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 2017  dicembre 15 Venerdì calendario

Antonio Segni
1962-1964 – Biografia di Antonio Segni

Biografia di Antonio Segni

Sassari, 2 febbraio 1891 - Roma, 1 dicembre 1972. Politico. Della Dc. Presidente della Repubblica (dal 6 maggio 1962 al 6 dicembre 1964).

La carriera politica • Proveniente da una nobile famiglia di proprietari terrieri, laureato in Giurisprudenza nel 1913, insegnò diritto a Perugia, Sassari e Roma. Aderì al Partito Popolare e, durante il fascismo, si ritirò dalla vita politica. Eletto alla Costituente nel ’46 e deputato nel ’48, fu ministro dell’Agricoltura (1946-1951) con De Gasperi e in questi anni elaborò la riforma agraria che colpì i latifondisti (facendo perdere tra l’altro parecchie terre alla moglie Laura; ministro della Pubblica istruzione (1951-1954) ancora con De Gasperi e con Pella. Fu poi presidente del Consiglio (1955-1957) di un governo di centro-destra e successivamente di un governo monocolore Dc (1959-1960) nel periodo di incertezza politica culminata con il governo Tambroni. In quegli anni si segnalò come il principale esponente del suo partito a opporsi ad un’apertura a sinistra.

La presidenza • La cronaca della sua elezione a presidente della Repubblica, avvenuta il 6 maggio 1962: «“La Dc sostiene la candidatura di Antonio Segni non in contrapposizione, ma in parallelo con quella di Giuseppe Saragat”. Per la quarta battaglia all’ombra del Quirinale il segretario democristiano Aldo Moro partorisce la formula della candidatura parallela ma non contrapposta. E quando le Camere cominciano a votare, il 2 maggio, gli effetti della lacerazione sono subito evidenti. I socialcomunisti si riversano come un sol uomo su Saragat, mentre la Dc si frastaglia in ordine sparso. Nei primi sette scrutini Segni è, sì, il primo della graduatoria, ma non raggiunge mai la maggioranza assoluta. Lo stallo minaccia di durare in eterno. A quel punto, il 6 maggio, Saragat propone di congelare la propria candidatura e quella di Segni a vantaggio di un terzo uomo: il presidente della Camera Giovanni Leone. Moro ci starebbe pure, ma i dorotei e la destra del partito (Scelba e Andreotti) no: minacciano addirittura la guerra al governo Fanfani. Il quale, terrorizzato dall’idea di perdere la poltrona, capitola e ripiega sull’odiato Segni: come sette anni prima, quando aveva dovuto abbandonare Merzagora per Gronchi. La svolta “unitaria” o quasi è propiziata anche da una telefonata del cardinal Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, buon amico e grande estimatore dello statista sassarese. (…)  La sera di domenica 6 maggio, all’ottavo scrutinio, Segni manca il quorum per appena quattro voti. Ormai è chiaro che sarà lui a farcela e si passa subito alla nona votazione. Così in fretta che i commessi non fanno neppure in tempo a distribuire tutte le schede. Un deputato Dc, ancora sprovvisto della sua, si fa passare quella del vicino di banco, già compilata col nome di Segni. Nulla di grave, ma Sandro Pertini – imbufalito per l’ormai imminente sconfitta delle sinistre – fa cenno ai socialisti di abbandonare l’aula e grida al broglio: “Camorra, camorra!”. Putiferio nell’emiciclo, sospensione di due ore. Profittando della pausa, Palmiro Togliatti incontra a quattr’occhi Leone per offrirgli tutti i voti della sinistra, lasciandogli intendere che Moro è pronto a portargli quelli di metà della Dc. Ma Leone rifiuta l’inciucio e riconvoca l’assemblea per lo scrutinio numero 9-bis. Segni finalmente è eletto, sia pure con una maggioranza risicatissima e con l’apporto determinante di monarchici e missini: 51.8%, ovvero 443 voti su 842, contro i 334 di Saragat (più 51 schede bianche). I due concorrenti, vicinissimi nell’ordine alfabetico, si incrociano al momento del voto. E, dopo vent’anni di amicizia, voltano lo sguardo dall’altra parte per non doversi salutare. Per la prima volta gli italiani possono assistere allo spoglio in diretta televisiva: a molti deve apparire interminabile il rituale del presidente Leone che, con smaccata inflessione napoletana, legge “bianga”, “bianga”, “Segggni”, “Saragatte”...».

