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 2017  dicembre 14 Giovedì calendario

Il Riformista, 20 marzo 2009
A volte sono davvero curiose le associazioni di idee. Quando sento parlare di Gianfranco Fini mi vengono in mente due luoghi. Il primo è un ipermercato emiliano, il secondo un patio di Montecitorio. L’ipermercato è quello di Casalecchio di Reno, un comune alle porte di Bologna. Sei anni fa sorgeva, e penso sorga ancora, su una strada che ricordava un personaggio a metà fra lo spettacolo e la tragedia: via Marilyn Monroe. Allora si chiamava Euromercato Shopville Gran Reno. Poi diventò uno dei centri del gruppo Carrefour. La struttura era a due piani, con grandi parcheggi. Un insieme quasi monumentale per vendere, vendere, vendere.
L’unica cosa che mancava, e manca tuttora, era una targa per rammentare un evento cruciale nella storia italiana: l’inizio dell’avventura politica di Silvio Berlusconi e, insieme, di Fini. La data è indimenticabile: il martedì 23 novembre 1993. Due giorni prima, a Roma si era votato per il sindaco. Fini, leader del Movimento sociale italiano, aveva raccolto 619mila voti, il 35,8 per cento, un record per il suo partito. Ma il candidato di centrosinistra, Francesco Rutelli, l’aveva superato: 684mila voti, il 39,6 per cento. Dunque si doveva andare al ballottaggio.
Quel pomeriggio di martedì, il Cavaliere arrivò a Casalecchio di Reno per inaugurare il megamercato, roba sua. Aveva compiuto da poco i cinquantasette anni. Non era più il trentenne smilzo con i capelli lunghi, i baffetti aguzzi, un faccino troppo giovane. Ma aveva ancora un fisico asciutto, assai meno inquartato di quello odierno. In più, la maturità e il successo da imprenditore gli avevano accentuato i tratti che adesso ben conosciamo. Il piglio del comandante, l’eloquio spiccio, l’approccio deciso, il gran fiuto e la capacità di lavoro.
Fu questo il Cavaliere che, dopo la cerimonia d’apertura del megamercato, si offrì ai media. Era un evento preparato con cura. Lo diceva la presenza dei tre tigì Fininvest, insieme a un pattuglione di cronisti della carta stampata. Anche le parole che Silvio stava per pronunciare erano ben ponderate. Perché sarebbero servite a un’operazione vitale per il centrodestra italiano: sdoganare Fini, come poi si disse assegnando a quel verbo un significato nuovo, di uscita dal ghetto fascista.
Un cronista domandò a Berlusconi come avrebbe votato al ballottaggio fra Rutelli e Fini. E lui rispose: «Se abitassi a Roma, voterei per Fini. Il segretario del Msi rappresenta bene i valori del blocco moderato nei quali io credo: il libero mercato, la libera iniziativa, la libertà d’impresa. Insomma, il liberismo».
Subito dopo, novello Cesare televisivo, il Cavaliere annunciò che avrebbe varcato il Rubicone: «Se le forze moderate non si unissero, allora dovrei assumermi le mie responsabilità. Non potrei non intervenire direttamente. Non potrei lasciare andare l’Italia su una strada sbagliata senza far nulla. Sarei costretto a mettere in campo la fiducia che molta gente ha in me». Infine concluse con una smorfia di studiata sofferenza: «Se nulla di nuovo avverrà, dovrò bere io questo amaro calice».
Il 23 novembre 1993 cominciò a nascere la Seconda Repubblica, sulle macerie della prima, distrutta da Tangentopoli. E s’impennò la carriera politica di Fini. Il 5 dicembre il leader del Msi perse il ballottaggio con Rutelli. Il 13 gennaio 1994 si dimise il Governo di Carlo Azeglio Ciampi. Il 6 febbraio Berlusconi presentò il suo nuovissimo partito: Forza Italia. E il 27 marzo vinse le prime elezioni, grazie all’alleanza con il Msi di Fini e la Lega Lombarda di Umberto Bossi: il Polo delle libertà e del buongoverno.
Quando Berlusconi giurò nelle mani di Oscar Luigi Scalfaro, gli italiani che seguivano la politica notarono l’assenza di Fini nel Governo. Al suo posto, come vicepresidente del Consiglio e ministro delle Poste, stava Giuseppe Tatarella. Gianfranco aveva preferito rimanere al partito. Temeva che il ministero di Silvio sarebbe durato pochi mesi, come poi avvenne?
Forse no. Forse stava già lavorando a un progetto ambizioso: completare lo sdoganamento del suo Msi. Per trasfonnarlo in un partito senza legami con il mondo dal quale veniva, il fascismo di Benito Mussolini. E con i due regimi che l’avevano incarnato. Quello ventennale caduto il 25 luglio 1943. E quello della Repubblica sociale italiana.
