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 2017  dicembre 15 Venerdì calendario

Attilio Pavesi

Caorso (Piacenza) 1 ottobre 1910 – Buenos Aires (Argentina) 2 agosto 2011. Ciclista. Alle Olimpiadi di Los Angeles (1932) vinse la medaglia d’oro nella prova a cronometro su strada battendo sui 100 km il danese Falk Hansen, campione del mondo in carica e grande favorito. Dal 1937 residente in Argentina, quando morì era il più vecchio olimpionico italiano vivente.

Biografia di Attilio Pavesi

Caorso (Piacenza) 1 ottobre 1910 – Buenos Aires (Argentina) 2 agosto 2011. Ciclista. Alle Olimpiadi di Los Angeles (1932) vinse la medaglia d’oro nella prova a cronometro su strada battendo sui 100 km il danese Falk Hansen, campione del mondo in carica e grande favorito. Dal 1937 residente in Argentina, quando morì era il più vecchio olimpionico italiano vivente.

Il militare con Peppino Meazza

• Ultimo di dodici fratelli, il padre Angelo, pollivendolo, morì quando aveva tredici anni: «C’era da portare a casa il pane, perciò entrai nella bottega di Gino Tansini che riparava bici e poi ha sfornato i ciclomotori Gitan. Ho cominciato a pedalare, chiaro. La prima corsa la vinsi a 14 anni, a Zerbio. Ricordo la voce alle mie spalle quando scappai: “Lasciatelo andare, lo riprendiamo...” Sì, quando? Correvo per la Robur, che è stata anche la società di Pino Dordoni, il marciatore. Che orgoglio quel pomeriggio in piazza del Duomo a Milano, tra la gente che leggeva l’annuncio pubblico: “Il Gran Premio della Vittoria è stato vinto dal piacentino Attilio Pavesi”. Io spiegavo: “Sono io Pavesi. Ho vinto io la corsa stamattina”. Non mi credeva nessuno... A forza di vincere mi chiama la “Cesare Battisti” di Milano. Dovevo fare anche il campionato del mondo, solo che ero a militare, alla Farnesina, con Meazza che io chiamavo “milanes arius”. Il Peppino era molto legato a me. Usciva dalla caserma solo se uscivo anch’io. Si andava ai Parioli, a giocare ai cavalli». [Gds 21/5/2004]

Olimpionico nonostante una secchiata

• Dilettante tra i più apprezzati, il giorno della qualificazione per i Giochi del ’32 Pavesi era in testa, «una donna per rinfrescarlo non gli tira solo l’acqua, ma anche il secchio, e lui cade. Nonostante il quinto posto finale, la sua combattività viene premiata col viaggio a Los Angeles». [Mattia Chiusano, Rep. 4/8/2011] In California avrebbe dovuto fare la riserva: «Invece Zaramella risultò il peggiore negli ultimi test e il tecnico Bertolino mise in strada me, il veneto Segato, il ligure “Gepin” Olmo e il lombardo Cazzulani. Io parto per ultimo: un giovane militare sconosciuto, che non può fare neanche pubblicità... Prima di me l’inglese Harvell, terz’ultimo è il danese Hansen, grande favorito, il campione del mondo. Il via è a Balcon Canyon: una discesa, poi ponti e viadotti su burroni da brivido. La mia partenza è una scoppiettata. Rapporto 56x18. Dopo una decina di chilometri ho già ripreso l’inglese. Pedalo come un diavolo e becco anche il grande Hansen, partito quattro minuti prima di me. Ma fa il furbo. Si attacca alla mia ruota. Gli mostro il pugno: maledetto, vuoi farmi squalificare? Mi dico: Attilio, se lo hai preso, puoi anche staccarlo. Lo stacco». 

Un oro “rubato”, parola di Brera

• Al chilometro 60 Pavesi fu avvertito che aveva il miglior tempo: «Chi mi ferma più? Costeggio il Pacifico, Malibu. Gli italo-americani sulla strada mi caricano di energia, riconosco i pugili piacentini Rossi e Longinotti che mi incitano, fa tifo anche il poliziotto che mi segue in moto. C’è in testa Segato al momento del mio arrivo sul traguardo di Santa Monica. Abbasso il suo tempo di 1’16”. Ho volato alla media di 40,514 chilometri orari. Il c.t. Bertolino mi bacia. Quarto è Olmo, sesto Cazzulani. Vuol dire anche la medaglia d’oro a squadre. Un trionfo!». Scrisse Gianni Brera: «Lo sconosciuto lombardo Attilio Pavesi si trovò ad aver vinto una cento chilometri a cronometro letteralmente rubata a Gepin Olmo, grandissimo campione di Celle Ligure. Gepin ebbe in sorte un numero di partenza sciaguratissimo: quando prese il via, il percorso era colpevolmente intasato di macchine: la gente tornava a casa e se ne infischiava di lui, che ad ogni istante doveva schivare e frenare». 

Il mancato “sconto” del Duce all’eroe di Los Angeles

• A Los Angeles Pavesi visse giorni da eroe: «Seconda Guasti, nobildonna che viveva in America, mi regalò duecento dollari. Mi portarono a Hollywood. Anita Page, gran bella attrice, volle conoscermi, mi guidò negli studi della Metro Goldwyn Mayer e mi presentò al grande capo, che tutto orgoglioso mi chiese: “Cosa ne pensa?” “Che siete dei grandi imbroglioni – gli dissi – le montagne che pedalo io sono vere, le vostre sono finte”. Da quel giorno il cinema mi piace di meno. A Caorso i giornalisti presero d’assalto il negozio di mio fratello alla ricerca della mia foto che avevo spedito da Gilbilterra». Al ritorno, come tutti gli altri olimpionici, fu complimentato dal Duce: «Mi mise una mano sulla spalla: “Bravo”. Bravo, sì, però mi mancavano cinque giorni di militare e me li fece fare tutti lo stesso...».

Una sei giorni durata 74 anni

• Nel ’33 Pavesi passò professionista con la Maino di Girardengo e Guerra: «Feci anche un Giro d’Italia, ma caddi subito. Volevo ritirarmi, poi pensai: e a casa cosa faccio? Arrivai fino a Milano. Ultimo, però. Da professionista ebbi un sacco di guai, gastrici soprattutto. Furono stagioni balorde, poi nel ’37 ripresi ad andar forte e mi proposero una Sei Giorni a Buenos Aires. Pagavano bene, erano spettacoli combinati, ma in pista dovevi impegnarti per davvero. All’andata rischiai di rimanere a Rio de Janeiro perché andai a vedere una partita al Maracanà e tornai al porto che stavano ritirando la scaletta dalla nave. Dopo la Sei Giorni, non trovai transatlantici per tornare subito. Vedevo che in Italia avevano una gran voglia di far guerra e così sono rimasto in Argentina per sempre».