Il Piano Solo • Quella di Segni è una presidenza breve, austera, silenziosa. Da giurista, si interessa subito ai problemi della magistratura, presiede le sedute del Consiglio superiore, fa discutere quando invia un telegramma di approvazione a un tribunale che ha condannato un gruppo di edili per una manifestazione. Marcello Sorgi: «Sembra solo una svista, invece è l’inizio di un timore, di una preoccupazione, forse qualcosa di più, che Segni comincerà a manifestare con le persone più vicine. “A un certo punto – ricorda Rino Formica, allora giovane dirigente socialista – quella dell’ordine pubblico per lui era diventata una fissazione”. E Cossiga conferma: “Da presidente del Consiglio era stato un uomo di sinistra. Aveva fatto la riforma agraria, danneggiando tra l’altro le proprietà di famiglia. Cosa gli sia capitato a un certo punto, non so. Al ritorno da un viaggio in Francia, in cui aveva incontrato De Gaulle, Segni cominciò a dirsi ammirato del modo in cui il generale faceva funzionare la forza pubblica”. Siamo ai fatti dell’estate del ’64, quando la tensione nel Paese spaventato per l’avvento del centrosinistra era al culmine, i socialisti erano usciti dal governo e Segni faticava a convincere Nenni a tornarci. Se davvero si sia trattato di un tentativo di colpo di Stato, e quanto serio, non sono riuscite ad accertarlo tre inchieste giudiziarie, una amministrativa e una parlamentare. Tre anni dopo, nel ’67, sarà il famoso scoop di Lino Iannuzzi ed Eugenio Scalfari sull’Espresso a rivelare l’esistenza del “Piano Solo”, il progetto di un piano d’emergenza, una sorta di golpe che prevedeva arresti anche di personalità politiche della sinistra, e che rimane avvolto nel mistero. Di sicuro c’è che Segni, nei giorni più caldi del luglio di crisi, convoca al Quirinale, durante le consultazioni, il comandante dei Carabinieri De Lorenzo. E De Lorenzo dirà davanti alla commissione d’inchiesta che spesso il Presidente era solito rivolgersi a lui e ad altri alti ufficiali, per informarsi della situazione reale del Paese e per sapere quali erano i rimedi approntati in caso di emergenza. Quella volta, però, in piena crisi di governo, il Presidente fa uscire un comunicato sulla visita di De Lorenzo. Per Nenni, come dicono i suoi diari, è il segnale che il “rumore di sciabole”, per usare una metafora, delle forze armate, serve a vincere le resistenze socialiste». [Marcello Sorgi, La Stampa 6/5/2006] Sul Piano Solo leggi qui anche l’articolo di Paolo Mieli

La malattia • Il 7 agosto 1964, mentre è colloquio al Quirinale con moro e Sargat, Segni fu colto da ictus («Malessere dipendente da disturbi circolatori e cerebrali» fu la prima diagnosi medica). Qualche testimone disse poi di aver sentito i tre urlare e Saragt minacciare il presidente di trascinarlo davanti all’Alta Corte di Giustizia. Cesare Merzagora, presidente del Senato, rientrò precipitosamente da Barcellona e dopo qualche giorno assume la supplenza. Una settimana dopo il malore Segni stava ancora molto male: venne creata una “commissione” per studiare il Cerimoniale da seguire nell’eventualità che allora pareva imminente della morte del Capo dello Stato. In una stanza chiusa, segretamente, si decidevano le precedenze ai funerali, chi doveva portare le condoglianze, se il Papa doveva o no partecipare personalmente, come doveva essere trattata la salma. Firmò le dimissioni il 6 dicembre dello stesso anno. [Sergio Piscitello, Gli inquilini del Quirinale, Bur Rizzoli 1999]

• «La sua idiosincrasia per i socialisti era tale che, morto papa Giovanni XXIII, incaricò Luigi Gedda, democristiano di destra come pochi, di calunniare ovunque il cardinal Montini, quello cioè che più probabilmente sarebbe stato eletto papa e che aveva fama di ”moderno”. Forse Gedda - un gran propagandista, che aveva contribuito in modo decisivo alla vittoria democristiana del 1948 - non ebbe abbastanza tempo: Montini fu eletto papa, col nome di Paolo VI, due giorni dopo l’inizio del conclave» (Giorgio Dell’Arti, Vanity Fair maggio 2006).

• La famiglia lo fece imbalsamare. «Dovemmo adattarci a lavorare su una porta messa in piano» ricorda l’imbalsamatore romano Cesare Signoracci.

