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 2017  marzo 23 calendario

Biografie dei presidenti italiani
Francesco Cossiga

Cronologia di Francesco Cossiga

Sassari 26 luglio 1928 - Roma 17 agosto 2010. Politico. Impegnato con la Democrazia Cristiana dall’età di 16 anni, dal 1958 deputato, cominciò a farsi notare nel 1965, quando gli fu affidata la difesa del ministro delle Finanze Giuseppe Trabucchi, accusato di aver favorito due ex democristiani nella concessione delle licenze di importazione dei tabacchi (la Camera negò l’autorizzazione a procedere). Dal 1966 sottosegretario alla Difesa (delega ai servizi segreti) gestì il passaggio dal Sifar al Sir. Dal 1976 ministro dell’Interno, dopo la morte di Giorgiana Masi (a Roma il 12 maggio 1977 durante una manifestazione per celebrare la vittoria nel referendum sul divorzio del 1974) sui muri cominciarono a comparire scritte in cui il nome gli veniva storpiato in Kossiga (doppia “s” runica, a evocare il nazismo). Dimissioni nel 1978 dopo il sequestro Moro, tra il 1970 e il 1980 fu presidente del Consiglio. Dal 1983 presidente del Senato, il 24 giugno 1985 fu eletto al primo scrutinio presidente della Repubblica.

Dai “giovani turchi” al Viminale

• Famiglia borghese con parentele di segno sociale opposto («ho antenati pastori, testardi e durissimi, ma pure legami con la nobiltà isolana»), il nonno paterno Francesco, professore di oculistica, era fratello del nonno materno di Enrico Berlinguer («la zia Maria, essendo rimasta orfana da bambina, era venuta a stare da noi ed è stata cresciuta da mia madre»). Superata la maturità appena sedicenne («al compito mi dettero 10 meno. Il “meno” perché, come succede in Sardegna, sbagliavo le doppie»), si iscrisse all’università laureandosi a vent’anni in Giurisprudenza, quindi conquistò la cattedra di Diritto costituzionale. A capo della rivolta dei cosiddetti “giovani turchi” democristiani contro la vecchia guardia scudocrociata locale, dominata da Antonio Segni, fu cooptato nella sinistra di Aldo Moro. Deputato dal 1958, per un po’ ebbe come mentore Paolo Emilio Taviani (ex capo partigiano che all’uscita dalla guerra era stato tra i fondatori dell’organizzazione segreta anticomunista “Gladio”). Nel 1976 divenne il più giovane ministro dell’Interno della storia.

Due lettere in attesa della sorte di Moro

• La permanenza di Cossiga al Viminale fu segnata dai 55 giorni del sequestro Moro (16 marzo – 9 maggio 1978): «Fin da quando appresi, dalla radio della mia scorta collegata con la polizia, che Aldo era stato rapito, fui certo che sarebbe stato ucciso. Scegliendo la linea della fermezza, noi stabilivamo la sua condanna a morte». Luigi Zanda, all’epoca portavoce di Cossiga: «Il giorno del rapimento il ministro scrisse due lettere di dimissioni. Una nel caso in cui Moro fosse stato liberato vivo, l’altra nel caso in cui fosse stato ritrovato morto. Ho tenuto le due lettere nella cassaforte del mio ufficio per i 55 giorni del sequestro e il 9 maggio, con il ritrovamento del cadavere in via Caetani, Cossiga consegnò le sue dimissioni. Si considerava una persona politicamente morta». Seguì una sorta di esilio, con Cossiga perseguitato dal ricordo del suo maestro («Per un anno mi svegliavo di soprassalto dicendomi: l’ho ucciso io»). Guido Bodrato, allora responsabile propaganda Dc: «Si interrogava continuamente su cosa si sarebbe potuto fare di più. Se ne fece una malattia».

Palazzo Chigi e lo scandalo Donat Cattin

• Capelli completamente imbiancati per lo stress, il 5 agosto del 1979 Cossiga divenne il più giovane presidente del Consiglio della storia, capo di un governo che chiudeva definitivamente la fase della solidarietà nazionale (Dc-Psdi-Pli più tecnici d’area socialista). Dimissioni il 19 marzo 1979, dopo quattro giorni ottenne un nuovo incarico e il 5 aprile nacque il suo secondo governo (Dc-Psi-Pri). Poco dopo scoppiò lo scandalo che ebbe per protagonista il ministro del Lavoro Carlo Donat Cattin (vicesegretario della Dc, tra i leader storici del partito): il brigatista Roberto Sandalo, arrestato il 29 aprile 1980,  rivelò al giudice Gian Carlo Caselli che Marco Donat Cattin, killer di Prima Linea (“comandante Alberto”, tra le sue vittime il giudice Emilio Alessandrini) figlio di Claudio, era riuscito ad evitare l’arresto grazie all’aiuto del padre, allertato da Cossiga il 24 aprile 1980. Il 27 luglio 1980 le Camere respinsero la richiesta di remissione all’inquirente per ulteriori indagini degli atti sul caso (507-416) e il rinvio di Cossiga all’Alta Corte (535-370). La caduta del governo, solo rimandata, avvenne  con la bocciatura del decretone economico (27 settembre 1980 alla Camera, 298 a 297). Fama di filo americano, fu con lui al governo (dicembre 1979) che venne deciso lo schieramento in Italia dei missili Pershing e Cruiser (nel 1985, durante il sequestro dell’Achille Lauro – vissuto da presidente della Repubblica – si schierò con l’interventista Spadolini contro Craxi e Andreotti, filo arabi e favorevoli alla trattativa).