Saranno gli storici a raccontare la tenacia di Fini nel perseguire il disegno. Il primo passo venne compiuto a Fiuggi, il 27 gennaio 1995. Quel giorno Gianfranco cambiò l’insegna del partito e fece nascere Alleanza nazionale. Dicendo ai militanti: «La destra politica non è figlia del fascismo. I valori della destra preesistono a Mussolini. E sono sopravvissuti alla fine del suo regime».
Tappa dopo tappa, nel cammino verso «il futuro» (una parola che a Fini è sempre piaciuta molto), il leader di An cominciò a rivelare due connotati di fondo. Il primo era una lealtà assoluta nei confronti di Silvio lo Sdoganatore. Il secondo, sempre più evidente, una decisione ferrea nel tagliare del tutto ogni contatto con la storia del fascismo. Ed è proprio su questo progetto che emerge la mia associazione di idee tra Fini e un patio di Montecitorio.
Era l’inizio del maggio 2006 e l’Espresso mi aveva chiesto di seguire l’elezione del presidente della Repubblica. Il settennato di Carlo Azeglio Ciampi si era concluso e il Parlamento si apprestava a scegliere il successore, Giorgio Napolitano. Andai a Montecitorio un lunedì mattina per assistere alla prima votazione. Dopo lo scrutinio senza esito, molti dei parlamentari si riversarono nel cortiletto sul fianco del Transatlantico. Avevo fatto per anni il cronista politico e non pochi vennero a salutarmi. Alcuni di loro mi parlarono dei miei libri sulla guerra civile. C’era chi si diceva d’accordo e chi no. Ma pure chi dissentiva si dimostrò cortese.
Poi intravidi Marcello Pera. Nell’autunno del 2003, quando era presidente del Senato, aveva presentato Il Sangue dei vinti alla Biblioteca di Palazzo Madama, con un dibattito tra lui, Paolo Mieli, Mario Pirani e me. Così andai a ringraziarlo di nuovo.
Pera mi disse: «In questo patio c’è qualcuno che dovrebbe dire grazie a lei per quel libro. Ma vedo che finge di non vederla». «Chi è?» domandai, sorpreso. «Guardi alla sua sinistra» mi rispose Pera, «e capirà di chi parlo». Mi voltai e chi vidi? Fini. Come sempre, era tirato a lucido, molto elegante, non un capello fuori posto.
Fumatore come me, stava gustando la sigaretta. Si accorse subito che lo osservavo. E di certo mi riconobbe. Ma non si mosse. Mi fissò per qualche istante, poi girò lo sguardo da un’altra parte. Dissi a Pera: «Pazienza! Non scrivo libri perchè qualcuno mi ringrazi. E se il capo di An mi snobba, me ne farò una ragione».
La ragione è presto detta. Da parecchi anni, Fini stava camminando sulla strada intrapresa al congresso di Fiuggi. E non voleva più sentir parlare del fascismo, di Mussolini, della Repubblica sociale, di guerra civile, di morti ammazzati, di neri, bianchi e rossi che fossero. E tutto il clamore suscitato dal mio Sangue dei vinti, e dai libri successivi, forse poteva averlo disturbato.
Il disturbo, o fastidio che sia, doveva essere emerso subito dopo l’uscita del Sangue dei vinti, apparso nell’ottobre 2003. In novembre, Fini aveva compiuto un viaggio ufficiale in Israele. Un viaggio totalmente revisionista per il leader di An. Carico di affermazioni sorprendenti. Destinate a mutare se non la natura del suo partito, almeno la propria immagine di politico cresciuto nel culto del fascismo.
La tappa più importante era stata la visita al Museo dell’Olocausto, sulle colline di Gerusalemme, dedicato alla memoria dei milioni di ebrei uccisi dal nazismo. Anche l’Italia di Mussolini aveva contribuito alla persecuzione antiebraica. Per questo, dichiarò Fini a Gerusalemme, il ventennio fascista, con «le sue infami leggi razziali», aveva fatto parte di un’epoca che si doveva definire «il male assoluto».
Alla conclusione del viaggio, Fini tenne una conferenza stampa in Israele. Un giornalista gli domandò se pure la Repubblica sociale andava inserita tra le pagine vergognose dell’umanità, descritte dal leader di An al Museo dell’Olocausto. La sua risposta fu netta: «Sì, perché anche la Rsi discriminò e perseguitò gli ebrei».
