• Riformista, a Botteghe Oscure Napolitano fu sempre guardato con sospetto. Mafai: «Per questo, nel 1968, quando il Pci dovette trovare un nuovo segretario che sostituisse Luigi Longo gravemente malato, la scelta cadde su Enrico Berlinguer». Fabrizio Rondolino: «L’aneddottica vuole che Amendola, leader storico della “destra togliattiana” e padre politico di Napolitano, abbia scelto Berlinguer per la maggiore esperienza internazionale (e chissà se è anche per questo che Napolitano, di lì a poco, sarebbe diventato il “ministro degli Esteri” del Pci); e poi perché, disse Amendola a “Giorgino”, come amava chiamarlo, “ti manca la grinta”» (Sta. 11/5/2006).
• A fine anni Sessanta Napolitano era l’unica alternativa a Berlinguer. Rondolino: «Chiamato da Longo (su insistenza di Amendola) a coordinare i rapporti fra la segreteria e l’’Ufficio politico dopo la morte di Togliatti, mancò l’ascesa alla segreteria non certo per la “grinta” (che in verità, come riconobbe lo stesso Amendola, mancava anche a Berlinguer), ma per motivi squisitamente politici: alla segreteria del Pci si arriva dal centro, non dalle ali. Berlinguer era il “figlio del partito”, Napolitano il delfino di Amendola. Il primo fu eletto sulla base di un accordo fra il “centro” e la “destra”; il secondo di quell’accordo fu insieme garante e protagonista, fino alla drammatica rottura sulla riforma della scala mobile (1984) che porterà alle dimissioni (poi rientrate) da capogruppo a Montecitorio».
• Nel Partito Comunista le divergenze, quando ci fossero state, si risolvevano nel chiuso delle stanze di Botteghe Oscure. Mafai: «E nulla doveva trasparire all’esterno. Giorgio Napolitano, nell’agosto del 1981, rompe questa regola. Prende carta e penna e, per commemorare l’anniversario della morte di Togliatti, scrive sull’Unità un articolo che suona esplicita critica alle posizioni di chiusura di Berlinguer, mettendolo in guardia dal pericolo dell’isolamento e del settarismo. Togliatti, ricorda Napolitano, ci ha sempre insegnato non a fare “propaganda”, ma a fare “politica formulando precisi obiettivi, ricercando e indicando soluzioni”. Il richiamo a Togliatti, alla sua capacità di far politica, evitando le “pure contrapposizioni verbali” o le “vuote invettive”, suona critica aperta alla gestione berlingueriana».
• Messo sotto accusa in una riunione di Direzione, guardato con crescente sospetto, Napolitano fu accusato di indulgenza e simpatia, forse anche di connivenza, con Bettino Craxi: «Poche settimane dopo lascerà la responsabilità della sezione di organizzazione del partito per assumere l’incarico di presidente dei deputati comunisti. (Un incarico che allora, nel Pci veniva considerato assai meno importante di quello di responsabile dell’organizzazione). Ormai, Napolitano è indicato esplicitamente, nelle file comuniste, come un “destro”, un “riformista”. Anzi, per rendere più irridente quella condanna, venne coniato, per lui (e per i suoi amici) il termine spregiativo di “migliorista*”» (Mafai). *Definizione, coniata da Pietro Ingrao, che risale a Camillo Prampolini, incolpato di voler «migliorare» le condizioni di vita dei lavoratori senza però rovesciare il capitalismo.
• Nel 1984, nel corso della battaglia contro il decreto sulla scala mobile, la polemica assunse toni esasperati. Mafai: «Da Nilde Iotti, allora presidente della Camera, Berlinguer pretendeva un atteggiamento di condiscendenza o sostegno nei confronti dell’azione di ostruzionismo nella quale era impegnato il gruppo comunista. Natta gli aveva spiegato, invano, che la richiesta era insostenibile. A difesa dell’operato della Iotti si schierò anche, senza esitazione, Giorgio Napolitano nella riunione di segreteria del 22 maggio 1984. La discussione fu così aspra che Napolitano, alla fine, scrisse una lettera per dimettersi dalla presidenza del gruppo parlamentare. Enrico Berlinguer che, due settimane dopo, verrà colpito da un infarto nel corso di un comizio a Padova, non la leggerà mai».