Un picconatore al Quirinale

• Nel 1983 Cossiga divenne presidente del Senato: «Ero come un maestro di scuola che sgridava i bambini: ti tolgo la parola, siediti altrimenti ti caccio via, tu devi stare zitto ecc. Intendiamoci: un presidente deve fare molta attenzione. Se è bravo, e io ero bravo, dell’assemblea fa quello che vuole». Il 24 giugno 1985 divenne il più giovane presidente della Repubblica della storia (757 voti su 977). Prudente e silenzioso nei primi cinque anni di mandato, ribattezzato dai vignettisti «il sardo muto» (pochi viaggi, rari interventi), dalla fine del 1989 si esibi in fragorose esternazioni definite da Mario Pirani “picconate” («Te la diamo vinta, basta che stai zitto», titolò a un certo punto il settimanale satirico Cuore). In contrapposizione al giudice Felice Casson, proclamo fedeltà a Gladio: «Sono uno di quei ragazzi che il 18 aprile faceva parte di una formazione armata, a Sassari, come in tante altre città d’Italia. Giovani dicì armati dall’arma dei carabinieri, per difendere le sedi dei partiti e noi stessi nel caso i comunisti, perdute le elezioni, avessero tentato un colpo di Stato». Promotore di «un secondo tempo per la Repubblica» con vasta riforma costituzionale, proposta giudicata dal Palazzo «ad alto rischio e quasi eversiva», le sue denunce sul deterioramento della vita dello Stato e sull’immobilismo dei partiti divennero per molti insopportabili dando il via a tentativi di impeachment e pettegolezzi psico-politici («facevo il matto per poter dire la verità, come il fool del teatro elisabettiano»). Il 28 aprile 1992, due mesi prima della fine del mandato, rassegnò le dimissioni.

La nascita dell’Udr e l’operazione D’Alema

• Senatore a vita, presidente emerito della Repubblica (carica da lui inventata e fortemente voluta stabilendone diritti, simboli e riti), Cossiga tornò protagonista della scena politica nel 1998, quando fondò l’Udr (Unione Democratica per la Repubblica, vi aderirono tra gli altri Mastella e Buttiglione) e pianificò l’operazione che portò a Palazzo Chigi il post-comunista Massimo D’Alema: «Il passaggio si è completato. Ho assolto un dovere verso la memoria di Aldo Moro e chiuso per sempre la guerra fredda». In seguito gli «saltò addosso una turba vociante, nuovi amici e vecchi opportunisti» (Enzo Carra) accusata da Cossiga di cercar solo poltrone, cosicché lasciata la presidenza del partito si iscrisse al gruppo misto. Da allora vestì i panni del “Grande vecchio”, dispensatore di memorie, disvelatore di segreti (Marcello Dell’Utri: «Ormai è come il nonno di casa: fai finta di niente anche se esce in mutande»), battutista (Berlusconi? Pa-Peron; Prodi? La rivincita di Dossetti su De Gasperi). L’8 settembre 2007 scrisse quattro lettere indirizzate «alle quattro cariche istituzionali in carica al momento della mia morte» in cui chiedeva tra l’altro «niente funerali di Stato, né autorità al mio funerale».

Sassari 26 luglio 1928 - Roma 17 agosto 2010. Politico. Impegnato con la Democrazia Cristiana dall’età di 16 anni, dal 1958 deputato, cominciò a farsi notare nel 1965, quando gli fu affidata la difesa del ministro delle Finanze Giuseppe Trabucchi, accusato di aver favorito due ex democristiani nella concessione delle licenze di importazione dei tabacchi (la Camera negò l’autorizzazione a procedere). Dal 1966 sottosegretario alla Difesa (delega ai servizi segreti) gestì il passaggio dal Sifar al Sir. Dal 1976 ministro dell’Interno, dopo la morte di Giorgiana Masi (a Roma il 12 maggio 1977 durante una manifestazione per celebrare la vittoria nel referendum sul divorzio del 1974) sui muri cominciarono a comparire scritte in cui il nome gli veniva storpiato in Kossiga (doppia “s” runica, a evocare il nazismo). Dimissioni nel 1978 dopo il sequestro Moro, tra il 1970 e il 1980 fu presidente del Consiglio. Dal 1983 presidente del Senato, il 24 giugno 1985 fu eletto al primo scrutinio presidente della Repubblica.