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 2017  dicembre 13 Mercoledì calendario

Biografia di Giovanni Spadolini

Firenze 21 giugno 1925, Roma 4 agosto 1994. Politico. Storico. Giornalista. Laurea in Giurisprudenza presa nel 1947 all’Università di Firenze, dal 1950 fu Docente di Storia contemporanea nella facoltà di Scienze politiche dello stesso ateneo. Dal 1955 al 1968 fu direttore del Resto del Carlino di Bologna, dal 1968 al 1972 direttore del Corriere della Sera, nel maggio dello stesso anno fu eletto al Senato come indipendente nelle liste del Pri. Dal 1974 al 1976 ministro dei Beni culturali del governo Moro, nel 1976 divenne Presidente del consiglio di amministrazione dell’Università Bocconi. Nel 1979 fu per pochi mesi (marzo-agosto) ministro della Pubblica istruzione nel governo Andreotti, nel settembre dello stesso anno divenne segretario del Partito repubblicano, carica che mantenne  fino al 2 luglio 1987. Presidente del Consiglio dal 10 giugno 1981 al 30 novembre 1982, fu poi ministro della Difesa nel governo Craxi (4 agosto 1983-18 aprile 1987). Presidente del Senato per la X e XI legislatura (1987-1994, all’inizio della XII fu sconfitto per un solo voto da Carlo Scognamiglio), il 2 maggio 1991 l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga lo nominò senatore a vita.

La storia d’Italia scritta a 9 anni

• Guido Spadolini (Firenze 8 luglio 1889-11 marzo 1944) era un insigne pittore macchiaiolo che morì accorrendo come ufficiale di Sanità alla stazione di Firenze sottoposta a un pesante bombardamento: «Taciturno e schivo, amico di tanti autori della letteratura e dell’arte italiana», lo studio dominato dal grande torchio per le incisioni, un lungo salone tappezzato di libri, erano uso a «discussioni fervide» con Piero Calamandrei e Adone Zoli. La madre Lionella (scomparsa nel 1978) suonava il pianoforte, i fratelli maggiori erano architetto (Pierluigi) e radiologo (Paolo), il nonno (di Macerata) era amministratore della famiglia Strozzi e aveva sposato la figlia di un farmacista nella cui bottega Carducci aveva scritto le Rime. Scuola dai padri Scolopi, a nove anni il piccolo Giovanni scrisse a mano centoventi pagine di Avvenimenti e personaggi importanti della storia d’Italia, da Barbarossa a Mussolini. Rimandato a ottobre in matematica e ginnastica al Liceo Galilei, qualche nota di demerito in condotta, Spadolini scoprì nel retrobottega di un libraio di Firenze i volumi di Piero Gobetti (vietati sotto la dittatura fascista), cui affiancò la lettura di scritti di Giuseppe Prezzolini, Giovanni Amendola, Alfredo Oriani. Autore di analisi poetiche, saggetti storici, dissertazioni politiche, un dramma in quattro atti scritto con un compagno di scuola (Ivan il terribile, follia di uno zar), all’inizio del 1944 alcuni suoi scritti finirono sulla rivista fascisteggiante “Italia e civiltà”.

L’esordio sul Messaggero a 22 anni

• Laureato in Giurisprudenza (novembre del 1947), Spadolini preferì all’avvocatura il giornalismo. Ospite del salotto di Giovanni Papini, in amicizia con la nipote Ilaria Occhini, ottenne dallo scrittore una lettera di raccomandazione a Mario Missiroli, direttore del Messaggero, e a soli ventidue anni (4 gennaio 1948) pubblicò in terza pagina un articolo su Gobetti. A 23 anni collaboratore de II Mondo di Pannunzio (appena nato), a 25 docente di Storia contemporanea all’Università di Firenze, a 28 divenne elzevirista del Corriere della Sera, a 30 direttore del Resto del Carlino. Nel frattempo aveva pubblicato il suo primo libro, Il ’48. Realtà e leggenda di una rivoluzione (Garzanti 1948), cui seguirono Il Papato socialista (saggetto sui cattolici e la questione sociale scritto per il Mondo e ripubblicato nel 1950 da Longanesi), L’opposizione cattolica (1954), Giolitti e i cattolici (1959), I radicali dell’Ottocento (1960), I repubblicani dopo l’unità (1960).