Le parole di Fini suscitarono un pandemonio tra la base militante ed elettorale del partito. Molti s’infuriarono. Chi aveva accesso ai media si disse contrario al giudizio sulla Repubblica sociale. E accusò il segretario di voler liquidare una stagione politica e militare vissuta da centinaia di migliaia di giovani italiani. Ragazzi e ragazze che si erano arruolati nelle file della Rsi non certo per dare la caccia agli ebrei.
Una delle repliche più indignate venne dal senatore Mirko Tremaglia, classe 1926, che aveva combattuto per la Rsi. Intervistato da Elisa Calessi, di Libero, Tremaglia ricordò che tra i ”repubblichini” c’era anche il padre di Fini: Argenio, classe 1923, volontario nella Divisione ”San Marco”.
Posso aggiungere che un cugino del padre, Gianfranco Milani, aveva vestito la divisa della Guarda nazionale repubblicana (Gnr) a Bologna. E il 26 aprile 1945, a Monghidoro, era stato sequestrato dai partigiani e fatto sparire nel nulla. Aveva compiuto vent’anni da pochi giorni.
La condanna della Rsi non mi riguardava perchè non ho mai appartenuto a quel mondo. Dunque non avevo revisioni da fare sul regime fascista e, meno che mai, sulle leggi razziali e lo sterminio degli ebrei. Però capivo il leader di An. E il gesto di rottura che aveva compiuto in Israele. Molto coraggioso, però non preceduto da nessun confronto all’intemo del suo partito.
Alle spalle di Alleanza nazionale c’era un passato da dimenticare. E Fini si comportava come stavano facendo dal 1989 molti dirigenti dei defunto Pci. Con una disinvoltura, parlo dei diessini, che mi lasciava stupefatto. Devo fare un nome per tutti? Walter Veltroni. Lui giurava di non essere mai stato comunista, ma soltanto berlingueriano.
Il vero problema di Fini riguardava la base elettorale di An, ossia la fonte della sua forza politica. Anche qui esisteva un parallelismo singolare con gli eredi del Partitone Rosso. Nelle due parrocchie, infatti, una parte della truppa aveva rifiutato il revisionismo improvviso dei vertici.
Dopo il fatale Ottantanove, il Pci diventato Pds aveva sofferto una scissione e la nascita di Rifondazione comunista. E anche ad An stava per toccare la stessa sorte. Una quota dei suoi elettori se ne sarebbe andata con la Destra di Francesco Storace.
Ma pure molti dei militanti rimasti in An non avevano smesso di pensarla come la pensavano prima di Fiuggi. Lo constatavo di continuo negli incontri pubblici e nei dibattiti per i miei libri sulla guerra civile. E seguito a constatarlo anche oggi.
La sinistra ha paura della propria storia e cerca di negarla. Per la destra post missina è più difficile farlo. Che cosa potrebbe dire? Che Mussolini era un socialista riformista con inclinazioni moderate? Che le leggi razziali del 1938 non sono mai esistite? O sostenere, come aveva sostenuto Fini a Fiuggi, otto anni prima del viaggio a Gerusalemme, che il ventennio fascista era stato un evento transitorio? E che i valori della destra erano assai più antichi del regime in camicia nera?
Ancora oggi la destra ha dei problemi con il proprio passato. Non osa, o non vuole, rinnegarlo sino in fondo. Ma non può neppure rivendicarlo. E quando qualcuno prova a farlo, ricordando le origini fasciste, viene subito zittito dal vertice del partito. In quel caso si determina una situazione paradossale. Sull’incauto piove un doppio anatema. Uno gli arriva dalla propria parrocchia. L’altro glielo scaglia addosso la parrocchia opposta, quella delle sinistre che strillano sempre al fascismo redidivo. Ed è quello che accadde dentro Alleanza nazionale, all’inizio del settembre 2008.
La mattina dell’8 settembre, a Roma, venne ricordato il primo tentativo di resistenza ai tedeschi, con il combattimento di Porta San Paolo. Accanto al presidente Napolitano, c’era il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, uno dei big di An.
La Russa disse parole che nessuno si aspettava. Spiegò che anche i militari della Repubblica sociale «soggettivamente, dal loro punto di vista, combatterono credendo nella difesa della Patria. Opponendosi nei mesi successivi all’8 settembre allo sbarco degli angloamericani ad Anzio e a Nettuno. E meritando quindi il rispetto, pur nella differenza di posizioni, di tutti coloro che guardano con obiettività alla storia d’Italia». Com’era fatale, su La Russa caddero fulmini e saette, scagliati dalle diverse sinistre. Accompagnati dai commenti furibondi di qualche giornale, con in testa la Repubblica. Tutti convinti di difendere l’antifascismo senza rendersi conto che, in realtà, lo danneggiavano.