• Alla morte di Enrico Berlinguer si aprì il problema della sua successione. Mafai: «C’è chi fa il nome di Lama, ma è considerato troppo di destra. C’è chi fa il nome di Occhetto, ma è considerato troppo di sinistra. Nessuno, credo, fece il nome di Napolitano. Poi c’è, nel 1985, la sconfitta nel referendum sulla scala mobile, nel 1987 il pesante insuccesso elettorale, nel 1989 il crollo del Muro di Berlino e il tentativo di Occhetto di cambiare nome e identità al vecchio Partito Comunista. Tenacemente, direi cocciutamente, Giorgio Napolitano, che in quegli anni si occupa di questioni internazionali, avanza idee riflessioni e proposte che aiutino quello che resta del vecchio Pci a uscire dal guado, dalla nostalgia per l’identità perduta».
• L’ultima grande battaglia di Napolitano nel Pci riguardò la sua trasformazione in Pds, e si concluse con una sconfitta. Rondolino: «Napolitano chiedeva un riferimento esplicito, nel nome del nuovo partito, alla tradizione socialista; Occhetto invece volle collocarlo “oltre” il comunismo e il socialismo. Napolitano naturalmente aveva ragione, allora come altre volte: lo riconobbe pubblicamente Fassino al congresso di Pesaro, e “Giorgino”, quella sera, deve aver pensato a “Giorgione” Amendola, e in cuor suo deve aver sorriso».
• Nel 1992 Napolitano fu eletto presidente della Camera. Dc e Psi lo preferirono a Stefano Rodotà: «È un parlamentare di grande esperienza e di indubbio prestigio personale» commentò Bettino Craxi. Lodovico Festa: «Quando precipita la Prima Repubblica, lui che è stato interlocutore rispettato di Craxi si arrende alla deriva. Mentre i comunisti più vicini a lui, Gerardo Chiaromonte ed Emanuele Macaluso, resistono, lui non solo si piega ma d’intesa con Oscar Luigi Scalfaro asseconda (sia pure con le sue abituali prudentissime distinzioni formali) l’ondata giustizialista: si consideri solo il suo comportamento sul tema dell’immunità parlamentare. Esce dalla vicenda con la patente di notabile della Repubblica» (Giorn. 16/11/2005).
• L’elezione a presidente della Repubblica (l’undicesimo, primo “ex” comunista, terzo napoletano dopo De Nicola e Leone) avvenne il 10 maggio 2006 con 543 voti, maggioranza assoluta dei 1009 grandi elettori: «Mancano otto minuti all’una quando la tv accesa nella stanza di Giorgio Napolitano inquadra Anna Finocchiaro che fa cenno di sì con la testa, sono 505, scatta l’applauso della sinistra in piedi, le immagini mostrano Fassino e Franceschini che salgono a stringere la mano a Massimo D’Alema come se la vittoria fosse sua. Otto minuti all’una, anche nella stanzetta al terzo piano di Palazzo Giustiniani parte l’applauso dei cinque amici seduti sui divani di broccato azzurro ma il Presidente fa cenno con le mani di aspettare. Calma, un momento. Squilla il suo cellulare, è Fassino che vuol fargli sentire in diretta l’applauso dell’aula: lui sorride, “grazie Piero”. Pochissimi minuti ancora e Bertinotti legge il risultato» (Concita De Gregorio, Rep. 11/5/2006).
• Crescendo di popolarità per tutto il mandato, a fine 2011, con l’intensificarsi della crisi economica, il ruolo di Giorgio Napolitano è diventato ancora più centrale. Umberto Rosso: «“Qualcuno – scrive il New York Times – ha cominciato a chiamarlo semplicemente Re Giorgio per la sua ferma difesa delle istituzioni democratiche e il ruolo straordinario, anche se dietro le quinte, giocato nel rapido passaggio da Berlusconi a Monti”. Un ruolo “impressionante”, lo definisce il quotidiano, anche perché il Quirinale ha un ruolo prevalentemente “simbolico” e nessun “potere esecutivo”. Ma Napolitano, “noto per lo stile concreto in una cultura eminentemente barocca”, ha saputo “spingere questo ruolo al limite, fino a diventare un mediatore dalla forza tranquilla”. Il tutto grazie anche “ad un tasso di popolarità attorno all’80%, rispetto al 20% delle ultime settimane di Berlusconi”. Per il Nyt il capo dello Stato è emerso così come “l’anti-Berlusconi”».