Sassari, 2 febbraio 1891 - Roma, 1 dicembre 1972. Politico. Della Dc. Presidente della Repubblica (dal 6 maggio 1962 al 6 dicembre 1964).

La carriera politica • Proveniente da una nobile famiglia di proprietari terrieri, laureato in Giurisprudenza nel 1913, insegnò diritto a Perugia, Sassari e Roma. Aderì al Partito Popolare e, durante il fascismo, si ritirò dalla vita politica. Eletto alla Costituente nel ’46 e deputato nel ’48, fu ministro dell’Agricoltura (1946-1951) con De Gasperi e in questi anni elaborò la riforma agraria che colpì i latifondisti (facendo perdere tra l’altro parecchie terre alla moglie Laura; ministro della Pubblica istruzione (1951-1954) ancora con De Gasperi e con Pella. Fu poi presidente del Consiglio (1955-1957) di un governo di centro-destra e successivamente di un governo monocolore Dc (1959-1960) nel periodo di incertezza politica culminata con il governo Tambroni. In quegli anni si segnalò come il principale esponente del suo partito a opporsi ad un’apertura a sinistra.

La presidenza • La cronaca della sua elezione a presidente della Repubblica, avvenuta il 6 maggio 1962: «“La Dc sostiene la candidatura di Antonio Segni non in contrapposizione, ma in parallelo con quella di Giuseppe Saragat”. Per la quarta battaglia all’ombra del Quirinale il segretario democristiano Aldo Moro partorisce la formula della candidatura parallela ma non contrapposta. E quando le Camere cominciano a votare, il 2 maggio, gli effetti della lacerazione sono subito evidenti. I socialcomunisti si riversano come un sol uomo su Saragat, mentre la Dc si frastaglia in ordine sparso. Nei primi sette scrutini Segni è, sì, il primo della graduatoria, ma non raggiunge mai la maggioranza assoluta. Lo stallo minaccia di durare in eterno. A quel punto, il 6 maggio, Saragat propone di congelare la propria candidatura e quella di Segni a vantaggio di un terzo uomo: il presidente della Camera Giovanni Leone. Moro ci starebbe pure, ma i dorotei e la destra del partito (Scelba e Andreotti) no: minacciano addirittura la guerra al governo Fanfani. Il quale, terrorizzato dall’idea di perdere la poltrona, capitola e ripiega sull’odiato Segni: come sette anni prima, quando aveva dovuto abbandonare Merzagora per Gronchi. La svolta “unitaria” o quasi è propiziata anche da una telefonata del cardinal Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, buon amico e grande estimatore dello statista sassarese. (…)  La sera di domenica 6 maggio, all’ottavo scrutinio, Segni manca il quorum per appena quattro voti. Ormai è chiaro che sarà lui a farcela e si passa subito alla nona votazione. Così in fretta che i commessi non fanno neppure in tempo a distribuire tutte le schede. Un deputato Dc, ancora sprovvisto della sua, si fa passare quella del vicino di banco, già compilata col nome di Segni. Nulla di grave, ma Sandro Pertini – imbufalito per l’ormai imminente sconfitta delle sinistre – fa cenno ai socialisti di abbandonare l’aula e grida al broglio: “Camorra, camorra!”. Putiferio nell’emiciclo, sospensione di due ore. Profittando della pausa, Palmiro Togliatti incontra a quattr’occhi Leone per offrirgli tutti i voti della sinistra, lasciandogli intendere che Moro è pronto a portargli quelli di metà della Dc. Ma Leone rifiuta l’inciucio e riconvoca l’assemblea per lo scrutinio numero 9-bis. Segni finalmente è eletto, sia pure con una maggioranza risicatissima e con l’apporto determinante di monarchici e missini: 51.8%, ovvero 443 voti su 842, contro i 334 di Saragat (più 51 schede bianche). I due concorrenti, vicinissimi nell’ordine alfabetico, si incrociano al momento del voto. E, dopo vent’anni di amicizia, voltano lo sguardo dall’altra parte per non doversi salutare. Per la prima volta gli italiani possono assistere allo spoglio in diretta televisiva: a molti deve apparire interminabile il rituale del presidente Leone che, con smaccata inflessione napoletana, legge “bianga”, “bianga”, “Segggni”, “Saragatte”...».

