia immediatamente operativo. Una gestione non si improvvisa, serve un amministratore in grado di continuare il lavoro, anche se con un indirizzo dato in questo caso dal governo». [Piccolillo, Cds]  

Il rapporto Bondi sull’Ilva

• Il commissario Bondi invia alla Regione Puglia, all’Arpa Puglia e alle istituzioni locali uno studio commissionato dall’Ilva condotto da noti epidemiologi secondo cui la mortalità a Taranto sarebbe in calo da decenni, e che il divario esistente rispetto alla mortalità media della Puglia (regione più salubre rispetto alla media italiana) sarebbe dovuta a fattori socioeconomici o al maggiore utilizzo di tabacco per il solo fatto di essere città portuale.  

Ilva, sequestrati ai Riva 900 milioni

• La guardia di finanza di Taranto, su disposizione del gip del tribunale di Taranto, esegue un sequestro preventivo, di beni immobili, disponibilità finanziarie e quote societarie per una somma complessiva di oltre 916 milioni di euro. Il sequestro riguarda altre 13 società a diverso titolo riconducibili al Gruppo Riva, proprietari dell’Ilva, ed è stato eseguito principalmente nella sede di Milano e Taranto. In particolare, sono interessate nove società controllate in via diretta e indiretta in forma dominante, da Ilva S.p.A; tre società controllate in via diretta, in forma dominante, da Riva Forni Elettrici S.p.A.; una società controllata mediante influenza dominante da Riva Fire s.p.a. In particolare sono stati sequestrati beni immobili per oltre 456 milioni di euro, disponibilità finanziarie per oltre 45 milioni di euro, azioni e quote societarie per circa 415 milioni di euro. Sono stati sequestrati altresì un centinaio di automezzi, il cui valore complessivo è ancora in corso di quantificazione. Il sequestro scaturisce da un ulteriore dispositivo del giudice, che ha esteso il decreto di sequestro preventivo già emesso nello scorso mese di maggio, fino al raggiungimento della somma di 8,1 miliardi di euro, nei confronti delle società Riva – F.i.r.e., Riva Forni Elettrici e Ilva, tutte con sede a Milano. L’importo di 8,1 miliardi di euro era stato commisurato al vantaggio economico goduto dal gruppo industriale, derivante dalla mancata messa in opera delle strutture necessarie all’ambientalizzazione della nota azienda siderurgica tarantina.