Il record del Corriere

• Chiamato dalla famiglia Crespi, nel 1968 il 43enne Spadolini divenne direttore del Corriere della Sera, il più giovane della storia. Concezione albertiniana del giornale e del ruolo di direttore, nei contenuti e nello stile, prese l’abitudine di usare una luce rossa per interdire l’accesso ai colleghi durante le conversazioni con i politici. Costretto a «barcamenarsi in un dramma che non era fatto sulla sua misura» (Enzo Bettiza in Via Solferino), nel mirino delle destre (per le aperture ai socialisti) e delle sinistre (sua la locuzione «opposti estremismi»), detto da Giulia Maria Crespi (che chiamava «la mia fanciullina») «il Moro di via Solferino», il 3 marzo del 1972 Spadolini fu licenziato con una lettera consegnata dall’avvocato Predieri (cronache orali lo raccontano infuriato che urlava per i corridoi di esser stato trattato peggio di una cameriera; qualcuno parlò di «golpe», la redazione, in rivolta, proclamò lo sciopero). Piero Ottone, che ne prese il posto: «Per Spadolini era importante il suo articolo settimanale da direttore che assumeva una posizione autorevole nel dibattito politico. Per me, il giornale va inteso più che come organo politico partecipe del dibattito, come strumento di informazione e di circolazione di idee. Erano evidenti le nostre diverse ascendenze». Indro Montanelli, all’epoca firma del Corriere: «Aveva poco senso del lettore. Scriveva sempre per il Sinedrio, non faceva mai concessioni, quelle concessioni a cui bisogna arrivare per forza se vuoi vendere un prodotto. Ecco, gli mancava il senso del giornale come prodotto».

Il primo laico alla presidenza del Consiglio

• Corteggiato da liberali, socialdemocratici e repubblicani, tutti pronti ad offrirgli un seggio sicuro, nel 1972 Spadolini fu eletto al Senato come indipendente del Pri. Montanelli: «La Malfa voleva che io entrassi in politica, ma non ne avevo voglia. C’erano le elezioni in vista e lui diventava pressante. Gli dissi: “Hai a disposizione un uomo popolarissimo a Milano, che è anche un cervello politico, mentre io non lo sono”. “Spadolini? - rispose - non lo voglio, non lo voglio perché è un politico”. Lo persuasi, ma in cambio mi chiese di fare tre comizi per il partito. Li feci, due a Milano e uno a Genova, anche se per me fu una tortura. In realtà La Malfa non voleva nel partito qualcuno che potesse tenergli testa. Io non gli avrei dato noia, non sarei mai andato a Montecitorio». Nel 1974 arrivò la prima nomina a ministro (creò il dicastero dei Beni culturali), nel 1979 (dopo la morte di La Malfa) Spadolini fu eletto segretario del partito, nel 1981 divenne (su incarico di Sandro Pertini) il primo presidente del Consiglio in un governo a guida laica, cioè non democristiana, nella storia della Repubblica (Ferruccio Parri era laico ma il suo governo apparteneva ancora al periodo monarchico).

Dalla “crisi di Sigonella” alla beffa del ’94

• Dal 1983 ministro della Difesa del governo Craxi, Spadolini agì per il rinsaldamento della presenza positiva e propulsiva dell’Italia nell’Alleanza atlantica e nel processo di unificazione europea: culmine di questo periodo fu il sequestro della nave Achille Lauro da parte di un commando di terroristi palestinesi (7 ottobre 1985, l’8 fu ucciso Leon Klinghoffer, 69enne paraplegico statunitense di origine ebraica) da cui scaturì la “crisi di Sigonella” (10-11 ottobre 1985): in dissenso con la politica filo-palestinese del premier Craxi e del Ministro degli esteri Andreotti, all’indomani della crisi diplomatica tra Italia e USA chiese la crisi di governo, che si risolse però con il reincarico di Craxi. La sua carriera politica terminò pochi mesi prima della morte con la mancata rielezione a presidente del Senato, sconfitto per un solo voto da Carlo Scognamiglio, candidato della maggioranza di centrodestra. Montanelli: «Lo vidi subito dopo la sconfitta, diede la colpa un po’ a Bobbio, che non si era presentato, un po’ anche a me che non avevo accettato il senato a vita. Gli dissi: “Ti dà di volta il cervello...”. Era sconvolto perché era già malato, non era più lui».