Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2018  ottobre 18 Giovedì calendario

• Langhirano (Parma) 6 gennaio 1944. Critico musicale (Musica, Diario, Classic Voice). Autore de L’opera in cd e video (Il Saggiatore), «il libro che recensisce tutte le edizioni discografiche di tutti i tempi di tutte le opere liriche di tutti gli autori. Dando i numeri: 218 musicisti, 735 melodrammi, 2.336 edizioni solo audio e 250 anche video. Giudici fa il critico e basta. Non è un maestro di canto né un agente né un press agent né aspirante direttore artistico. Quindi, oltre a pensare quello che dice, dice quello che pensa: due caratteristiche abbastanza rare, nel mondo dell’opera» (Alberto Mattioli).
• «In Italia esistono due categorie di melomani: quelli che hanno letto L’opera in cd e video di Elvio Giudici e i bugiardi» [Operadisc.com 21.10.2012].
• «Lui fascistissimo, io di sinistra. Lui parecchio apodittico, io amante dei cavilli e dei “però…”. Ma era impossibile non essere affascinati dalla profonda cultura generale, da un certo suo modo d’istituire collegamenti, di formulare definizioni fulminanti, d’una sua tutta particolare disponibilità ad accogliere i pareri d’uno che in definitiva poteva essere suo figlio, ma su cui s’informava con tatto e con una ruvidezza financo affettuosa, su certi aspetti del privato che voleva conoscere non per emettere giudizi bensì per chiarirsi le idee. E difatti se l’è chiarite, facendo poi considerazioni di particolare acume che non ho mai dimenticato. Anche perché era uno che di persone ne aveva conosciute tante, facendo il dirigente della Motta» (parlando del suo rapporto con Rodolfo Celletti, capostipite italiano della critica discografica, delle cui tematiche Giudici è ritenuto continuatore) (ibidem).
• Sostenitore dell’importanza della regia nell’allestimento di un’opera perché «tanto è più grande il teatro musicale, quanto più nasce attorno a personaggi di cui traccia profili psicologici, la loro evoluzione, i loro rapporti specifici e – talora – con l’ambiente che li esprime. Le note debbono esserci, e sarebbe ben bizzarro sostenere il contrario. Ma le note debbono possedere un loro senso espressivo, e soprattutto oggi debbono pure avere un subito riconoscibile equivalente gestuale. Sennò non è teatro. È esercitazione vocale» (ibidem).
• «Io credo di non essere “diventato” proprio niente: sono rimasto sempre Elvio, magari solo molto più vecchio e un po’ più pratico nell’organizzare un discorso sul teatro musicale rispetto a quando ho cominciato a scrivere sulla neonata rivista Musica trentacinque anni fa. Se c’è una cosa che vorrei chiarire subito circa il “come si diventa”, è quella di non essermi mai ritenuto uno di quegli strani animali esotici noti come “maître-à-penser”: non foss’altro perché per somma fortuna io sono dotato d’un fortissimo istinto da bastian contrario» (a Operadisc che gli chiedeva “come si fa a diventare Elvio Giudici”).
• Nel 2012 ha pubblicato Il teatro di Verdi in scena e dvd (Il Saggiatore) «la storia teatrale (e non solo musicale) dei capolavori di Verdi, raccontata dal critico operistico più autorevole d’Italia, ripercorrendo le tappe delle più significative rappresentazioni verdiane per capire come è cambiata la regia del melodramma negli ultimi sessant’anni» [leggilanotizia.it 1.7.2013].
• La maledizione della drammaturgia verdiana è «il grossolano equivoco del nazionalpopolare» da cui è sempre scappato via. «Ogni incontro col pubblico di Riccardo Muti significava sentirsi ripetere la fregnaccia dannunziana del “pianse ed amò per tutti”, da cui: cuore in mano, la passione, il fuoco del Trovatore, le tre voci diverse per Violetta, il realismo confuso col verosimile, l’annacquamento sistematico d’ogni tratto sgradevole o persin laido in nome d’un buonismo di fondo e d’un supposto ideale etico da Principio Morale Superiore cui tantissimo ha contribuito nel dopoguerra l’estetica sinistrorsa del neorealismo. Remare contro questo paralizzante iradiddio è quasi altrettanto difficile dello sglassare lo strato zuccherino che avvolge la drammaturgia pucciniana. Arduo. Ma lo si sta cominciando a fare, e con sempre maggiore decisione» (ibidem).
• Dal 1971 vive a Milano con l’ex pubblicitario in pensione Giancarlo Cerisola: «Io non ho mai creduto all’outing proclamato con trombe e bandiere. Ma non ho mai nemmeno negato. Se qualcuno voleva sapere, non aveva che da chiedere». «Il punto è che nell’immaginario collettivo gli omosessuali sono o quelli modello Vizietto o gli sfigati da film di Fassbinder, condannati all’infelicità. O magari i grandi sarti. Però il problema non sono gli stilisti, ma gli impiegati di banca. Credo che, come testimoni, in tutti questi anni Giancarlo e io abbiamo fatto molto più effetto su chi ci conosce di un Gay Pride. Noi non siamo folkloristici. Siamo persone normali che si vogliono bene».