Uno dei pochi a prendere le parti di La Russa fu il sottoscritto. Nel mio ”Bestiario” scrissi che il ministro della Difesa aveva detto la verità. I giovani che si arruolarono con la Rsi erano convinti di dover difendere l’Italia dagli invasori inglesi e americani. Lo erano anche quelli che, nel dopoguerra, maturarono una posizione diversa e passarono a sinistra. La Russa, il sindaco di Roma Gianni Alemanno e Maurizio Gasparri, il capogruppo del Pdl al Senato, vennero subito strigliati da Fini. Il segretario di An li convocò nell’ufficio di presidente della Camera, mostrandosi di pessimo umore. Se dobbiamo credere alle cronache dei giomali, Fini redarguì i suoi tre colonnelli così: «Gli italiani non vogliono sentir parlare di fascismo buono o cattivo, ma delle cose che sapete fare. I giornalisti stanno lì con il fucile puntato. E aspettano un nostro passo falso. Non abboccate! ».
Comunque anche Fini decise di fare un passo. Giusto o sbagliato non so dirlo, ma di certo coerente con il suo personale revisionismo. Il sabato 13 settembre, andò a un convegno dei giovani di An e spiegò che la destra doveva diventare antifascista. E assumere come propri i valori-guida dell’antifascismo: libertà, uguaglianza e solidarietà sociale.
Una bomba incendiaria in un pagliaio. Ecco l’effetto della pronuncia di Fini. Appena attenuata dall’ammissione, messa un po’ tra parentesi, che c’era stato anche un antifascismo comunista, per niente democratico.
La sera di quel sabato mi trovavo a Revere, un comune del Mantovano, per presentare il mio ultimo libro sulla guerra civile. L’incontro era stato organizzato da Piero Zanella, assessore comunale di An. Avevo di fronte un pubblico foltissimo, in maggioranza di centrodestra. Quando si conobbero le parole di Fini ci furono reazioni di stupore infuriato. Ed era fatale che accadesse così.
Perché fatale? Provo a spiegarlo facendo un passo indietro. Per anni e anni, gli italiani che si sentivano fascisti erano stati rinchiusi nel recinto degli sconfitti. Avevano di fronte un antifascismo autoritario che li considerava cittadini di serie B. E che si comportava come un regime prepotente. Pretendeva di essere l’unico custode della verità storica. Metteva all’indice i libri che non gli piacevano. Dominava l’insegnamento della storia nelle scuole, con i risultati disastrosi che conosciamo.
Ma con il passare degli anni, a destra era emersa un’opinione pubblica che prima sembrava non esistere. Fatta di persone che non avevano tessere di partito, neppure del partito di Fini. Cittadini che ragionavano con la propria testa, non in base alle imbeccate di questo o quel politico nero o grigio. Adesso volevano dire la loro, senza essere costretti a ubbidire a nessuno dei big della destra ufficiale. E senza dover correre il rischio di essere chiamati in qualche palazzo romano per farsi strigliare da un comandante in capo.
La sera del 13 settembre a Revere i mugugni furono davvero tanti. In parecchi mi dissero che la svolta di Fini li avrebbe messi in difficoltà nel confronto con le sinistre. Gli avversari di sempre non si sarebbero trattenuti dallo sbeffeggiarli. Pareva già di sentirli: avete visto?, anche il vostro leader ha ammesso che avevamo ragione noi. Accidenti a Fini! Aveva parlato così soltanto per la bramosia di essere ammesso nel Partito popolare europeo: questo sostenevano molti.
Com’era ovvio, per una volta il leader di An venne messo sugli scudi da giornali e da commentatori che, di solito, lo rimandavano da dove veniva. Ricordate il vecchio slogan rosso degli anni Settanta? Diceva: «Fascisti carogne - tornate nelle fogne!».
Fini non ha battuto ciglio. E da presidente della Camera ha continuato a fare bene il proprio mestiere. Senza curarsi di apparire una spina nel fianco del suo sdoganatore, il Cavaliere. Non credo che il leader di An abbia scordato il pomeriggio del 23 novembre 1993. Ed entrerà anche lui nel nuovo partito guidato da Berlusconi. Del resto, non potrebbe fare altrimenti.
Ma chi lavora con Fini mi suggerisce di ascoltare con attenzione il discorso che farà all’ultimo congresso di An. Inviterà i suoi a non disperdersi nel mare del neo-berlusconismo. A restare uniti. A non annullare la propria identità. Nascerà una corrente? Non so dirlo. per il futuro c’è una sola certezza: Silvio è avviato a compiere i settantré anni, Gianfranco in gennaio ne ha fatti appena cinquantasette. La stessa età che aveva Berlusconi nella giornata di Casalecchio di Reno.
Giampaolo Pansa