Il Piano Solo • Quella di Segni è una presidenza breve, austera, silenziosa. Da giurista, si interessa subito ai problemi della magistratura, presiede le sedute del Consiglio superiore, fa discutere quando invia un telegramma di approvazione a un tribunale che ha condannato un gruppo di edili per una manifestazione. Marcello Sorgi: «Sembra solo una svista, invece è l’inizio di un timore, di una preoccupazione, forse qualcosa di più, che Segni comincerà a manifestare con le persone più vicine. “A un certo punto – ricorda Rino Formica, allora giovane dirigente socialista – quella dell’ordine pubblico per lui era diventata una fissazione”. E Cossiga conferma: “Da presidente del Consiglio era stato un uomo di sinistra. Aveva fatto la riforma agraria, danneggiando tra l’altro le proprietà di famiglia. Cosa gli sia capitato a un certo punto, non so. Al ritorno da un viaggio in Francia, in cui aveva incontrato De Gaulle, Segni cominciò a dirsi ammirato del modo in cui il generale faceva funzionare la forza pubblica”. Siamo ai fatti dell’estate del ’64, quando la tensione nel Paese spaventato per l’avvento del centrosinistra era al culmine, i socialisti erano usciti dal governo e Segni faticava a convincere Nenni a tornarci. Se davvero si sia trattato di un tentativo di colpo di Stato, e quanto serio, non sono riuscite ad accertarlo tre inchieste giudiziarie, una amministrativa e una parlamentare. Tre anni dopo, nel ’67, sarà il famoso scoop di Lino Iannuzzi ed Eugenio Scalfari sull’Espresso a rivelare l’esistenza del “Piano Solo”, il progetto di un piano d’emergenza, una sorta di golpe che prevedeva arresti anche di personalità politiche della sinistra, e che rimane avvolto nel mistero. Di sicuro c’è che Segni, nei giorni più caldi del luglio di crisi, convoca al Quirinale, durante le consultazioni, il comandante dei Carabinieri De Lorenzo. E De Lorenzo dirà davanti alla commissione d’inchiesta che spesso il Presidente era solito rivolgersi a lui e ad altri alti ufficiali, per informarsi della situazione reale del Paese e per sapere quali erano i rimedi approntati in caso di emergenza. Quella volta, però, in piena crisi di governo, il Presidente fa uscire un comunicato sulla visita di De Lorenzo. Per Nenni, come dicono i suoi diari, è il segnale che il “rumore di sciabole”, per usare una metafora, delle forze armate, serve a vincere le resistenze socialiste». [Marcello Sorgi, La Stampa 6/5/2006] Sul Piano Solo leggi qui anche l’articolo di Paolo Mieli

La malattia • Il 7 agosto 1964, mentre è colloquio al Quirinale con moro e Sargat, Segni fu colto da ictus («Malessere dipendente da disturbi circolatori e cerebrali» fu la prima diagnosi medica). Qualche testimone disse poi di aver sentito i tre urlare e Saragt minacciare il presidente di trascinarlo davanti all’Alta Corte di Giustizia. Cesare Merzagora, presidente del Senato, rientrò precipitosamente da Barcellona e dopo qualche giorno assume la supplenza. Una settimana dopo il malore Segni stava ancora molto male: venne creata una “commissione” per studiare il Cerimoniale da seguire nell’eventualità che allora pareva imminente della morte del Capo dello Stato. In una stanza chiusa, segretamente, si decidevano le precedenze ai funerali, chi doveva portare le condoglianze, se il Papa doveva o no partecipare personalmente, come doveva essere trattata la salma. Firmò le dimissioni il 6 dicembre dello stesso anno. [Sergio Piscitello, Gli inquilini del Quirinale, Bur Rizzoli 1999]

• «La sua idiosincrasia per i socialisti era tale che, morto papa Giovanni XXIII, incaricò Luigi Gedda, democristiano di destra come pochi, di calunniare ovunque il cardinal Montini, quello cioè che più probabilmente sarebbe stato eletto papa e che aveva fama di ”moderno”. Forse Gedda - un gran propagandista, che aveva contribuito in modo decisivo alla vittoria democristiana del 1948 - non ebbe abbastanza tempo: Montini fu eletto papa, col nome di Paolo VI, due giorni dopo l’inizio del conclave» (Giorgio Dell’Arti, Vanity Fair maggio 2006).

• La famiglia lo fece imbalsamare. «Dovemmo adattarci a lavorare su una porta messa in piano» ricorda l’imbalsamatore romano Cesare Signoracci.